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domenica 5 agosto 2012

La pelle che sa di mare.

E' che tutto sa di mare.
Io sto qui a casa a buttar giù per iscritto le cazzate che ho in testa perchè da qualche parte le devo mettere altrimenti mi spappolano le cervella, il fegato e la milza, e sorseggio succo di mela ghiacciato, e anche il succo di mela ghiacciato sa di mare.
Posso capire l'odore del mare nell'aria, posso anche accettare che ne siano impregnati vestiti e alberi, e che sia nei miei capelli il mare, e nelle orecchie e anche quando è nelle orecchiè profuma di mare.
Ma perchè l'odore del mare è anche nel succo di mela? Il succo di mela dovrebbe sapere di mela. Se non per altro quantomeno per devozione semantica. E invece no, il mio succo di mela nel bicchiere dal design chiccoso e il profilo quasi voyeur, di vetro soffiato azzurro, ricamato e appannato dal ghiaccio, con le gocce che ne seguono le curve come perle sensuali mentre il succo ambrato riluce invitante tra i cubetti tinnanti, come nel più cazzuto spot sulle bevande estive mai ideato...
Eppure no. La perfezione stilistica non garantisce perfezioni gustative e io bevo mare e non mela.

La mia stanza sa di mare, il frozen yogurt è al gusto di mare, trottano due cavalli nel prato difronte casa, ma la terra secca che alzano è solo mare.
Annuso la mia spalla e anche la mia pelle sa di mare. Se tu ora fossi qui e mi mordessi, morderesti mare.  Sono fatta di mare, come la Sirenetta, scioltasi in spuma sulla battigia, per aver osato amare il suo riccio.
Di mare, eh.



giovedì 28 aprile 2011

L'arte di estrapolare il meglio dal poco

Sono poche e non cos' consistenti le cose che ricorderò di questa Pasqua, ma quanto peggio sarebbero se non ci fossero state neanche queste:
  1. la mattinata di sabato in giro e poi in spiaggia con mia sorella a chiacchierare e ad arrossare le guance al sole, troppo forte per mezzo aprile, in una spiaggia troppo, troppo piena di gente, e non mia per niente, la mia è un deserto d'oro cinereo,spruzzato dal vento e spalmato dalle maree. Ce n'era talmente tanto che non siamo riuscite a trovare un posto abbatsanza isolato: era a rova o in alto, sdraiata, in bichini,a gruppi, a coppie, in assetto da picnic prepasquetta - previdenti creature queste, visto che il giorno di spaquetta ha piovuto non devono essere stati poche le scampagnate annullate tranne quella della mia infaticabile vicina che è uscita con buste di carta e confezioni enormi, lasolita conformista indefessa, mi iirita il suo burattinismo, ma nello stesso tempoo avrei voluto anche io avere la possibilitàdi fare un pcinic a pasquetta quindi sono combattuta, non posso condannarla completamente stavolta...'naggia dovrò cercare un'altra catarsi -, e poi i soliti pescatori che stanno lì anche con la tomenta. E abbiamo aprlato e riso e capito e schernito, è stato davero bello, mi mancava. Anche altri giorni abbiamo chiacchieratoa nche se è stata qui solo quattro giorni alla fine.
  2. per ciò che ha fatto per me mia sorella. Ok sembra niente e qualcuno potrà dire che avrei potuto pensarci da me, da sola senza farla poi così lunga, ma per me è stato un gesto grandissimo e io non ci sarei riuscita perchè sono stupida e deboluccia. Quando una delle mie zii rompi ha iniziato a fare la lagna sul fatto che non mi sono ancora laureata lei le ha detto "Lasciatela stare, non le rompete con l'università". La zia ha risposto che oinfatti non sta più dicendo niente, cosa non vera perchè il giorno del mio compleanno era partita in quarta con il terzo grado e il consiglio-forzato su cosa e come devo agire e io le chiesi gentilmente se poteva evitare il terzo grado almeno per il mio compleanno, ma aquanto pare non poteva perchè continuò. Spero non lo faccia più. Il gesto di mia sorella è stato comque bellissimo e apprezzatissimo. 
  3. la cioccolata che è la nota più bella della pasqua. Ci siamo comprate anche l'uovo di pasqua della kinder, in offerta e buonabuonabuonabuona!
  4. dalla fiera di pasquetta mi hanno portato mia sorella e mia amdre, una maglia bellissima e proprio nel mio stile e mia sorella mi ha portato da un raduno comics di Milano, una catenina con la boccetta di Alice nel paese delle meraviglie, con dentro unliquido rosa luccicante e perlaceo con su scritto "Drink me" e una chiavetta vicina,quella che Alice beve per diventare piccola e prendere la chiave e aprire la porticina e seguire il Bianconiglio ecc ecc... Belli! ^_^
  5. il resto fuffa e tristezza.

