- Il cielo è terso, si vedono più stelle e le costellazioni sono maggiormente distinguibili se sei così fortunato da trovare un luogo abbastanza buio per godertele;
- Il punto 1 + lo sciame delle Perseidi il giorno di San Lorenzo
- Il punto 1 + il punto 2 + i desideri che puoi esprimere se vedi le stelle cadenti.
Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
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domenica 3 luglio 2011
(Odi et) amo: l'estate
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lunedì 28 marzo 2011
Fruit, Love e fondi di caffè
Per la seconda volta in una settimana, sul fondo della tazza da cui ho sorseggiato un qualche tipo di bevanda pseudo calda, ho rinvenuto una forma cuoriforme, presago di passioni devastanti.
O almeno mi illudo che sia così. D'altronde che male c'è a illudersi un po'? Certo dovrei vivere con i piedì più piantati in terra. Ma avere i piedi be piantanti in terra fa tanto terreste, Sancio Panza e business woman, insomma è una gran pizza! Preferisco appartenere ai Do Quijote di questo mondo, anche se siamo una stirpe misera, in estinzione.
E poi non è colpa mia non ho certo ideato io questa tradizione dell'interpretazione dei fondi delle tazze che siano caffè o foglie di tè. Mi limito semplicemente a prenderne atto e a reinterpretarli a modo mio. E non ci vuole un genio a interpretare un cuore, da sempre simbolo di passioni e lovvvvve. Secondo le mie tazze, quindi, mi si prospetta una primevare da sentimenti impazziti o un estate in amore... più probabile l'estate credo, spero... ora c'ho troppo da fare con esami e tesi. Non me lo godrei o forse se succedesse avrei una spinta in più per laurearmi e farla finita.
A meno che i miei fondi tazzi non stiano tenacemente e disperatamente cercando di avvertirmi sulla possobilità di un infarto prematuro. E io da bella sognatrice non mi fossilizzi sulla storia d'amore tanto desiderata. In effetti stanotte non ho chiuso occhio e avevo tachicardia... mi sa che è più probabile la seconda opzione... Ma sai che pizza anche questo. Meglio ignorarlo e continuare a sognare di baci appassionati e fughe nelle notti d'Oriente. Be' non che in Oriente versi molto bene la situazione in questi giorni, meglio optare per un saldo occidente va...finche regge l'occidente almeno.
Il tutto, ovviamente, sempre ammesso che siano passabili di vaticini futuri anche i fondi di una tazza di caffè americano piuttosto che quelli del caffè espresso e, al posto delle foglie di tè, quelli dell'infuso al lampone, vaniglia, ibisco, rosa canina, mela, aroma d’arancia e bacche di sambuco.
Una particolarità divertente a questo proposito è che l'infuso in questione appartiene alla linea "Fruit Love" (o "Heibe Liebe"), infusi aromatizzati e fruttatu della Pompadour. Una coincidenza che il fondo della tazza da cui ho sorsegiato per mezz'ora la tisana Fruit Love abbia generato un cuoricino nebbioso, ondulato, sdoppiato, dai colori ambrati e rosa lampone? Ci sanno fare questi della Pompadour!
O almeno mi illudo che sia così. D'altronde che male c'è a illudersi un po'? Certo dovrei vivere con i piedì più piantati in terra. Ma avere i piedi be piantanti in terra fa tanto terreste, Sancio Panza e business woman, insomma è una gran pizza! Preferisco appartenere ai Do Quijote di questo mondo, anche se siamo una stirpe misera, in estinzione.
E poi non è colpa mia non ho certo ideato io questa tradizione dell'interpretazione dei fondi delle tazze che siano caffè o foglie di tè. Mi limito semplicemente a prenderne atto e a reinterpretarli a modo mio. E non ci vuole un genio a interpretare un cuore, da sempre simbolo di passioni e lovvvvve. Secondo le mie tazze, quindi, mi si prospetta una primevare da sentimenti impazziti o un estate in amore... più probabile l'estate credo, spero... ora c'ho troppo da fare con esami e tesi. Non me lo godrei o forse se succedesse avrei una spinta in più per laurearmi e farla finita.
A meno che i miei fondi tazzi non stiano tenacemente e disperatamente cercando di avvertirmi sulla possobilità di un infarto prematuro. E io da bella sognatrice non mi fossilizzi sulla storia d'amore tanto desiderata. In effetti stanotte non ho chiuso occhio e avevo tachicardia... mi sa che è più probabile la seconda opzione... Ma sai che pizza anche questo. Meglio ignorarlo e continuare a sognare di baci appassionati e fughe nelle notti d'Oriente. Be' non che in Oriente versi molto bene la situazione in questi giorni, meglio optare per un saldo occidente va...finche regge l'occidente almeno.
Il tutto, ovviamente, sempre ammesso che siano passabili di vaticini futuri anche i fondi di una tazza di caffè americano piuttosto che quelli del caffè espresso e, al posto delle foglie di tè, quelli dell'infuso al lampone, vaniglia, ibisco, rosa canina, mela, aroma d’arancia e bacche di sambuco.
Una particolarità divertente a questo proposito è che l'infuso in questione appartiene alla linea "Fruit Love" (o "Heibe Liebe"), infusi aromatizzati e fruttatu della Pompadour. Una coincidenza che il fondo della tazza da cui ho sorsegiato per mezz'ora la tisana Fruit Love abbia generato un cuoricino nebbioso, ondulato, sdoppiato, dai colori ambrati e rosa lampone? Ci sanno fare questi della Pompadour!
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venerdì 11 febbraio 2011
Sulla spiaggia dai Supersantos flosci
Sole argenteo, criniera verdognaola del mare che scolora in blu smorto, arruffata da brividi di inverno e onde spigolose, distesa di spiaggia piatta e intonsa, gabbiani, anatre che migrano e fanno riposino lasciandosi cullare dalle acque dondolanti, qualche pescatore, vento forte che scompiglia ogni capello della mia criniera, rami, tronchi canne portati dalle onde che ornano la spiaggia lì su, molto in alto, fin dove il mare si è spinto durante le recenti mareggiate, insieme a vari generi di rifiuti portati dal mare ma che non dovrebbero trovarsi in esso, da stufe a scarpe a caschi integrali per moto (ho controllato dentro non c'èra alcuna testa e peccato almeno così avrei potuto avvertire la scientifica e magari mi avrebbero mandato qualche bel figaccione come l'agente speciale dell'FBI Seely Booth...)... Insomma, spiaggia d'inverno e sempre la solita, poetica per carità, ma solita solfa.
Non fosse per una piccola stravaganza. Piccola sì, ma strana forte in verità. Durante la mia brevissima camminata defaticante e animata, ahimè da presupposti meno politically correct del solito, mi sono imbattuta in ben tre, dico tre Supersantos*, quei palloni con cui tutti giocammo da piccoli o da meno piccoli, arancioni con ragnatele nere e irruviditi al tatto da centinaia di microbrividi che rivestono il sottile strato di plastica che li compone e che tende a forarsi per un nonnulla. Vabbè...quelli lì, avete capito.
La cosa strana è che non erano mica insieme 'sti palloni ma, tutti rimpiccioliti perchè sgonfi (immagino) e tutti semipieni di acqua sciabordante, erano lontani l'un dall'altro, spersi tra i rovi che segnano il punto in cui è giunto il mare. Perciò ho ipotizzato siano vittime prese in ostaggio durante l'estate dal mare e restituiti dalle clementi e ruggenti acque d'inverno.
Non è assurdo? Insomma quante probabilità ci sono che sulla stessa spiaggia, a distanza di qualche decina di metri ci siano tre palloni? E io che ho fatto?
Li ho ricalciati in mare.
Sono rimasta a guiardarli per un po' cullati dalle onde e lucidati dalla salsedine, guadagnare prestissimo l'orizzonte. Alla fine sono diventati tre pallini colorati a punteggiare stonanti la linea azzurra. E ho pensato che con quella velocità avrebbero raggiunto altre coste prestissimo, Puglia o magari Grecia. E ho pensato ancora che qualcuno, vedendoli veleggiare a distanza l'uno dall'altro, giocosi seppur sgonfi e non nel loro ambiente, sarebbe stato attratto dalla loro incoerenza e si sarebbe chiesto il perchè della loro presenza nel suo mare.
E allora, questo pugliese o greco (dubito possa trattarsi di un siciliano perchè andavano in tutt'altra direzione, ma non si sa mai) avrebbe costruito involontariamente, dei possibili scenari in cui, tre Supersantos flosci, giungono nel suo mare. Un miliardesimo della vita di questo sconosciuto, ipotetico individuo, sarà manipolato da un mio gesto che ha alterato lo status quo delle cose e questo, stranamente e inquietantemente, mi fa sentire incredibilmente viva.
Quando ho lasciato la spiaggia il sole calava alle mie spalle, prestando il suo mantello d'argento dorato ora, non più alla linea dritta del mare a est, ma ai bordi frastagliati dei monti a ovest.
I tra Supersantos erano scomparsi alla mia vista.
* In realtà trattasi di Due Supersantos. Il terzo era uno di quei palloni di plastica liscia, leggeri, da spiaggia per bambini, raffiguranti i personaggi del film Disney "Nemo". Ma non potevo certo intitolare il pezzo "Due Supersantos e un pallone Disney-Nemo flosci"! Ci vuole pure un qualcerto virtuoso equilibrio nelle scelte delle parole da usare in una storia e in un titolo. E se la verità più trasparente ne risulterà opacizzata, amen. E vabbè. Pace e bene. Questo e altro per il virtuoso equilibrio.
Non fosse per una piccola stravaganza. Piccola sì, ma strana forte in verità. Durante la mia brevissima camminata defaticante e animata, ahimè da presupposti meno politically correct del solito, mi sono imbattuta in ben tre, dico tre Supersantos*, quei palloni con cui tutti giocammo da piccoli o da meno piccoli, arancioni con ragnatele nere e irruviditi al tatto da centinaia di microbrividi che rivestono il sottile strato di plastica che li compone e che tende a forarsi per un nonnulla. Vabbè...quelli lì, avete capito.
La cosa strana è che non erano mica insieme 'sti palloni ma, tutti rimpiccioliti perchè sgonfi (immagino) e tutti semipieni di acqua sciabordante, erano lontani l'un dall'altro, spersi tra i rovi che segnano il punto in cui è giunto il mare. Perciò ho ipotizzato siano vittime prese in ostaggio durante l'estate dal mare e restituiti dalle clementi e ruggenti acque d'inverno.
Non è assurdo? Insomma quante probabilità ci sono che sulla stessa spiaggia, a distanza di qualche decina di metri ci siano tre palloni? E io che ho fatto?
Li ho ricalciati in mare.
Sono rimasta a guiardarli per un po' cullati dalle onde e lucidati dalla salsedine, guadagnare prestissimo l'orizzonte. Alla fine sono diventati tre pallini colorati a punteggiare stonanti la linea azzurra. E ho pensato che con quella velocità avrebbero raggiunto altre coste prestissimo, Puglia o magari Grecia. E ho pensato ancora che qualcuno, vedendoli veleggiare a distanza l'uno dall'altro, giocosi seppur sgonfi e non nel loro ambiente, sarebbe stato attratto dalla loro incoerenza e si sarebbe chiesto il perchè della loro presenza nel suo mare.
E allora, questo pugliese o greco (dubito possa trattarsi di un siciliano perchè andavano in tutt'altra direzione, ma non si sa mai) avrebbe costruito involontariamente, dei possibili scenari in cui, tre Supersantos flosci, giungono nel suo mare. Un miliardesimo della vita di questo sconosciuto, ipotetico individuo, sarà manipolato da un mio gesto che ha alterato lo status quo delle cose e questo, stranamente e inquietantemente, mi fa sentire incredibilmente viva.
Quando ho lasciato la spiaggia il sole calava alle mie spalle, prestando il suo mantello d'argento dorato ora, non più alla linea dritta del mare a est, ma ai bordi frastagliati dei monti a ovest.
I tra Supersantos erano scomparsi alla mia vista.
