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domenica 2 settembre 2012

Quel che quattro lettere e una mente in fiamme possono fare

Tuuu ---- Tuuu ---- Tuuuu
Chi cazzo l'ha inventato il suono del telefono, quello lamentoso allusivo selvaggio, il  "Tuuuu" che precede la risposta. O la mancata risposta. Chiunque sia stato aveva un torbido sense of humor.
E Melisa doveva credere che fosse un caso che cablasse il suono del pronome "tu"? Decine, centinaia di suoni e quello era uno straziante "tu".
No, Melisa non ci aveva mai creduto al caso. Qualche cazzone aveva modulato il suono della connessione telefonica affinchè l'attesa della tua risposta simulasse l'ululato affranto del richiamo. Della richiesta di te.
E ogni "Tuuu" nell'attesa della tua riposta era un tormento.
Rispondi rispondi, TU rispondi, tu tu tu tu tuuu....
Sì, chiunque fosse doveva averlo modulato sull'urlo silente che straziava la gola di Melisa. Proprio il suo, non c'era dubbio.
Ogni "tu" dal cellulare si riverberava nell'orecchio di Melisa con lasciva lentezza, la durata sanguinolenta che occorre per imprimere un graffio sul cuore.
Silenzio.
E riprendeva, fino al rumore di plastica di una cornetta che si alza e di un respiro perso per sempre.



domenica 26 agosto 2012

Scorci

"E se invece fossi una dea, ma non sai di esserlo?"
"Se riuscissi a suonare come i Rolling Stones e a cantare come Barbra Streisand, sarei una dea di sicuro"
"Secondo me sei una dea, è solo che ti serve che arrivi un dio per dirtelo"
"E come ci capita un dio qua?"
"Chiamalo"
"Prego malissimo"
"La preghiera non attira dei, ma allocchi. Devi rabbuiarti. Magari fatti venire qualche bel tormento e vedi ti trova subito subito. Ce l'hai un bel tormento?"
"Ma certo! Non sia mai che ci facciamo mancare i tormenti qui! Tutto il resto manca, ma i tormenti..."
"Perfetto. Vedrai che arriva. Un dio non può resistere a una donna con un bel tormento".



domenica 5 agosto 2012

La Pegola

E' che alla fine te ne rendi conto e basta. E' un'illuminazione. Un'altra. Una sequenza di barbagli che ti fanno sdoganare la mandibola in repentini ripetuti reiterati "Ohhhh" di sbalordimento. Una continua, fottuta illuminazione. Ne esci più cieco di prima, ma sei comunque illuminato ed è questo che conta.
L'illuminazione precipua che questo post tratta, arriva dalla fonte più inaspettata, ovvero una Pegola in vena di confidenze. Ora, prima di andare avanti mi tocca spiegare cos' è una "Pegola" a quei pochi fortunati che non ne hanno mai beccata una sul loro cammino benedetto dagli angeli.

Per farla breve, trattasi dell'essere insistente per eccellenza, pedante, promiscuo e logorroico, di sesso femminile per lo più, diffuso in tutte le lande - quelle desertiche e impervie comprese - del mondo. La Pegola potrete facilmente riconoscerla, per la sua forte tendenza a parlare di se stessa, di lei e lei soltanto, più qualche altro fronzolo o conoscente che le orbita intorno, schiacciato sempre e comunque dal suo impenitente giudizio. Ma la sua caratteristica precipua, consiste nel sottoporre se stessa, le sue imprese, le sue avventure e disavventure, i suoi amori, i suoi odi, le sue passioni, il suo lavoro, quello che mangia, beve, sniffa, insomma tutto, a una continua, perenne esagerata ridondante enunciazione. Ordunque la Pegola non sarà mai solo sfigata, ma la regina delle sfigate; non sarà mai bella, ma la campionessa delle belle; non sarà mai amica se non la più edulcorata tra tutte...insomma avete capito.
Le Pegole solitamente chiacchierano un sacco, perchè devono avvertire tutti delle loro grazie/disgrazie decorandole nel modo più ampolloso possibile e giusto qualche settimana fa mi sono sottoposta a questa tortura medioevale di sparacazzate lancinante.Volutamente. Perchè tutto il mondo mi odia ed è obbligatorio che io spurghi i miei peccati sottoponendomi alle peggio torture se voglio avere una possibilità di redenzione.
La mia Pegala ha dunque passato due ore a narrarmi delle sue vicissitudini dalla pre-adolescenza a oggi: i guai combinati con i suoi buffi amichetti bla bla, i viaggi sotto cieli stinti blablablero, la sua carriera difficile e piena di ostacoli che ha brillantemente superato, i suoi balletti e recitelle varie, le sue capacità e incapacità perchè le Pegole non stanno mai a vantarsi e basta. Ciò che loro vogliono è far vedere che esistono e hanno una vita anche se è piena di grane! Basta che tu le consoca tutte le grane e sappia quanto sono innegabilemnte fighe, codeste Pegole, anche nelle grane.



E poi ha cominciato con la solita lagna dell'avere figli che pare colpisca tutte le donne superati i 28 anni. In maniera particolare le Pegole ne fanno un'ossessione, qualcosa che va ottenuto e basta, un trofeo da poter spupazzare in giro per poter così ricamare qualche loro pegolata. Quindi, se conoscete qualcuna che superati i 25/26 anni ha cominciato a ragionare in funzione esclusiva di questo e buttar lì a ogni piè sospinto figli, uomini, ovuli, sperma, fertilità, menopausa  e che magari si è trovata un carciofo dopo aver scrutato col lanternino tra i papabili, se l'è sposato nel giro di qualche anno o sta per farlo con l'obettivo di farsi poi fecondare gli ovuli, allora è molto probabile che voi abbiate trovato la vostra Pegola personale.
Come lo so?
Delle 700 miliardi di parole strombazzate durante l'assedio pegolesco - di cui almeno 600 erano abbellimenti inutili e fuori tema - la metà riguardava la prospettiva materna. E' riuscita a ficcare la questione anche parlando di una partita di golf a cui aveva partecipato con comici esiti! (E sì, le Pegole hanno sempre una vena comica tra le loro virtù). Questo dimostra quanto le Pegole siano intelligenti: non fate l'errore di credere che siano stupide, anzi, se sono stupide non sono Pegole. Affinchè una sia Pegola deve essere intelligente altrimenti come riuscirebbe a sblaterare con la dovuta enunciazione di niente e renderlo un sacco di qualcosa?
La mia Pegola se l'è trovato recentemente il futuro fecondatore di ovuli, sta solo aspettando che i tempi siano maturi per convolare a giuste nozze e quindi, alla narrazione dell'avventuroso semitragico amplesso vicissitudinale giovanile, fa seguito la marea di aneddoti kitsch/snob/radical chic sulla sua attuale vita coniugale. Una goduria per le mie orecchie e i miei neuroni.
C'è di buono che:
  1. buona parte dei miei mali sono stata pagati e con gli interessi;
  2. ho avuto l'illuminazione di cui sopra, la quale illuminazione doveva essere il cuore del post, ma è stata spodestata dalla dissertazione sulle Pegole, perchè chiunque parli con le Pegole, non può far altro che parlare solo delle Pegole per almeno un mese, in quanto tutte le loro parole sagaci gli restano piantate in testa senza possibilità di essere estirpate repentinamente.
Quindi, dell'illuminazione non vi parlo e se al cristo in panne capitato qua resterà un groppo in gola per non poterla conoscere, e la sua vista sarà oscurata per sempre e questo lo porterà a farsi leader di una caccia alle Pegole con spiedi roventi e ricci di mare lanciati da ex campioni di tiro del giavellotto, sappiate che non era questo il mio obiettivo.
Sappiatelo.

mercoledì 1 agosto 2012

Il destino di Neve.

