Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
domenica 30 gennaio 2011
Colonna sonora del mio funerale
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giovedì 20 gennaio 2011
sabato 15 gennaio 2011
Parlo alle mura e quelle non rispondono più
E' sabato sera, ho studiato e ora non ho un cazzo da fare,
i libri mi ustionano le mani,
le mie fantasticherie rifuggono lontano,
anche la musica mi perfora i timpani...
i libri mi ustionano le mani,
le mie fantasticherie rifuggono lontano,
anche la musica mi perfora i timpani...
nessuno nessuno nessuno con cui parlare
nessuno nessuno con cui bere una birra
nessuno
Capodanno a due strati
Direi di fare un passo indietro, però, e tornare alla fine dell’anno per raccontare il mio Capodanno perché… be’ ne vale la pena.
Carico di ansia e d’attesa, il 31 dicembre ha sempre un odore, un sapore, una consistenza speciali che si tocca con mano, nell’aria, fin dal mattino e che va via via acuendosi con la scesa delle tenebre. Immagino sia la manifestazione delle adrenaliniche attese di ognuno a insaporire l’etere e foggiarlo di drappi e merletti ariosi. Non potrebbe essere altrimenti, dopotutto, se in una giornata normale, la stragrande maggioranza delle persone sospira annoiati ed esausti pensieri, a capodanno l’apparato respiratorio della stessa stragrande maggioranza di persone, respira a un ritmo più elevato espirando attesa e adrenalina: i bambini perché gli adulti sono eccitato e subodorano la festa; i ragazzini per i botti da sparare; giovani di ogni sesso ed età per la possibilità di tarantolare le chiappe e di sbrillarsi un po’; il vecchino che assapora la speranza di vivere una giornata diversa; il goloso che sogna il lauto banchetto; la cuoca che si affanna nella preparazione del lauto banchetto; la perfetta padrona di casa che vuole che tutto vada alla perfezione; gli invitati che si fanno belli; la tipa che si prepare dall’alba per essere super figa; la donna che non vede l’ora di sfoggiare il completino intimo rosso nuovo nuovo; l’uomo che non vede l’ora di montarla; chi conta i minuti che lo distanziano da una festa o un concerto; il proprietario di pub/ristorante/discoteca che si lecca le mani al pensiero dei soldi che incasserà… Insomma più che a Natale molte più persone sperano di divertirsi a fine anno.
E poi…
E poi ci sono un pugno di nefandi esseri informi, che compiono l’indefinibile peccato di disinteressarsi del Capodanno. Esseri demoniaci rinchiusi nei loro bozzoli di nerume e lerciume, che non puoi avvicinare perché emettono raggi di negatività che se ti colpiscono…guai diventi come loro: sfigato!
Trattasi in realtà di persone sole che raramente non hanno vero interesse per il Capodanno, solo non sanno come e con chi festeggiarlo adeguatamente quindi si rinchiudono in se stessi per non eliminare se stessi dal mondo.
Io sono una di quelli.
Era preparata alla tregenda di sensazioni tristi e malinconiche, se non di disperazione che avrebbero dovuto attanagliarmi come ogni Capodanno. In realtà non è stato poi così tremendo: la tregenda non è esplosa del tutto. Si è manifestata solo tardivamente, in seconda serata con un groppo alla gola che non andava né giù né su, occhi leggermente brucianti e il desiderio incontrastato di essere stretta tra le braccia di qualcuno mentre fuori imperversa la festa.
Per il resto della serata ho lanciato strali contro raiuno e i suoi “Coglioni Canterini”, ho leggiucchiato, ascoltato i Guns’n roses e mi sono goduta il lauto banchetto che mamma ha preparato: non lo elenco, ma gli agnolotti all’aragosta sono una bontà tale da meritarsi una citazione!
Poi mio fratello è uscito con i suoi amici, mia madre è uscita con le sue amiche, mia sorella se la spassava a Roma con amici e amiche.
E io a casa, più sola della solitudine.
Il senso di nausea era troppo incipiente per farmi scordare tutto mangiando ancora. Ho cercato di stordire con lo spumante i cattivi pensieri, ma quelli tornavano a galla sotto forma di ricordi di quelle poche volte in cui uscii la notte di Capodanno a festeggiare con le mie ex-pseudo-amiche e si trasformavano nell’ipotesi di cosa stessero loro facendo e quanto si stessero divertendo con i loro nuovi amici. Qualche lacrimuccia stemperata dalla salvifica scrittura, arcigna e cinica quella notte scrissi a raffica e poi, a letto. C’è di buono che lo spumante aveva stordito non i ricordi, ma me e mi abbioccai quasi immediatamente.
Ma il Capodanno non perdona. Infligge ferite troppo profonde che, attutite dalla morfina dello spumante, riprendono a sanguinare il giorno dopo e si rimargineranno con fatica e sofferenza.
Due giorni dopo erano infatti ben lungi dal cicatrizzarsi (del mio primo Gennaio 2011, parlerò nei prossimi giorni) e le sentivo pulsare mentre passeggiavo per i viali del mio paese.
Senza rendermene conto stavo percorrendo quel reticolo di strade in cui sono situati pub e discoteche e locali che so essere stati i più gettonati questo Capodanno. Lo so perché l’ho letto sui vari resoconti di facebook e perché mio fratello e alcuni miei cugini vi hanno partecipato.
