Filosofia della mente. (Brrrr si èalzato un ventogelido al solo nominarlo come quando si pronuncia il nome di Colui che non deve essere nominato)
Uscire con le due amiche che mi hanno tirato il pacco a luglio (This is immaginifica cronaca dell'evento)
Uscire con due colleghe i lavoro.
Andare all'unisperando di non aver combinato grosso guaio con il prestito interbibliotecario.
Farmi contatto facebook per tenermi in contatto con un po' di gente.
Wow...rileggendo sembra quasi abbia una fita sociale. Quasi...
Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
Visualizzazione post con etichetta Vivo per pensare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vivo per pensare. Mostra tutti i post
mercoledì 31 agosto 2011
sabato 23 luglio 2011
Think things
Visto che sto rispolverando vecchie abitudini da casaliera solitaria
e che il caffè americano centellina il suo afrore piano piano piano...
come lo scorrere ovattato di questi minuti,
mi consento il lusso di formulare pensieri senza ragione,
senza senso,
senza fine alcuno,
di pensare solo per il gusto dipensare,
di girovagare e raggiungere luoghi che nessuno mai raggiunse....
e che il caffè americano centellina il suo afrore piano piano piano...
come lo scorrere ovattato di questi minuti,
mi consento il lusso di formulare pensieri senza ragione,
senza senso,
senza fine alcuno,
di pensare solo per il gusto dipensare,
di girovagare e raggiungere luoghi che nessuno mai raggiunse....
Etichette:
L'ideatrice di storie,
La parolaia,
Vivo per pensare
domenica 12 giugno 2011
Purtroppo non so come siete in tanti e molti qui davanti, ignorano quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero
Ma i moralisti han chiuso i bar
e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori:
è bello ritornar "normalità",
è facile tornare con le tante stanche pecore bianche!
Scusate, non mi lego a questa schiera:
morrò pecora nera!
e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori:
è bello ritornar "normalità",
è facile tornare con le tante stanche pecore bianche!
Scusate, non mi lego a questa schiera:
morrò pecora nera!
Etichette:
I love...,
My heroes,
Rebel rebel,
Songs,
Versi,
video,
Vivo per pensare
venerdì 13 maggio 2011
La strada non presa
Divergevano due strade in un bosco
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai
Una di esse finchè potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.
Poi, presi l’altra, che era buona ugualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benchè, in fondo, il passare della gente
Le avesse davvero segnate più o meno lo stesso,
Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno !
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.
Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove tra molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, e io…..
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.
Robert Frost
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai
Una di esse finchè potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.
Poi, presi l’altra, che era buona ugualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benchè, in fondo, il passare della gente
Le avesse davvero segnate più o meno lo stesso,
Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno !
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.
Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove tra molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, e io…..
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.
Robert Frost
Etichette:
My heroes,
Rebel rebel,
Versi,
Vivo per pensare
martedì 5 aprile 2011
Zoppico, mentre gli altri danzano
Non c'ho una cazzo di voglia di scrivere ma quetsa giornata è stata talmente merdosa, ma talmente merdosa che merita di essere trascritta per primeggiare come un gioiello tra le altre mie merdosissime giornate.
Sveglia presto per andare a V. a sbrigare faccende burocratiche e non, ma nessuno può/vuole accompagnarmi. Non essendo motorizzata mi dirigo quindi a prendere l'autobus che, guarda guarda non passa, perchè pare che dopo le 7.00 non ci siano altre corse dal mio paese a V. fino a quella delle 10.30, il che è di un'insensatezza esilarante, ma che volete farci, siamo in Calabria d'altronde!
Sfiga aggiuntiva, arriva una delle miss del paesucolo che ovviamento conosco a malapena, cioè. E qui dovrei cominciare a narrare il cioè, il come le esistenze mie e della gallinella si sono intrecciate per subito strecciarsi in passato, ma non c'ho una cazzo di voglia neanche di fare ciò. Basti sapere che è una delle affezzionatissime della scuola di danza locale, superba e con una sicumera irritante e invidiante. Capito il genere? Non so, perchè se non avete la (s)fortuna di avere a che fare con gente del genere, difficilmente potete capire quanto sia urticante dover subire i suoi sguardi d'alterigia e le sue frasi inconsistenti, gettate al vento come stoccate irridenti e perennemente inconcluse.
Tutta tirata ma vestita in maniera anonima, riesce sempre a estorcere al suo viso e al suo corpo, il meglio che possono dare, e non è molto. Ma è fonte di ammirazione per me, come il non-molto possa essere pennellato e divenire tanto solo con la forza della sicurezza e della superbia.