Neve era destinata a una vita diversa.
Ma il  Destino dette la colpa al Fato, il Fato accusò un inciampo del Caso, il Caso denunciò il Vento primordiale, il Vento spernacchiò il Cosmo per averlo intrappolato tra colline infuocate e il Cosmo se ne lavò le mani.  
Aveva altro a cui pensare che a un'inutile Neve.

Neve era destinata a cantare nel vento.
Ma nacque alle pendici di colline infuocate, un vento africano le bruciava i polmoni a ogni respiro. Le sue parole erano ghiaccio ed evaporavano subito nell'oro del cielo.  
Fu così che il Vento primordiale rubò la voce di Neve e nessuno udì mai le sue canzoni.

Neve era destinata a mangiare colori.
Ma il mare era infinito e le ingabbiava la vista in ridondante cobalto. Lei suggeva dal mondo la bellezza cangiante di trame diverse, di bianco di stelle di opali e cannella, per intingersi nelle mille sfumature del mondo.  
Fu così che il Vento primordiale rubò i colori di Neve e nessuno potè mai vedere le sue forme.

Neve era destinata a sbocciare tra i fiori.
Ma la terra bruciava e il grano dorato da solo spargeva il suo fiato. Lei aveva un afrore di prati e pervinche  appeso al suo collo per darlo all'inverno e stingerne il bianco.  
Fu così che il Vento primordiale rubò il profumo di Neve e nessuno la vide mai sbocciare in un fiore.

Neve era destinata a stringere il mondo.
Ma era bianca nel giallo e accecava i passanti. Lei aveva pelle di porcellana e cristallo e il suo ghiaccio bruciava chiunque toccasse.  
Fu così che il Vento primordiale rubò gli abbracci destinati a Neve e nessuno la prese per mano per parlarle di sogni.

Neve era destinata a baci di panna.
Ma niente passava che non le importasse, lei tutto coglieva e tutti sentiva. Ma senza la voce non urlava che al vuoto, e senza una forma correva da sola, e senza gli abbracci perdette i suoi sogni, e senza sbocciare ingoiò il suo amore.  
Fu così che il Vento primordiale soffiò la pietra sui baci di Neve e nessuno trovò le sue labbra di panna.

Neve era destinata a un amore di fiamma.
Ma la sua anima bruciava troppo perchè il ghiaccio non la sopisse. Era destinata a bere dal mondo e ridargli il suo tutto in amore. Ma sotto quel bianco nessuno vide l'amore che in fiamme si protendeva e piano la uccise bruciandole il cuore.  
Fu così che il Vento primordiale rubò l'amore di Neve e nessuno seppe quanto di questo poteva gioirne.





domenica 22 aprile 2012

La famiglia Smargiassi

Domenica mattina. Una tizia a caso si gusta il suo cappuccino superiperschiumoseggiante svirgolando tra le conversazioni-tipo facebookiane.
Così. Giusto perchè la tizia a caso ha bisogno di ringalluzzirsi un po', di ricollocare le cose del mondo nella casistica che spetta loro di diritto. Ultimamente se ne sono andate a zonzo per i fattacci loro, le cose del mondo, non che non l'abbiano sempre fatto, ma il troppo stroppia. Serve ordine. E gli inquietanti abitanti del suo ridente paesello, si prestano ottimamente alla bisogna. Le loro conversazioni - accomunate per pensieri brillanti, tormentati, profondi- in particolare, comportano un doppio, combattuto esito nell'animo della tizia a caso: vergogna e disperazione per lo stato in cui versano le ultime generazioni italiane; sentita riconoscenza per la loro illimitata stupidità che compensa le sue carenze e le rende quantomeno accettabili. Con buona pace del suo ego e del suo senso di perenne inadeguatezza.
La tizia a caso non poteva esimersi dal lasciare in ombra conversazioni capaci di scatenare esiti tanto potenti. Quindi la riporta. Opportunamente truccata. Ma ricordate: lei è solo il mezzo, l'ambascitor che non porta pena. Il resto è tutta raffinata farina tratta dal sacco dei facebookiani abitanti del ridente paesello di Montesega, incastonato a valle tra Monzero, Montesega superiore e uno zaffiro grezzo di mare adriatico (con gli esplicativi sottonomi romanzati di "Nullandia" e "Il regno delle pinzilacchere").
Precede un breve excursus-vitae dei personaggi coivoilti nel dramma, gentilmente offerto dalla tizia a caso per una maggiore compenetrazione del lettore in eventi, cose, luoghi e persone.


La famiglia Smargiassi
commedia degli orrori, non adatta ai deboli di cuore
appartenete al filone "Chi non vorrebbe crescere a Montesega, il Regno delle pinzillacchere!"

Personaggi della commedia:
  • Zeta, la più piccola dell'importante famiglia Smargiassi. Studia. Non caga senza scriverlo su facebook.
  • Mollìca, secondogenita Smargiassi di cinque sorelle, occhi porcini stillanti staffilate di malignità.
  • Anacreonte, marito di Mollìca, avvocato di famiglia d'avvocati. Due figli strillazzati ovunque.
  • Pennula, terzogenita, borghese berlusconiana senza scintilla di carattere, compensa con chioma leonina e presunta bellezza d'altri tempi, tende a comunicare tramite amorfi capi griffati, uno stile tra signora Rottermaier e Burberry, e il costante riferimento al suo prendere/perdere peso. Sposata con Rozzo-man, panzone semiavvocato, fratello del marito della sorella maggiore Mollìca. Un figlio vantato con sussiego, un anno, nato lo stesso giorno dell'uomo venerato in casa Pennula: Berlusconi.
  • Liutica, primogenta, bigotta, sposata con Bamboccio. Nessun figliolo pervenuto per ora. Presenza inattiva in questo atto.
  • Gannella, sta per sposarsi. Non presente nell'atto.


Sabato sera. Facebook. La sottile capacità espressiva dei messaggi, le allusioni celate alla poliedricità dei luoghi paesani coperti, lasciano intendere, non richiesto, l'avanguardia dei mezzi di comunicazione scelti per comporre i messaggi. Le parole centellinate in un minimalismo caratterizzante l'animo angusto e anomalo del personaggio.