E che fossero state strade protagoniste solo qualche ora prima, di certo si vedeva dallo stato in cui aiuole, marciapiedi e asfalto versavano: c’erano lattine e bottiglie di spumante, birra, whisky , rum, jack daniels, ovunque mi voltassi, accostate ai muri, rovesciate sui marciapiedi, frantumate in strada, in bilico sui muretti, infilate in buchi o aste di ferro; centinaia erano i bicchieri di carta ce n’erano addirittura in fasci interi ancora incartati nelle confezioni da supermarket, ma la maggior parte erano quelli trasparenti con cannuccia nera, tipici da cocktail; piattini di plastica con forchette lasciavano intuire il passaggio fugace di dolci al cioccolato e panna se non erro; qualche scarpa e ho contato anche tre sciarpe; ho evitato invece di contare i getti di vomito in ogni dove, perfettamente riconoscibili a distanza; e ho individuato una confezione di siringhe, non so quanto inerenti a quella sera ma nuova e il contenuto, ancora incartato, era sparso per terra, ne avranno usata solo qualcuna.
Comunque tutto questo me lo aspettavo, magari non le siringhe…
Quello che non mi aspettavo era di imbattermi in questo delirio di residuo di goliardia e festa nella strada isolata, neanche un cane è passato (era anche la domenica dopo l’1 gennaio, quindi, comprensibile…). Pertanto io ero lì, sola, a dover fare i conti col bel Capodanno altrui e col mio schifosissimo. E poi non mi aspettavo le bustone del Mac Donald’s con contenitori di bibite, panini e patatine disseminati ovunque. Mio fratello mi aveva detto che il Mac sarebbe rimasto aperto tutta la notte, ma non immaginavo avrebbe fatto tali affari, invece pare che la gente uscita dai locali si sia fiondata lì per dolci o hamburger, d’altronde si trova proprio lì dietro.
Allora, ho fatto una cosa. Non mi congratulo con me stessa di questo, certo. In realtà credo che sia una cosa un po’ malata.
Sono andata a comprarmi un milkshake al cappuccino al Mac Donald’s e l’ho bevuto accovacciata su un balcone di cemento di una casa in costruzione vicino al rimasuglio di quello che sembrava un vero festino. C’era una confezione di piatti di plastica aperta e usata a metà e i piatti usati, alcuni con resti di torte, croissant, patatine e ketchup e maionese, erano posti in circolo, erano 8 quindi si presuppone che la compagnia fosse di almeno una decina di membri, certo non puliti perché avevano lasciato tutto lì. C’era la busta del Mac Donald’s al centro e involucri di panini, patatine, bibite, gelati a iosa. C’erano due bottiglie di spumante, e una di whisky, ma discosta, poggiata al muro della casa. Una lauta cenetta notturna non c’è che dire…
Ho centellinato il mio milkshake, lasciando penzolare le gambe dal semi-balcone, immaginando la scena della compagnia di ragazzi riunita a mangiare e bere e ridere e scherzare. E’ stato come se la visualizzassi sul serio, se il gusto zuccheroso del milkshake, fosse lo stesso sapore sorbito da loro, lo stesso sapore di una notte indimenticabile che mai ho avuto e mai avrò. Mi sono dimenticata dov’ero e chi ero, sono diventata parte di quel gruppo, in quella notte con stelle artificiali, dalla musica confusa e attutita proveniente dalla discoteca sotterranea e l’umido della risacca marina a giungere fino a noi. Ho partecipato ai discorsi, ho riso delle battute, ho battuto le mani per …qualcosa. Ho scambiato il mio Big Mac con un Cheeseburger, ho mischiato Coca cola e spumante, ho mangiato gelato al ketchup.
Poi ho finito il milkshake, con l’ultimo granello di zucchero s’è sciolta anche la magia, e sono tornata io, sola, su un semi-balcone freddo, pieno di spazzatura, in una strada deserta, nel primo pomeriggio del 2 gennaio 2011.
Ho lasciato il bicchierone del milkshake lì, con l’altra roba, accostato alla bottiglia di spumante, sopra un cartoccio di panino. Come se fossi stata davvero lì quella notte. Così, per finta, una parte di me c’era davvero! Chi ha visto la scena, ha notato il bicchiere del milkshake come parte del tutto, non pezzo isolato, postumo, estraneo, fuori luogo.
Sono tornata a vedere il giorno dopo e quello dopo ancora, per qualche giorno è rimasto tutto lì, intatto.
E io ho potuto per un po’, godermi l’illusione di avere degli amici e di aver avuto il mio Capodanno speciale.
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Befane profetiche
6 gennaio 2011.
Migliaia di più o meno bambini, sono accartocciati nei loro letti-divani-poltroncine-seggioline-pavimenti-gabinetti (eh…anche gabinetti, mica posso escluderlo…) a rimpinzarsi del contenuto della calza che la Befana, durante la notte, ha elargito loro con minore o maggiore abbondanza.
Io mi ritrovo acciambellata sul letto a cercare di concentrare la mente abbastanza da farmi decifrare quegli strani simboli incisi su carta che si chiamano lettere e permettermi quindi di leggere qualcosa, nella penombra della mia stanza, illuminata solo dal neon della lampada sopra il comodino e dalla luce lunare che elargisce il mio pc sulla scrivania, dove stagliata apparentemente mastodontica, di delinea la sagoma di mio fratello come sempre intento a succhiare dalle vivifiche mammelle del mio portatile.