Arriva come un corvo che accompagna notizie mortifere col cipiglio seccato, ma altezzoso, come se anche la seccatura non è che le tange poi molto. Mi dice che lei sa che non ci sono più autobus e che le toccherà arrivare in ritardo al lavoro, ma sicuramente passerà qualcuno che conosce che le darà uno strappo. A ogni macchina che passa sputa là un:"Teeeesoroooo", in versione gollumiana femminile e affettata, ma nessuno va dove deve andare lei. Le va male, almeno fin quando resto là, ma sono certa che alla fine lo ha trovato un passaggio, quelle come lei lo trovano sempre. Forse hanno un qualche potere mentale che spinge le persone che conoscono ad alzarsi e passare di là solo per poterla incontrare e darle il passaggio. E' così che si gestisce il destino, con la forza mentale dell'altezzosa sicurezza in sè stessi.
E... io gliela invidio questa sicurezza....che cazzo. Avercela!
Visto che ero in ballo ho iniziato a ballare anche io, anche se lei ha anni di balletti e danza alle spalle, io zoppico e strascico. Ho cercato di stabilire un contatto con quella forma aliena al mio mondo, di instaurare anche solo una conversazione da "fermata dell'autobus". Ma i miei propositi venivano vanizzati da serpentine frasette stereotipate, smorzate, emesse con voce atona (sapete, quella che nei fumetti viene espressa con occhi indolenti e palpebre semichiuse), come a dire "ma certo che è così" oppure "Ah ah ...e quindi? Non sei così interessante sai?". E improvvisamente ho un deja-vu dei miei giorni da adolescente timida, circondanta da lingue serpentesche che attaccano con disinteresse calibrato e, come allora, pur vergognandomi di non aver fatto passi avanti in tutti questi anni, di non poter esibire nessuno scudo degno di nota, nessuna effettiva ragione per essere fiera di me e del mio modo di essere rispetto a al suo, mi ritiro nella tana come una marmotta tremante.
Il brutto è che non è mai esplicita, solo molto indifferente e molto...normale. L'unica cosa degna di un certo colore, seppur il colore sia sempre ammorbato da quella sicumera malsana da donna bellissima che viene fischiata, l'ha avuta quando passa un camincino e si fa una suonata di clacson, per chissà quale ragione, suonata che invero io avevo del tutto ingnorato perchè capita spesso sull'autostrada. Lei non l'ha ignorata e urla a gran voce: "E suonati questo cazzo!".
Io resto abbastanza interdetta un po' perchè inizialmente non avevo capito chi stava suonando quale cazzo, un po' perchè poi si rivolge a me e dice: "Che poi io sono un po' volgare, ma sai... è legittimo se mi suonano dietro". D'accordo che dare per scontato che suonino per te fa tanto gran gnocca, ma dirlo espressamente per sottolinearlo nel caso non fosse chiaro a qualcunoc he sei gran gnocca riconosciuta dal clacsonatore, fa anche tanto fuoco fatuo.
E' troppo per me, me ne vado e cerco di raggiungere V. a piedi.
Non è facile ma è solo una camminata di un'ora anche se in più casi si rischia di essere messi sotto. Comunque non è la prima volta che lo faccio. Sono rodata. In realtà mentre ripercorro il tragitto dell'andata e passo da casa mia, mi ritrovo a pensare che in quel momento saper guidare l'auto non sarebbe male, visto che quella di mio fratello è disponibile. Ma è un attimo, poi questa smania conformista inattesa passa, e mi butto a testa bassa contro la cortina di vento che strapazza questa valle da tre giorni ormai, senza tregua. E chi ti incontro alla prima svolta? Be' mia cugina, la solita non ricordo l'epiteto che le avevo assegnato su questo blog...tutta tirata in auto con le sue, tutte tiratissime anch'elle, cuginette che accompagna all'università mentre lei si dirige dove fa praticantato e mi chiede dove vado e perchè e glielo dico e lei mi guarda come fossi pazza, ma che diamine c'è di male ad andare a piedi da qualche parte? Non può capire, lei non lo farebbe: troppo anarchico!
Il tragitto è lungo, il vento mi sferza e sbatacchia e in più di un'occasione rischio di prendere il volo; vecchi allupati in auto mi fischiano e fanno gesti osceni o dal significato sconosciuto; donne al volante schizofreniche cercano di mettermi sotto. Arrivo a V. mezza zoppa per fare una fila di due ore per un certificato e andare dalla dottoressa e farmi dire quello che già so, che sono ingrassata anche se solo un chilo e non è tanto, ma che rischio di perdere il controllo "...e che facciamo mi fai fare brutta figura" e io che vorrei risponderle che me ne frega un cavolo della sua bella faccia. Cerco di spiegarle che non ce la faccio più, che non ho testa di mangiare tutto quello che ho mangiato per più di un anno perchè mi viene la nausea al solo vederla quella dieta e che non so se reggo perchè ho un buco tremendo che devo riempire e non importa con cosa, che vorrei mangiarmi altro, che ho fame, che mangiare anche solo un pezzo di torta significa provare quel po' di felicità che non provo in nessun altro modo, in nessun momento delle mie lunghe e identiche giornate.
