venerdì 5 novembre 2010

La via contraria


 Finire la giornata sapendo che non l’hai proprio buttata del tutto nel cesso, non ha prezzo. Dovrebbe concludersi così quella pubblicità idiota della Mastercard.
Ho studiato.
Dalle 7 di stamane, ho sollevato gli occhi dai segni fitti del mio quaderno solo per spostarli sul libro, per cercare la matita spersa tra le pieghe del pail in ci ero avvoltolata, per guardare i Simpson e per andare in bagno…anzi no, per andare in bagno no, perché anche lì me lo sono portato sto cazzo di quaderno di Lingua dei segni. In realtà non so quanto mi sia rimasto di tutti quei nomi, quelle date, quei concetti. Fatto sta che ho ridotto al minimo i momenti di sconforto pessimista e sono riuscita a concentrarmi. Sono addirittura riuscita a fare qualche pagina in più di quanto non avessi preventivato. Sono orgogliosa di me, spero solo di continuare su questa strada. Perché, dovessi fondermiceli gli occhi su quei quaderni, a dicembre devo darli gli ultimi due esami e mezzo che mi mancano. Ne va della mia salute mentale e di quella fisica: se non li passo a gennaio dovrò pagare la tassa con la mora e non ho i soldi che non posso chiedere a mia madre. E siccome trovare un lavoro prima della laurea non se ne parla, e siccome la laurea deve arrivare entro aprile, se non riesco a dare gli esami a dicembre ho solo due alternative belle, chiare, vispe e pronte:

1) mi prostituisco;
2) mi taglio le vene.

Se mi chiedessero quale delle due opzioni è preferibile, non so dire con certezza se saprei scegliere.
Fatto sta che Lingua dei segni deve ancora essere finita e ripetuta almeno altre 4 volte e che la mia rovina, Filosofia della mente mod A e Filosofia della mente mod B, l’ho appena iniziato: quattro mastodontici libroni vezzosi e dal linguaggio forbito da trascrivere riassumere schematizzare studiare e ripetere tutto d’un fiato per un totale di 1000 pagine. Tanti auguri a me e la torta? Pure a me, la settimana prossima me ne mangio un pezzo e la dieta si fotta.

Non posso pensare a Filosofia della mente. Perché se solo la nomino, la lunga trafila melmosa dei fallimenti che decorano la mia carriera universitaria, prende corpo davanti ai miei occhi, come file di palline dallo scintillio brizzolato a ghignarmi contro.
3.
3 è il numero di volte che ho preparato l’esame di Filosofia della mente; 3 il numero delle volte che mi sono iscritta all’appello; 3 volte mi sono presentata all’esame; 3 volte ho abbandonato l’aula prima che fosse il mio turno. Anzi nell’ultimo caso sarebbero 2 le volte: nell’ultima non ho neanche risposto all’appello. Fallimento, inadeguatezza, non essere all’altezza, non essere abbastanza preparata perché troppo stupida rispetto a tutti gli altri fieri, dritti e orgogliosi. Mi stordivano, queste voci tonanti che rombavano nella mia corteccia uditiva. E scappavo, compressa dal senso di colpa, dalla paura, dall’incertezza senza un posto dove andare, a cercare l’aria in quei cubi apersonali e a trovarne solo di stantia, di masticata già da altri. Tutto è riciclato in quella dannata università, tutto costruito per osservarmi, soppesarmi, valutarmi, giudicarmi e soffocarmi. Anche l’aria dei cubi, mentre corro le scale al contrario rispetto alla strada che dovrei prendere perché qualcuno l’ha segnata per me, quella giusta, quella florida e corretta, mentre io corro sul tapìrulan del ponte che mi sospinge indietro a ogni passo. Posso allontanarmi faticosamente, ma le orecchie sono tappate, lo stomaco richiama la mia attenzione verso il vuoto che rivendica vittorioso il suo legittimo spazio.
Me lo ricordo come fosse ieri quel giorno: boccheggiavo appannata dalle lacrime con il ronzio nella testa delle voci ancora non del tutto sopite; la mia coscienza che cercava ragioni vane per tentare di infondermi quel po’ di coraggio bastevole a farmi ripercorrerle la strada contraria e rientrare  in aula (povera la mia cara coscienza, neanche quella di Pinocchio fupiù bistrattata!). Ero sperduta non sapevo dove andare: avanti non mi aspettava nessuno, indietro non potevo tornare perché il terreno scottava come brace. E la biblioteca occhieggiava, tozza, confortevole, invitante, con le sue mura di specchi rivolte verso un sole primaverile stranamente ombrato e triste. Così specchiata e riverberata, chi la progettò fu lungimirante: un faro per arraffare naufraghi che annaspano. Mi segregai nella cappa opprimente e stranamente confortevole delle sue grandi e gremite sale. Circondata dagli scaffali che attraversai senza metà, senza un piano, sfiorando le costole dei libri vecchi, vecchissimi o nuovi, neanche usati. E le voci si calmarono, e ricominciai a ossigenare i miei polmoni che anelano l’odore pesante di antico e solenne dei libri come l’eroinomane anela la sua dose.
Presi in prestito otto libri quel giorno e fui l’ultima a varcare la soglia d’uscita mentre la biblioteca chiudeva i battenti, alle 9 di sera in un’università finalmente leggera, vuota, finalmente con un’anima ora che può parlare per manifestarla. Ero così spossata che avrei dormito volentieri su una panchina per mettere una volta per tutte in chiaro le cose tra noi, affrontarla ora che, dormiente non faceva più paura. Ma afferrai al volo un autobus semideserto e senza accorgermene mi ritrovai nel mio letto, la mattina dopo, a fare i conti con i risvolti dell’ennesimo fallimento della mia vita.