Stato facebook di Zeta "Mi mangio il plumcake di cioccolato! Yeeee!"

Mollìcado ve'? chi ce l'ha? ne voglio un camion!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! scherzo scherzetto!!!!!!! (Durante lo scambio si capirà, un climax nel climax, che è Anacreonte a impossessarsi del contatto facebook della moglie (un atto di attiva ribellione verso l'immota casta giuridica che rappresenta? o solo un tentativo di riappropriarsi del titolo di patriarca sottrattogli dalla moglie-commander?). Notare gli errori di grammatica e scrittura nella frase, la pateticità dell'intervento: rovesciano la dignità dell'avvocato rinomato riducendolo a un esimio ignorante e insinuano il costante dubbio che, dopotutto possa essere la stessa Mollìca a parlare, per un rovesciamento di persone e luoghi che non trova mai modo ti chetarsi nel viluppo dello scambio comunicativo in atto).

PennulaIo da lunedi prossimo mi metto a dieta, per uscire stasera mi saro' cambiata 10 volte (Tipico intervento alla Pennula: fuori contesto, privo di spirito, votato all'Io più superficiale. Il riferimento costante al fatto che la sua bellezza è stata intasata dai kili presi in quel del pasqua-time, la necessità di farlo sapere per giustificarsi e di perderli per riappropriarsi di uno status autoassegnatasi, l'unico abbordabile dai suoi limiti d'intelletto e di essere. Vanità che lotta per essere qualcosa di tra il gregge uniforme, esemplificata dal numero 10.)

Mollìca (Anacreonte): ahahahahahahahaahahahah che ridere!!!!!!!!!!!!! (La pochezza nell'inutilità di parole e onomatopee che sincretano Mollìca e Anacreonte, come quella parte l'uno dell'altra che in un matrimonio di facciata, faticano altrimenti a essere).

Mollìca (Anacreonte)come sei grassa. Noi mangiamo pesce alla cacciatora stasera. Ana. ***. (Humor disperato, raschiato dal fondo di un'ironia inesistente, ma elargita con costanza e convinzione. Il fallimento dell'intento ironico svela le idiosincrasie della famigliola - non dimentichiamo che Pennula, che Anacreonte taccia scherzosamente come grassa, è la sorella di sua moglie, nonchè sposata con suo fratello, Rozzo-man - così palesemente costruita sulla vuota convenienza, da permettere a malapena di convincere loro stessi dell'esistenza perfetta che conducono, tutti loro, sempre insieme. Notare la necessità di riappropriarsi della propria persona nel momento in cui agisce l'elemento spiritoso che lo contraddistingue: si firma con le sue iniziali, nome e cognome, alla fine del messaggio sotto nome della moglie).

PennulaIo antipasto di mare, calamaretti e pesce persico all griglia. siamo al Cantagallo (Inquietante come Pennula riesca a esplicarsi in così poche e povere parole. La necessità di avvisare che la loro perfezione si manifesta nella cena a base di pasce nel rinomato ristorante, immancabile al sabato sera, e la precisazione: "sono ingrassata? ma guardate, io mangio sano!", la rendono il perfetto prototipo della donna di Nullandia: sibaritica, impersonale, dal percorso di vita prescritto e compiuto come da prescrizione. Inoltre usa la prima persona per affermare la sua possenza e importanza egoistica. Solo quando deve dire il nome del ristorante famoso, coinvolge il povero marito, Rozzo-man: non starebbe bene stare sola a un ristorante non senza il marito che la completa, ma solo come figura sociale).

Mollìca (Anacreonte)cazzo voglio andare anche io  (Slancio incontrollato che fa fuggire Anacreonte dalle cesoie del bon ton borghese per riafferrarle immediatamente. Evento sofisticato, pacato, privo di aspettative, borghese, mondano, si mangia. Anacreonte lo vuole, e si lascia andare sperando di creare un altro intermezzo ironico-rozzo (allusione velata al fratello?), ma si ricompone immediatamente aggiungendo...).

Mollìca (Anacreonte): voi pesce persico surgelato e la persia fate voi. Noi pesce prete alla cacciatora con patate al burro ed una bottiglia di Camir di Ganate. Andate a vomitare il Cantagallo.... (L'exploit che il tema del dramma tutto. Il perfetto, rinomato avvocato, che trova da invidiare al rozzo e meno "arrivato" di lui fratello. Forse perchè la moglie del fratello Pennula, sorella di sua moglie Mollìca, è più procace, laureata, e impegnata nella comunità al punto da candidarsi - anche se ha ricevuto una sonora batosta, ma questo è un altro geniale atto della commedia - e quindi destabilizza il suo ruolo prescritto di dominatore, di vincitore? Il tono di leggerezza ironico è quasi scomparso, ne resta traccia ma senza presunzione di essere riconosciuto: "guarda Pennula - sembra dire Anacreonte - voi sarete pure al vostro ristorante di sabato sera, ma noi, ah noi mangiamo pesce pregiato e beviamo vino di qualità. Ci fate un baffo, ci fate!". Le frasi prive di senso denotano l'accavallarsi di una risposta frettolosa e aggressiva e anche, nuovamente, la fatuità del suo stato di maschio alfa. L'errore nel vino pregiato è indicativo in questo senso: è Camyr, non Camir. E' lo sfaldarsi dell'apparenza della famigliola felice, della persona di mondo e di sussiego.)

Pennula: ahaha (Risata appena accennata, algida e sofisticata per mantenere intatte più tra loro che tra chi leggerà la conversazione pubblica, la saldezza della moralità della loro famiglia, dei loro rapporti, delle loro persone. Neanche a una poco sveglia come Pennula è sfuggito l'attacco. E Il "grassa" canzonatorio non può non averla corrucciata: perde lo status, perde quel che ha, perde quel che tutti credono che abbia. La fine di Pennula.)

Mollìca (Anacreonte): che ti ridi! E' meddio u andavi aru Capicolli (Anacreonte sa di aver colpito e destabiizzato. E' tornato l'uomo alfa. In dialetto, lo sputa in faccia a Pennula(odiata Pennula? Lo spettatore deve stabilirlo, le relazioni si prestano a varie interpretazioni che la conversazione evidenzia e cela nello stesso tempo), dicendo di andare da un'altra parte ovvero un locale di parenti, altro che uscita di classe! Inutile ridere per Pennula.).

Mollìca: Tutto questo ha scritto Anacreonte (Mollìca riporta lo status quo. Si riappropria del suo contatto e della sua identità di matriarca. Mette apposto il maltolto affermando che era "piacone zuzzoloso" del marito a scherzare, non lei che attaccava la vetustà incalfibile di una sua sorella. Lo fa con un italiano scorretto e stentato, troppo per lei cedere alla seduzione delle parole. E ora la commedia può continuare.).


mercoledì 31 agosto 2011

Qundi? - seconda parte

Quindi scriverò lo stesso perchè ho una mezza idea su un tema da sviluppare in tre storie,perchè l'ho promesso a un paio di persone cui tengo, perchè voglio far leggere qualcosa si mio a un orco che deve darmi il suo parere e non solo...