Quando, improvvisamente e inavvertitamente, la nostra eroina alza lo sguardo sonnacchioso verso il soffitto e vede ricambiarla un’ombra ghignate quanto mai realistica, perfetta, corporea e azzeccata vista la giornata: una parola, Befana. Il profilo è estremamente preciso e ricco di dettagli appassionanti: naso adunco, mento sfuggente, verruca, ghigno, pezzuola a legare i capelli. Non senza un certo timore mi rendo quindi conto, che la Befana ha perso la sua ombra nella mia stanza, geriatrica Peter Pan, e questa si è fossilizzata tra pupazzi e peluche posti nei mobili più alti della mia stanza che, per uno strano gioco di coincidenza tra la disposizione di questi e la luce della lampada, danno forma proprio al profilo dell’amata vecchina.
Sbalorditivo è che me ne sia accorta proprio il 6 gennaio! Coincidenza che mi ha fatto accapponare abbastanza la pelle insieme allo sguardo di una vecchia strega che mi fissa da soffitto.
Non ho perso tempo, of course, e sono andata a ricercare un qualche messaggio simbolico che il profilo dovrebbe veicolare: epifania quindi fine…fine di qualcosa? Presagio nefasto di morte? O inizio di qualcos’altro? Arrivo di tre re magi con doni? O di una scopa volante e del manuale per diventare strega? Ah…quello è in realtà la mia ombra io sono nell’animo una vecchia strega! Non che mi spiacerebbe ma vorrei avere una scopa almeno…visto che mi devo sorbire bruttezza e vecchiaia precoce.
In realtà la soluzione più plausibile sembra essere quella di mio fratello: “sei destinata a essere una befana per tutta la vita”.
Touchè, ombra sul muro, touchè.
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Vivo per pensare
Fumo tra dita
Fumo tra dita
Che se la svigna, svicolando dal pugno serrato
in arabeschi fiatati,
anelli di scheletro umano,
d’ectoplasma macabro nastro.
Dai suoi strali trapassano raggi nebbiosi
e condense di fiato bluastre di morte
intrecciano nodi funerei,
precari,
fiocco di un dono svanito nel sogno.
Dono non dovuto, dono non spolpato
tra tutti i doni il più immotivato.
E’ non vita quella vita trattenuta da un pellegrino dell’oceano indiano
fermo al porto sconosciuto e scosceso
col bicchiere sozzo
che stringe in una mano.
Nell’altra vi è il fumo
Tiepido
Levigato
Trasparente
Della vita impenitente
Trattenuta a stento, ascoltata di rado
Sconosciuta al pellegrino dell’oceano indiano.
Stringe il fumo il pellegrino, piano prima forte poi
Corteggia un pensiero
annusa una domanda fiorita per caso:
“Cos’è che s’attarda, un granulo grigio o un fior di damasco dal guscio spezzato? Qui a un palmo dal naso un odore speziato”
Or lo sente,
forte prima piano poi,
pizzicare miraggi e deliri,
annaspare in visioni perplesse,
intrecciare dipinti di bruma.
Esalati in miasmi con dita
e suonati in sospiri di fuoco,
i bisbigli profondi
illustrano torri di fari remoti,
celando con luce,
a fatica,
il nero del cuore che pulsa segreto:
dietro la bruma di velo fumoso,
il bozzolo vibra un’idea accennata e la inchioda dietro le sbarre nebbiose,
mai compiuta
per l’eternità.
Eppur viva
Eppur non viva
Per caso o non per caso caduta nel palmo
della mano del pellegrino
prestato dal mare.
Chi la mandò lì
Vita sfiatata
Tra le forti nocche di un navigante solitario,
figlio d’Arcano e d’Acume?
Superfluo è il sapere.
E’ solo fumo
Il fumo non è vita.
Trattenere fumo è vano.
Mani forti sono nate per stringere funi e lanciare comandi
Serrare la vita di donne espirate su scampoli erbosi,
Danzanti nel turbine
nell’universo senziente.
Il pellegrino ignaro,
stringe il suo fumo.
Gli solletica il palmo e si avvolge al suo polso
in spire bramanti contatto,
catena di niente:
facile il frantumo,
Arduo il controllo.
Vorrà contenerlo?
Tenerlo con se nei pascoli bui, allattati dal mare.
O inavvertitamente deciderà di sgravarsi del peso del fumo
E scioglierà il bracciale
di giada leggiadra,
sottile filaccia annientata
in quattro e quattr’otto
da Vero e Scirocco?
Stride la nave un richiamo d’amore.
Sopra garrisce nel vento il rumore
Sotto il gabbiano nero s’accuccia
E guarda venire con passo proteso
- fiero di sale e anima pregna-
Lo sconosciuto del porto scosceso.
Enfad Rinakiro
Cose da fare nell'immediato futuro
1) Devo telefonare la psicologa. L’ ultimo appuntamento risale, oramai, agli inizi di dicembre. Mi aveva detto di chiamarla dopo gli esami, ma dopo gli esami ci sono state le feste e ora…ora non ho voglia di chiamarla. Senza contare che tra un po’ ci saranno nuovamente gli esami e devo rimettermi con furia a studiare.