Ma lei non sente, non capisce e io ho un groppo in gola perchè nessuno sente mai veramente quello che dico e voglio solo scappare di lì altrimenti scoppio a piangere, e quella continua a ciarlare che devo chiamarla per il prossimo appunatmento mentre io penso solo che non devo piangere, che ho tutto il resto della giornata chiusa nella mia camera in penombra, sola, per piangere senza che nessuno mi veda.
Riesco a resistere e mi ritrovo seduta a una panchina nel giardino pubblico vicino, senza ricordare come ci sono arrivata, con le guance rigate da lacrime che pizzicano mentre un sole di un aprile caldissimo le asciuga, a guardare in terra il frenetico sgambettare delle formiche, ad aspettare qualcosa o qualcuno che venga da me e cambi le cose.
Non è arrivato nessuno.
Mi alzo e me ne torno a casa.
Sveglia presto per andare a V. a sbrigare faccende burocratiche e non, ma nessuno può/vuole accompagnarmi. Non essendo motorizzata mi dirigo quindi a prendere l'autobus che, guarda guarda non passa, perchè pare che dopo le 7.00 non ci siano altre corse dal mio paese a V. fino a quella delle 10.30, il che è di un'insensatezza esilarante, ma che volete farci, siamo in Calabria d'altronde!
Sfiga aggiuntiva, arriva una delle miss del paesucolo che ovviamento conosco a malapena, cioè. E qui dovrei cominciare a narrare il cioè, il come le esistenze mie e della gallinella si sono intrecciate per subito strecciarsi in passato, ma non c'ho una cazzo di voglia neanche di fare ciò. Basti sapere che è una delle affezzionatissime della scuola di danza locale, superba e con una sicumera irritante e invidiante. Capito il genere? Non so, perchè se non avete la (s)fortuna di avere a che fare con gente del genere, difficilmente potete capire quanto sia urticante dover subire i suoi sguardi d'alterigia e le sue frasi inconsistenti, gettate al vento come stoccate irridenti e perennemente inconcluse.
Tutta tirata ma vestita in maniera anonima, riesce sempre a estorcere al suo viso e al suo corpo, il meglio che possono dare, e non è molto. Ma è fonte di ammirazione per me, come il non-molto possa essere pennellato e divenire tanto solo con la forza della sicurezza e della superbia.
Arriva come un corvo che accompagna notizie mortifere col cipiglio seccato, ma altezzoso, come se anche la seccatura non è che le tange poi molto. Mi dice che lei sa che non ci sono più autobus e che le toccherà arrivare in ritardo al lavoro, ma sicuramente passerà qualcuno che conosce che le darà uno strappo. A ogni macchina che passa sputa là un:"Teeeesoroooo", in versione gollumiana femminile e affettata, ma nessuno va dove deve andare lei. Le va male, almeno fin quando resto là, ma sono certa che alla fine lo ha trovato un passaggio, quelle come lei lo trovano sempre. Forse hanno un qualche potere mentale che spinge le persone che conoscono ad alzarsi e passare di là solo per poterla incontrare e darle il passaggio. E' così che si gestisce il destino, con la forza mentale dell'altezzosa sicurezza in sè stessi.
E... io gliela invidio questa sicurezza....che cazzo. Avercela!
Visto che ero in ballo ho iniziato a ballare anche io, anche se lei ha anni di balletti e danza alle spalle, io zoppico e strascico. Ho cercato di stabilire un contatto con quella forma aliena al mio mondo, di instaurare anche solo una conversazione da "fermata dell'autobus". Ma i miei propositi venivano vanizzati da serpentine frasette stereotipate, smorzate, emesse con voce atona (sapete, quella che nei fumetti viene espressa con occhi indolenti e palpebre semichiuse), come a dire "ma certo che è così" oppure "Ah ah ...e quindi? Non sei così interessante sai?". E improvvisamente ho un deja-vu dei miei giorni da adolescente timida, circondanta da lingue serpentesche che attaccano con disinteresse calibrato e, come allora, pur vergognandomi di non aver fatto passi avanti in tutti questi anni, di non poter esibire nessuno scudo degno di nota, nessuna effettiva ragione per essere fiera di me e del mio modo di essere rispetto a al suo, mi ritiro nella tana come una marmotta tremante.
Il brutto è che non è mai esplicita, solo molto indifferente e molto...normale. L'unica cosa degna di un certo colore, seppur il colore sia sempre ammorbato da quella sicumera malsana da donna bellissima che viene fischiata, l'ha avuta quando passa un camincino e si fa una suonata di clacson, per chissà quale ragione, suonata che invero io avevo del tutto ingnorato perchè capita spesso sull'autostrada. Lei non l'ha ignorata e urla a gran voce: "E suonati questo cazzo!".
Io resto abbastanza interdetta un po' perchè inizialmente non avevo capito chi stava suonando quale cazzo, un po' perchè poi si rivolge a me e dice: "Che poi io sono un po' volgare, ma sai... è legittimo se mi suonano dietro". D'accordo che dare per scontato che suonino per te fa tanto gran gnocca, ma dirlo espressamente per sottolinearlo nel caso non fosse chiaro a qualcunoc he sei gran gnocca riconosciuta dal clacsonatore, fa anche tanto fuoco fatuo.