Il cambiamento comincia da un numero

E dopo più di dieci anni ho cambiato il mio numero di cellulare. E ora sto qui a rimuginare sulla portata degli eventi che mi hanno spianto a farlo.... Che sia il principio di un cambiamento reale?

martedì 16 agosto 2011

Un dio nell'autobus

Oggi in pulman mi sono seduta, volutamente, accanto a un dio africano dalla pelle lucente come l'alabastro, il sorriso d'avorio, che incorniciava labbra di rosa e naso a cuore. Aveva riflessi di tenebre lucustri negli occhi e il colore del cioccolato al caramello sulla pelle. La voce sembrava tuono che prorompeva da intimità irraggiungibili, i capelli riccioli di liquerizia, le mani da stringere, i muscoli guizzavano su gambe e spalle come quelli di un cervo in corsa. Era disegnato dal più perfetto dei pennelli e non si poteva evitare di guardare, odorare, ascoltare.

Mi ha parlato per 10 minuti e io ero felice. Perchè era un dio della savana e mi ha incantata.
Poi quel cazzo di pulman è arrivato troppo presto e io sono dovuta scendere...
E vaffanculo.

martedì 9 agosto 2011

Dall'immagine, una storia

Trattasi di un esercizio di scrittura. Pare che il mio racconto non sia stato giudicato granchè dalla promotrice dell' esercizio. Come è, come non è, la storia esiste e prima di cancellarla dalla memoria mia e del mio pc, sarà meglio inciderla in queste pagine.

Fu un’inaspettata brezza a ridestarlo dal torpore. La cappa di aria calda e immobile si stava diradando. Soffocava l’ala Est della città, da giorni, l’ultimo regalino delle bombe al Napalm. Ma almeno l’ala Est c’era ancora. “Maledetti ominidi!”- era tutto quello a cui riusciva a pensare il Comandante Karotòn – “Si staranno abboffando ancora con i resti dei miei soldati. Arrosto di coniglio bell’e servito! Bestie!”.
Era reduce da tre giorni di appostamenti al porto. Riusciva a sentire ancora quel maledetto odore. Pesce rancido ecco cos’era, pesce rancido che ammorbava tutto. Che ammorbava lui, ce l’aveva addosso e non sarebbe più riuscito a liberarsene. Emanava da ogni lembo della sua pelliccia. Pelliccia?! Piuttosto un cencio spelacchiato! Forse una volta lo era stata, una pelliccia, dal colore del petrolio e lucente come l’ebano, a giocare di contrasti con le sue orecchie, lunghe, bianche, orgoglio e marchio della sua famiglia. I Karotòn! Rinomati in tutto il Reame Conigliese, la cui stirpe resisteva fin dai giorni della creazione dei primi esemplari degli Homocuniculus. E ora sarebbe toccato a lui vedere la sua razza soccombere e scomparire.
Si massaggiò il collo cercando un po’ di sollievo dalla stanchezza, dai ricordi.
Se quella era l’unica vita possibile per gli uomini-coniglio, meglio la morte. E vide che era rosa. Il cielo era rosa. Era già il crepuscolo. Solo allora, l’urgenza del suo dovere ripiombò sulle sue spalle, curvandole sotto quel peso gravoso, e facendogli reclinare la testa nuovamente verso terra: “E’ già il tramonto, ti vuoi muovere!” – intimò verso la figura che armeggiava sugli scalini ai suoi piedi.
Forse per la stanchezza o più sicuramente per la sorpresa, non emise un fiato quando incrociò gli occhi di una ragazza. Una ragazza umana, lì, nel pieno dell’avanguardia conigliese. “Sono carina vero?!” cinguettò la ragazza e schioccò un bacio soffiandolo nella sua direzione. “Sei ridicola Grovieras, ma come dannazione ti sei conciata!” - urlò il Comandante, allargando le braccia, esasperato –“ Io non l’ho mai vista un’umana andare in giro vestita così! Lo sapevo che era una sciocchezza, affidare una missione tanto delicata nelle mani di una svampita!”. Ma neanche i suoi urli di stampo militare l’avrebbero scomposta, lo sapeva bene Karotòn. Nessuno dei suoi soldati era mai riuscito a tenergli testa come quella coniglietta. Infatti, Grovieras continuò tranquillamente ad attaccare adesivi di conigli rosa sul calcio di un fucile e rispose melliflua, anticipando un’altra prevedibile esplosione di rimbrotti: “Lo sto solo abbellendo…non ti alterare: ho studiato la mia parte alla perfezione, guardami? Neanche mia madre mi riconoscerebbe, sembro umana al 100%. Non sono una principiante e lo sai. Tu lo sai più di tutti”.
Sì, lo sapeva. E doveva ammettere che quegli intrugli che facevano cadere il pelo e acquistare sembianze umane per qualche ora, erano miracolosi.
“E comunque” – continuò la ragazza prima di perdere la sua attenzione – “è così che piacciono le donne agli ominidi.” Karotòn storse le labbra in un’espressione di disgusto. Il corpo delle donne umane, più che quello degli uomini, l’aveva sempre disgustato, così nudo, senza soffice e profumata peluria…sembravano morte. Grovieras se ne accorse: “Certo è una mise un tantino ridicola lo ammetto, ma sono ominidi che ti aspetti!”.
Squadrò perplessa il suo abbigliamento: un corpetto nero le cingeva il busto, lasciando scoperte le braccia, e parti dei seni e del ventre comparivano tra i lacci troppo lenti. Cercò con le mani il fazzoletto di stoffa arancione e pizzo che aveva per gonna e che a malapena le copriva il pube. Calata nella parte,  carezzò con lascivia una gamba e indugiò sul ginocchio, a stringere il nastro che le serrava le calze bianche. Risalì, sfiorando con le dita il polso stretto in un guanto nero che lasciava le dita scoperte, quindi attraversò le braccia, il collo circondato da un collare nero e rosso, intrecciò le dita tra i capelli turchini e scostò da un lato un piccolo cilindro nero, adornato da un grosso fiocco rosa. “Questo è un tocco di classe che ho aggiunto io” disse e sorrise salace – “Visto che gli ominidi pare non vogliano che noi siamo altro che dei conigli in un cilindro…”. “Tu devi essere un coniglio in una torta, invece!” abbaiò Karotòn -“e smettila di mangiare quella mela!”. Grovieras sbuffò, lasciò che la mela rotolasse sugli scalini e concluse: “Sì sì, lo so, melo hai ripetuto cento volte: mi intrufolo nella torta finta, sculetto in giro per la festa del Generale, me ne vado in camera sua e lo sgozzo. Poi dissemino qualche coniglietto-bomba in giro…eccoli, non sono pucciosissimi?” afferrò il coniglietto di pelouche abbandonato sullo scalino, lo accarezzò e lo depose in una borsa: “Missione compiuta. Zimbambum. Non avrai neanche il tempo di farti un saltello che tornerò da te e non ti lascerò più. Contento?” concluse e lo fissò.
Poteva anche avere le sembianze di un’umana, ma quegli occhi rotondi, rosa, capaci di sorridere vezzosi, erano solo i suoi. “Non ti manderei se sapessi che non puoi farcela” sussurrò il Comandante, e distolse lo sguardo subito dopo. Grovieras si alzò, scese gli scalini in modo da dargli le spalle. Disse: “Non hai scelta. Guardati intorno: siamo già un ricordo”. Karotòn fissò i palazzi allungarsi in grandi ombre, come bare pronte a ricoprire tutto. In quella parte della città, l’architettura conigliese era quasi scomparsa, i palazzi erano squadrati, di chiara matrice umanoide e solo qualche decorazione a porte e ringhiere, conservava segni del loro retaggio. Un uomo-coniglio attraversò la strada strascicando i piedi e si confuse tra le ombre sempre più lunghe dei palazzi.
Anche Grovieras cominciò ad allontanarsi. “Allora… ti aspetto” disse Karotòn e subito aggiunse con voce più atona: “Ma prima di venire da me, vedi di tornare normale”. La coniglietta si girò, gli occhi come lumini rosa nella penombra, gli regalarono un ultimo sorriso vezzoso. Poi scomparve, inghiottita dalle ombre dei palazzi.