Non ho voglia di sostenere altre sedute né di perdere tempo lì. In più l’ultima volta si era creata un’empasse che, se adesso riprendessimo… insomma non saprei tutt’ora come superarla. Per farla breve (molto breve), parlando dei miei blocchi e fallimenti universitari era fuoriuscita dalla conversazione, la mia autoproclamata “sentenza” di ragazza fallimentare e universitariamente inadeguata. E la doctor risolse la questione indicando il germe di questo fallimento o di questa sensazione di fallimento, in una PRESUNTA situazione, esperienza negativa vissuta da me nel passato, probabilmente nella prima adolescenza o nell’infanzia, inerente a questo ambito, quindi ambito scolastico, che mi abbia bloccata in qualche modo o insinuato questa convinzione poi col tempo radicatasi.
Il punto è che io l’ho cercata e non la trovo, la situazione. Non c’è.
Quindi, molto obbligata doctor, ma nel mio caso non credo proprio che risalga a un evento il senso di fallimento: fallisco, ergo c’è fallimento; c’è fallimento, ergo sono una stupida inadeguata cazzona fallimentare.
Non riesco proprio a chiamarla. So che ne avrei bisogno. Anche se finora non è che ne abbia racimolato molti vantaggi da queste sedute, ma col tempo potrebbero servirmi e io devo per forza fare qualcosa, non so per quanto tempo posso continuare a combattere demoni e non perdere.
Non ho ancora deciso se telefonarle o meno, se continuare o meno…non lo so non lo so non lo so…
2)Devo muovermi e riprendere a studiare. Febbraio è alle porte e Filosofia della mente è lungo e difficile. In realtà non è che proprio non ne abbia voglia, ma stavo aspettando di ricomporre bene i pezzi della me stessa frantumata, prima. Ma dovrò accorciare i tempi. Inoltre il famoso libro misteriosamente scomparso dalla biblioteca che mi serve per l’esame non ce l’ho ancora quindi prima di tutto andare a Cosenza per vedere se c’è, e preghiamo Dio, Buddha, Visnù e tutti gli dei precolombiani affinché questo venga trovato, sbuchi fuori e possa consultarlo sennò sono fo-ttu-ta.
3)Quindi appunto andare a Cosenza e già che ci sono, compilare e stampare quel cavolo di modello con tutti i dati. Veramente il programma prevedeva che uscissi oggi, andassi all’internet point locale, lo compilassi e lo stampassi, ma l’idea di inserire i miei dati nel computer pubblico del mio paese considerando poi che il proprietario dell’internet point è un troglodita maniaco, non mi sconfiffera del tutto. Vedrò di farlo a Cosenza.
4)Andare alla USL di C. per prendere un appuntamento con un medico specialista che rimando da mesi. Il punto è che per codesto paese ci sono solo due autobus: uno alle 7.30 per andare; l’altro alle 13.30 per tornare. Una mattinata persa. Maledetta Calabria.
5)Trovare il coraggio di andare dalla dietologa dopo i kili che sicuramente avrò preso a Natale, chi ce l’ha il coraggio di salire sulla bilancia?
6)Al solito: studiarestudiarestudiarestudiarestudiare….are are are are.
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Pensieri merdosi di una merda infida
Ho sempre fermamente creduto che la mia morte non causerebbe troppa sciagura e disperazione. Sì i miei se ne rattristerebbero e mia madre ne soffrirebbe molto perché sono, dopotutto, sua figlia. Ma ecco, solo per questo.
IO, DAFNE NON MANCHEREI DAVVERO A QUALCUNO. Ok, forse a un paio di persone sì, all’inizio, ma non sarebbe una mancanza trascendentale, della serie: “non mangio, non dormo, non sogno, non vivo più, la mia unica certezza è smarrita per sempre e ora latito senza la forza di fare altro che aspettare, piangendo e invocandola urlante, il giorno in cui forse, mi ricongiungerò a lei”. Perché non sono importante per nessuno, fondamentale per nessuno. Se esisto o no il mondo non cambia e chissene. Il punto è che non cambia nemmeno la vita di un componente, mollusco, crostaceo, oviparo o mammifero della galassia.
Il che è assodato.
Mi è capitato però, ultimamente, di prestare i miei neuroni alla realizzazione di un pensiero affine ma opposto: cosa succederebbe in caso contrario? Io condivido un affetto, un rapporto tale che la mancanza di qualcuno, per quanto mi rattristerebbe e sconvolgerebbe per carità senza dubbio, inciderebbe sulla mia non vita? Per esempio: mia madre c’è e la amo, e impazzirei dal dolore per la sua perdita che spero non avvenga prima del 2100 o prima di me, ma considerato che il nostro rapporto non è così pregnante e simbiotico, che a malapena mi caga e a volte neanche mi risponde, cambierebbe davvero molto da un punto di vista pratico se lei non ci fosse?
E soprattutto, quanto l’aver formulato questo pensiero mi rende la merda più infida e merdosa dell’universo?
Fa pensare…
IO, DAFNE NON MANCHEREI DAVVERO A QUALCUNO. Ok, forse a un paio di persone sì, all’inizio, ma non sarebbe una mancanza trascendentale, della serie: “non mangio, non dormo, non sogno, non vivo più, la mia unica certezza è smarrita per sempre e ora latito senza la forza di fare altro che aspettare, piangendo e invocandola urlante, il giorno in cui forse, mi ricongiungerò a lei”. Perché non sono importante per nessuno, fondamentale per nessuno. Se esisto o no il mondo non cambia e chissene. Il punto è che non cambia nemmeno la vita di un componente, mollusco, crostaceo, oviparo o mammifero della galassia.
Il che è assodato.