venerdì 11 febbraio 2011

Sulla spiaggia dai Supersantos flosci

Sole argenteo, criniera verdognaola del mare che scolora in blu smorto, arruffata da brividi di inverno e onde spigolose, distesa di spiaggia piatta e intonsa, gabbiani, anatre che migrano e fanno riposino lasciandosi cullare dalle acque dondolanti, qualche pescatore, vento forte che scompiglia ogni capello della mia criniera, rami, tronchi canne portati dalle onde che ornano la spiaggia lì su, molto in alto, fin dove il mare si è spinto durante le recenti mareggiate, insieme a vari generi di rifiuti portati dal mare ma che non dovrebbero trovarsi in esso, da stufe a scarpe a caschi integrali per moto (ho controllato dentro non c'èra alcuna testa e peccato almeno così avrei potuto avvertire la scientifica e magari mi avrebbero mandato qualche bel figaccione come l'agente speciale dell'FBI Seely Booth...)... Insomma, spiaggia d'inverno e sempre la solita, poetica per carità, ma solita solfa.

Non fosse per una piccola stravaganza. Piccola sì, ma strana forte in verità. Durante la mia brevissima camminata defaticante e animata, ahimè da presupposti meno politically correct del solito, mi sono imbattuta in ben tre, dico tre Supersantos*, quei palloni con cui tutti giocammo da piccoli o da meno piccoli, arancioni con ragnatele nere e irruviditi al tatto da centinaia di microbrividi che rivestono il sottile strato di plastica che li compone e che tende a forarsi per un nonnulla. Vabbè...quelli lì, avete capito.
La cosa strana è che non erano mica insieme 'sti palloni ma, tutti rimpiccioliti perchè sgonfi (immagino) e tutti semipieni di acqua sciabordante, erano lontani l'un dall'altro, spersi tra i rovi che segnano il punto in cui è giunto il mare. Perciò ho  ipotizzato siano vittime prese in ostaggio durante l'estate dal mare e restituiti dalle clementi e ruggenti acque d'inverno.

Non è assurdo? Insomma quante probabilità ci sono che sulla stessa spiaggia, a distanza di qualche decina di metri ci siano tre palloni? E io che ho fatto?
Li ho ricalciati in mare.
Sono rimasta a guiardarli per un po' cullati dalle onde e lucidati dalla salsedine, guadagnare prestissimo l'orizzonte. Alla fine sono diventati tre pallini colorati a punteggiare stonanti la linea azzurra. E ho pensato che con quella velocità avrebbero raggiunto altre coste prestissimo, Puglia o magari Grecia. E ho pensato ancora che qualcuno, vedendoli veleggiare a distanza l'uno dall'altro, giocosi seppur sgonfi e non nel loro ambiente, sarebbe stato attratto dalla loro incoerenza e si sarebbe chiesto il perchè della loro presenza nel suo mare.
E allora, questo pugliese o greco (dubito possa trattarsi di un siciliano perchè andavano in tutt'altra direzione, ma non si sa mai) avrebbe costruito involontariamente, dei possibili scenari in cui, tre Supersantos flosci, giungono nel suo mare. Un miliardesimo della vita di questo sconosciuto, ipotetico individuo, sarà manipolato da un mio gesto che ha alterato lo status quo delle cose e questo, stranamente e inquietantemente, mi fa sentire incredibilmente viva.

Quando ho lasciato la spiaggia il sole calava alle mie spalle, prestando il suo mantello d'argento dorato ora, non più alla linea dritta del mare a est, ma ai bordi frastagliati dei monti a ovest.
I tra Supersantos erano scomparsi alla mia vista.