E scriverò

Voglia di scrivere, di ritrovare quelle storie di vita, non più negli spazi bianchi di un libro, ma dentro parole che sono mie, mie soltanto.

Mentre i miei polmoni incartapecoriti finalmente si ossigenano nell'aria della sera, una luna senza un occhio canta con la voce di centinaia di grilli, il cielo riprende ad avere consistenza. E una nuvola così piccola, così sfilacciata da essere notata solo da chi ha perennemente la testa rivolta verso il cielo, si guarda intorno intimidita, come un piccolo squalo che ha smarrito il branco e si ritrova solo, nell'immensità dell'oceano.

E scriverò.
Finchè avrò forza.
Finchè non apparirà l'ultima stella della notte.
Finchè la collana di fiamme topazio che ingioiella la collina dell'ennesimo incendio della stagione, non arriverà fin qui, ingoiando tutto con la stessa perizia di una fiaccolata sacra, atta a mondare il mondo dei suoi peccati.

Finchè tutto non taccerà. Per sempre.

domenica 31 luglio 2011

Attenti alle idi di luglio

Sabato 30 luglio, potete anche non credermi, ma è da sempre un giorno infausto. Invece di arricciare il naso, o impegnarvi a essere incorporei e inesistenti,  si' voi che leggete, dovreste listare a nero questo giorno sul vostro calendario, o selezionare una suoneria-allarme sul vostro cell che si attivi tra un anno e vi ricordi di andarci piano, perchè è il 30 luglio.
La ragione astrale di cotanta sfiga concentrata in queste 24 ore mi sfugge, ma si sa, io di astralismo non me ne occupo.
Posso però concedere la mia esperienza alle masse affinchè ne traggano il maggior beneficio possibile. Un po' come la fedeltà di quei martiri le cui storie riverberano nelle novene cattoliche, complete delle atroci torture da essi tenacemente subite e narrate fin nei dettagli più torbidi, quanto più sadicamente possibile. Si trastullano i cattolici nel leggere di gente sgozzata. Più atrocemente sono crepati questi poveracci, più loro si sentono spinti a pregarli e a cantarne la gloria sempiterna. E' una cosa che dà da pensare...
Ecco io sono un martire della sfiga del 30 luglio e mi sacrifico affinchè i fedeli possano godere dei benefici che codesta conoscenza conferisce loro e onorarmi baciando le mie reliquie. E non preciso quale recisa parte del mio corpo e fluido corporale annesso rappresenterebbero le mie reliqie, che è meglio.

Per farla breve, perchè ho sonno, ieri sono stata costretta a salire in quel di Arcavacata per restituire in biblioteca un cavolo di libro che non sono riuscita a rinnovare via internet perchè un minchione non meglio precisato, lo ha prenotato. Ora, chi diavolo prenota un libro di poesie per l'estate? Nessuno solitamente tant'è vero che questa beneamata silloge era intonsa da chissà quanti secoli, a dormire industurbata in biblioteca, prima che me ne appropriassi. Ma a chi non poteva fare altro che andare storto? A me!!!! Che domande!
Perchè mister "ehi-guarda-che-non-leggi-solo-tu-in-tutta-l'-unical" ha deciso di materializzarsi proprio adesso e richiedere la copia in prestito. Se scopro chi è lo ammazzo. O la ammazzo, ma il mio intuito femminile-influenzato abbondantemente dalla mia latente libido insoddisfatta, credo- tende a visualizzarlo più come un lui che non come una lei. Un lui che legge poesie di poeti ribelli spagnoli? Chi è? Un dio? Conoscendo la media del MaschioUnical, è più probabile che sia Hulk che cerca di attirare una qualche falena in gabbia. Magari sono io la falena chissà... La mia vita riverberrebbe di interesse non indifferente in questo caso, ma sarei costretta a non ucciderlo. E visto che mi ha creato un bel po' di problemi non so proprio se mi va. Rinuncio quindi volentieri alla prospettiva di un'intrigante caccia alla femmina (IO) tramite libro di poesie spagnole da parte di un atipico MaschioUnical altrimenti detto "Hulk", che vuol stritolarmi come una falena dopo avermi ingabbiata, e lo ammazzo. E non ne parliamo più.

Dunque mi armo di pazienza e spreco la mia mattinata libera per salire all'Università col caldo asfissiante, l'autobus semivuoto e la prospettiva quantomai certa di un ingorgo stradale da ultimo week end di luglio sulla Salerno- Reggio Calabria.
Università vuota. Non pressochè vuota o circa-perlomeno-quasi vuota. Vuota vuota. Silenzio d'ovatta, vento che fischia attraverso gli intersizi delle ringhere. C'ero stata altri sabati, con poca gente a godermi l'università tutta per me, ma mai l'ultimo sabato di luglio. "Tutta per me" è diventata un'espressione talmente letterale da farmi paura. Potevo vedere tutta la lunghezza del ponte davanti e dietro di me. Non c'era nessuno! Nè nei cubi nè altrove. E ho avuto paura perchè quando non ci sono studenti e insegnanti e gente con fiori in mano come andassero in un cimitero, l'università diventa dimora di branchi di cani selvaggi, corvi graccianti e altri imprecisati uccelli che si alzano in stormo non appena sentono un rumore, topi con pifferai e quant'altro. Mi sono dunque fiondata verso la biblioteca tra il terrore di essere violentata o sbranata da una muta di cani rabbiosi o uccisa da Il Corvo redivivo, e l'atroce dubbio che, visto che di anima umana non vi era ombra, magari anche la biblioteca era stata invasa da fauna suburbana o peggio. E il peggio sarebbe se fosse stata "chiusa". Perchè qualora fosse stata chiusa sarei dovuta risalire a Cosenza e non ho tempo e in più la mora sarebbe incrementata.
E siccome è il 30 luglio sbataboom: bibioteca chiusa e un misero annuncio ad avvertire i fantasmi che sarebbe stata aperta fino a fine luglio tutto il giorno tranne il sabato solo mezza giornta. Una speranza ha brillato fievolissima, finchè non noto una postilla minuscola che avverte: "tutti i sabati di luglio mezza giornta TRANNE sabato 30 luglio". Ecc'appunto.