Mi è capitato però, ultimamente, di prestare i miei neuroni alla realizzazione di un pensiero affine ma opposto: cosa succederebbe in caso contrario? Io condivido un affetto, un rapporto tale che la mancanza di qualcuno, per quanto mi rattristerebbe e sconvolgerebbe per carità senza dubbio, inciderebbe sulla mia non vita? Per esempio: mia madre c’è e la amo, e impazzirei dal dolore per la sua perdita che spero non avvenga prima del 2100 o prima di me, ma considerato che il nostro rapporto non è così pregnante e simbiotico, che a malapena mi caga e a volte neanche mi risponde, cambierebbe davvero molto da un punto di vista pratico se lei non ci fosse?
E soprattutto, quanto l’aver formulato questo pensiero mi rende la merda più infida e merdosa dell’universo?
Fa pensare…
Colonna sonora delle feste
giovedì 13 gennaio 2011
...e rinasco più bella (e implume) che mai
Risucchiata dal vortice delle feste, ho latitato per questa prima porzione di anno con la mente annebbiata. E’ arrivato ora il momento di riprendere le redini del comando su l’altra me e gestire i ribelli pensieri maligni che maledicono la mia esistenza.
Non facile.
Ero prigioniera dell’altra, ostaggio di ingordigia e baccanali peccaminosi, spersa tra i fluidi ammalianti delle festose coccarde che hanno liquefatto ogni mia forza di volontà, ogni tentativo di strenua resistenza.
Sto faticosamente cercando di ritrovare me stessa, ma tutto ciò che sono riuscita a racimolare è uno smunto e pallido riflesso di una me stanca, che arranca verso non sa più bene cosa e forse mai lo ha saputo.
Credo di aver capito perché rispetto agli altri miei coetanei io sono indietro, io resto sempre un passo o più sotto. Perché il mio percorso prevede ogni volta una lotta con me stessa che agli altri è, probabilmente, quasi sicuramente mi permetto di osservare, risparmiata. Io perdo tempo a ricostruirmi, dopo ogni sconfitta (e sono tante le sconfitte), dopo ogni scalfittura, pezzo per pezzo per pezzo, cercandolo nell’oblio che mi circonda e con mano tremante rimettendolo al proprio posto, mosaico dissestato, rigenerando l’asse di un equilibrio precario su cui arrancare ancora un po’, prima di sbriciolarmi nuovamente in migliaia di pezzi.
E questo richiede tempo. E io ne ho bisogno. Ma gli altri non capiscono. Nessuno può capire.
Ho veramente passato giorni e notti da incubo, sola sola sola dannatamente sola, tormentata da vicino dai miei demoni più caparbi. Stavo impazzendo e non riuscivo a trovare una via di fuga. L’unica che mi si è presentata, unica e scontata sempre lì valida e presente, è la solita mattinata sulla spiaggia semideserta. E un inverno che non c’è, africano e solo in parte veleggiato da un infido vento freddo, me lo ha concesso. In realtà anche ieri pomeriggio ho fatto una rapida sortita, ma il sole cala presto, la notte ombreggia il mare prima che i monti e ho solo rimediato un mal di testa per l’umidità e un vorace appetito stimolato dall’odore del mare.
Stamattina invece ci ho passato cinque ore nette nette.
E’ il mio mare, ritiratosi dopo giorni di mare grosso, dalla spiaggia disseminata di fiumiciattoli oblunghi, rami e tronchi, bottiglie e carte di dolci nonché rimasugli di botti di Capodanno. Devono aver festeggiato in spiaggia…beati loro. Me la immagino la mia spiaggia, deserta e percorsa solo da agenti atmosferici e qualche pennuto, ricca di baldoria e fuochi d’artificio, di baci, di coppie che si rincorrono, di falò che lambiscono il buio, di risa e tuoni artificiali. Posso solo gustarla nella mia immaginazione… così bella anche allora, così diversa…
E’ come un dipinto mai sbiadito, lo stesso mare che ho lasciato in autunno, stesso paesaggio con ogni elemento incastonato al punto giusto affinché ognuno di essi, in successione accurata, come i tasti di pianoforte premuti in esatta sequenza, scateni, suggerisca la stessa melodia di sensazioni. Non sono pescatori ottuagenari che solcano con lo sguardo stanco l’azzurro alterno delle loro stagioni, sono i miei ricordi che si attorcigliano alle loro reti, che scalano le loro canne come pesci fantasma e mi richiamano come sirene; non è il solito sub che audace esplora abissi in ogni stagione seguito pigramente dalla sua boa stinta, ma il mistero del mare che mi sommerge ad ogni sortita sulla costa; non la risacca che amplifica il suo sciabordare e lo ripete all’infinito al punto da farmi desiderare di aver portato con me l’mp3 per non doverlo ascoltare ancora e ancora e ancora, ma l’eco delle storie che si sono affacciate alla mia mente durante le passeggiate; non la bambina che svicola dal controllo materno e si dirige speranzosa verso le onde, ma i miei desideri che ridono musicali e fugaci; non la sabbia dorata, ma un deserto d’argento che restituisce i miei passi alla moria notturna della’alta marea; non i gabbiani in volo stridente e compatto, ma la mia solitudine accentuata dal loro vivere in simbiosi; non il mare ballerino e turchese, ma la malinconia di sempre; non lamine di luce che sfarfallano accecando la vista e impreziosendo il golfo dove il sole sbatte allo zenit, ma la speranza e la forza che metto in ogni passo, per superare il deserto di dune, per vedere se dietro una di queste c’è finalmente la terra promessa, assetata, affaticata, assonnata e stordita da un sole di Calabria troppo dorato, troppo alto, troppo caldo e troppo bello per essere un sole d’inverno, a illuminare una spiaggia ora deserta in ogni sua rientranza, tranne che per la mia inutile e trascurabilissima presenza.