* In realtà trattasi di Due Supersantos. Il terzo era uno di quei palloni di plastica liscia, leggeri, da spiaggia per bambini, raffiguranti i personaggi del film Disney "Nemo". Ma non potevo certo intitolare il pezzo "Due Supersantos e un pallone Disney-Nemo flosci"! Ci vuole pure un qualcerto virtuoso equilibrio nelle scelte delle parole da usare in una storia e in un titolo. E se la verità più trasparente ne risulterà opacizzata, amen. E vabbè. Pace e bene. Questo e altro per il virtuoso equilibrio.
giovedì 13 gennaio 2011
...e rinasco più bella (e implume) che mai
Risucchiata dal vortice delle feste, ho latitato per questa prima porzione di anno con la mente annebbiata. E’ arrivato ora il momento di riprendere le redini del comando su l’altra me e gestire i ribelli pensieri maligni che maledicono la mia esistenza.
Non facile.
Ero prigioniera dell’altra, ostaggio di ingordigia e baccanali peccaminosi, spersa tra i fluidi ammalianti delle festose coccarde che hanno liquefatto ogni mia forza di volontà, ogni tentativo di strenua resistenza.
Sto faticosamente cercando di ritrovare me stessa, ma tutto ciò che sono riuscita a racimolare è uno smunto e pallido riflesso di una me stanca, che arranca verso non sa più bene cosa e forse mai lo ha saputo.
Credo di aver capito perché rispetto agli altri miei coetanei io sono indietro, io resto sempre un passo o più sotto. Perché il mio percorso prevede ogni volta una lotta con me stessa che agli altri è, probabilmente, quasi sicuramente mi permetto di osservare, risparmiata. Io perdo tempo a ricostruirmi, dopo ogni sconfitta (e sono tante le sconfitte), dopo ogni scalfittura, pezzo per pezzo per pezzo, cercandolo nell’oblio che mi circonda e con mano tremante rimettendolo al proprio posto, mosaico dissestato, rigenerando l’asse di un equilibrio precario su cui arrancare ancora un po’, prima di sbriciolarmi nuovamente in migliaia di pezzi.
E questo richiede tempo. E io ne ho bisogno. Ma gli altri non capiscono. Nessuno può capire.
Ho veramente passato giorni e notti da incubo, sola sola sola dannatamente sola, tormentata da vicino dai miei demoni più caparbi. Stavo impazzendo e non riuscivo a trovare una via di fuga. L’unica che mi si è presentata, unica e scontata sempre lì valida e presente, è la solita mattinata sulla spiaggia semideserta. E un inverno che non c’è, africano e solo in parte veleggiato da un infido vento freddo, me lo ha concesso. In realtà anche ieri pomeriggio ho fatto una rapida sortita, ma il sole cala presto, la notte ombreggia il mare prima che i monti e ho solo rimediato un mal di testa per l’umidità e un vorace appetito stimolato dall’odore del mare.
Stamattina invece ci ho passato cinque ore nette nette.
E’ il mio mare, ritiratosi dopo giorni di mare grosso, dalla spiaggia disseminata di fiumiciattoli oblunghi, rami e tronchi, bottiglie e carte di dolci nonché rimasugli di botti di Capodanno. Devono aver festeggiato in spiaggia…beati loro. Me la immagino la mia spiaggia, deserta e percorsa solo da agenti atmosferici e qualche pennuto, ricca di baldoria e fuochi d’artificio, di baci, di coppie che si rincorrono, di falò che lambiscono il buio, di risa e tuoni artificiali. Posso solo gustarla nella mia immaginazione… così bella anche allora, così diversa…
E’ come un dipinto mai sbiadito, lo stesso mare che ho lasciato in autunno, stesso paesaggio con ogni elemento incastonato al punto giusto affinché ognuno di essi, in successione accurata, come i tasti di pianoforte premuti in esatta sequenza, scateni, suggerisca la stessa melodia di sensazioni. Non sono pescatori ottuagenari che solcano con lo sguardo stanco l’azzurro alterno delle loro stagioni, sono i miei ricordi che si attorcigliano alle loro reti, che scalano le loro canne come pesci fantasma e mi richiamano come sirene; non è il solito sub che audace esplora abissi in ogni stagione seguito pigramente dalla sua boa stinta, ma il mistero del mare che mi sommerge ad ogni sortita sulla costa; non la risacca che amplifica il suo sciabordare e lo ripete all’infinito al punto da farmi desiderare di aver portato con me l’mp3 per non doverlo ascoltare ancora e ancora e ancora, ma l’eco delle storie che si sono affacciate alla mia mente durante le passeggiate; non la bambina che svicola dal controllo materno e si dirige speranzosa verso le onde, ma i miei desideri che ridono musicali e fugaci; non la sabbia dorata, ma un deserto d’argento che restituisce i miei passi alla moria notturna della’alta marea; non i gabbiani in volo stridente e compatto, ma la mia solitudine accentuata dal loro vivere in simbiosi; non il mare ballerino e turchese, ma la malinconia di sempre; non lamine di luce che sfarfallano accecando la vista e impreziosendo il golfo dove il sole sbatte allo zenit, ma la speranza e la forza che metto in ogni passo, per superare il deserto di dune, per vedere se dietro una di queste c’è finalmente la terra promessa, assetata, affaticata, assonnata e stordita da un sole di Calabria troppo dorato, troppo alto, troppo caldo e troppo bello per essere un sole d’inverno, a illuminare una spiaggia ora deserta in ogni sua rientranza, tranne che per la mia inutile e trascurabilissima presenza.
sabato 18 dicembre 2010
Stanchità 2
Stanca stanca stanca...
...di non concludere mai niente,
....anche delle immagini di inedito sofficie brillante bianco-neve-spuma-panna, che ricopre monti e prati e strade e case e tutto tutto tutto tutto è dappertutto che abbaglia e morde gli occhi, sulla spiaggia baciato dal mare, lambito dalle onde, spuma che mangia spuma, confusione di bianchi antitetici, neve che si dissolve in mare e lo corona di silenzio pulviscoloso e dondolante, mare calmo piatto all'inverosimile fagogita petali di giaccio così come raggi di sole birichini, che fendono nuvole incinte, di piccoli partorienti precoci che svincolano urlanti silenzio dalle cosce di nebbia della madri bigie, troppo lente, ancora smarrite nei cieli del sud, dalla Calafrica abbottonata ora al nord, che ne richiede le vestigia quantomeno, visto che il resto non può averlo, ma poi si stanca troppo presto di essere come lui e si (ri)vendica, inghiotte tutto, la sabbia bianca, ingoia la panna tra i suoi granelli adescando i fiocchi giocosi con promesse di splendori da paese dei balocchi "venite fiocchetti, oh... non siete mai stati qui non sapete che cos'è non sapete com'è, venite....qui c'è il caldo non lo conoscete il caldo? Peccato dovreste conoscerlo è uno slegamento dei sensi, un tiepido lucore che ti scioglie fino a prosciugarti la vita.". Stupidi fiocchi troppo precocemente venuti alla luce, dovevano restare ancora nell'utero tuonoso della mamma-cirro, avrebbero visuto, sarebbero cresciuti ammantando i boschi o le città mastodontiche del nord, invece di accontentarsi di ulivi che si spezzano, di case sparse e bottoncini di paesi incastrati nelle valli, di canne che si piegano fin terra, agrumeti dal colore troppo, troppo vivo per compensare il non colore del bianco. Come me...anche io sono fuggita in anticipo dalla pancia di mamma. Che abbia sbagliato? Che la voglia di libertà mi abbia giocato lì il suo tiro mancino?
"La libertà non è una cosa che si possa dare; la libertà uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo" - James Baldwin
...stanca di sentire rimbombare nelle orecchie le frasi di rivalsa e finta amicizia e indifferenza e stronzate di expseudoforsemaiesistite amiche, stanca di dover leggere su internet le loro rimostranze e battutine infantili senza che facciano loro qualcosa, stanca di continuare, dopotutto, a leggerle,
...stanca di dover sempre io rincorrere, elemosinare, fare la prima mossa, ma che senso ha? Se nessuno mi vuole, se nessuno mi cerca ok, non imporrò la mia presenza a nessuno e non farò più la prima mossa. Basta, chiudo i battenti, sono stanca,
...sono stanca dopo la corsa assurda per negozi con mia madre a cercare regali e pacchi e pacchi-regali e cianfrusaglie inutili,
...stanca di incontrare ovunque parenti, di dovermi sopportare i loro sguardi languidi e soppesatori,
...stanca di dover svialare da chi cerca soldi per i bambini in ospedale, orrendamente stanca e in colpa per dover abbassare lo sguardo e chiedere scus, ma io soldi non ne ho davvero non ho una lira sputata, e se riuscirò a mandare 'sti cavoli di due euro a telethon sarà grasso che cola,
....stanca di non riuscire a trovare la ricetta dei bastoncini di zucchero americani,
...stanca di vicini imbecilli e menomati, borghesi e lobotomizzati, tutti tutti tutti,
...stanca di non riuscire a studiare bene,
...stanca di provare sentimenti di affetto e amicizia che si rivelano a senso unico e stanca, poi, di restarci male,
....stanca di non poter leggere o scrivere quando ne avrei una voglia matta,
...mi si chiudono gli occhi e non so come faccio a sare qui, una forza strana e portentosa che non è la prima volta che percepisco, muove le dita per conto proprio, mentre la mente sonnecchia, depositata in altri corpi alberiformi, alieni, spiritosi e totemici, strani non miei. Se stacco le mani dalla tastiera crollo dal sonno. Come fosse questo blog a tenermi in vita, a fornirmi energia e sostentamento adeguati a vivere visto che altrove non lotrovo, come se esistessi solo in quanto scrivo, sporadicamente, qua. E mi piace.
Stanca di tutto. Ho voglia di evasione...libri? No, quelli più a Natale, o meglio a Capodanno, quando tutti sono felici e io sola e triste. Ho voglia di distrarmi, di non pensare più a tutto questo lerciume...Domani compro le spezie e faccio i biscotti allo zenzero, ho finalmente trovato le formine dei Ginger bread men!
Sì, domani faccio gli Omini allo zenzero con la glassa colorata e i confettini per bottone.
And fuck everything else.
...di non concludere mai niente,
....anche delle immagini di inedito sofficie brillante bianco-neve-spuma-panna, che ricopre monti e prati e strade e case e tutto tutto tutto tutto è dappertutto che abbaglia e morde gli occhi, sulla spiaggia baciato dal mare, lambito dalle onde, spuma che mangia spuma, confusione di bianchi antitetici, neve che si dissolve in mare e lo corona di silenzio pulviscoloso e dondolante, mare calmo piatto all'inverosimile fagogita petali di giaccio così come raggi di sole birichini, che fendono nuvole incinte, di piccoli partorienti precoci che svincolano urlanti silenzio dalle cosce di nebbia della madri bigie, troppo lente, ancora smarrite nei cieli del sud, dalla Calafrica abbottonata ora al nord, che ne richiede le vestigia quantomeno, visto che il resto non può averlo, ma poi si stanca troppo presto di essere come lui e si (ri)vendica, inghiotte tutto, la sabbia bianca, ingoia la panna tra i suoi granelli adescando i fiocchi giocosi con promesse di splendori da paese dei balocchi "venite fiocchetti, oh... non siete mai stati qui non sapete che cos'è non sapete com'è, venite....qui c'è il caldo non lo conoscete il caldo? Peccato dovreste conoscerlo è uno slegamento dei sensi, un tiepido lucore che ti scioglie fino a prosciugarti la vita.". Stupidi fiocchi troppo precocemente venuti alla luce, dovevano restare ancora nell'utero tuonoso della mamma-cirro, avrebbero visuto, sarebbero cresciuti ammantando i boschi o le città mastodontiche del nord, invece di accontentarsi di ulivi che si spezzano, di case sparse e bottoncini di paesi incastrati nelle valli, di canne che si piegano fin terra, agrumeti dal colore troppo, troppo vivo per compensare il non colore del bianco. Come me...anche io sono fuggita in anticipo dalla pancia di mamma. Che abbia sbagliato? Che la voglia di libertà mi abbia giocato lì il suo tiro mancino?