* In realtà trattasi di Due Supersantos. Il terzo era uno di quei palloni di plastica liscia, leggeri, da spiaggia per bambini, raffiguranti i personaggi del film Disney "Nemo". Ma non potevo certo intitolare il pezzo "Due Supersantos e un pallone Disney-Nemo flosci"! Ci vuole pure un qualcerto virtuoso equilibrio nelle scelte delle parole da usare in una storia e in un titolo. E se la verità più trasparente ne risulterà opacizzata, amen. E vabbè. Pace e bene. Questo e altro per il virtuoso equilibrio.

giovedì 13 gennaio 2011

...e rinasco più bella (e implume) che mai


Risucchiata dal vortice delle feste, ho latitato per questa prima porzione di anno con la mente annebbiata. E’ arrivato ora il momento di riprendere le redini del comando su l’altra me e gestire i ribelli pensieri maligni che maledicono la mia esistenza.
Non facile.
Ero prigioniera dell’altra, ostaggio di ingordigia e baccanali peccaminosi, spersa tra i fluidi ammalianti delle festose coccarde che hanno liquefatto ogni mia forza di volontà, ogni tentativo di strenua resistenza.
Sto faticosamente cercando di ritrovare me stessa, ma tutto ciò che sono riuscita a racimolare è uno smunto e pallido riflesso di una me stanca, che arranca verso non sa più bene cosa e forse mai lo ha saputo.
Credo di aver capito perché rispetto agli altri miei coetanei io sono indietro, io resto sempre un passo o più sotto. Perché il mio percorso prevede ogni volta una lotta con me stessa che agli altri è, probabilmente, quasi sicuramente mi permetto di osservare, risparmiata. Io perdo tempo a ricostruirmi, dopo ogni sconfitta (e sono tante le sconfitte), dopo ogni scalfittura, pezzo per pezzo per pezzo, cercandolo nell’oblio che mi circonda e con mano tremante rimettendolo al proprio posto, mosaico dissestato, rigenerando l’asse di un equilibrio precario su cui arrancare ancora un po’, prima di sbriciolarmi nuovamente in migliaia di pezzi.
E questo richiede tempo. E io ne ho bisogno. Ma gli altri non capiscono. Nessuno può capire.

Ho veramente passato giorni e notti da incubo, sola sola sola dannatamente sola, tormentata da vicino dai miei demoni più caparbi. Stavo impazzendo e non riuscivo a trovare una via di fuga. L’unica che mi si è presentata, unica e scontata sempre lì valida e presente, è la solita mattinata sulla spiaggia semideserta. E un inverno che non c’è, africano e solo in parte veleggiato da un infido vento freddo, me lo ha concesso. In realtà anche ieri pomeriggio ho fatto una rapida sortita, ma il sole cala presto, la notte ombreggia il mare prima che i monti e ho solo rimediato un mal di testa per l’umidità e un vorace appetito stimolato dall’odore del mare.

Stamattina invece ci ho passato cinque ore nette nette.
E’ il mio mare, ritiratosi dopo giorni di mare grosso, dalla spiaggia disseminata di fiumiciattoli oblunghi, rami e tronchi, bottiglie e carte di dolci nonché rimasugli di botti di Capodanno. Devono aver festeggiato in spiaggia…beati loro. Me la immagino la mia spiaggia, deserta e percorsa solo da agenti atmosferici e qualche pennuto, ricca di baldoria e fuochi d’artificio, di baci, di coppie che si rincorrono, di falò che lambiscono il buio, di risa e tuoni artificiali. Posso solo gustarla nella mia immaginazione… così bella anche allora, così diversa…

E’ come un dipinto mai sbiadito, lo stesso mare che ho lasciato in autunno, stesso paesaggio con ogni elemento incastonato al punto giusto affinché ognuno di essi, in successione accurata, come i  tasti di pianoforte premuti in esatta sequenza, scateni, suggerisca la stessa melodia di sensazioni. Non sono pescatori ottuagenari che solcano con lo sguardo stanco l’azzurro alterno delle loro stagioni, sono i miei ricordi che si attorcigliano alle loro reti, che scalano le loro canne come pesci fantasma e mi richiamano come sirene; non è il solito sub che audace esplora abissi in ogni stagione seguito pigramente dalla sua boa stinta, ma il mistero del mare che mi sommerge ad ogni sortita sulla costa; non la risacca che amplifica il suo sciabordare e lo ripete all’infinito al punto da farmi desiderare di aver portato con me l’mp3 per non doverlo ascoltare ancora e ancora e ancora, ma l’eco delle storie che si sono affacciate alla mia mente durante le passeggiate; non la bambina che svicola dal controllo materno e si dirige speranzosa verso le onde, ma i miei desideri che ridono musicali e fugaci; non la sabbia dorata, ma un deserto d’argento che restituisce i miei passi alla moria notturna della’alta marea; non i gabbiani in volo stridente e compatto, ma la mia solitudine accentuata dal loro vivere in simbiosi; non il mare ballerino e turchese, ma la malinconia di sempre; non lamine di luce che sfarfallano accecando la vista e impreziosendo il golfo dove il sole sbatte allo zenit, ma la speranza e la forza che metto in ogni passo, per superare il deserto di dune, per vedere se dietro una di queste c’è finalmente la terra promessa, assetata, affaticata, assonnata e stordita da un sole di Calabria troppo dorato, troppo alto, troppo caldo e troppo bello per essere un sole d’inverno, a illuminare una spiaggia ora deserta in ogni sua rientranza, tranne che per la mia inutile e trascurabilissima presenza.