E' troppo per me, me ne vado e cerco di raggiungere V. a piedi.
Non è facile ma è solo una camminata di un'ora anche se in più casi si rischia di essere messi sotto. Comunque non è la prima volta che lo faccio. Sono rodata. In realtà mentre ripercorro il tragitto dell'andata e passo da casa mia, mi ritrovo a pensare che in quel momento saper guidare l'auto non sarebbe male, visto che quella di mio fratello è disponibile. Ma è un attimo, poi questa smania conformista inattesa passa, e mi butto a testa bassa contro la cortina di vento che strapazza questa valle da tre giorni ormai, senza tregua. E chi ti incontro alla prima svolta? Be' mia cugina, la solita non ricordo l'epiteto che le avevo assegnato su questo blog...tutta tirata in auto con le sue, tutte tiratissime anch'elle, cuginette che accompagna all'università mentre lei si dirige dove fa praticantato e mi chiede dove vado e perchè e glielo dico e lei mi guarda come fossi pazza, ma che diamine c'è di male ad andare a piedi da qualche parte? Non può capire, lei non lo farebbe: troppo anarchico!
Il tragitto è lungo, il vento mi sferza e sbatacchia e in più di un'occasione rischio di prendere il volo; vecchi allupati in auto mi fischiano e fanno gesti osceni o dal significato sconosciuto; donne al volante schizofreniche cercano di mettermi sotto. Arrivo a V. mezza zoppa per fare una fila di due ore per un certificato e andare dalla dottoressa e farmi dire quello che già so, che sono ingrassata anche se solo un chilo e non è tanto, ma che rischio di perdere il controllo "...e che facciamo mi fai fare brutta figura" e io che vorrei risponderle che me ne frega un cavolo della sua bella faccia. Cerco di spiegarle che non ce la faccio più, che non ho testa di mangiare tutto quello che ho mangiato per più di un anno perchè mi viene la nausea al solo vederla quella dieta e che non so se reggo perchè ho un buco tremendo che devo riempire e non importa con cosa, che vorrei mangiarmi altro, che ho fame, che mangiare anche solo un pezzo di torta significa provare quel po' di felicità che non provo in nessun altro modo, in nessun momento delle mie lunghe e identiche giornate.
Ma lei non sente, non capisce e io ho un groppo in gola perchè nessuno sente mai veramente quello che dico e voglio solo scappare di lì altrimenti scoppio a piangere, e quella continua a ciarlare che devo chiamarla per il prossimo appunatmento mentre io penso solo che non devo piangere, che ho tutto il resto della giornata chiusa nella mia camera in penombra, sola, per piangere senza che nessuno mi veda.
Riesco a resistere e mi ritrovo seduta a una panchina nel giardino pubblico vicino, senza ricordare come ci sono arrivata, con le guance rigate da lacrime che pizzicano mentre un sole di un aprile caldissimo le asciuga, a guardare in terra il frenetico sgambettare delle formiche, ad aspettare qualcosa o qualcuno che venga da me e cambi le cose.
Non è arrivato nessuno.
Mi alzo e me ne torno a casa.
Etichette:
Consorzi umani,
Cronache di vita vissuta,
L'insostenibile nullità del vivere,
Li osservi e ti senti meglio,
Parenti serpenti,
Rebel rebel,
Vivo per pensare
sabato 19 marzo 2011
Notizie a grappoli, pensieri a scampoli
Scampoli di notizie che devo pur dare. Non che interessino effettivamente a qualcuno. Ma nelle mia visione demenzaile e deviata delle cose, trascrivere le stesse significa renderle savie, polpose, comprensibili e degne di essere anche solo pensate da me. Se invece non lo faccio permangono in un limbo di pensieri sfatti, ubriachi e incerti, senza importanza e vitalismo.
Mio cugino romano ventitreenne parte per due mesi, se la fila in Irlanda a seguire un corso di inglese e a fare l’esperienza di vivere in una famiglia. E a fare l'esperienza di vivere all'estero. E a fare l'esperienza di esperire e vivere vivere vivere più che mai, più che può, altrove. Non so che darei per avere l’opportunità di fare una cosa del genere. Ho sempre invidiato molto chi lo ha fatto. Anche la mia quattordicenne cuginetta se ne andrà in Inghilterra quest’estate a fare la stessa cosa. Quindi? Quindi rosico d’invidia per non averlo mai potuto fare.
Tediante.