Mattinata sprecata, biglietto sprecato e in più non ho neanche potuto soddisfare le mie rinate necessità letterarie e prendere nuovi libri dalla biblio come pregustavo.
Ho gironzolato per negozi aspettando mezzogiorno, mi sono sparata un bignè alla crema e lampne, ho comprato un regalo e mi sono imbarcata rischiando di arrivare tardi a lavoro perchè ovviamete l'autostrada era intasata da turisti nordici che riscoprono l'amore per il sud solo in agosto. Filistei.

Ero meglio se non ci andavo a lavoro vista la catastrofe che sarebbe seguita da lì a tre ore. Ma ci sono andata e la catastrofe ha avuto agio di realizzarsi bella bella. Ma non ne parlerò perchè me ne vado a leggere un po' cercando nella mia libreria qualche volume dimenticato.

Solo vi avviso: "Attenti alle idi di luglio".

P.S.: Sì grazie al ciuco, so benissimo da me che il 30 luglio c'entra con le idi come i cavoli a colazione, ma dire "Attenti alla fine di luglio" non trasmette la stessa mastodontica impressione di tragico storico.

venerdì 29 luglio 2011

Mai più "sbookkata"

Giornata di riposo trascorsa a fare assolutamente un cavolo di niente. Il che era esattametne quello che volevo. Svuotare la testa e coccolarmi.

Non parteciperò neanche al concorso di critica cinematografica perchè il termine è il 31 luglio e non c'ho una cazzo di voglia di scrivere di film.Il che mi spiace un po' ma non mi costringerò a scrivere, non in questo periodo.

Ciò che invece voglio voglio voglio spasmodicamente voglio, oltre a pomiciare rotto fronde d'autunno in estate con l'ormai famigerato marinaio in licenza, è riprendere la (in)sana abitudinre di leggere per ore, ignorande lo scorrere del tempo reale, ignorandoi le persone che mi scassano i cosiddetti nel tempo reale, ignorando la mia insulsa esistenza nel tempo reale, finchè i bulbi oculari noin si sciolgano invocanto pietà.

E solo allora chiudere il libro e andare a lavorare.

Perciò domani investirò la mia mattinata libera per andare in biblkioteca e fare incetta di classici da leggere e rileggere, riscuoterò entro la prossima settimana la mia carta prepagata per la biblioteca scegliendo oculatamente due libri da acuistare e attenderò la mia prima paga per comperare un lettore e-book e rifarmi di tutti il fantasy non letto negli ultimi anni.

Il restoè noia.

sabato 23 luglio 2011

Think things

Visto che sto rispolverando vecchie abitudini da casaliera solitaria
e che il caffè americano centellina il suo afrore piano piano piano...
come lo scorrere ovattato di questi minuti,
mi consento il lusso di formulare pensieri senza ragione,
senza senso,
senza fine alcuno,
di pensare solo per il gusto dipensare,
di girovagare e raggiungere luoghi che nessuno mai raggiunse....

domenica 10 luglio 2011

StolTezzE

Una spugna per cancellare le ultime stupide, illusorie ore.
Una penna che profuma di fragole.

Un moleskine.
La voce rauca e potente di Janis Joplin.

Note affilate.
Blues urticante.

E tutto si scioglie in un pastello di cera che è mio, solo mio.
Posso dipingere il mio paradiso solo con questo?

giovedì 30 giugno 2011

I'm a bad girl - prima parte

Una botta di normalità. Almeno ci ho provato. In due diversi momenti della medesima settimana. Tu pensa.

Prima ho fatto un salto alla festa del paese.
Era un venerdì. Uno dei tanti. Il solito sbrilluccicamento ammodo decora le strade in archi di luminosità intermittente, per onorare a dovere un qualche santo presupposto di festività altrimenti sconvenienti: bancarelle bancarelle bancarelle, giostre e certi minchioni trombettanti sul palco, in piazza. E la gigantigrafia luminosa della Torre Eiffel al centro del paese. Mah.
E il vento. Meraviglioso purificatore vento, che dilaniava capelli e vestiti, impolverando tutta quella gente, tutta quella solita, già vista gente, che faceva le solite già viste cose con la perseveranza di chi sa, perchè lo sa, che sono le cose giuste. Che essi sono giusti tra gente giusta.Tutta quella giustezza! Non fosse per sua maestà Eolo, avrei rischiato di diventare anche io una giusta. E poi?! E poi cazzi!
La giusta serata flagellata dal vento e dalla sua alitosa risata insinuato sotto sottane, che fischiava nei microfoni, a staccare dalle dita banconote sfuggenti, a ficcarne terra negli occhi e a scardinare teloni che precipitavano sulla testa di tutti quei giusti. Uno spasso!
Epppppppppppoi c'erano i braccialetti a un euro e ne ho comprati un sacco! Polsini, catene, di legno, a fascia, di colori neon, di metallo, con bochie e perline... *__* Un sacco!
Eppppppppppppoi c'erano decine di carrozzoni dei dolciumi! Bastevoli quelli a mettermi di buon umore, con tutti quei colori fruttosi, il pop corn a schioccare nell'aria, lo zucchero filato che concedeva una mano di gala al vento, e più in là, il regno dei panini dalle multisalse, dei wustel con crauti, delle solite salsicce calabresi rosse come il sangue a richiamare golosi con la loro voce stridula, il sapore che arriva in bocca anche solo tramite il fumo corposo che pizzica gli occhi, lo sfrigolio del grasso che si scioglie a contatto con i tizzoni incandescenti e l'odore piccante, che non lascia tregua e serra la gola...

Certo ero sola, ma non mi è pesato neanche un po', forse per la prima volta da.... o bò non lo ricordo neanche più.
Ho riso in faccia alla puttana della vicina che faceva la gran dama sottoponendo il povero frutto del suo grembo al vento e al terriccio volante, pur di vantarsi in giro di avere un pargolo. La troiona mi vede e volta lo spudorato grugno altrove, allora io, che ho un diavolo in corpo - grazie a un lipgloss dal nome satanico e alle noccioline caramellate che schioccano in pietruzze di miele sulla mia lingua - mi sposto quel tanto che basta da ritrovarmi davanti ai suoi malefici occhi porcini non appena alza la testa, già pronta con la più beffarda e ghignante spressione che conosco spalmata sul viso. Ora è costretta a guardarmi e a rispondere al mio palesemente sarcastico saluto. Ma non se l'aspettava quindi incerta e sommessa, devia lo sguardo per rigirarlo non appena lo ricompone nella solita gringia maligna ma avevo previsto e sono già andata via. La giustezza è prevedibile.