domenica 21 novembre 2010

C'è la luna giusta e cadono le foglie

 Ci siamo.

Questo è il momento giusto.
L'atmosfera è giusta.
C'è la luna giusta in cielo. Un disco di bianco perla, luminoso, dai bordi di giallo fieno a descrivere un anello perfetto che poggia su listelle candide e riverberandi di nuvole sfaldate e delicate, nebbiose per velare la luna, più solide a reggerla. Con questa luna tutto può succedere.

Si sente l'odore delle foglie che stanno per partire.

Il canto del vento tra i rami.

Che sia un licantropo che venga a prendermi dai prati bui e odorosi di olive mature e fiori di zucca selvatici.

Che siano vampiri, morti e putrefatti che vengano a bere il mio sangue e a divorare la mia vita.

Che sia Peter che aspetto da sempre, che venga a ripulirmi della polvere secca della non-vita per ricoprirmi di polvere di fata e mi porti via con lui, volando tra le stelle.

Che sia un veliero pirata in cui imbrarcarmi al sinistro canto di "Undici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum per conforto".

Che sia Robin venuto a rivendicare la sua Marian in una delle vite passate che dorme in me, a trascinarmi nei rifugi di foreste dorate e immense.

Che siano le fate a illuminarmi il cammino per il loro mondo.

Che sia un universo parellelo pronto a spalancarmi le sue porte e portarmi via da qui.

Che sia il "re" dagli occhi di nitrato d'argento e la pelle di caramello che ho visto in una delle mie finestre mentali che si aprono di continuo, improvvisamente, incontrollabili.

Che siano delle streghe a cavalcioni su scope antiche venute a insegnarmi le loro arti e ad essermi amiche.

Che sia Nettuno che mi contende agli spiriti dei boschi e mi voglia con sè tra i flutti del mare nero.

Chiunque egli sia...che venga. E' il momento giusto.

Partirò con chiunque di voi. Aprirò la finestra e come novizia strega d'autunno volerò con le foglie che cadono e partono per altre terre, cullate solo dal vento e dai versi incisi sui loro fragili e secchi dorsi. Aspetterò che arrivi la mia foglia, tra le migliaia in viaggio, con il messaggio vergato da qualcuno come me, che sa.

Sì.
C'è la luna giusta, la mia finestra è aperta. Le foglie cadono. Novembre si estingue. L'aria è carica degli odori dell'autunno.

Aspetterò il mio messaggio, vergato da mano amica su una foglia da autunno, e destinato solo a me. Solo a me.

E poi me ne andrò.

giovedì 28 ottobre 2010

Mar d'Autunno

Svegliata alle 7.15 da un’aria insolitamente frizzantina che penetrava generosa enfiando i lembi di velo delle tende, ho deciso di mettermi a studiare, senza star troppo a cogitarci su. Ho dimenticato di chiudere il balcone ieri prima di addormentarmi e boccate di ossigeno giovane, carico dell’odore fruttato dei cachi maturi e mogano della terra bagnata, penatrano gelate dalle narici, sciacquano e risvegliano completamente i miei neuroni.
E’ inutile. Reggo per due ore il quaderno di Lingua dei segni tra le mani, ne leggo le parole dai nomi complessi, cerco di tenere a mente struttura e funzionamente del cervello umano, ma ogni parola sfuma in pulviscoli di inchiostro e neanche il tepore delle coperte assaltato dalla fresca aria ottembrina, riescono a sciogliere quel groppo che si appropria della mia gola per giungere alle mie orecchie e ripetermi che tanto è inutile, che sono inadeguata, che sono incapace, che non ce la farò mai. Le migliaia di parole vergate sul quaderno si sdoppiano dietro lenti di lacrime trattenute e poi esplose insieme al quaderno sbattuto sul letto, alle coperte divaricate, alle persiane spalancate, alle mani che stringono la ringhiera fredda del balcone, ai polmoni che inghiottono fameliche il respiro dell’autunno indorato dalle foglie sanguigne, dal verde elettrico dell’erba, dal marrone dei frutti, dal celeste canterino del cielo.
E’ una giornata magnifica. Esco.