"La libertà non è una cosa che si possa dare; la libertà uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo" - James Baldwin
...stanca di sentire rimbombare nelle orecchie le frasi di rivalsa e finta amicizia e indifferenza e stronzate di expseudoforsemaiesistite amiche, stanca di dover leggere su internet le loro rimostranze e battutine infantili senza che facciano loro qualcosa, stanca di continuare, dopotutto, a leggerle,
...stanca di dover sempre io rincorrere, elemosinare, fare la prima mossa, ma che senso ha? Se nessuno mi vuole, se nessuno mi cerca ok, non imporrò la mia presenza a nessuno e non farò più la prima mossa. Basta, chiudo i battenti, sono stanca,
...sono stanca dopo la corsa assurda per negozi con mia madre a cercare regali e pacchi e pacchi-regali e cianfrusaglie inutili,
...stanca di incontrare ovunque parenti, di dovermi sopportare i loro sguardi languidi e soppesatori,
...stanca di dover svialare da chi cerca soldi per i bambini in ospedale, orrendamente stanca e in colpa per dover abbassare lo sguardo e chiedere scus, ma io soldi non ne ho davvero non ho una lira sputata, e se riuscirò a mandare 'sti cavoli di due euro a telethon sarà grasso che cola,
....stanca di non riuscire a trovare la ricetta dei bastoncini di zucchero americani,
...stanca di vicini imbecilli e menomati, borghesi e lobotomizzati, tutti tutti tutti,
...stanca di non riuscire a studiare bene,
...stanca di provare sentimenti di affetto e amicizia che si rivelano a senso unico e stanca, poi, di restarci male,
....stanca di non poter leggere o scrivere quando ne avrei una voglia matta,
...mi si chiudono gli occhi e non so come faccio a sare qui, una forza strana e portentosa che non è la prima volta che percepisco, muove le dita per conto proprio, mentre la mente sonnecchia, depositata in altri corpi alberiformi, alieni, spiritosi e totemici, strani non miei. Se stacco le mani dalla tastiera crollo dal sonno. Come fosse questo blog a tenermi in vita, a fornirmi energia e sostentamento adeguati a vivere visto che altrove non lotrovo, come se esistessi solo in quanto scrivo, sporadicamente, qua. E mi piace.
Stanca di tutto. Ho voglia di evasione...libri? No, quelli più a Natale, o meglio a Capodanno, quando tutti sono felici e io sola e triste. Ho voglia di distrarmi, di non pensare più a tutto questo lerciume...Domani compro le spezie e faccio i biscotti allo zenzero, ho finalmente trovato le formine dei Ginger bread men!
Sì, domani faccio gli Omini allo zenzero con la glassa colorata e i confettini per bottone.
And fuck everything else.
giovedì 16 dicembre 2010
La forfora che eccita gli imbecilli
Non riesco studiare. Il che non è neanche una novità per le pagine di questo blog che seppur relativamente giovane, ha avuto modo di vedersi vergare addosso queste parole tante, troppe volte.
E' tutta la sera che ripeto le stesse parole senza riuscirle a concordarle in un discorso armonioso. Non posso fare a meno di chiedermi: come cavolo avrei fatto martedì a dare l'esame se palesemente non so un beneamato cavolo? E ancora più drastico riverbera un altro pensiero, perentorio e sconnesso dagli altri, anarchico e accompagnato dall'eco di una maligna risata di filmica memoria: come, come caspiterina è possibile che dopo mnesi che studio questo stracavolissimo di esame, ancora sono al punto di non riuscire a ripeterlo in un discorso lineare e compiuto? Sono davvero così stupida e incapace? Non che ne avessi mai dubitato invero, solo non credevo di esserlo a questi drammatici livelli.
Stavo appunto crogiolondami in codesti pensieri avvolta dal pail e dal tepore del calore che dalle mura si spande al mio materasso, eccitando l'area occipitale posteriore della mia corteccia visiva col fucsia shocking dei miei bei guantini senza dita nuovi nuovi e che imperterrita mi tengo addosso da stamane come una bambina col suo primo paio di scarpette da ballo, quando un insolito, attutito silenzio mi bucò i timpani. Non so se in qualche parte del mio cervello (per continuare a fare la figa esperta di anatomia cerebrale, direi l'ippocampo e il talamo probabilmente) i neuroni hanno flashato e richiamato alla memoria quelle rare, preziose volte in cui ho assistito alla caduta della prima neve, associando quella strana quiete filtrante dalle serrande barricate, all'attutito silenzio della nevosa discesa. Ricordo di essere rimasta affascianta, a Cosenza, la prima volta che assistii alla caduta della neve, tra le altre cose, a questo silenzio figlio di un altro mondo, rotondo, triste che solo bianco candido può generare.
Non ne sono sicura. Forse è stato solo un'associazione successiva. Comunque sia qualcosa mi ha spinto a muovere le mie gambe verso il balcone, a sbirciare tra le setole delle persiane, la luce aranciata dei lampioni, la sfera-quartiere annacquata, gli alberi pesanti per la pioggia, i fiocchi che scendevano creati dal più nero pece dei celi, forfora incontrollata caduta dalla chioma d'ebano di un dio ribelle.
Nevica.
Qui.
A M. lido.
Lo sentivo io, c'era un'odore strano stamane nell'aria, e non era il solito vento marino a ghiacciarmi il naso e le mani. Era troppo denso d'argento il mare, troppo carico di petrolio il cielo. Che colori così scuri e pesanti possano dar vita a qualcosa di così chiaro e prezioso e leggero come un fiocco di neve ha del miracoloso. Il buio genera luce. L'oscuro partorisce il chiarore. Vogliono compensare: è l'equilibrio. Può il mio cuore, può la mia anima nera, generare luminosità? Io sono come loro dopotutto, ma più brutta e meno perfetta.
Tutto è più magico con la neve. Diventerà magica anche la bettola della mia sfera-quartiere?
Difficile. Povera neve! Troppo gracile e precaria, troppo docile e mansueto al cospetto dell'effluvio mite del mare, il fiocco, per coprire il manto spesso di imbecillità e calcolo, materialismo e assenza di fantasia, che regna in questo paese. Gli chiedo troppo. Dovrebbero caderne tonellate da cielo di forfora. Speriamo che il dio in questione non sia lavato troppo spesso i capelli ultimamante.
A proposito di mancanza di incanto e tatto. Come galline eccitate dal chicco di mais particolarmente giallo, strombazzano le vicine neosposate con rispettivi cugini, familiari e minchioni aggiunti. Mentre i neoimbecillimaritidalcervelloanchilosato si pronunciano in quello che qualcuno definirebbe ballo tribale pre-homo habilis, suonando i clacson a palla ed esibendosi in battute da uomo alfa. E tanti saluti al silenzio magico e ttutito...
Almeno i cosentini sapevano manifestare una sorpresa contenuta. I provincialotti urlano. E continuano a far suonare i clacson ma che senso ha?! E' inquietante e affascinante il livello di burineria che possono raggiungere. Ancora piùinquietante è sapere cheloro si credono gran signori! Dovrò osservarli attentamente e trarne dei responsi scientifici. Chissà che non esca fuori qualcosa di interessante dal profilo di menti tanto barbose. Al momento pare non siano riusciti a fonare niente di più complesso di "Aaaahhhh....Ihhhh...Yaaahaaaa...E' troppo bello", e qualche vociata in dialetto che non ho colto.
Ho paura che la neve si stacchi da terra, riavvolga il nastro e se ne torni nel suo nero pece a ingrassare nuvole, in attesa di allietare sfere-quartiere meno imbecilli.
Prima che lo faccia, io, me la godo un altro po'.
E' tutta la sera che ripeto le stesse parole senza riuscirle a concordarle in un discorso armonioso. Non posso fare a meno di chiedermi: come cavolo avrei fatto martedì a dare l'esame se palesemente non so un beneamato cavolo? E ancora più drastico riverbera un altro pensiero, perentorio e sconnesso dagli altri, anarchico e accompagnato dall'eco di una maligna risata di filmica memoria: come, come caspiterina è possibile che dopo mnesi che studio questo stracavolissimo di esame, ancora sono al punto di non riuscire a ripeterlo in un discorso lineare e compiuto? Sono davvero così stupida e incapace? Non che ne avessi mai dubitato invero, solo non credevo di esserlo a questi drammatici livelli.
Stavo appunto crogiolondami in codesti pensieri avvolta dal pail e dal tepore del calore che dalle mura si spande al mio materasso, eccitando l'area occipitale posteriore della mia corteccia visiva col fucsia shocking dei miei bei guantini senza dita nuovi nuovi e che imperterrita mi tengo addosso da stamane come una bambina col suo primo paio di scarpette da ballo, quando un insolito, attutito silenzio mi bucò i timpani. Non so se in qualche parte del mio cervello (per continuare a fare la figa esperta di anatomia cerebrale, direi l'ippocampo e il talamo probabilmente) i neuroni hanno flashato e richiamato alla memoria quelle rare, preziose volte in cui ho assistito alla caduta della prima neve, associando quella strana quiete filtrante dalle serrande barricate, all'attutito silenzio della nevosa discesa. Ricordo di essere rimasta affascianta, a Cosenza, la prima volta che assistii alla caduta della neve, tra le altre cose, a questo silenzio figlio di un altro mondo, rotondo, triste che solo bianco candido può generare.
Non ne sono sicura. Forse è stato solo un'associazione successiva. Comunque sia qualcosa mi ha spinto a muovere le mie gambe verso il balcone, a sbirciare tra le setole delle persiane, la luce aranciata dei lampioni, la sfera-quartiere annacquata, gli alberi pesanti per la pioggia, i fiocchi che scendevano creati dal più nero pece dei celi, forfora incontrollata caduta dalla chioma d'ebano di un dio ribelle.
Nevica.
Qui.
A M. lido.
Lo sentivo io, c'era un'odore strano stamane nell'aria, e non era il solito vento marino a ghiacciarmi il naso e le mani. Era troppo denso d'argento il mare, troppo carico di petrolio il cielo. Che colori così scuri e pesanti possano dar vita a qualcosa di così chiaro e prezioso e leggero come un fiocco di neve ha del miracoloso. Il buio genera luce. L'oscuro partorisce il chiarore. Vogliono compensare: è l'equilibrio. Può il mio cuore, può la mia anima nera, generare luminosità? Io sono come loro dopotutto, ma più brutta e meno perfetta.
Tutto è più magico con la neve. Diventerà magica anche la bettola della mia sfera-quartiere?
Difficile. Povera neve! Troppo gracile e precaria, troppo docile e mansueto al cospetto dell'effluvio mite del mare, il fiocco, per coprire il manto spesso di imbecillità e calcolo, materialismo e assenza di fantasia, che regna in questo paese. Gli chiedo troppo. Dovrebbero caderne tonellate da cielo di forfora. Speriamo che il dio in questione non sia lavato troppo spesso i capelli ultimamante.
A proposito di mancanza di incanto e tatto. Come galline eccitate dal chicco di mais particolarmente giallo, strombazzano le vicine neosposate con rispettivi cugini, familiari e minchioni aggiunti. Mentre i neoimbecillimaritidalcervelloanchilosato si pronunciano in quello che qualcuno definirebbe ballo tribale pre-homo habilis, suonando i clacson a palla ed esibendosi in battute da uomo alfa. E tanti saluti al silenzio magico e ttutito...
Almeno i cosentini sapevano manifestare una sorpresa contenuta. I provincialotti urlano. E continuano a far suonare i clacson ma che senso ha?! E' inquietante e affascinante il livello di burineria che possono raggiungere. Ancora piùinquietante è sapere cheloro si credono gran signori! Dovrò osservarli attentamente e trarne dei responsi scientifici. Chissà che non esca fuori qualcosa di interessante dal profilo di menti tanto barbose. Al momento pare non siano riusciti a fonare niente di più complesso di "Aaaahhhh....Ihhhh...Yaaahaaaa...E' troppo bello", e qualche vociata in dialetto che non ho colto.
Ho paura che la neve si stacchi da terra, riavvolga il nastro e se ne torni nel suo nero pece a ingrassare nuvole, in attesa di allietare sfere-quartiere meno imbecilli.
Prima che lo faccia, io, me la godo un altro po'.
martedì 14 dicembre 2010
Stanchità
Sono fottutamente stanca.
Di tutto 'sto sterco che ingoio quotidianamente.
Dell'università. Possa essere maledetto in tutte le lingue arcane, il giorno in cui decisi di iscrivermi all'Unical per seguire quelle stronze di mie "amiche" che poi mi hanno pure dato buca.
Delle inutili manifestazioni di quel branco di arcigni stolti sognatori beoni che affrontano il gelo credendo che serva a qualcosa.... tanto gliel'hanno data la fiducia, che cazzo state ancora lì a bloccare la strada? Bloccate l'università! Incendiatela! Impedite qualsiasi forma di attività al suo interno. 'Cazzo mi significa che bloccate l'autostrada?