Ho incrociato per le scale la mia ex amica-vicina dal pelo fulvo (la chiamerò così d'ora in poi, aggiunge un tono poetico laddove la poesia scarseggia). Breve riassunto: ci siamo cresiute insieme, lei ha due anni più di me, è diventata presto una borghese bigotta e idiota, io ho preso le distanze come da qualsiasi altro borghese bigotto in cui mi sono imbattuta ma occasionalmente parlavamo; recentemente mia madre ha litigato con i suoi per ragioni condominiali; io le ho portato il regalo per il matrimonio e lei non c’era: non mi ha mai neanche mandato un sms di ringraziamento. Ora è incinta e tutta fiera di sé: l’ho salutata e le ho anche sorriso, lei ha detto un ciao distratto ed è tornata a rivolgersi al marito chiamandolo “Ammmmore”. Ma che non fosse 'sta grande persona lo sapevo, abbisognavo della conferma.
Viscido.
Quel ragazzo con sono uscita tempo fa mi ha fatto proposte piccanti: mi ha chiesto di scopare, in pratica. Risparmio il perché e il percome, ma riporto lo squallore intrinseco visto che dice di essere innamoratissimo della sua ragazza che ha lasciato il marito per stare con lui. Dice che per me e solo per me farebbe un’eccezione. Dovrei sentirmi lusingata non so? Qualcosa del genere? In realtà mi fa pena. Lei più di lui.
Nauseabondo.
Quel gentiluomo del mio migliore amico è sparito dalla circolazione dopo avermi mollata a parlare da sola domenica scorsa, col suo contatto in linea. Non si è fatto più vivo neanche per chiedermi se sono viva o scusa per essere scomparso senza neanche un saluto o una sillaba. Ovviamente non vuole più essere mio amico nè tantomeno il migliore mi par di capire né più un cazzo di niente. Non che questo gli conferisca la corona del primato o dell'originalità. Avesse avuto le palle di dirmelo quando gliel’ho chiesto sarebbe stato di certo coronato per il primato e l'originalità. Esarebbe stato decente, e grandioso, aggiungo. Ma trovare una persona che si comporti correttamente, senza secondi fini è praticamente impossibile. O si aspetta che io lo rincorri nuovamente, o semplicemente, non avendo più mire nei miei confronti non gli serve più parlare con me.
Triste.
Ogni volta che entro da Terranova, quella mia ex compagna delle medie e la sua collega-commessa mi fissano e si scambiano occhiate. Che parlino di me è scontato, ma che avranno mai da dirsi su di me è un mistero. Non me ne importa sono due beghine. Il punto è che mi irritano e finisce che mi faccio pure problemi a entrare nell’unico negozio che mi piace qui e in cui riesco a comprare qualcosa ogni tanto.
Seccante.
Non riesco a trovare su internet gli episodi in streaming delle ultime quattro stagioni di Gilmore girls in inglese con i sottotitoli e non ho i soldi per comprare i cofanetti (le prime tre stagioni le ho in DVD e le ho riviste di recente). Avevo un progetto: volevo riverdere tutte le puntate in lingua originale per apprezzarle meglio visto la traduzione italiana comletamente sballata in qualche punto. Stavo inoltre segnandomi le citazioni più interessanti. Ora dovrò interrompere. Che farò per distrarmi un po'? Briscola?
Snervante.
Basta così per ora. Ho fame.
Festività marzoline al macello
Poche righe per dire che odio questo giorno (San Giuseppe o Festa del Papà che dir si voglia) per poche e indiscutibili ragioni:
- perché be…avercelo un papà da festeggiare;
- perché anche quando lo avevo, ero piccola e ricordo solo di una sporadica festa in cui stavo male, avevo la febbre alta e gli detti per regalo un pacchetto di pocket coffee con una cravatta, insomma un’edizione speciale per la festa del papà, e la cosa mi mise così in imbarazzo che finsi di stare malissimo per rifugiarmi a letto. Non so perché reagivo così certe volte. Ero così timida e chiusa già allora…che scema. A sapere che non lo avrei ancora avuto per molto, probabilmente mi sarei avvinghiata a una sua gamba senza mollarlo;
- perché tutti si abboffano! Sono passata dalla pasticceria che spandeva lumi e fumi prelibati come solo nelle giornate festive accade, e coloro che ne uscivano erano carichi di stuzzicanti vassoi infiocchettati e zeppole di San Giuseppe grondanti crema e amerene nelle mani. Non esco matta per le zeppole di San Giuseppe ma per la crema e le amerene sì!
- perché queste celebrazioni forzate di marzo mi hanno messo di pessimo umore più di quanto già non fossi. Passi la festa del papà (anche perché dolciumi di passaggio e ceci a pranzo a parte, l’ho ignorata alla bene e meglio), ma quella cazzata della festa dei 150 anni dell’Unità d’Italia proprio non la reggo. Primo perché non c’è una mazza da festeggiare. Secondo perché tutte quelle bandiere italiane in resta ai balconi e le sfilate militari a Roma, mi hanno dato lo spiacevole sentore di un nazionalismo forzato, malato, più simile a quello fascista che a quello fiero dei partigiani.
- perché sono di cattivo umore e odio tutti soprattutto chi ha motivo di festeggiare perché io non ne ho manco mezzo. Ingiusto e vittimistico? Forse. Ma anche tragicamente vero.