L’aria è carica degli odori di stagione, dell’intrusione dolciastra di rose ancora in sboccio e aromatizzata dai funghi vergini che mi fanno capolino da sotto gli steli, minuscoli ombrelli, troppo belli, troppo perfetti per non essere le future dimore di esseri fatati. Basta però allontanarsi dai prati che incorniciano il mio quartiere, che il dolce e nutrito profumo d’autunno si estingue nel salmastro marino, quasi questo voglia immediatamente  rivendicare la sua sopremazia su questi luoghi: deve esserci stato mare grosso questa notte, se l’odore si sente da qui. E infatti la distesa deserta della spiaggia risulta piatta e intonsa, ricamata da una lingua riccioluta di alghe, legnetti, foglie e conchiglie che segnano il punto in cui il mare è giunto stanotte, per poi ritirarsi in un’apparente quiete.
E’ un finto dormiente il mare d’ottobre. Lo vedo spesso in questi giorni e posso notarne ogni sfumatura quotidiana, ogni mutamento che lo trasformerà nella bestia indomita che è il mare d’inverno. Ha smesso ormai del tutto il sano blu cristallino di settembre. Riflette il cielo leopardato di nubi con una predominanza di color ciano che si stinge in acquamarina quando scherma il sole, a riva, alzandosi nel respiro precedente le onde eleganti, impettite, elaborate di schiuma così bianca che stride con l’acquamarina. A largo, macchie di cobalto si stendono sempre più larghe. Solo l’orizzonte è impreziosito da un sole luccicante di lamine di luce, tagliate da una nave, grande, bianca, forse da crociera.
Adoro camminare su questa spiaggia, lunga, infinita, piatta, per non so quante ragioni:
1)      perché si affonda di meno e si fa meno fatica;
2)      si possono notare gli arabeschi cuneiformi lasciati dai gabbiani;
3)      i solchi che lascio mi danno la confortevole certezza di esistere: io ho alterato la superficie, allora esisto;
4)      se non ci sono smottamenti, vuol dire che dopo il mare ho camminato solo io, che quello che è stato il suo regno ora appartiene a me sola;
5)      si sente l’odore, forte della salsedine, di pesce, di abissi bui, è qusi visibile e ti avvolge a ogni passo sprigionato dai granelli che si smuovono al passaggio.

Sto scrivendo e non riesco a fare a meno di pensare che non è normale ricordare tanti dettagli, viverli e sentire il bisogno di descriverli così minuziosamente. Perché mi richiama tanto intensamente il mar d’autunno? Perché non riesco a resistergli?
Ma mi sono stancata presto di camminare, forse perché da due giorni mi nutro solo con yogurt e qualche frutto. Ho fatto appena un kilometro e forte qualcosaina in più, sono ben lontana dai miei standard. Non resisto alla tentazione di stendermi sulla sabbia tiepida solo in superficie e immediatamente umida sotto. Le nuvole prendono il sopravvento velocemente, chiudendosi in lamine perfettamente combacianti e lasciando solo qualche spruzzo di turchese all’orizzonte, ma sono soffici, bianche, spumose, striate di un grigio troppo tenue per spaventare, cela echi di tempeste che sono ancora sopite.