Degli esami che non riesco a dare perchè vengo colta da panico di misteriose origini.
Degli esami che non riesco a dare perchè non sono in grado di studiare decentemente.
Degli esami che non riesco a dare perchè la prof.ssa ha subito un grave lutto che...per carità ci spiace, mi spiace per lei e tutto...ma mettetelo uno strabenedetto annuncio che avverta dello slittamento d'esame invece di farci andare tutti lì...sotto il gelo. 11 euro di autobus buttati nel cesso.
Dei tutor, solo cretini pompati nel loro ego. Riuscissero almeno a scrivere in italiano quei pochi avvisi che riesconoi a pastare, perchè, porca miseria, stanno tutto il giorno a menarsela davanti al computer senza fare niente...un post del cavolo devi pure avere imparato a inserirlo....dottorato in filosofia e voto di laurea cum laurea sennò si annichilisce come una rosa secca. Ma non impoerta: ciò che conta è che gli altri sappiano che siete dei grandi eh...! Tranquilli! Lo sappiamo. (Escludo dall'invettiva il tizio-tutor, che mi dà sempre notizie precise, che mi sorride sempre, che ha i capelli rasta, che è dannatamente carino. Ovviamente lo escludo perchè è dannatamente carino. E gentile. E sembra più intelligente della media là dentro. Il che non è che sia molto visto che la media non è alta, ma un altro punto a suo favore. Ma soprattutto perchè è carino.
Del fatto che se qualcosa può andare storto nell'universo visitato da Kirk e Spock, allora troverà il modo per convergere e abbattersi su di me.
Degli esami rinviati "... data da destinarsi" quando tutti sappiamo bene che la data a destinarsi difficilmente ce la comunicheranno in tempo.
Dell'ansia che dovrò nutrire ancora per chissà quanti giorni prima di levermi sta cazzo di Lingua dei segni (non gliela faccio più a ripetere coformazioni di cervello, gradi di sordità, dislessia, autismo, cheremi, segni...).
Delle prossime giornate prenatalizie da passare a studiare invece che a leggere e fare biscotti o restare basita davanti a uno sperpero eccessivo e trash di decorazioni natalizie luminose che rivestono ville intere.
Della neve che ho tanto desiderato poter odorare e lasciare che docile mi pizzicasse la lingua e che invece oggi mi ha solo congelato il deretano.
Di non poter godere della spruzzata di neve dicembrina perchè sono alterata da altri più morbosi pensieri.
Della paura che se nevica molto col ciuccio che riusciro a raggiungere Cosenza, col ciuccio darò l'esame, col ciuccio mi leverò dalla testa quel peso di piombo della tassa da pagare.
Dei pensieri che riguardano incertezze su come stavolta riuscirò a sfangarla sulla burocrazia universitaria.
Dei miei ex colleghi universitari che continuano a guardarmi con sufficienza/incertezza/indecisione/compassione e mi salutano come se forzati a farlo. Ma chi vi caga?!
Delle bibliotecarie stronze che approntano leggi tutte loro e mi creano ulteriori problemi (e poi c'è chi dice che il nome non fa l'abito: questa si chiama "Malafarina", mai cognome fu più azzeccato).
Della voglia matta che ho di leggere leggere leggere ...non reggo più e infatti ho preso tre libri non di studio dalla biblioteca sperando di non cedere e lasciarmi assorbire dalle loro pagine...le pregusto già le parole, che si incatenano e mi portano con loro come una catena di ninfe e muse gioiose che mi risucchia irresistibile...
Di tutte quelle stupide e zuccherose frasi sull'amicizia che sarebbe la cosa più preziosa e bellissima del mondo ...la migliore amica....condividiamo i dolori...due anime un solo culo.... cose così. L'amicizia è come l'alba, il tramonto, il matrimonio, l'amore, la gioiositò tintinnante....BASTA c'avete rotto con ste minkiate. L'amicizia è la scritta sconcia, colata e patetica, incisa velocemente da un ragazzino scemo sul muro del cesso per farsi il figo.
Della voglia, che mai mi passerà, della cioccolata, bianca, nera, al latte, gianduiata, mandorlata, nocciolata, postacchiata, pannosa, cremosa, nutellata, biscottata, vaferata, aromatizzata, fruttata, vanigliata, bicolarata, glassata, saccottinizzata, nocciolinata, gelatata eccetera eccetera eccetera.
Dell'inutile attesa della perona o della cosa che mi salverà.
Del desiderio, che mai soddisferò, di leggere quella lettera.
Dell'invidia.
Della fame.
Della voragine da riempire.
Della pioggia.
Di desiderare quel bacio...
Di tutto 'sto sterco che ingoio quotidianamente.
Dell'università. Possa essere maledetto in tutte le lingue arcane, il giorno in cui decisi di iscrivermi all'Unical per seguire quelle stronze di mie "amiche" che poi mi hanno pure dato buca.
Delle inutili manifestazioni di quel branco di arcigni stolti sognatori beoni che affrontano il gelo credendo che serva a qualcosa.... tanto gliel'hanno data la fiducia, che cazzo state ancora lì a bloccare la strada? Bloccate l'università! Incendiatela! Impedite qualsiasi forma di attività al suo interno. 'Cazzo mi significa che bloccate l'autostrada?
Degli esami che non riesco a dare perchè vengo colta da panico di misteriose origini.
Degli esami che non riesco a dare perchè non sono in grado di studiare decentemente.
Degli esami che non riesco a dare perchè la prof.ssa ha subito un grave lutto che...per carità ci spiace, mi spiace per lei e tutto...ma mettetelo uno strabenedetto annuncio che avverta dello slittamento d'esame invece di farci andare tutti lì...sotto il gelo. 11 euro di autobus buttati nel cesso.
Dei tutor, solo cretini pompati nel loro ego. Riuscissero almeno a scrivere in italiano quei pochi avvisi che riesconoi a pastare, perchè, porca miseria, stanno tutto il giorno a menarsela davanti al computer senza fare niente...un post del cavolo devi pure avere imparato a inserirlo....dottorato in filosofia e voto di laurea cum laurea sennò si annichilisce come una rosa secca. Ma non impoerta: ciò che conta è che gli altri sappiano che siete dei grandi eh...! Tranquilli! Lo sappiamo. (Escludo dall'invettiva il tizio-tutor, che mi dà sempre notizie precise, che mi sorride sempre, che ha i capelli rasta, che è dannatamente carino. Ovviamente lo escludo perchè è dannatamente carino. E gentile. E sembra più intelligente della media là dentro. Il che non è che sia molto visto che la media non è alta, ma un altro punto a suo favore. Ma soprattutto perchè è carino.
Del fatto che se qualcosa può andare storto nell'universo visitato da Kirk e Spock, allora troverà il modo per convergere e abbattersi su di me.
Degli esami rinviati "... data da destinarsi" quando tutti sappiamo bene che la data a destinarsi difficilmente ce la comunicheranno in tempo.
Dell'ansia che dovrò nutrire ancora per chissà quanti giorni prima di levermi sta cazzo di Lingua dei segni (non gliela faccio più a ripetere coformazioni di cervello, gradi di sordità, dislessia, autismo, cheremi, segni...).
Delle prossime giornate prenatalizie da passare a studiare invece che a leggere e fare biscotti o restare basita davanti a uno sperpero eccessivo e trash di decorazioni natalizie luminose che rivestono ville intere.
Della neve che ho tanto desiderato poter odorare e lasciare che docile mi pizzicasse la lingua e che invece oggi mi ha solo congelato il deretano.
Di non poter godere della spruzzata di neve dicembrina perchè sono alterata da altri più morbosi pensieri.
Della paura che se nevica molto col ciuccio che riusciro a raggiungere Cosenza, col ciuccio darò l'esame, col ciuccio mi leverò dalla testa quel peso di piombo della tassa da pagare.
Dei pensieri che riguardano incertezze su come stavolta riuscirò a sfangarla sulla burocrazia universitaria.
Dei miei ex colleghi universitari che continuano a guardarmi con sufficienza/incertezza/indecisione/compassione e mi salutano come se forzati a farlo. Ma chi vi caga?!
Delle bibliotecarie stronze che approntano leggi tutte loro e mi creano ulteriori problemi (e poi c'è chi dice che il nome non fa l'abito: questa si chiama "Malafarina", mai cognome fu più azzeccato).
Della voglia matta che ho di leggere leggere leggere ...non reggo più e infatti ho preso tre libri non di studio dalla biblioteca sperando di non cedere e lasciarmi assorbire dalle loro pagine...le pregusto già le parole, che si incatenano e mi portano con loro come una catena di ninfe e muse gioiose che mi risucchia irresistibile...
Di tutte quelle stupide e zuccherose frasi sull'amicizia che sarebbe la cosa più preziosa e bellissima del mondo ...la migliore amica....condividiamo i dolori...due anime un solo culo.... cose così. L'amicizia è come l'alba, il tramonto, il matrimonio, l'amore, la gioiositò tintinnante....BASTA c'avete rotto con ste minkiate. L'amicizia è la scritta sconcia, colata e patetica, incisa velocemente da un ragazzino scemo sul muro del cesso per farsi il figo.
Della voglia, che mai mi passerà, della cioccolata, bianca, nera, al latte, gianduiata, mandorlata, nocciolata, postacchiata, pannosa, cremosa, nutellata, biscottata, vaferata, aromatizzata, fruttata, vanigliata, bicolarata, glassata, saccottinizzata, nocciolinata, gelatata eccetera eccetera eccetera.
Dell'inutile attesa della perona o della cosa che mi salverà.
Del desiderio, che mai soddisferò, di leggere quella lettera.
Dell'invidia.
Della fame.
Della voragine da riempire.
Della pioggia.
Di desiderare quel bacio...
venerdì 26 novembre 2010
E io gelo
Sono infinitamente tediata e annoiata. Non riesco neanche a trovare un film interessante da guardare e dire che ho passato una giornata a fare niente… E’ veramente pericolosa la strada che sta imboccando la mia già di per sé inutile esistenza.
Passata l’ultima vana e fine a se stessa ossessione sui vari gusti di kit kat che quantomeno hanno tenuto occupata la mia testa e questo parla da solo, invero perché il che la dice abbastanza lunga su cosa ci sia al momento nella mia testa, ovverossia il vuoto, considerato che può essere colmato con un tale nonnulla, comunque….
Passata l’ossessione è rimasto il niente che, al contrario della sua natura che dovrebbe essere assolutamente neutrale e invisibile, pesa che non si può concepire neanche, impedisce ogni concentrazione possibile e porta con sé il grande gelo. Che non è solo, in questo caso, qualcosa di metafisico e intangibile, è sensibile eccome. Se al nord nevica qui piove, una pioggia “bagnata” che pare filtrare qualsiasi cosa e lascia una patina di umidiccio traslucido su tutto.
E io gelo.
Non so se gli spifferi che filtrano gioiosi dai balconi o la bassa concentrazione di zuccheri nel mio sangue ne sia la causa, fatto sta che muoio letteralmente dal freddo. I piedi si congelano e restano addormentati e inservibili per ore, le labbra diventano viola le unghie blu, il che non è del tutto un male perché ho esaurito lo smalto blu elettrico e in assenza di altro, visto che mia sorella si è portata via ogni cosa nel “grande esilio” per Roma, mi viene concesso questa colorazione naturale anche se un tantinuccio cadaverica. Che s’intona perfettamente con la mia carnagione pallida, anzi addolciamo la pillola, diciamo nivea, e soprattutto con le labbra viola, un tocco di classe quelle.
L’unico modo per trovare conforto è riempirmi di felpe e maglioni e stare sotto pail e piumini. Ma la posizione semifetale che assumo nel letto non favorisce certo lo studio, direi piuttosto dà via libera alla mia fantasia e alle sue finestre. A cui non è che in realtà servisse propriamente un’ulteriore spinta eh… Ma questo è.
Ergo: sono nella merda. Se qualche anima pia dovesse chiedersi il perché leggendo codesto coso che sto scrivendo, la ragione è sempre la stessa: ansia che blocca la respirazione e impedisce di studiare, ho troppo da studiare per riuscire a farcela il 15 giorni, ma devo sennò ho come unica alternativa, la soluzione finale: tagliarmi le vene. Questo il sunto delle mie elucubrazioni novembrine. Niente di speciale.