Etichette:
Finestre sulla vita vera,
Rebel rebel,
Vivo per pensare
lunedì 31 gennaio 2011
100° post
Un annuncio speciale lo merita questo post, il 100° pubblicato su questo blog.
Sono oramai più di tre mesi che Pink Rock & Raspberry Punk esiste. Mi sembra un'eternità e non avrei mai detto di riuscire a scrivere così a lungo, costantemente.
L'impostazione è diversa dall'idea di partenza, ma solo leggermente. Volevo che fosse lo specchio della me di carne e di sconvolgimenti, intendevo scrivervi ogni giorno anche due righe riversando ogni dettaglio della mia sciatta vita, persino quelli stupidi e inutili. E sono riuscita a soddisfare i propositi anche se l'aspetto della quotidianeità è andato perso per cause di forza maggiore come impossibilità di stare al pc, studio, intolleranza allo scrivere. Nonostante questo credo di essere riuscita nell'intento, anche se sto ancora provando e sperimentando ilmodo più giusto per parlare di me. Non è facile come sembra.
Il turbine che ho dentro è difficile da espletare in parole, per questo preferisco trasformarlo spesso in racconto per usufruire degli eventi e presenterli dal mio punto di vista seguendo il mio stile, infiorandolo di commenti e tocchi di sarcasmo che mi sono congeniali. La mia visione del mondo attraverso la cronaca della mia vita. E attraverso le canzoni che sono la colonna sonora delle mie giornate, i video che guardo e mi colpiscono, le immagini che raccolgono un mio aspetto o un messaggio da urlare al mondo, le notizie che fanno perno: non erano previsti all'origine, ma sono indispensabili per completarmi, per definire al meglio quell'immagine mia e della mia vita nello specchio che voglio qui riprodurre a menadito.
In realtà della mia vita non c'è molto da dire. Soprattutto in questo periodo faccio poco e sono assessionata dai soliti demoni che spesso ritornano su queste pagine ridondandone un po' la voce.
Ma questa sono.
Questo penso.
Questo mi succede.
In questo modo mi tormento ogni giorno.
E se un blog del genere ha un'utilità, che prescinde sia dall'informazione, sia dalla cultura, sia dall'intrattenimento, è quella di aiutarmi a gestire i miei demoni, di organizzare il girotondo di parole e pensieri che formulo ogni giorno, di arginare la mia solitudine e la mia tristezza tramite l'unico palliativo terapeutico che posso usare: la scrittura.
Altrimenti non avrebbe senso la sua esistenza. Sarebbe solo una perdita di tempo. Perchè non legge nessuno questo blog, se non un paio di persone. Non erano previste e non so se ci sono ancora, ma approfitto del 100° post per citarle, perchè sapere che voi perdete minuti preziosi della vostra vita per fare un tuffo nella mia, è molto più di quanto qualcuno abbia mai fatto per me. Sapere che le mie parole e i miei pensieri, i miei sogni e i miei tormenti, non si perdono solo nel vento, tra un garrito di gabbiano e uno sbuffo fumoso di nuvola, ma che vengono volutamente letti da qualcuno anche se sono solo due persone, anche se è solo una persona, mi fa sentire meno sola, meno inutile, meno niente, meno triste.
Grazie.
Sono oramai più di tre mesi che Pink Rock & Raspberry Punk esiste. Mi sembra un'eternità e non avrei mai detto di riuscire a scrivere così a lungo, costantemente.
L'impostazione è diversa dall'idea di partenza, ma solo leggermente. Volevo che fosse lo specchio della me di carne e di sconvolgimenti, intendevo scrivervi ogni giorno anche due righe riversando ogni dettaglio della mia sciatta vita, persino quelli stupidi e inutili. E sono riuscita a soddisfare i propositi anche se l'aspetto della quotidianeità è andato perso per cause di forza maggiore come impossibilità di stare al pc, studio, intolleranza allo scrivere. Nonostante questo credo di essere riuscita nell'intento, anche se sto ancora provando e sperimentando ilmodo più giusto per parlare di me. Non è facile come sembra.
Il turbine che ho dentro è difficile da espletare in parole, per questo preferisco trasformarlo spesso in racconto per usufruire degli eventi e presenterli dal mio punto di vista seguendo il mio stile, infiorandolo di commenti e tocchi di sarcasmo che mi sono congeniali. La mia visione del mondo attraverso la cronaca della mia vita. E attraverso le canzoni che sono la colonna sonora delle mie giornate, i video che guardo e mi colpiscono, le immagini che raccolgono un mio aspetto o un messaggio da urlare al mondo, le notizie che fanno perno: non erano previsti all'origine, ma sono indispensabili per completarmi, per definire al meglio quell'immagine mia e della mia vita nello specchio che voglio qui riprodurre a menadito.
In realtà della mia vita non c'è molto da dire. Soprattutto in questo periodo faccio poco e sono assessionata dai soliti demoni che spesso ritornano su queste pagine ridondandone un po' la voce.