Non so quanto ho dormito, forse 10 minuti, o forse mezz’ora non credo di più. Quando mi sono svegliata il cielo era di nuovo un manto di leopardo e i pochi pescatori incontrati avevano fatto fagotto. Sono tornata indietro molto faticosamente. Dovrò mangiare un po’ più che frutta a pranzo perché la testa comincia a girare e le orecchie sono attutite. Il garrire dei gabbiani le stappano. Hanno ripreso il sopravvanto sulla spiaggia, nevosi ed enormi visti da vicino molto più di quanto non sembrino in cielo, elaganti V ad ombreggiare il sole. Ho pensato che qualora mi avessero attaccato, colte da un improvviso impulso hitchcockiano, avrebbero facilmente avuto il sopravvento visto che la loro apertura alare mi supera in lunghezza e che nessuno se ne sarebbe accorto, perché c’era solo sabbia e acqua. Anche la nave da crociera è scomparsa e l’orizzonte ha riconquisdtato la sua linearità perfetta. Se il mare suggerisse ai gabbiani di attaccarmi, i suoi fedeli proseliti, che lui nutre e culla, non potrebbero esimersi da farlo. E lui potrebbe tranquillamente lambire i miei resti, avvolgerli nel rollìo delle onde, fagocitarli nel suo ventre, penetrare nel mio di ventre.
Ma i gabbiani si alzano solo in volo al mio avvicinarsi, compatti, come sempre, per depositarsi più in là. Come se non esistessi.
E’ sempre più dura togliermi di dosso l’odore del mare, anche il bagnoschiuma al cioccolato bianco non funziona più. Un giorno riuscirà ad avermi il mar d’autunno. Lo so. Mi vedo scomparire tra i suoi flutti smeraldini. E’ che non so ancora quando e non so come.

martedì 26 ottobre 2010

Canto del mare vs Sapori di terra

Ho sempre delle splendide idee. No davvero, non è uno di quei commenti autostimolanti a cui nessuno crede sul serio, ma che vengono detti per rimpolpare il proprio ego. Le mie sono davvero splendide idee! (Il che comunque, volente o nolente, contribuisce a rimpolparlo, l’ego…). Sta di fatto che pur fiorendo, queste idee restano tali finchè non appassiscono, difficilmente le metto in atto. 
Stamattina l’ho fatto. Ho realizzato un proposito che già da tempo mi ronzava in testa. Niente di particolarmente originale o strabiliante in realtà, il suddetto proposito consiste nell’attraversare a piedi, via spiaggia, la distanza che separa la città di S. dal mio paese. Il risultato è che stavo per lasciarci le penne.

L’alba era passata da poco. Una bassa coperta di nuvole montate a neve si stendeva su un mare caffè e porpora, scontroso e ondulato. Non avevo fatto i conti,  prima di barcamenarmi nell’impresa, con due variabili:
1)      il mare di novembre, grigio, gonfio, burbero, lunatico, è alle porte, seppure in sfumature ancora tenui, ma le sue onde raggiungono già dimensioni e fervore non indifferenti;
2)      parte della costa da attraversare non la conoscevo, sapevo che si restringe in cunei rocciosi, ma con il mare gonfio, la spiaggia è risultata praticamente inesistente.
                       