C’è di buono l’odore di camino che aleggia nell’aria e di inverno ormai fermo e netto. Nuvole di cielo che sprizzano ricami nebbiosi come baci di farfalle dall’alito gelido e dalle ali di cristallo, vedo questo nella sfera-quartiere che il mio balcone incornicia. Questo e l’incidente all’incrocio qui accanto che ha, stamane, per l’ennesima volta, fatto danni. Un giorno ci moriremo. E’ troppo pericoloso. Staranno bene i due vecchini coinvolti? Lo spero. L’ape in cui viaggiavano era una carcassa stillante benzina. Il resto solo sirene di ambulanze e pompieri, e i soliti curiosi fermi, giunti da tutti i palazzi e da tutte le macchine, scesi da tutti gli anfratti circostanti. Pare che quando succede qualcosa del genere, il ritrovo rionale sia d’obbligo, con frasi di circostanza annesse. Forse è solo che in questo paese dimenticato da Dio e dagli uomini non succede mai niente, o forse la gente è macabra e il disastro e la morte l’attira. Questo spiegherebbe atteggiamenti come quelli delle persone che partivano in pullman per andare a vedere la casa della povera ragazza assassinata. Lo capisci benissimo, lo vedi nei loro sguardi oltre il vetro: non resisteranno, andranno a unirsi al coro. E infatti uno a uno li vedo passare alla spicciolata. Chi con stampato sul volto la sua espressione da tragedia, chi compunto, chi col dito accusatore ritto, chi flemmatico, quasi indifferente, a dare l’impressione che lì, lui, per caso ci capitò. E certo non si esimerà dal dire la sia.
La ruota dell’ape gira ancora mentre partono le ambulanze. Le serene dei vigili del fuoco danno fosche luminescenze, da telefilm, agli alberi umidi e al grigio stagnante, nella sfera-quartiere dal paesaggio alterato. Sbocciano fiori arcobaleno e metallici non appena la benzina si spande sull’asfalto bagnato, in ondate di odore di nafta. Mi fa venire la nausea. Tutti loro mi fanno venire la nausea.
Rientro, accendo l’hi-fi. “Rock the Casbah”, parte e i ruggiti confortevoli di Joe riempiono la stanza allontanando tutto il resto, tutta la sfera-quartiere dalla mia vita
Assorbo la magia della terra
Saluto l'autunno con un infuso.
Andrò a cercare gli ingredienti e li mescerò come le streghe di Macbeth facevano con code di serpenti e occhi di tritoni.
Mi servirà (ricetta per quattro persone):
Portare ad ebollizione l’acqua. Unire tutte le spezie all’acqua bollente, togliere dal fuoco, coprire e lasciaee riposare 5 minuti. Filtrare e dolcificare a piacere con lo zucchero di canna o il miele. Un tocco in più: un bastoncino di cannella come cucchiaino...
E' periodo tè, infusi e tisane per me. Assorbo tramite bevande ambrate e profumate gli incantesimi e i poteri della terra. Al momento annovero poche scorte in realtà che intercambio:
Andrò a cercare gli ingredienti e li mescerò come le streghe di Macbeth facevano con code di serpenti e occhi di tritoni.
Mi servirà (ricetta per quattro persone):
- 4 bastoncino di cannella (mai usare la cannella in polvere, che oltre ad essere meno profumata è facilmente contraffatta con altre sostanze)
- 8 bacche di anice stellato
- una manciata di chiodi di garofano
- un baccello di vaniglia
- zucchero di canna integrale (di nuovo evitate quegli zuccheri la cui differenza dal solito zucchero bianco è il colore prodotto artificialmente) o miele aromatico
- 1 litro di acqua, più pura che si può.
Portare ad ebollizione l’acqua. Unire tutte le spezie all’acqua bollente, togliere dal fuoco, coprire e lasciaee riposare 5 minuti. Filtrare e dolcificare a piacere con lo zucchero di canna o il miele. Un tocco in più: un bastoncino di cannella come cucchiaino...
E' periodo tè, infusi e tisane per me. Assorbo tramite bevande ambrate e profumate gli incantesimi e i poteri della terra. Al momento annovero poche scorte in realtà che intercambio:
- Tè verde;
- Tè nero inglese;
- Tè nero deteinato;
- Earl Grey;
- The English n.1, tè al bergamotto;
- Tè verde al limone;
- Tisana al finocchio;
- Tisana al rabarbaro;
- Tisana al finocchio, rabarbaro e liquerizia;
- Camomilla sogni d'oro;
- Camomilla con piori interi da filtrare;
- Camomilla solubile zuccherata;
- Infuso di lamponi e vaniglia;
- Il mio inimitabile caffè americano.
martedì 23 novembre 2010
Della sfera-quartiere, della traiettoria del mio sguardo. Ovvero di niente.
Il quaderno è tra le mie mani. E’ stanco. E’ consunto laddove le dita hanno scavato solchi pieghettati, che si estendono per tutta la larghezza del quaderno facendogli chinare la testa e perdere la compostezza e la baldanza iniziale.
Le righe sono evidenziate con cura ora di fucsia ora di giallo e, in qualche pagina. di un lilla acceso e inconsueto.
Stona.
Stona con la luce della mia stanza, trasfusa dal ciliegio dei mobili, soffusa dalle tende di velo.
Stona col chiarore che filtra sempre più incerto dalle vetrate del balcone. Una luce aranciata, giallognola, malata. Così perché nasce da una sfera di nuvole che imperterrita incastra il mio quartiere in una dimensione sferica e immobile, come in una di quelle palle di vetro con la neve e il paesaggio fisso in uno spezzone quotidiano, sereno e natalizio.
Di natalizio nella mia sfera-quartiere non c’è ancora nulla. Tutto il resto potrebbe, invece, tranquillamente provenire da una boccia di vetro piena d’acqua, visto il silenzio attutito che vi stagna, i ben pochi e miseri cambiamenti che si sono succeduti nel paesaggio in questi anni, la lentezza con cui cambia solo la posizione di un auto, lo sgombero di un posto macchina o il ritrovo improvviso di tutte le solite e conosciute auto all’ora del pranzo.
I miei occhi sfiorano solo le righe, procedendo oltre, senza metterle a fuoco, scavalcano gli strati di velo delle tende, il vetro, il balcone deserto e si intrappolano nelle sbarre fredde della ringhiera, la mia prigione quotidiana, amata, odiata, blandita, combattuta, trascurata.
Si adeguano al giallastro vomitato su ogni altro colore.
Anche il pelo fulvo del gattone capo-banda ne risente. E’ arrogante questo gatto, dirige la squadra di felini del quartiere con una sicumera lasciva. Sta cercando di prendere il sopravvento sugli umani, lo so. Gli altri non se ne accorgono perché vivono. Io lo osservo spesso. Non ha paura di niente, se passa un’auto è questa a doversi fermare prima che lui decida di alzare il suo culone e con tutta calma farsi di lato. Se qualcuno cerca di scacciarlo si limita sbadigliare e a stendersi con malagrazia. Passa la maggior parte del suo tempo immobile, una sfinge attenta e millenaria sembra, come volesse far somigliare la nostra bolla di quartiere anonimo, in un più suggestivo paesaggio egiziano.
I suoi contorni sembrano disegnati, la coda arricciata ad arte, la zampa obliqua, fa la guarda al cassettone dell’immondizia da cui si nutre, e pure bene vista la sua stazza.
Eccolo che si gira e mi fissa. Lo so che mi sta guardando, che può percepirmi. Può stare ore a sbarrare gli occhi in fessure demoniache e fosforescenti. Sa che ci sono, mi vuole sfidare…
Distraggo io per prima lo sguardo per seguire il signor duce che si dirige austero e impettito verso la sua mercedes, arcigna quanto lui. Guarda sempre dalla mia parte il fascistone. Sa anche lui che ci sono. Siamo noi tre gli attenti osservatori del quartiere, gli altri non si accorgono di nulla.
La sfinge annovera dati per preparare le truppe all’assalto; ingenua.
Il duce controlla che quello che crede sia il suo regno segua le sue regole e che ci sia qualcuno a osservarlo cosicché possa volgere stizzito lo sguardo altrove, e dare agli altri l’impressione di superiorità grazie all’indifferenza cui si atteggia; patetico.
Io che vaglio, pondero, realizzo, derido, invento, svento, pavento, occhieggio, intrufolo e scassino storie senza interesse, ma storie sempre sono; diversa.
Lo scuolabus incrocia la mia visuale, trascinando la traiettoria del mio sguardo con sé in retromarcia e rifulgendo per un attimo di quel giallino pallido solitamente inosservato, oggi incredibilmente vivido nell’arancione vomito che attanaglia tutto. Si ferma davanti la casa accanto dove deposita le due sorelline in orridi grembiulini blu acceso. Sembrano sputate fuori da una prigione. Che poi, non è forse vero? Qual è la differenza tra la scuola elementare e la prigione?
Intercettato da due uccellini che s’intrecciano in un volo di piume e cinguettii buffi, il mio sguardo s’innalza, ora, verso la cupola sferica delle nuvole-conato nel cielo. Si poggiano sui cavi del telefono: usignolo e pettirosso dagli occhietti neri e lucidi e dai becchi canterini, cinguettii che rimbombano nel silenzio stantio della sfera-quartiere. Riprendono il volo insieme dopo avermi offerto un breve concerto saltellante; una scia melodiosa sempre più blanda li saluta mentre si tuffano nel grigioverdegiallinato del prato.
Come sarebbe bello seguirli nelle loro peripezie, che storie ne nascerebbero, con che animali canterebbero, quali cieli leggerebbero, quanti alberi stuzzicherebbero, quali avventure dipingerebbero.
I miei occhi ora vedono di nuovo le frasi evidenziate del quaderno flessuoso, non c’è posto per melodie e avventure di libertà e uccelli tre queste pagine e nei prossimi giorni della mia vita.
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Vivo negli alberi mi vesto di fiori compongo in foglie,
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domenica 21 novembre 2010
C'è la luna giusta e cadono le foglie
Ci siamo.
Questo è il momento giusto.
L'atmosfera è giusta.
C'è la luna giusta in cielo. Un disco di bianco perla, luminoso, dai bordi di giallo fieno a descrivere un anello perfetto che poggia su listelle candide e riverberandi di nuvole sfaldate e delicate, nebbiose per velare la luna, più solide a reggerla. Con questa luna tutto può succedere.
Si sente l'odore delle foglie che stanno per partire.
Il canto del vento tra i rami.
Che sia un licantropo che venga a prendermi dai prati bui e odorosi di olive mature e fiori di zucca selvatici.
Che siano vampiri, morti e putrefatti che vengano a bere il mio sangue e a divorare la mia vita.
Che sia Peter che aspetto da sempre, che venga a ripulirmi della polvere secca della non-vita per ricoprirmi di polvere di fata e mi porti via con lui, volando tra le stelle.
Che sia un veliero pirata in cui imbrarcarmi al sinistro canto di "Undici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum per conforto".
Che sia Robin venuto a rivendicare la sua Marian in una delle vite passate che dorme in me, a trascinarmi nei rifugi di foreste dorate e immense.
Che siano le fate a illuminarmi il cammino per il loro mondo.
Che sia un universo parellelo pronto a spalancarmi le sue porte e portarmi via da qui.
Che sia il "re" dagli occhi di nitrato d'argento e la pelle di caramello che ho visto in una delle mie finestre mentali che si aprono di continuo, improvvisamente, incontrollabili.
Che siano delle streghe a cavalcioni su scope antiche venute a insegnarmi le loro arti e ad essermi amiche.
Che sia Nettuno che mi contende agli spiriti dei boschi e mi voglia con sè tra i flutti del mare nero.
Chiunque egli sia...che venga. E' il momento giusto.
Partirò con chiunque di voi. Aprirò la finestra e come novizia strega d'autunno volerò con le foglie che cadono e partono per altre terre, cullate solo dal vento e dai versi incisi sui loro fragili e secchi dorsi. Aspetterò che arrivi la mia foglia, tra le migliaia in viaggio, con il messaggio vergato da qualcuno come me, che sa.
Sì.
C'è la luna giusta, la mia finestra è aperta. Le foglie cadono. Novembre si estingue. L'aria è carica degli odori dell'autunno.