Ma questa sono.
Questo penso.
Questo mi succede.
In questo modo mi tormento ogni giorno.
E se un blog del genere ha un'utilità, che prescinde sia dall'informazione, sia dalla cultura, sia dall'intrattenimento, è quella di aiutarmi a gestire i miei demoni, di organizzare il girotondo di parole e pensieri che formulo ogni giorno, di arginare la mia solitudine e la mia tristezza tramite l'unico palliativo terapeutico che posso usare: la scrittura.
Altrimenti non avrebbe senso la sua esistenza. Sarebbe solo una perdita di tempo. Perchè non legge nessuno questo blog, se non un paio di persone. Non erano previste e non so se ci sono ancora, ma approfitto del 100° post per citarle, perchè sapere che voi perdete minuti preziosi della vostra vita per fare un tuffo nella mia, è molto più di quanto qualcuno abbia mai fatto per me. Sapere che le mie parole e i miei pensieri, i miei sogni e i miei tormenti, non si perdono solo nel vento, tra un garrito di gabbiano e uno sbuffo fumoso di nuvola, ma che vengono volutamente letti da qualcuno anche se sono solo due persone, anche se è solo una persona, mi fa sentire meno sola, meno inutile, meno niente, meno triste.
Grazie.
domenica 30 gennaio 2011
Ho visto...
.... una bottiglia di vetro nuda e tenace.
Come marchio, solo un nastro bianco a infiocchettarle il collo.
L'ho vista tuffarsi in liquidi cobalto e magnesio,
trastullarsi ondeggiando in simil pendolo
e trovare il suo equilibrio.
Lei.
L'ho vista incastonarsi semisommersa,
un gioiello rilucente,
sul dorso increspato e intonso del Grande Animale.
Che coraggio!
Lei.
L'ho vista rimpicciolire
cullata dal respiro lento e ritmico della Bestia,
alzarsi e abbassarsi,
amalgamarsi all'essere,
smettere di essere
pur essendo per essere qualcosa di più,
di molto.
Poi, ha veleggiato verso isole remote,
rabbrividendo libera.
Lei.
E io?
Qua.
Lontana, ha occhieggiato un saluto di luce per me.
Come marchio, solo un nastro bianco a infiocchettarle il collo.
L'ho vista tuffarsi in liquidi cobalto e magnesio,
trastullarsi ondeggiando in simil pendolo
e trovare il suo equilibrio.
Lei.
L'ho vista incastonarsi semisommersa,
un gioiello rilucente,
sul dorso increspato e intonso del Grande Animale.
Che coraggio!
Lei.
L'ho vista rimpicciolire
cullata dal respiro lento e ritmico della Bestia,
alzarsi e abbassarsi,
amalgamarsi all'essere,
smettere di essere
pur essendo per essere qualcosa di più,
di molto.
Poi, ha veleggiato verso isole remote,
rabbrividendo libera.
Lei.
E io?
Qua.
Lontana, ha occhieggiato un saluto di luce per me.
Etichette:
L'ideatrice di storie,
La parolaia,
Versi,
Vivo per pensare
sabato 15 gennaio 2011
Befane profetiche
6 gennaio 2011.
Migliaia di più o meno bambini, sono accartocciati nei loro letti-divani-poltroncine-seggioline-pavimenti-gabinetti (eh…anche gabinetti, mica posso escluderlo…) a rimpinzarsi del contenuto della calza che la Befana, durante la notte, ha elargito loro con minore o maggiore abbondanza.
Io mi ritrovo acciambellata sul letto a cercare di concentrare la mente abbastanza da farmi decifrare quegli strani simboli incisi su carta che si chiamano lettere e permettermi quindi di leggere qualcosa, nella penombra della mia stanza, illuminata solo dal neon della lampada sopra il comodino e dalla luce lunare che elargisce il mio pc sulla scrivania, dove stagliata apparentemente mastodontica, di delinea la sagoma di mio fratello come sempre intento a succhiare dalle vivifiche mammelle del mio portatile.
Quando, improvvisamente e inavvertitamente, la nostra eroina alza lo sguardo sonnacchioso verso il soffitto e vede ricambiarla un’ombra ghignate quanto mai realistica, perfetta, corporea e azzeccata vista la giornata: una parola, Befana. Il profilo è estremamente preciso e ricco di dettagli appassionanti: naso adunco, mento sfuggente, verruca, ghigno, pezzuola a legare i capelli. Non senza un certo timore mi rendo quindi conto, che la Befana ha perso la sua ombra nella mia stanza, geriatrica Peter Pan, e questa si è fossilizzata tra pupazzi e peluche posti nei mobili più alti della mia stanza che, per uno strano gioco di coincidenza tra la disposizione di questi e la luce della lampada, danno forma proprio al profilo dell’amata vecchina.
Sbalorditivo è che me ne sia accorta proprio il 6 gennaio! Coincidenza che mi ha fatto accapponare abbastanza la pelle insieme allo sguardo di una vecchia strega che mi fissa da soffitto.