Mi sono ritrovata così ad attraversare rocce spruzzate da onde alte il doppio di me, di uno spessore solido come non le avevo mai viste, ferrose, di terra liquida. Sferzavano la sabbia con un rombo ritmato, incalzante e si propagavano in lingue di torbida spuma, propaggini demandate a riconquistare il legittimo spazio vitale del mare, animale generoso che dormiente, d’estate, lo lascia agli umani. Sanno fare il loro lavore le propaggini, non ci piove.
Ero vicinissima alle onde, mi ero lasciata alle spalle ormai da decine di metri l’ultimo pezzo di lungomare, in un tratto di spiaggia misconosciuto appena fuori città, senza possibilità di fuga perché oltre gli scogli e la poca spiaggia c’erano solo mura di roccia e di vegetazione. Ma il punto è che non avevo paura. Ero affascinata e attenta a godermi il paesaggio appannato dalla bruma frizzante che le onde rilasciavano e che il vento mi sospingeva contro. 
Arrancavo sulla rena fastidiosamente umida e tra le rocce caramellate di alghe, finchè la spiaggia virò in una strettoia invasa completamente dal mare. Non era un tratto particolarmente lungo, ma angusto e stretto. Ripensandoci a mente fredda mi do da sola della matta per quello che ho fatto, ma ero stordita dall’odore del mare tanto forte e denso da rendermi difficile la respirazione, da imperlarmi le labbra di salso che succhiavo avidamente, senza accorgermene, come cocaina benigna che le mie labbra richiedevano sistematicamente. Non so seguendo quali criteri o geometrie mentali giungo a questo, ma il mare vissuto in maniera così inusuale mi fa sentire viva. Ho pensato possa trattarsi di una forma di scollamento della personalità dai vincoli fisici, simile a quello che si prova leggendo: dimentico chi sono e quello che faccio e mi riplasmo in granelli di salsedine così come mi immedesimo nei personaggi di un libro.
Tornando alla strettoia, tentai di attraversarla di corsa, assecondando la danza delle onde, approfittando della striscia di sabbia che il mare lasciava libero quando risucchiava i suoi tentacoli prima di sferrare un nuovo attacco, ma non fui abbastanza rapida o calcolai male le distanze o Nettuno volle punire la mia presunzione e l’onda mi beccò a metà percorso. Riuscii ad ammortizzare l’urto, una pietra mi colpì il ginocchio e mi fece male, ma a parte questo rimasi salda aspettando che il mare si ritirasse. Tutto sereno, dunque, non fosse che ero immersa fino al bacino nell’acqua tutt’altro che calda e che questa mi ribolliva intorno in mulinelli ramati e schiumosi di rabbia e che un fragore di spruzzi mi bombardava dal lato in cui le onde sbattevano sulle rocce. Forse ero spaventata, ma di certo non pensavo a questo. 
Pensavo che non c’era nessuno nei paraggi, nessuno avrebbe visto la mia fine come nessuno ha mai visto tante cose di me.
Pensavo che ho sempre avuto l’impressione che il mare mi volesse e che ora, ora che ero stata troppo incauta, mi avrebbe preso.
Pensavo che questo non mi creava dispiacere.
Pensavo che era normale, scontato, che prima o poi sarebbe successo.
Pensavo che la tracolla immersa nell’acqua pesava e mi segava il collo.
Pensavo alla prossima onda e alle sue dimensioni.
Pensavo di correre ma non vi riuscivo perché c’era troppo rumore.
Pensavo che quel rumore poteva essere stato creato solo per annunciare l’apocalisse e la fine a qualcuno.
Pensavo che se l’apocalisse non fosse giunta avrei dovuto spiegare a mia madre i vestiti zuppi. 
Pensavo che non sapevo cosa le avrei detto.
Pensavo che il mare non si ritirava.
E infatti non tornava indietro per caricare un’altra onda, non so perché, restava lì e sopraggiungeva altra acqua che mi strattonava, mi spingeva verso le rocce. Ero ormai immersa fin sopra la vita. Credo di aver avuto paura a questo punto, perché mi sono girata in qualche modo, mi sono tolta la tracolla troppo pesante e sono tornata indietro. Mentre finalmente il mare si ritirava ho perso l'equilibrio e sono caduta, ma sono riuscita a  trascinarmi lontano dalla strettoia prima che arrivasse una nuova onda. Se questa fosse arrivata e mi avesse trovata lì, per terra, non so cosa che avrei fatto…
Mi sono diretta rabbrividendo alla fermata degli autobus: la gente mi fissava ciabattare fradicia (i jeans rigidi, le scarpe un macigno, la borsa gocciolante, la giacca gelida, i capelli indomiti) ma non potevo fare a meno di sghignazzare immaginando la spiegazione che ognuno di loro stesse tessendo nel vedermi. Dalle loro facce niente di particolarmente fantasioso, temo.
Per fortuna la coperta di nuvole si andava indorando e scrocchiava raggi caldi come una focaccia ancora troppo friabile per segregare l’impervio sole del sud.
Ho lavato via il sale, la tensione, la cocciutaggine, il richiamo del mare con generose passate di bagnoschiuma al cioccolato bianco, afrore dolcissimo e molto umano per combattere il salato e selvaggio del marino. Ho cercato in una tisana al finocchio e liquerizia, il corposo e zuccherino sapore della terra, per dimenticare il bacio del mare. Ho rinchiuso le mie "splendide idee" nella cassaforte dell’estate. Ho deciso che se domani non piove vado di nuovo al mare…

lunedì 25 ottobre 2010

Ho creato questo blog dopo aver salvato la vita a un pesce

L’ho creato perché voglio provare a scrivere senza pensare, senza censurare niente, spandendo in un oceano di pixel i dettagli della mia vita e dei miei pensieri che altrimenti andrebbero inghiottiti dall’oblio considerato che a nessuno interessano. Non che li leggerà qualcuno (a parte, forse, una persona) ma della cosa non mi importa granchè. Non mi importa granchè di nient’ altro in realtà. Voglio solo credere che questi frammenti possano dare forma a quello che sono, cosicchè io stessa se non qualcun altro, lo possa capire.