Aspetterò il mio messaggio, vergato da mano amica su una foglia da autunno, e destinato solo a me. Solo a me.
E poi me ne andrò.
Questo è il momento giusto.
L'atmosfera è giusta.
C'è la luna giusta in cielo. Un disco di bianco perla, luminoso, dai bordi di giallo fieno a descrivere un anello perfetto che poggia su listelle candide e riverberandi di nuvole sfaldate e delicate, nebbiose per velare la luna, più solide a reggerla. Con questa luna tutto può succedere.
Si sente l'odore delle foglie che stanno per partire.
Il canto del vento tra i rami.
Che sia un licantropo che venga a prendermi dai prati bui e odorosi di olive mature e fiori di zucca selvatici.
Che siano vampiri, morti e putrefatti che vengano a bere il mio sangue e a divorare la mia vita.
Che sia Peter che aspetto da sempre, che venga a ripulirmi della polvere secca della non-vita per ricoprirmi di polvere di fata e mi porti via con lui, volando tra le stelle.
Che sia un veliero pirata in cui imbrarcarmi al sinistro canto di "Undici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum per conforto".
Che sia Robin venuto a rivendicare la sua Marian in una delle vite passate che dorme in me, a trascinarmi nei rifugi di foreste dorate e immense.
Che siano le fate a illuminarmi il cammino per il loro mondo.
Che sia un universo parellelo pronto a spalancarmi le sue porte e portarmi via da qui.
Che sia il "re" dagli occhi di nitrato d'argento e la pelle di caramello che ho visto in una delle mie finestre mentali che si aprono di continuo, improvvisamente, incontrollabili.
Che siano delle streghe a cavalcioni su scope antiche venute a insegnarmi le loro arti e ad essermi amiche.
Che sia Nettuno che mi contende agli spiriti dei boschi e mi voglia con sè tra i flutti del mare nero.
Chiunque egli sia...che venga. E' il momento giusto.
Partirò con chiunque di voi. Aprirò la finestra e come novizia strega d'autunno volerò con le foglie che cadono e partono per altre terre, cullate solo dal vento e dai versi incisi sui loro fragili e secchi dorsi. Aspetterò che arrivi la mia foglia, tra le migliaia in viaggio, con il messaggio vergato da qualcuno come me, che sa.
Sì.
C'è la luna giusta, la mia finestra è aperta. Le foglie cadono. Novembre si estingue. L'aria è carica degli odori dell'autunno.
Aspetterò il mio messaggio, vergato da mano amica su una foglia da autunno, e destinato solo a me. Solo a me.
E poi me ne andrò.
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Un tocco di magia,
Vivo negli alberi mi vesto di fiori compongo in foglie
Viaggio su tappeti di versi, negli occhi l'autunno
Voglio viaggiare per i boschi d'autunno, voglio sedermi sotto fronde mature e colorate, voglio ascoltare il fruscio di foglie che stanno per partire, il loro canto, il loro saluto, voglio scrivere messaggi su foglie malva che solo una persona molto speciale saprà leggere...
Ma il mio maledetto sedere è ancorato alla maledetta sedia...Perchè nessuno viene a prendermi per mano e a portarmi a spasso per i boschi d'autunno? Io provengo da lì, lo so, è quella la mia casa, forse in altre vite, forse in altri mondi, ma solo lì sto bene. Dov'è il druid che mi trova e mi spiega perchè? E mi dice che io sono predestinata a tornare in un altro mondo, più adatto a me.. fatto di spiriti negli alberi e di chiacchierate col vento.
Userò la mia unica e stanca bacchetta magica per raggiungerli,tramite le immagini da scolpire nella mia mente e le parole da usare come incantesi per aprire portali, tramite tutto quello che ho: l'immaginazione...
E viene il tempo degli alberi
che lasciano cadere foglie d’oro.
E viene il tempo
dei giorni che si accorciano.
Le notti sono lunghe
e ogni sera ha un nome.
sempre nuovo di fiabe.
Nel vano della finestra
una stellina si ferma ad ascoltare.
E. Borches
Ma il mio maledetto sedere è ancorato alla maledetta sedia...Perchè nessuno viene a prendermi per mano e a portarmi a spasso per i boschi d'autunno? Io provengo da lì, lo so, è quella la mia casa, forse in altre vite, forse in altri mondi, ma solo lì sto bene. Dov'è il druid che mi trova e mi spiega perchè? E mi dice che io sono predestinata a tornare in un altro mondo, più adatto a me.. fatto di spiriti negli alberi e di chiacchierate col vento.
Userò la mia unica e stanca bacchetta magica per raggiungerli,tramite le immagini da scolpire nella mia mente e le parole da usare come incantesi per aprire portali, tramite tutto quello che ho: l'immaginazione...
L'Estate è Finita
Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L'acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch'io,per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
E. DickinsonSono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L'acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch'io,per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
Si dà di primo autunno un tempo
meraviglioso e breve:
il giorno è come di cristallo
e luminose son le sere...
L'aria è deserta, uccello più
meraviglioso e breve:
il giorno è come di cristallo
e luminose son le sere...
L'aria è deserta, uccello più
non s'ode,ma son lontane ancora le bufere invernali,
e il puro e caldo azzurro si rovescia sulla campagna
e il puro e caldo azzurro si rovescia sulla campagna
che riposa.
Fedor Tjutcev
Fedor Tjutcev
Ma dove ve ne andate povere foglie gialle
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino,
da un bosco o da un giardino,
e non sentite la malinconia
del vento freddo che vi porta via.
Trilussa
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino,
da un bosco o da un giardino,
e non sentite la malinconia
del vento freddo che vi porta via.
Trilussa
Ricordo com'eri
Ricordo com'eri l'autunno scorso.
Eri il basco grigio e il cuore quieto.
Nei tuoi occhi lottavano i bagliori del crepuscolo.
E le foglie cadevano sull'acqua della tua anima.
Aggrappata alle mie braccia come un rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e calma.
Falò di stupore in cui la mia sete bruciava.
Dolce giacinto azzurro curvato sulla mia anima.
Sento vagare il tuo sguardo e l'autunno è lontano:
basco grigio, voce d'uccello e cuore famigliare
dove migravano i miei desideri profondi
e cadevano i miei baci allegri come braci.
Cielo dalla nave. Campo dai colli.
Il tuo ricordo è di luce, di fumo e di stagno quieto!
Oltre i tuoi occhi ardevano i tramonti.
Foglie secche d'autunno giravano nella tua anima.
Eri il basco grigio e il cuore quieto.
Nei tuoi occhi lottavano i bagliori del crepuscolo.
E le foglie cadevano sull'acqua della tua anima.
Aggrappata alle mie braccia come un rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e calma.
Falò di stupore in cui la mia sete bruciava.
Dolce giacinto azzurro curvato sulla mia anima.
Sento vagare il tuo sguardo e l'autunno è lontano:
basco grigio, voce d'uccello e cuore famigliare
dove migravano i miei desideri profondi
e cadevano i miei baci allegri come braci.
Cielo dalla nave. Campo dai colli.
Il tuo ricordo è di luce, di fumo e di stagno quieto!
Oltre i tuoi occhi ardevano i tramonti.
Foglie secche d'autunno giravano nella tua anima.
Pablo Neruda
L'altra sera, portò via
tante foglie secche il vento.
Quanta pena avranno gli alberi,
questa notte senza stelle.
Juan R. Jimenez
tante foglie secche il vento.
Quanta pena avranno gli alberi,
questa notte senza stelle.
Juan R. Jimenez
Dopo la Nebbia
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore
del cielo
G.UngarettiDopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore
del cielo
che lasciano cadere foglie d’oro.
E viene il tempo
dei giorni che si accorciano.
Le notti sono lunghe
e ogni sera ha un nome.
sempre nuovo di fiabe.
Nel vano della finestra
una stellina si ferma ad ascoltare.
E. Borches
Bosco d'Autunno
Ha messo chiome il bosco d'autunno.
Vi dominano buio,sogno e quiete.
né scoiattoli, nè civette o picchi
lo destano dal sogno.
E il sole pei sentieri dell'autunno
entrando dentro quando cala il giorno
si guarda intorno bieco con timore
cercando in esso trappole nascoste.
Ha messo chiome il bosco d'autunno.
Vi dominano buio,sogno e quiete.
né scoiattoli, nè civette o picchi
lo destano dal sogno.
E il sole pei sentieri dell'autunno
entrando dentro quando cala il giorno
si guarda intorno bieco con timore
cercando in esso trappole nascoste.
B.Pasternak
Violini d'Autunno
Singhiozzi lunghi
dai violini
dell’autunno
mordono il cuore
con monotono
languore.
Ecco ansimando
e smorto, quando
suona l’ora,
io mi ricordo
gli antichi giorni
e piango;
e me ne vado
nel vento ingrato
che mi porta
di qua e di là
come fa la
foglia morta.
dai violini
dell’autunno
mordono il cuore
con monotono
languore.
Ecco ansimando
e smorto, quando
suona l’ora,
io mi ricordo
gli antichi giorni
e piango;
e me ne vado
nel vento ingrato
che mi porta
di qua e di là
come fa la
foglia morta.
Paul Verlaine
Il Canto del Seme
Calpestami,
schiacciami sotto il tuo piede fangoso.
Premuto nella polvere del campo desolato
d’inverno, io abbraccio e stringo nel mio
petto la forza viva di squarciare
la terra e inebriare l’aria col profumo
dei miei fiori.
Y. Mizuno
Calpestami,
schiacciami sotto il tuo piede fangoso.
Premuto nella polvere del campo desolato
d’inverno, io abbraccio e stringo nel mio
petto la forza viva di squarciare
la terra e inebriare l’aria col profumo
dei miei fiori.
Y. Mizuno
Ottobre
O silenzioso mite mattino d'ottobre,
le foglie son mature per cadere;
il vento di domani,se avrà forza,
le spazzerà via tutte.
Chiamano i corvi sopra la foresta;
domani forse a stormi se ne andranno.
O silenzioso mite mattino d'ottobre;
lento comincia le ore di questa giornata.
Fa' che il giorno ci sembri meno breve.
Non ci dispiace se tu dolcemente ci illudi,
illudici nel modo che tu sai.
Stacca una foglia allo spuntar dell'alba,
a mezzogiorno stacca un'altra foglia;
una dai nostri alberi,ed un'altra
molto lontano.
Trattieni il sole con nebbie gentili;
incanta la campagna d'ametista.
Ma piano,piano!
Per amore dell'uva,se non altro,
i cui pampini bruciano nel gelo,
i cui grappoli andrebbero distrutti
per amore dell'uva lungo il muro.
R.Frost O silenzioso mite mattino d'ottobre,
le foglie son mature per cadere;
il vento di domani,se avrà forza,
le spazzerà via tutte.
Chiamano i corvi sopra la foresta;
domani forse a stormi se ne andranno.
O silenzioso mite mattino d'ottobre;
lento comincia le ore di questa giornata.
Fa' che il giorno ci sembri meno breve.
Non ci dispiace se tu dolcemente ci illudi,
illudici nel modo che tu sai.
Stacca una foglia allo spuntar dell'alba,
a mezzogiorno stacca un'altra foglia;
una dai nostri alberi,ed un'altra
molto lontano.
Trattieni il sole con nebbie gentili;
incanta la campagna d'ametista.
Ma piano,piano!
Per amore dell'uva,se non altro,
i cui pampini bruciano nel gelo,
i cui grappoli andrebbero distrutti
per amore dell'uva lungo il muro.
Veder Cadere le Foglie
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
Soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto,quel giorno,
una buona notizia
soprattutto se il cuore,quel giorno,
non mi fa male
soprattutto se credo,quel giorno,
che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
mi sento d'accordo
con gli uomini e con me stesso.
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
dei viali d'ippocastani.
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
Soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto,quel giorno,
una buona notizia
soprattutto se il cuore,quel giorno,
non mi fa male
soprattutto se credo,quel giorno,
che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
mi sento d'accordo
con gli uomini e con me stesso.
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
dei viali d'ippocastani.
N.Hikmet
Autunno
Il cielo ride un suo riso turchino
benché senta l'inverno ormai vicino.
Il bosco scherza con le foglie gialle
benché l'inverno senta ormai alle spalle.
Ciancia il ruscel col rispecchiato cielo,
benché senta nell'onda il primo gelo.
é sorto a piè di un pioppo ossuto e lungo
un fiore strano,un fiore a ombrello,un fungo.