Affondo, sfondo, sprofondo...
Come abbondantemente e brillantemente (blog mio, giudizi discutibili e amorali miei) illustrato nel precedente post, il Natale perfettamente orchestrato per fagocitare ogni tipologia di essere nella cultura occidentale, ha risucchiato anche me. Niente religiume o buoni propositi. Molto altro, soprattutto l’altro che stinge il risvolto della medaglia del Natale.
Famiglie e amici riuniti incentivano enormemente il senso d’abbandono e di disperazione, di inadeguatezza e fallimento. Non solo mio, tant’è vero che il picco di suicidi raggiunge il massimo grado in concomitanza con le festività di fine anno: di fronte alla gente che si diverte più o meno scioccamente, di fronte alle manifestazioni di amore e affetto più o meno vere, chi è solo tutto l’anno è più solo durante le feste. Una cassa di risonanza luccicante e vociante glielo ricorda ogni attimo. Il che unito al resoconto dell’anno trascorso mai meraviglioso per gente come me, getta il povero malcapitato nella disperazione più sconfinata, nella sconfitta più incorreggibile.
Il mio modo di affrontare il tutto è lasciarmi andare all’afflizione, non combatterla a denti stretti come faccio o tento di fare durante tutto l’anno, ma lasciare che lei abbia successo. Abbandonarmi ai pensieri più macabri e ai resoconti più infruttuosi, paragonare lo squallore mefitico della mia esistenza con lo splendore d’abbondanza di quella di miei coetanei, evidenziare i contorni desolati delle mie periferie. Il tutto non senza un cinico, macabro piacere masochista.
Dopodiché, fottermene.
Se combattessi con questi pensieri, le feste non sarebbero diverse dal resto dell’anno, vivrei anche queste in una sorta di filo di rasoio estenuante e il senso di fallimento e la solitudine, davvero diverrebbero insostenibili. Ma neanche porre loro alcun freno è auspicabile, perché finirei come il poverino che si è suicidato dagli scogli di P.G. verso i flutti gelidi e tumultuosi dello Ionio, la vigilia di Natale (e pensare che io e i miei cugini eravamo stati su quello stesso scoglio a ridere degli schizzi di schiuma che ci raggiungevano, giusto qualche ora prima…il pensiero che forse, forse avremmo potuto, non so in quale modo, ma in qualche modo, aiutarlo, mi tormenta…).
Quindi opto per una via di mezzo: allento il lazzo dei pensieri malefici e li lascio imperversare per un po’, rosicchiare i bordi della mia mentre e infuriare nel mio stomaco, sconvolgere il ritmo del mio cuore, e poi li blandisco stordendoli di melense favole disney, cioccolatini tutti i gusti + 1, panettoni, pignolate, frittelle, zeppole, dolcetti, croccanti alle mandorle, pandori, pistacchi, nocciole, noccioline, torroncini,torroni, biscotti allo zenzero, al miele, cenoni e pranzoni, un sacco di coca cola per annichilirli e uno spruzzo di spumante e bayles e birra qua e là per rimbambirle e assopirli ben benino. Bulimia che si riappropria di me senza mezzi termini e con mal di stomaco da star male, perenne senso di nausea e necessità di vomitare che trattengo perché più sofferenza mi causa, più compenso il piacere della cioccolata; più sofferenza mi causa più i pensieri si pascono beati e non mi tormentano troppo; più sofferenza mi causa più compenso il mio essere una stolta, inutile, perfetta fallimentare ragazza.
Per un po’ almeno, il vuoto s’è chetato, il buco è stato riempito. Ora le feste vanno via e cosa si lasceranno dietro solo il tempo me lo dirà. Sapevo, conoscevo le conseguenze disastrose cui sarei andata incontro dopo l’Epifania. Ma non me ne importava o, meglio, le visualizzavo con una certa infima malagrazia, cinicamente beffarda: “mi farai male lo so, ma intanto smetto di pensare che sono niente per un po’, smetto di sentirmi feccia perché il panettone ottura le orecchie e non sento i miei pensieri, perché la cioccolata delizia e ammansisce il vortice di nero oblio che mi compone”.
Il punto è che ora il buco è reso più grande dal senso di colpa per aver vanificato mesi di dieta e sacrifici e per la paura di poter perdere il controllo di me stessa e non ritrovarlo più, di cedere alle moine dell’altra me sazia e pingue dopo le abbuffate natalizie…
Stelle&Stalle
Nessuno ha una via di fuga dal Natale. Esso è subdolo, ideato malignamente alla perfezione perché nulla sia lasciato al caso, perché nessuno possa slegarsi dalle sue brame succulenti, dalle luci fosforescenti che ammiccano invitanti celando sfarzo e squallore in egual modo, rendendo case e città più gioviali e vivibili, lontane dalla tristezza e dalla vita normale. Stelle&Stalle: un’alchimia perfetta.