Dopo meno di un'ora ho già incrociato tutto il paese e gran parte dei paesi limitrofi. Due volte. Quindi faccio incetta di marshmallow e leccalecca, quelli enormi colorati, cuoriformi e intrecciati, da bancheralla, e zompetto, sollevata dal vento, soddisfatta quanto ingiusta, per le strade vuote.
In lontananza, rimbombano i primi atoni rintocchi dei soliti indentici fuochi d'artificio, delle solite indentiche feste di paese...

mercoledì 22 giugno 2011

Non togliete la campanella a Fini

Due ore della mia vita persa a guardare la seduta inutile (mai come in questo caso ha avuto senso la parola “inutile”) della Camera dei Deputati, quella inutilmente richiesta dal Presidente della Repubblica, per fare un inutile punto sulla situazione dopo i nuovi inutili spostamenti di pedine nella scacchiera dell’inutile Governo italiano. Per intenderci ora, l’unico cambiamento rispetto a prima, è che Tizio abbandona il compagnuccio Caio e si va a sedere vicino a Sempronio. Stop.
Governo, ovviamente, che non governa, altrimenti sarebbe utile e sai il guaio! Ma neanche parlamenta, visto che non c'è stata la proposta promessa dal Pd e che per due ore si è solo cianciato, rileggendo vecchi discorsi, ahinoi sempre attuali.
Quorum sfondato ai referendum? Tanto non cambia niente, come non avessimo votato.
Le amministrative vinte dalla sinistra? Noooo "hanno votato le persone non la sinistra".
Un nuovo "14 dicembre"? Tanto poi Silvio li reingreggia quei poverini andati in crisi di fede, assicurandosi che le loro tasche siano ben ben piene stavolta, così che la follia eretica non si riaffacci nelle loro menti e non ricadano nel peccato.
Prima o poi non riuscirà a ottenere la fiducia? Eh ma sai, al Terzo polo mica conviene poi tanto.
Casini legge un chilometrico portfolio su quanto è figo e figa, di rimando, la sua carriera.
E poi c'è il povero Di Pietro che si sgola nell'ennesimo tentativo di risvegliare l'opposizione inneggiando niente altro che a una riunione, una sola, per capire il da farsi visto la crisi economica e la disoccupazione giovanile nel Paese. Risparmia il fiato Antonio, ti scoppieranno le coronarie prima che la sinistra Agisca in un qualsivoglia modo.
Bocchino delizia la platea con appunti di semantica: "libertà di mandato" o "volontà di poltrone"? Questo è il vero problema italiano. La gente non può mangiare, ma vuoi mettere?
La Lega svende orride cravatte verdi, organizza cerimonie in cui possano ricordarsi con maggior agio, gli uni agli altri, quanto sono fighi a essere i diretti discendenti degli dei celtici, rifiuta categoricamente di imparare il latino perché il latino è romano e "neanche i Ministeri ci devono stare a Roma" (tanto la figura di merda la fa Salvini in diretta scambiando il “casus BELLI” con un “BEL ministero”) e aspetta - e spera ardentemente lei stessa - che l'Italia rinsavisca e li sbatta tutti in manicomio, a farsi curare. Da uno bravo.
Bersani parla di niente, promette tutte le riunioni che vuole a Di Pietro (ma il poverino ancora arrossato e affannato, ricambia in una smorfia desolata, quella di chi ha perso ogni speranza) e poi, torna a parlare di niente.
Cicchitto insulta a destra e a manca, tanto per non perdere il vizio, e scambia sguardi d'amore con il Premier che solo ora che sente finalmente un rasposo leccare, schiude gli occhi e allenta le legnose mascelle in un sorriso di tenerezza.
Il resto della Camera si fa beatamente i cavoli propri, forte dei 20.000 euro che intascano ogni mese senza fare un cazzo: cellulari, libri, chiacchiere, giornali, passeggiate e la Bindi che pare avere una tarantola nel culo, non è stata ferma un attimo.

Tutti tranne lui, Fini lo stoico. Se vogliamo trovare una ragione ai soldi dei contribuenti spesi per questa farsa, è Fini e la sua campanella.


Manco ce l'avessero cucito a quella poltrona non fa una mossa che non sia istituzionalizzata, doveroso ogni suo cenno. Persino il vestito non ha una grinza. E il suo ruolo di presidente lo scandisce con ridondante orgoglio brandendo la campanella che pone ordine e fine agli interventi. La tiene amorevolmente in primo piano a portata di braccio, onde evitare che qualcuno gliela porti via. O forse per farsi perdonare, amante furioso, per averla quasi lanciata in testa a Cicchitto nella precedente riunione. Come una versione riveduta e corretta da Dolce&Gabbana, di un belloccio Quasimodo, si perde languido a disegnarne con lo sguardo la femminea siluette, mentre biascicano i suoi colleghi un inutile sottofondo.
Ci provino pure a fare cadere il governo, ci provino a scucire Fini dalla Camera dei Deputati, ci provino!
Tanto lui la campanella mica la molla…

martedì 21 giugno 2011

La perfezione per un racconto

Il caffè americano è pronto e il suo odere di bronzo arabico riempie la stanza. La casa è vuota a parte i raggi del sole del solstizio d'estate che fanno a gara con il mogano della cucina. E me.
Sveglia dalla 6.00 senza una ragione effettiva, a riempire il silenzio della vita-che-si-sposta-altrove-per-vivere ricercando tracce blues nei primi Who e Led Zeppelin.
Ora finalmente ha smesso di trillare quella chioccia suoneria del cellulare che mia madre ha scordato a casa.

Aspetto questo momento da circa 10 giorni, l'ho volutamente prolungato perchè l'attesa amplifica il piacere, per aspettare che tutte le forze in gioco fossero unificate per rendere il momento perfetto.

Sto solo per leggere un fottuto racconto non sto per scoprire i segreti del misticismo storico mondiale. Ma.
Ma in questa fase della mia vita leggere questo racconto - che poi non è neanche un racconto intero ma solo delle parti estrapolate - non è solo molto importante e divertente, ma anche vitalmente indispensabile.
E me lo voglio godere. Voglio succhiare ogni parola e prenderne tutto tutto tutto quello che può dare. Agli occhi negli svolazzi delle lettere che si fondono nell'immagine di un senso, all'arecchio nel tracciare un battito sonoro, alla lingua che si arrotola per pronunciarle con la sacralità di una liturgia, al naso che ne trattiene l'aroma, al cuore dove arrivano pungendolo di energia, alla mente come linfa per carburare su strade inesplorate. All'anima per essere cullata dal bozzolo di un'esistenza sua/mia/vera/giustaperme: voglio vivere attraverso quelle parole...