Per questo non posso pensare. Perché se penso permetto alle voci di fare i loro porci comodi. Meglio studiare, meglio provare. Se non ci riuscirò almeno avrò vissuto nella speranza di farcela e non è una sensazione tanto malvagia.

Domani avrò una giornata piena tanto per cambiare e non mi lamento:
  • Sveglia alle sette devo almeno fare tre pagine di Lingua dei segni;
  • Lavare capelli;
  • Uscire per fare la spesa;
  • Prepararsi per sabato: decidere cosa indossare (il che è sempre molto divertente), cercare gli orari del treno, provvedere affinché non mi dimentichi nulla;
  • Chiamare in biblioteca per chiedere in quali giorni della settimana possono essere consultati i libri dei fondi speciali e non mi devo assolutamente dimenticare;
  • Preparare i biscotti!

Ho già pronte la lista degli ingredienti da comprare e le ricette. Non vedovo l’ora di impegnarmi in qualche ricetta non facilissima. Magari sarà un disastro, ma l’idea di fondere gli ingredienti e trasformarli in dolci medaglioni irresistibili, mi fa sentire un alchimista che miscela ingredienti nella speranza di ricavare la pietra filosofale. Il solo pensiero dell’odore che grazie al mio lavoro pervaderà la casa, filtrando irrequieto in cortile, e nel corridoio, ad ammaliare chiunque dei miei vicini beoni passi accanto alla mia porta, mi eccita da ora. Il desiderio di affondare le mani nella pasta plastica e nutriente; di vedere fondere il cioccolato, il vero oro nero che nessun petrolio eguaglierà mai; il burro da amalgamare con la sua consistenza delicata e la farina che da bambina amavo costruire in forme bislacche da cui mia madre afferrava manciate, provocando valanghe candide; lo zucchero da spargere controluce, polvere di stelle…
Ho scelto alle fine due varianti classiche: farò i Biscotti al burro, quelli inglesi super calorici, così buoni che ci dormiresti dentro, e una variante dei Biscotti al cioccolato, più golosi i miei perché avranno ( o sarebbe il caso di dire “dovrebbero avere”?!) il cuore soffice che spanderà aroma di Sudamerica non appena rotto il friabile guscio crostato. Odore di Sudamerica e odore di Inghilterra danzeranno insieme per la prima volta, guidati dai miei tocchi. Non ho i mezzi né gli amici per viaggiare, né una sorella gemella con cui teletrasportarmi ovunque (l’unica sorella che ho non mi parla neanche più…), ma forse ho trovato l’incantesimo giusto per far venire il mondo da me e goderne un po’ prima che l’incantesimo finisca, la malia si sfaldi e il mondo scappi via da me.
Come tutti; come sempre succede.

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