Pare che sia stato il caso e il cristallizzarsi nel tempo di pratiche tradizionali e di boom economici ad aver attenuato la componente religiosa e umile del Natale, a favore di una più spendereccia e goliardica. Pare. Non sono certa che sia così.
Ad un’analisi più approfondita la cosa risulta perfettamente, dannatamente, paradossalmente normale e figlia del tempo. Per incastrare il Natale religioso alla nostra epoca fanatica, la vergine Mary (che non sono io, ma quell’altra, più famosa) ha dovuto allargare il suo ventre per accogliere non solo il seme dell’onnipotente, ma anche Babbi Natali, Befane, alberi di Natele, lucine, stelline, torroncini, pandorini e anche, per estensione, san Silvestri, calze fumanti dolciumi, cieli stellati di comete spaventate da caos di fuochi psichedelici e botti di capodanno. E cenoni, senza fine, e pranzi sontuosi in cui non c’è limite allo sperpero, e pacchi e regali senza fine.
Cosicché, coloro i quali sono interessati a festeggiare un Natale vecchio stampo tutto Chiesa e salamelecchi pregherecci, possono farlo adattandosi però d’obbligo anche a pratiche più pagane; per contro i festaioli immotivati, possono godere del più alto grado di concentrazione di banchetti e festicciole riconosciute (e, udite udite, con senso annesso, il che consente loro di sbizzarrirsi in veglioni e balletti senza l’insana sensazione che non ci sia uno straccio di ragione valida per dimenare le chiappone con conseguente mungitura di meningi per inventarsene una di ragione plausibile…) con una capatina forzata agli strali di bontà d’animo posticcia che il Natale richiede.
Inutile continuare a ripetere la solita manfrina del Natale troppo consumistico che ha perso i valori e bla bla.
No cicci! Tutto perfettamente incastonato e funzionale.
Così sia, amen e arrivederci all’anno prossimo.
Master of war - Bob Dylan
Come you masters of war
You that build the big guns
You that build the death planes
You that build all the bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks.
You that never done nothin'
But build to destroy
You play with my world
Like it's your little toy
You put a gun in my hand
And you hide from my eyes
And you turn and run farther
When the fast bullets fly.
Like Judas of old
You lie and deceive
A world war can be won
You want me to believe
But I see through your eyes
And I see through your brain
Like I see through the water
That runs down my drain.
You fasten all the triggers
For the others to fire
Then you set back and watch
When the death count gets higher
You hide in your mansion'
As young people's blood
Flows out of their bodies
And is buried in the mud.
You've thrown the worst fear
That can ever be hurled
Fear to bring children
Into the world
For threatening my baby
Unborn and unnamed
You ain't worth the blood
That runs in your veins.
How much do I know
To talk out of turn
You might say that I'm young
You might say I'm unlearned
But there's one thing I know
Though I'm younger than you
That even Jesus would never
Forgive what you do.
Let me ask you one question
Is your money that good
Will it buy you forgiveness
Do you think that it could
I think you will find
When your death takes its toll
All the money you made
Will never buy back your soul.
And I hope that you die
And your death'll come soon
I will follow your casket
In the pale afternoon
And I'll watch while you're lowered
Down to your deathbed
And I'll stand over your grave
'Til I'm sure that you're dead.
You that build the big guns
You that build the death planes
You that build all the bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks.
You that never done nothin'
But build to destroy
You play with my world
Like it's your little toy
You put a gun in my hand
And you hide from my eyes
And you turn and run farther
When the fast bullets fly.
Like Judas of old
You lie and deceive
A world war can be won
You want me to believe
But I see through your eyes
And I see through your brain
Like I see through the water
That runs down my drain.
You fasten all the triggers
For the others to fire
Then you set back and watch
When the death count gets higher
You hide in your mansion'
As young people's blood
Flows out of their bodies
And is buried in the mud.
You've thrown the worst fear
That can ever be hurled
Fear to bring children
Into the world
For threatening my baby
Unborn and unnamed
You ain't worth the blood
That runs in your veins.
How much do I know
To talk out of turn
You might say that I'm young
You might say I'm unlearned
But there's one thing I know
Though I'm younger than you
That even Jesus would never
Forgive what you do.
Let me ask you one question
Is your money that good
Will it buy you forgiveness
Do you think that it could
I think you will find
When your death takes its toll
All the money you made
Will never buy back your soul.
And I hope that you die
And your death'll come soon
I will follow your casket
In the pale afternoon
And I'll watch while you're lowered
Down to your deathbed
And I'll stand over your grave
'Til I'm sure that you're dead.
Notre-Dame a confronto
Notre-Dame de Paris, il romanzo di Victor Hugo ha sempre avuto un forte ascendente su di me. Trovo, nella fattispecie, estremamente belle le parole delle canzoni di due versioni della storia: quella del film Disney "Il gobbo di Notre-Dame", e quella del musical "Notre-Dame de Paris" con canzoni di Riccardo Cocciante.
Particolarmente intriganti sono i testi delle canzoni che Frollo intona per scacciare il demone di Esmeralda che lo pervade. Molto simili, per giunta. I testi sono veramente belli secondo il mio modesto parere e non riesco a smettere di ascoltarli mi fanno nascere fior fiori di immagini mentali,pensieri, attitudini, storie.