Per questo, tutto deve essere perfetto, perchè dopo questo intermezzo, tornerò ai miei studi soffocanti, alla mia eccomisonoioesononiente. E ora lo è, perfetto. Penombra ambrata della mia stanza, suoni lontani e soffocati, ambiente fresco, l'aroma del caffè caldo, la torta di nocciole e mele da spiluccare tra una parola e l'altra, per afferrare meglio dolcezze per me, ancora, inusitate.

sabato 18 giugno 2011

Metasogni e sarcofagi babilonesi

La prima volta che mi capita l'esperienza di un metasogno...e io che credevo fosse solo una trovata cinematografica di grande effetto quanto impossibile da verificarsi. Invece....

Me ne stavo bellamente dormendo col mio mal di testa preferito, quello che ti stringe il cranio in una morsa d'acciaio e fa ballonzolare dentro la materia gelatinosa che è una bellezza... insomma mi sono coricata col mal di cranio e me lo sono strascicato tutta la notte in pulsazioni ora più ora meno deleterie, cosa che mi ha paradosso esorbitante, garantitoil beneficio di una notte di sonno abbastanza continuo, il che non mi capitava da tipo 100 anni.

E mi ritrovo a guardare la sveglia e a notare che è tardi per il secondo colloquio di lavoro al Mc Donald's. Allora mi fiondo giù dal letto e scongiuro mia madre di accompagnarmi ma lei e i miei fratelli si attardano in un immenso garage-fiera ad accattare cianfrusallie inutili tra cui un raro sarcofago babilonese (0_o) e io ad annaspare senza comprendere perchè proprio ora sentano il bisogno di acquistare corbellerei e poi....Chiaramente poi il portiere (!!!!!!!!!!!) ha perso la macchina, o meglio, non si ricorda dove è parcheggiata. Allora mando tutti a cagare - e hanno pure il coraggio di guardarmi basiti e interdetti i troglods - e mi fiondo per le strade intasate da maree, traffico e una specie di stormo assassino di uccelli proveniente da nord, un intruglio di "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e "The day after tomorrow". Alla fine finisco in un bar stile impero e ci ritrovo mia madre che dice che se ho perso questa opportunità di quasi-lavoro è solo colpa mia.

Al che mi sveglio. Sollievo, sospiri, sghignazzamenti da "pericolo scampato era solo un sogno" e guardo la sveglia, ma devo essere ancora semi immersa nelle nebbie dell'incubo perchè quel catorcio segna le 11 meno 10 e io l'avevo puntata alle 7.00!  Quindi mi sollazzo abbastanza sicura che sia andata in trans la sveglia e consulto altri orologi della casa solo per scoprire, con un brivido da tregenda, che tutti segnano orari diversi, ma tutti inesorabilmente hanno passato le 10.45 che è, anzi tragicamente "era", l'orario del mio colloquio.

Solita desolazione, mi ficco la prima gonna di jeans che mi capita e mi fiondo per strada ma non c'è niente da fare i colloqui sono finiti e non sono stata assunta, ma mi rimane sempre il solito molesto sottofondo con la voce gracchiante di mia madre che mi ricorda come tutto, inesorabilmente, sia stata colpa mia.

Al che mi ri-sveglio. E stavolta gli orologi sono tutti d'accordo: sono le 6.30.

Ora invece sono le 9.32 e se non mi decido a smettere di discettare cazzate sul blog finisco davvero come nei sogni.

Però è strana questa questione del double dream, ci scriverò un racconto se il colloquio va bene. Se....
Che sia stato il mio bisogno impellente, vitale di un lavoro estivo e la paura che io possa compiere qualche malsano atto che mi pregiudichi la cosa a generare non uno, bensì due incubi... come a voler diabolicamente ritardarmi il ridestarsi leggero e sereno alla fine del sogno. Il mio inconscio mi odia, l'ho sempre sospettato. Ma neanhce questo serve a spiegare la presenza del sarcofago babilonese...

giovedì 16 giugno 2011

Preghiera all'Eclissi di Luna

Sei così bella, Luna d'Eclissi, che azzardo una preghiera:

Non è che potresti prestermi qualche stelo d'argento e zolfo per illuminare il sentiero?
La selva è troppo oscura e nessuno mi ha donato la luce per illuminare il cammino...

Non ruberesti per me al Sole anche un po' del suo calore?
Il buio è freddo e nessuno mi ha insegnato ad accendere un fuoco...

Puoi vedere da lassù snodarsi la mia strada?
Le briciole di pane le hanno mangiate e mi sono persa...

Cerchi un posto per me tra la penna e il foglio di una nuova favola?
Ho letto solo le favole di altri, troppo piene, senza spazio alcuno tra le parole fitte, per ospitarmi...

Stringi la mia tra la tua mano diafana, solo per un frammento infinitesimale della tua vita?
Sono sola. E ho paura.

sabato 14 maggio 2011

Sogno 2

Tanto per cambiare sono in fuga, devo andare a cercarmi uno di quei cretini libri di interpretazione dei sogni perchè se sogno di essere perennemente in fuga qualche maledettissima cosa dovrà pure significare no? Subconscio del cavolo...

Stavolta sono in compagnia migliore: niente cugina apatica e rinco, ma tizi assai fighi che fuggono con me e si nascondono. Da chi fuggiamo? In certe scene dalle SS, in perfetto stile Steve McQueen, in altre una qualche entità malvagia, un misto di Voldemort e il cattivo-tipo di Sergio Leone.

Attraversiamo assolote e bucoliche campagne ondulate  everdeggianti, moplto english vecchia maniera, ci rifugiamo nella casa antica dei miei nonni che nella realtà non esiste più, dove troviamo orecchini d'argento pare appartenenti a mie ave, ma che raffigurano teschi come quelli che uso io e non credo proprio che mia madre e la sua stirpe abbia mai,prima di me, sentito il bisogno di possedere ninnoli che rappresentano la morte. Oppore sì...non che ne sappia molto. Magari una delle discendenti di mia madre era una qualche megera che andava a trafugare ossa dalle tombe per fare qualche incanto. Ma più probabile che sia la prima. Dà una certa soddisfazione, essere la prima in qualcosa di tanto in tanto.

Decidiamo di rubare al tempo inerte che li ha custoditi finora questi orecchini pe venderli e ricavarne qualche spicciolo.

E poi finisco in una specie di sotterrane cementato,tipo bunker antiatomico, illuminato da un lucore buastro e devo pugnalare il vice del malvagio che ci vuole morti con una specie di attach magico che ci siamo procurati rubandolo dall'astuccio di una bambina, reincarnazione di una maga uccisa dal cattivo che ha trasferito i suoi poteri in quel cacchio di attach. E lo pugnalo. Fine.

Stracazzi di sogni.