Il cielo ride un suo riso turchino
benché senta l'inverno ormai vicino.
Il bosco scherza con le foglie gialle
benché l'inverno senta ormai alle spalle.
Ciancia il ruscel col rispecchiato cielo,
benché senta nell'onda il primo gelo.
é sorto a piè di un pioppo ossuto e lungo
un fiore strano,un fiore a ombrello,un fungo.
M.Moretti.
Novembre
Gèmmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.
Giovanni Pascoli
Autunno
Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d'alberi e d'abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
Salvatore Quasimodo
Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d'alberi e d'abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
Salvatore Quasimodo
venerdì 19 novembre 2010
Bouquet di foglie d'autunno
Non vestirò mai i panni della protagonista, dunque. A varcare la soglia belle e regali in abiti sfarzosi, porpora, avorio o panna, sono le eroine delle storie, che entrano al ballo con le scarpette di cristallo e fanno restare tutti a bocca aperta.
Io ci sarò, però.
Sarò quella dietro Cenerentola, a incedere timidamente e varcare la soglia semicelata dalle fronde di un arbusto enorme, elevato ai livelli della festa grazie a elaborati intarsi di cristallo e stelle filanti. Farò il mio ingresso dunque, quando gli occhi saranno puntati tutti su Cinderella o sulle altre principesse che hanno disertato le loro storie per non perdersi il Gran Ballo al palazzo reale. Chi se lo perderebbe? Io…cioè ne ho persi molti, ma voglio credere di avere il coraggio e la sfrontatezza giusti per parteciparvi. Anche solo per fare avidamente incetta di dettagli scabrosi e patetici da deridere cinicamente, sia chiaro.
Non avrò un vestito di diamanti cesellati e taffetà distinto, di rubini incastonati in panni traslucidi di colori rari, in sete leggiadre e opali cangianti. Come dicevo in altre sedi, a ognuno il suo stile e questo è appannaggio esclusivo delle bellezze regali e protagoniste.
Sarò come l’autunno silenzioso e malinconico al cospetto del trionfo luccicante dell’estate, immacolato dell’inverno, sfavillante della primavera. I miei saranno accostamenti più gothic, stracciati di bianco candido e pizzo nero, tartan e borchie, ali di farfalla e luminosità di fuoco fatuo.
E avrò il mio bouquet, non dubitate. Non di fiori anomali e dozzinali, pomposi e lussureggianti, carnosi ed eccessivi, non adatti a me: anche i fiori hanno il personaggio giusto a cui accostarsi. Rose per regine, rosse per quelle passionali, gialle per le birichine, gigli per le pure, gladioli per le belle….
Il mio sarà un bouquet di foglie, foglie d’autunno, raccolte ai piedi degli alberi stanchi, per un’ultima avventura, un’ultima missione prima di seccare e sbriciolarsi, silenziosamente nel balcone di casa mia, affidandosi al vento e lasciando solo il nastro ocra che le componeva. Indaco che cede al borgogna in un tuffo di carminio, vermiglio, castagna, bordeaux, laddove non domina il mogano, il rame, il giallo senape, l’oro antico e il cadmio.
Sono più ampie della mia mano, dalle dita estese in macchie d’inchiostro metalliche e opache, ghirigoreggianti e ondulate o lineari e cuoriformi.
Le ho già raccolte, le foglie per il mio bouquet. Scegliendole minuziosamente in accostamenti digradanti e morbidi, caldi. I prati sono uno scrigno infinito e duole pensare di non potersi sdoppiare e andare a godere di tutti i campi d’autunno del mondo, con le loro sfumature e la loro maestosità peculiari. Di non poter gioire degli enormi aceri sanguigni o di quegli alberi le cui chiome assumono colorazioni che paiono, ai profani, non appartenenti alla flora di questo mondo: viola, rosa, blu, giallo toscano, marrone ecc… Quanti i recessi boschivi che occhio umano non godrà mai? Quanti paradisi silenti a sola discrezione di esseri del bosco, animali e fatati? Non conosco tutti i nomi degli alberi d’autunno ahimè, dovrei cercarli…e magari beneficiarne per foto, stampare sulla mia retina impressioni che non posso raggiungere altrimenti.
Per ora mi accontento di avere il mio bouquet bell’e pronto e furoreggiante in tutta la sua anomalia, eccitato quanto me di fare il suo esordio in sala, sperando che arrivi da qualche sconosciuto, l’invito al Grande Ballo, prima che le mie foglie d’autunno tornino a essere solo foglie secche, a rivendicare il loro status e prendano tutte il volo verso la loro fine o verso la loro vita altrove, non ci è dato saperlo.
Sperando di potermene fregiare o, o…oh… magari… di vedere il mio bouquet di foglie, sbocciare in zuccherose nuvole rosa, in Peonie soffici e vergini. Un dono di un principe punk celato anch’esso dagli arbusti di cristallo? Non oso neanche immaginarlo. Non è la mia storia. Ma, d’altronde, le Peonie sembrano fatte della stessa sostanza dei sogni, non sembrano fiori reali, così timide, così tenere e delicate, soffuse. Quindi, forse, aspirare a un mazzolino di Peonie, sperare di accostare la mia figura di non-protagonista, per una volta sola, a fiori tanti vivi e belli, non è del tutto stridente e sbagliato. Giusto?
Sperando di potermene fregiare o, o…oh… magari… di vedere il mio bouquet di foglie, sbocciare in zuccherose nuvole rosa, in Peonie soffici e vergini. Un dono di un principe punk celato anch’esso dagli arbusti di cristallo? Non oso neanche immaginarlo. Non è la mia storia. Ma, d’altronde, le Peonie sembrano fatte della stessa sostanza dei sogni, non sembrano fiori reali, così timide, così tenere e delicate, soffuse. Quindi, forse, aspirare a un mazzolino di Peonie, sperare di accostare la mia figura di non-protagonista, per una volta sola, a fiori tanti vivi e belli, non è del tutto stridente e sbagliato. Giusto?
| Penie rosa |
giovedì 18 novembre 2010
Enfiata di versi, foglie e peccati carminio
Mi sono riappropriata dell’autunno espressionista e boschivo che incastona Cosenza oramai da una settimana e non riesco a scrollarmelo di dosso. Lui e i suoi effetti plurimi, variegati e devastanti che si trascina dietro e mi stampa addosso irrimediabilmente, da sempre.
Quel manto di melanconia mi sopprime e io lo lascio fare, trastullandomi negli effluvi vaporosi, umidi di tronchi d’alberi, scrocchianti di foglie secche calpestate, grandi, seducenti, maniformi, incurvate in ramificazioni precise, viola e bordeaux, sfumanti in ori dai milioni di inenarrabili pigmenti, bronzo di polvere vaporosa in cui si sfaldano per sparire dalla storia, al mattino quando le gocce d’argento della brina ghiacciata annunciano l’imminente arrivo dell’inverno a scolorire il trionfo marronato e caldeggiante dell’autunno. Ho sprofondato nell’erba giovane e brillante dei parchi e delle zone verdi dell’università, immutate e immutabili perché nessuno sembra intaccarle, perciò possono mantenere un riserbo prezioso come un tocco d’ambra che attornia la felce centenaria. Ho ricercato in quegli stessi rami tendenti al cielo marrone o spioventi in radici pettinate, versi tessuti in lingue ataviche e norrene, intraducibili in queste terre, pendenti, stanchi e irretiti in boccioli schiumanti una maturità ricca, ma abbandonata. Quel mondo che apre l’autunno, che si manifesta in colori atipici e violeggianti, contorna e attinge a pitture visibili attraverso squarci spazio-temporali remoti. E’ per questo che le foglie cadono! Così frutti traslucidi di versi imberbi, possono sbocciare per enfiare i versi passati ancora fissi sui rami perché da nessuna mano consapevole colti. Sono troppi e troppo grandi perché io sola possa assolvere questo compito, c’è tanto, troppo da aspirare, i miei polmoni sono pieni e stanchi. Cedono il compito a stomaco e intestino, ma anche se continuo a ingurgitare vorace per gustare il tocco dolce e saporoso della felicità fugace, anche lì non entra più niente: dovranno restare ancora lì, a trafugare lo spazio legittimo delle foglie, fino a quando la porta si chiuderà e il dipinto stingerà in germogli più terreni e primaverili.
C’era ancora nel parco antistante la fermata dell’autobus, il giovane albero anarchico, ai cui piedi solevo trascorrere ore di letture, con il tronco levigato in metallico beige-bronzato e sulla corteccia, incisa da mani umane, una “A” cerchiata e anarchica quanto lui. Chissà chi l’ha scritta. Se non l’avesse fatto non avrei probabilmente votato il mio tempo al decolorare delle sue foglie, non avrebbero queste coronato la mia fronte e la mia vista con la loro aggraziata caduta dalle nuvolose coreografie. Eppure un filo conduttore invisibile mi lega a quella mano anarchica d’artista irrispettoso che ha deciso per me dove come e perchè avrei trascorso tante ore inutili e perse della mia inutile e persa vita.
Foglie in sentieri, intrecciati sotto rami rossi e rosa, gialli e verdi, viola e marroni, stecche di luce timida che ricama i sempre più ampi pertugi tra le foglie, le panchine infossate nel terreno, sommerse da foglie in fogli, secchi e leggeri, cadenti, ingovernabili, pozzi di fruscii dai sedili ingioiellati e nero carminio, per ritratti di altri mondi, non per sederi di questo.
E non mi sono ancora ripresa.
Quel colore, quella nebbia, è una lente che offusca ogni cosa e la traspone in venature e dimensioni diverse che non hanno posto qui, fuori luogo quanto me, e io annaspo perché non ho più punti di riferimento. Niente trova collocazione degna fuori, tutto s’accumula dentro e io mi gonfio come un pallone aerostatico che fatica a prendere il volo, ma non riesce neanche a guardarsi allo specchio, troppo offuscata è la sua vista, troppo immenso il suo corpo che continua a enfiarsi ed enfiarsi ed enfiarsi, dove tutto entra senza che niente esca, e viva e nasca e produca e viva e viva e viva e viva. Farfalla chiusa per sempre in un bozzo sotto grattacieli stillanti asfalto nero che soffocano foglie fiori frutti e alberi e onde e mare che dorme oleoso, senza onde… Dove sono le onde? Sono morte anche loro? Perché non cantano e schiumano? Come può il mare non respirare più? E’gonfio anche lui? Non esplode più oramai, non ha senso, si limita a ingrigire celando i suoi tesori, scrupoloso: “Se non mi muovo nessuno li noterà, nessuno ruberà” - sembra pensare.
Ah, ma certo!
Se anche io non mi muovo nessuno verrà a soppesarmi e interrogarmi e a violentare le mie urla senza echi, i tortuosi sentieri conducenti in oblii perlescenti e abbacinanti e rosa. E gonfia, tutto questo rosa castrato, gonfia e pesa perciò non volo come il pallone aerostatico, tra filacci di zucchero a velo e cieli brillanti, ma affondo e peso, come la pietra grigia, nuda. Gonfia, erosa, muta, esposta. Morta.
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giovedì 4 novembre 2010
Un tetto di ghiande per solitudini variegate
Troppo sonno per pensare, troppo anche per scrivere. Scriverò lo stesso però. Non riesco più a farne a meno, non sono mai stata così fedele neanche alle pagine di un diario per quanto mi abbia sempre affascinato l’idea di sigillare con un lucchetto pensieri già meglio sigillati nella mia testa. Un diario non serve a niente, forse a mettere ordine negli eventi e guardarli dall’esterno, ma anche in questo caso svolge un ruolo secondario. Tutto quello che ha è un fascino bestiale: il bestiale fascino del lucchetto. Ci illude che le nostre inutili speculazioni possano essere d’un interesse tale da doverle trascrivere e tutelare affinché un Arsenio Lupin scadente non le rubi. In realtà aneliamo eccome che le rubi. Probabilmente è questa la certezza che mi ha spinto ad aprire questo blog, senza però la presunzione d’investire di un qualche interesse ciò che scrivo: a malapena interessa me. Perciò lo scrivo. Lupin non ha niente da rubare qui e io spero venga ad accorgersene.