Il pesce lo salvai in quella che credo sia stata l’ultima domenica calda e assolata concessaci dallo strano, docile autunno di quest’anno, più figlio brunito dell’estate che anticamera uggiosa dell’inverno. Come da consuetudine settembrina, attraversavo il tratto di spiaggia che costeggia il mio paese: una non indifferente camminata di più di 2 km, appesantita dalla distesa di sabbia ora in dune granulose da scavalcare, ora leggera come farina in cui si sprofonda, ora rocciosa e paludata. Fatica superficiale perché amo alla follia il mare in questa stagione, trasparente, immobile dalle onde canterine; il calore del sole, un solletico che spilluzzica la pelle; i tappeti di gabbiani che si alzano compatti in volo non appena ti avvicini, nuvola bianca striata di grigio che fugge a un palmo dalla tua testa; i pochi bagnanti lì giusto per ricordarti che non sei l’unica umana rimasta sulla terra; qualche pescatore; le solite umano-lucertole pronte ad accaparrarsi ogni raggio di sole disponibile, tra cui nudisti fin troppo lieti di sventolarmi davanti le loro pudenda (si cercassero una spiaggia nudista, che cacchio!); conchiglie, stelle marine, vetrini gemmati dal mare che impreziosiscono la riva dopo le mareggiate notturne.
Proprio poco lontano dalla riva trovai il mio pesciolino spiaggiato, grande come un dito d’argento, unico superstite di un piccolo banco di pesci: i suoi compagni giacevano attorno a lui, grigi, spenti, senza un anelito di pinne, sorvolati da api famaliche. Solo lui si dimenava cercando di riguadagnare la riva, le branchie che fremevano e quegli occhietti fissi, spaventosi, che hanno i pesci, velati da uan disperazione quasi umana. Non potevo lasciarlo lì, ma non potevo neanche afferrarlo con le mani perché sono una gran codarda, inoltre lui non stava fermo…Cercai qualcosa con cui poterlo prendere ma la spiaggia mi si presentò stranamamente intonsa, neanche un bicchiere di plastica fuori luogo la ammorbava! E nessun essere umano meno codardo di me nelle vicinanze, solo un branco di imbecilli qualche metro più in là impegnati a far tornare la loro automobile in strada dopo averla condotta fino in riva. Continuavano a far stridere le ruote sulla sabbia andando avanti e in retromarcia ottenendo solo il risultato di far sprofondare ancora di più la macchina nella sabbia, ma pare che la cosa li riempisse di un feroce giubilo esternato in urla belluine. Mi diressi verso la conformazione rocciosa in cui solitamentta si ammassano rimasugli di bagordi notturni e spazzatura, ma tutto quello che trovai fu un nuovo murales in cui il fumetto di un’enorme rana con corona annessa, annuncia a tutti quelli che passano di lì quanto sono coglioni. Il che è abbastanza vero, quindi niente da ridire.
Mi dovetti accontentare di un pezzo di polistirolo e corsi dal mio pesce sperando non fosse morto. Si dimenava ancora, per fortuna. Lo presi col polistirolo e lo sollevai. In realtà mi cadde un paio di volte vista la mia proverbiale imbranataggine e credetti di avergli dato il colpo di grazia sotto lo sguardo beffardo della rana-re dei coglioni. Riuscii sorprendentemente a gettarlo in acqua seppur con qualche contusione di troppo. Non so se è sopravvissuto. Secondo mio cugino che incontrai qualche metro più in là, avrei dovuto prima ossigenarlo, ma di fargli la respirazione bocca a bocca non era il caso…. Non sono un’esperta in ittica ma so riconoscere un pesce vivo se lo vedo nuotare veloce, fare due giri in tondo sbattendo forte la pinna e poi scomparire verso il mare aperto. Voglio credere che sia sopravvissuto, anche solo un giorno in più, godendosi quella parte del mio mare che non potrò mai raggiungere e portandosi dietro il ricordo, qualunque sia il modo di pensare dei pesci, di quel mostro enorme e imbranato che lo ha restituito al mare.