Particolarmente intriganti sono i testi delle canzoni che Frollo intona per scacciare il demone di Esmeralda che lo pervade. Molto simili, per giunta. I testi sono veramente belli secondo il mio modesto parere e non riesco a smettere di ascoltarli mi fanno nascere fior fiori di immagini mentali,pensieri, attitudini, storie.
domenica 9 gennaio 2011
Notte con demoni
Non se ne vanno mi fiatano addosso e io comincio a non sopportarli più. Ho passato la notte ad allontanarli dal mi letto, a districarmi dall'abbraccio mefitico in cui mi avevano stretta.
Urlare, strapparsi i vestiti di dosso, evadare dalle brande bollenti delletto...non basta loro mi tormentano, mi assillano...
qualsiasi cosa faccia in questa fottuta vita è sbagliata, niente ha un senso, niente è concluso,sto sbagliando tutto, e non c'è nessuno che possa aiutarmi o che voglia farlo.
non riesco a leggere o pensare sto solo a tormnetarmi per allontanarli, ma cosa vogliono da me.
Ma com'è possibile che tutti abbiano qualcuno, che tutti abbiano concluso qualcosa e io niente niente
nessuno non c'è nessuno qui vicino a me solo le pareti di questa fottuta stanza che bruciano arroventate e mi tengono prigioniera. Non non è vero non c'è neanche quello, non c'è neanhce qualcuno che mi tiene prigioniera ci sono solo io, io e me stessa ed è la compagnia più insopportabile del mondo.
Ho passato le ore più buie ad invocare aiuto, me nessuno qui può aiutarmi....
Non posso più giocare con una realtà che non esiste e none sisterà mai, non posso più sognare neanche più sognare posso, perchè rischia di fagocitarmi il sogno.
Che cosa posso fare...........................................................................................
Urlare, strapparsi i vestiti di dosso, evadare dalle brande bollenti delletto...non basta loro mi tormentano, mi assillano...
qualsiasi cosa faccia in questa fottuta vita è sbagliata, niente ha un senso, niente è concluso,sto sbagliando tutto, e non c'è nessuno che possa aiutarmi o che voglia farlo.
non riesco a leggere o pensare sto solo a tormnetarmi per allontanarli, ma cosa vogliono da me.
Ma com'è possibile che tutti abbiano qualcuno, che tutti abbiano concluso qualcosa e io niente niente
nessuno non c'è nessuno qui vicino a me solo le pareti di questa fottuta stanza che bruciano arroventate e mi tengono prigioniera. Non non è vero non c'è neanche quello, non c'è neanhce qualcuno che mi tiene prigioniera ci sono solo io, io e me stessa ed è la compagnia più insopportabile del mondo.
Ho passato le ore più buie ad invocare aiuto, me nessuno qui può aiutarmi....
Non posso più giocare con una realtà che non esiste e none sisterà mai, non posso più sognare neanche più sognare posso, perchè rischia di fagocitarmi il sogno.
Che cosa posso fare...........................................................................................
sabato 1 gennaio 2011
Capodanno, timpani e orgasmi
Tutta questa baldoria posticcia non mi fa alcun effetto.
Non mi fa alcun effetto non essere tra i muovichiappe tarantolati sparsi per locali sempre uguali dalle musiche onniperenni.
Non mi fanno effetto i botti che continuano a sparare e i fuochi pirotecnici, quando ormai è passata un'ora alla mezzanotte.
Non mi fanno effetto le solite telefononate dei parenti che ti danno gli auguri putuali ogni Natale, Pasqua, Capodanno, ma se ci siamo sentiti tre giorni fa che senso ha rifare gli auguri, falli una sola volta e amen, noooo!?
Non mi fanno alcun effetto le frasi fatte di augurio e i buoni propositi per l'anno nuovo, una formalità cui nessuno crede ma che si continua a perpetuare nonostante tutto, perfetta maschera di falsità indossata con sfoggio e cognizione.
Mi fa effetto la crema di whisky che ho bevuto avidamente, ambrata e dolce a infuocare gola e ventre.
Ho coniato l'augurio perfetto, magnifico, vero, quello che vorrei ricevere io. Lo dedico a quei pochi che leggeranno questo post, con tutto il cuore:
Non mi fa alcun effetto non essere tra i muovichiappe tarantolati sparsi per locali sempre uguali dalle musiche onniperenni.
Non mi fanno effetto i botti che continuano a sparare e i fuochi pirotecnici, quando ormai è passata un'ora alla mezzanotte.
Non mi fanno effetto le solite telefononate dei parenti che ti danno gli auguri putuali ogni Natale, Pasqua, Capodanno, ma se ci siamo sentiti tre giorni fa che senso ha rifare gli auguri, falli una sola volta e amen, noooo!?
Non mi fanno alcun effetto le frasi fatte di augurio e i buoni propositi per l'anno nuovo, una formalità cui nessuno crede ma che si continua a perpetuare nonostante tutto, perfetta maschera di falsità indossata con sfoggio e cognizione.
Mi fa effetto la crema di whisky che ho bevuto avidamente, ambrata e dolce a infuocare gola e ventre.
Ho coniato l'augurio perfetto, magnifico, vero, quello che vorrei ricevere io. Lo dedico a quei pochi che leggeranno questo post, con tutto il cuore:
Vi auguro che i vostri timpani esplodano se durante il 2011 sarete costretti, come me stasera, a sorbirvi le canzoncine di repertorio stonate che ha proponito raiuno per la notte di San Silvestro.
E soprattutto, auguro che ognuno di voi non debba provvedere da solo ai propri orgasmi per tutto il 2011.
A happy new year
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