Troppo sonno anche per giungere al termine della puntata dei Griffin. Eppure scrivo. Scrivo perché per la prima volta, mi è concesso utilizzare internet nella mia camera. In realtà questo wi fi non cambia granché, ma c’è qualcosa…un soffuso aspetto intimistico nello scrivere circondata dalle mie cose, come se il computer e internet mi potessero osservare mentre dormo e sciogliessero loro i miei nodi, domani mattina. Come se questa fosse una finestra aperta ed entrasse Peter Pan a chiedermi di seguirlo sull’Isola che non c’è (non potrei contare quante volte l’ho aspettato sul serio da bambina, prima di addormentarmi, davanti la finestra, urlando storie affinché potesse sentirmi…), e come se io potessi tranquillamente farlo intrufolandomi nello schermo del pc. Come se veramente io abbia un segreto succulento e imprescindibile da picchiettare su tasti bollenti che, mi rendo conto solo ora, imprimono a fuoco le loro lettere sui polpastrelli: loro scrivono su me e io, sciocca, m’illudevo del contrario. O forse è una sorta di libertà: ora che sono celata a sguardi indiscreti posso fare di tutto, posso stare tutta la notte sveglia a vergare le mille forme fumose del niente e non è detto che non lo faccia. Potrei accendere la webcam ed esibirmi in danze senza veli alla mercé del primo reperibile in rete, e non detto che non faccia anche questo, senza pudore, senza freni, senza pensieri, per non avere più paura di svuotarmi del tutto. Strano come il cambio di un modem possa portare a questi desideri o azzardi o che so io, quando prima non ci avevo mai pensato. Eppure sotto questo strato di sonno pesante sono euforica e stranamente serena. E’ l’autunno sempre più piovoso, tormentato e bigio, ma con sprizzi di sole che frantumano il mondo del marrone e delle sue gradazioni che regnano incontrastate e malinconiche sulla mia terra.
In realtà, segregata nel mio paese dopo anni trascorsi a Cosenza, mi mancano quegli aspetti dell’autunno più montani di cui ero solita bearmi abbondantemente non senza rimorsi. Una nostalgia che non credevo possibile (non che abbia lasciato una vita migliore a Cosenza che sia degna di tale nostalgia), ma ora il mio mare è inaccessibile, e romba e sbatte e chiama, lo sento fin da qui, ma non lo posso raggiungere: si sta trasformando, come me, lui nel Poseidone famelico delle storie, io nel…. . Non visualizzo in cosa, distinguo solo un velo che cela quella che sembra la mia sagoma incerta, dai contorti sfilacciati, in balia di venti statici e invisibili.
Mi mancano le tonalità viola e dorate degli alberi cosentini, quelli alti e dalle forme variegate che circondano l’università e la rendono troppo simile a uno dei miei sogni per non amarla, scordando un attimo quel che invece è davvero e il terrore che mi instilla. Mi manca la collinetta dietro la biblioteca, dove anche nelle altre stagioni permane un tappeto di foglie d’autunno; i miei alberi che sovrastano panchine sempre vuote, se non occupate dai branchi di cani randagi che figliano tra quei cubi come se loro, avessero trovato il posto adatto per vegetare, “università da cani” non è un eufemismo per l’Unical. Panchine sempre vuote, vuote per reggere il confronto con una vita piena che non ha tempo per gli alberi, vuote se non occupate da me, che vuoto da riempire ne ho bastevole per la foresta vergine. Quante volte sono fuggita dalle aule ingombre di studenti incastrati alla perfezione tra i banchi costruiti su misura per loro! Evidentemente la mia misura era troppo difficile di ricreare, perché in nessuno di quei banchi, tra nessuno di quegli studenti mi sono mai incastrata alla perfezione. Guardarmi intorno con la certezza - stampata su ogni volto, su ogni lavagna, su ogni slide, su ogni cartella di professore - di essere l’unica fuori posto, fino a dover fuggire per non soffocare tra banchi troppo stretti, tra studenti troppo perfetti per la mia imperfezione. E allora andavo lì, da quelle panchine snobbate da chi aveva un ben più comodo, caldo, confortevole e inorgogliente banco su misura.
Gli alberi non hanno misure, possono coprire e proteggere chiunque; le panchine sono fredde adatte a chi è abituato a vivere nel gelo, adatte per cani, barboni e me. E leggevo. E guardavo le ghiande tintinnare come campane bronzate davanti ai mie occhi, dietro la mia testa, accanto alle mie orecchie, sotto i miei piedi, sopra la mia testa, tra le foglie oro di quel tappeto chiazzato di rosa antico e verde timido. E ambivo alla forma perfetta dele ghiende che nulla ha da invidiare agli studenti, perfetti anche loro. L’università è un gioco al perseguimento della perfezione, in qualsiasi campo e di qualsiasi genere essa sia. Le invidiavo perché loro stavano lì, proprio dove dovevano, snobbati da tutti e indifferenti, placide, a giocare col sole e a farsi dondolare dal vento senza sentirsi in colpa per questo e per non riuscire a costringersi in un banco dalla forma di qualcun’altro.
Chissà se gli alberi sono ancora lì o se qualcuno ha preso il mio posto su quella panchina. Tanto né loro, né le ghiande ridenti o le foglie caduche se ne accorgerebbero.
La settimana prossima salgo a Cosenza, per scoprirlo.
martedì 2 novembre 2010
Mangio nuvole nate dalla terra
Sto crollando ma voglio provarci ora a fare sta cosa. Ora che ancora mantengo nel naso l’odore della mia cena, che la lingua ne ricerca il sentore di vita esplosiva e la dolcezza ineguagliabile. Domani avrà un altro colore, il ricordo di un altro gusto, sbiadito dai miasmi della notte.Voglio provare a descrivere i sapori della futta di stagione che ho mangiato famelicamente, questa sera, sorvolando nuovamente sulla dieta, ma di mangaire ancora merluzzo non c’avevo voglia. E poi la composizione di quel piatto era così bella che se è vero come è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, allora la soddisfazione è multisensoriale e i medaglioni di merluzzo non ne escono bene per niente. Su tutti i fronti.
Mi sono resa conto, scrivendo in questi giorni, che descrivere un gusto, una forma, un colore e farli combaciare agli stati d’animo del momento, alle situazioni, è difficile e interessante, perchè esistono in realtà aggettivazioni ben precise, parole perfette a definirli, frasi da comporre ma che una volta azzeccata la forma più giusta, sono uno spettacolo, più che per palato e occhi questa volta, per la mente. Esercizio simile a quello di “Al mercato con mamma”, ma più sfizioso. In realtà credo di aver scritto un sacco di baggianate ma non mi sono posta censure in questo blog e questo è quello che c’è nella mia testa. Non molto confortante direi…
Secondo giorno che mi spazzolo un piattone tutt’altro che poco calorico come qualcuno può pensare (anche se sono composte da zuccheri semplici sempre zuccheri sono), di frutta autunnale. In questo c’erano: cachi, pera, mela, chicchi d’uva chiara.
PERA: nient’altro ha la forma confortevole e ridente della pera. Tenerla tra le mani mi dà sempre l’impressione di stringere un oggetto fatato, scolpito dal più abile degli artigiani del il piccolo popolo, con questa forma seducente apposta per incantare i pittori che l’hanno dimpinta in centinaia di nature morte. Una forma che ha una ragione particolare che a me sfugge. Per aprire una porta? La forma della pera può aprire una porta? Il peduncolo sarebbe l’estremità della chiave, il fondo fatto apposta per confortare la mano che impugnerà la maniglia, per girarla ed entrare.
Quella che ho scelto è una pera particolarmente distinta, sottile fortemente periforme, gracile in cima, arcuata in vita e improvvismante tondeggiante di fianchi, sferoidale e tornita, piena come una donna gravida, matura come la terra che l’ha prodotta in questa stagione. Il peduncolo di corteccia secca e legnosa, estende la sua abbronzatura a quasi tutta la buccia spugnosa: la metà superiore della pera, contamina l’altra metà con lentiggini di tabacco su sfondo giallastro soffuso di verde blando, timido, appena accennato. La buccia si sfalda in ruggine liquida tra le mani mentre la sbuccio e cela una polpa avorio all’etremità superiore, dove scrocchia sotto i denti come biscotto fresco e duro. La parte tonda si sciolglie già al tocco dato il grado di maturazione: è di un bianco-giallastro, cremoso. Ogni morso sprigiona rivoli di succo liquido e “granuloso sulla lingua” (questa la rubo a “La città degli angeli”…), sugosa. Zuccherina, rinfrescante, aromatica. Semini al centro, un cuore di lacrime nere, il vero tesoro non era la chiave, dunque….
MELA: o meglio pomo, imparo ora che è un falso frutto. Da wikipedia: “Il carattere di falso frutto del pomo deriva da una particolarità che lo contraddistingue da altri veri frutti; di fatto quello che si considera "frutto" (inteso come parte commestibile) è solo il ricettacolo fiorale che cresce formando parte prevalente (come massa), rispetto alla parte centrale (torsolo) che è quella derivata dalla fecondazione; tale parte centrale, (che per definizione è definita invece "frutto"), avvolge e contiene i semi. Quindi la parte del torsolo che contiene i semi è il vero frutto delle pomacee (mele, pere, cotogne), la parte accresciuta attorno non è originata della fecondazione e quindi non è botanicamente definibile come frutto
Falso frutto o no è regale come pochi, forse per la carica leggendaria e favolistica che ha ispirato nell’uomo nei secoli. Da bambina cercavo la mela perfetta, la più rossa possibile, per morderla e perdermi nel sogno rotto solo dal bacio del bel principe, ma non è mai successo per quanto riprovassi: il mio destino e quello di Biancaneve non coidono, evidentemente. Non so quanto sia un male alla fine quella lì mi pare tanto una bambocciona! Sempre wikipedia “La mela è da sempre alleata della bellezza: ha un bassissimo apporto calorico e, grazie alla pectina, aiuta ad eliminare dal corpo le sostanze tossiche”. Ecco perché è stata scelta da Paride come pomo delle discordia… non lo sapevo. Devo leggere e interpretare le leggende greche: sono così ricche di simbologie che potrebbero essere quel genere di letteratura perfettamente adeguata a me che ancora non ho del tutto trovato.
Golden è il tipo di mela che mangio più spesso. Con tutte le mele che mi sono sparata nella mia vita dovrei essere bellissima, ma non credo abbia funzionato nel mio caso. Gialla, giallissima, colore del sole, forma del sole che si è fuso con un cuore. Anche il colore del cuore ha ereditato perché è striata di rosso scarlatto. La polpa è compatta, piena, densa, solo a tratti farinosa, plastica e porosa se ne succhi il sangue cremoso. Ma per lo più è croccante. Aromatica, agrodolce, tenera, polposa, balsamica.
CACHI: E’ troppo buono, è troppo bello. Soffice, di una consistenza anomala che deve appartenere più al cielo che alla terra. Sembra di stringere una nuvola troppo matura, da spremere e assaggiare. Le nuvole possono avere solo un sapore così buono e la bellezza soffusa dello zucchero filato. “L'albero del kaki è infatti oggi considerato "l'albero della pace", perché al devastante bombardamento atomico di Nagasaki, dell'agosto1945, sopravvissero soltanto alcuni alberi di Kaki.” E’ dolce e non ci sarebbe altro da dire. Ma non è un dolce stopposo e melenso. E’ morbido e profumato, vanigliato, mielato. Scivola in gola senza resistenza, viscido in alcuni tratti, filaccioso e resinoso in altri. Buccia fragile e opaca, dal colore dell’autunno maturo. Spalma una trasparenza vischiosa sulle dita che se “non lecchi godi solo a metà”. E’ unico ed è un peccato che duri così poco. O forse no perché la sua precarietà lo rende una sfera preziosa dal ciuffo elaborato, compete con l’orbe del Papa e vince. Ha parecchie calorie quindi forse meglio che duri così poco…per me.
UVA: Chiara, gemmata, dagli acini levigati, arrampicati al grappolo carico e triangolare. Dolce, vellutata sulla lingua, asprigna se si mordono i semini, con un leggerissimo retrogusto di mosto. Ha l’odore dei campi seminati e sterminati di vite. E’ succosa, rinfrescante, morbida, sprigiona mille sensazioni ad ogni morso e non riesci a distinguerli perché si amalgamano per scomparire subito. Ma è un sapore lucido per un attimo ti abbaglia e non ti fa smettere di mangiarla. 60 calorie ogni 100 gr.: auguri.
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