Non ho perso tempo, of course, e sono andata a ricercare un qualche messaggio simbolico che il profilo dovrebbe veicolare: epifania quindi fine…fine di qualcosa? Presagio nefasto di morte? O inizio di qualcos’altro? Arrivo di tre re magi con doni? O di una scopa volante e del manuale per diventare strega? Ah…quello è in realtà la mia ombra io sono nell’animo una vecchia strega! Non che mi spiacerebbe ma vorrei avere una scopa almeno…visto che mi devo sorbire bruttezza e vecchiaia precoce.
In realtà la soluzione più plausibile sembra essere quella di mio fratello: “sei destinata a essere una befana per tutta la vita”.
Touchè, ombra sul muro, touchè.
Etichette:
L'ideatrice di storie,
Un tocco di magia,
Vivo per pensare
giovedì 13 gennaio 2011
Affondo, sfondo, sprofondo...
Come abbondantemente e brillantemente (blog mio, giudizi discutibili e amorali miei) illustrato nel precedente post, il Natale perfettamente orchestrato per fagocitare ogni tipologia di essere nella cultura occidentale, ha risucchiato anche me. Niente religiume o buoni propositi. Molto altro, soprattutto l’altro che stinge il risvolto della medaglia del Natale.
Famiglie e amici riuniti incentivano enormemente il senso d’abbandono e di disperazione, di inadeguatezza e fallimento. Non solo mio, tant’è vero che il picco di suicidi raggiunge il massimo grado in concomitanza con le festività di fine anno: di fronte alla gente che si diverte più o meno scioccamente, di fronte alle manifestazioni di amore e affetto più o meno vere, chi è solo tutto l’anno è più solo durante le feste. Una cassa di risonanza luccicante e vociante glielo ricorda ogni attimo. Il che unito al resoconto dell’anno trascorso mai meraviglioso per gente come me, getta il povero malcapitato nella disperazione più sconfinata, nella sconfitta più incorreggibile.
Il mio modo di affrontare il tutto è lasciarmi andare all’afflizione, non combatterla a denti stretti come faccio o tento di fare durante tutto l’anno, ma lasciare che lei abbia successo. Abbandonarmi ai pensieri più macabri e ai resoconti più infruttuosi, paragonare lo squallore mefitico della mia esistenza con lo splendore d’abbondanza di quella di miei coetanei, evidenziare i contorni desolati delle mie periferie. Il tutto non senza un cinico, macabro piacere masochista.
Dopodiché, fottermene.
Se combattessi con questi pensieri, le feste non sarebbero diverse dal resto dell’anno, vivrei anche queste in una sorta di filo di rasoio estenuante e il senso di fallimento e la solitudine, davvero diverrebbero insostenibili. Ma neanche porre loro alcun freno è auspicabile, perché finirei come il poverino che si è suicidato dagli scogli di P.G. verso i flutti gelidi e tumultuosi dello Ionio, la vigilia di Natale (e pensare che io e i miei cugini eravamo stati su quello stesso scoglio a ridere degli schizzi di schiuma che ci raggiungevano, giusto qualche ora prima…il pensiero che forse, forse avremmo potuto, non so in quale modo, ma in qualche modo, aiutarlo, mi tormenta…).
Quindi opto per una via di mezzo: allento il lazzo dei pensieri malefici e li lascio imperversare per un po’, rosicchiare i bordi della mia mentre e infuriare nel mio stomaco, sconvolgere il ritmo del mio cuore, e poi li blandisco stordendoli di melense favole disney, cioccolatini tutti i gusti + 1, panettoni, pignolate, frittelle, zeppole, dolcetti, croccanti alle mandorle, pandori, pistacchi, nocciole, noccioline, torroncini,torroni, biscotti allo zenzero, al miele, cenoni e pranzoni, un sacco di coca cola per annichilirli e uno spruzzo di spumante e bayles e birra qua e là per rimbambirle e assopirli ben benino. Bulimia che si riappropria di me senza mezzi termini e con mal di stomaco da star male, perenne senso di nausea e necessità di vomitare che trattengo perché più sofferenza mi causa, più compenso il piacere della cioccolata; più sofferenza mi causa più i pensieri si pascono beati e non mi tormentano troppo; più sofferenza mi causa più compenso il mio essere una stolta, inutile, perfetta fallimentare ragazza.
Per un po’ almeno, il vuoto s’è chetato, il buco è stato riempito. Ora le feste vanno via e cosa si lasceranno dietro solo il tempo me lo dirà. Sapevo, conoscevo le conseguenze disastrose cui sarei andata incontro dopo l’Epifania. Ma non me ne importava o, meglio, le visualizzavo con una certa infima malagrazia, cinicamente beffarda: “mi farai male lo so, ma intanto smetto di pensare che sono niente per un po’, smetto di sentirmi feccia perché il panettone ottura le orecchie e non sento i miei pensieri, perché la cioccolata delizia e ammansisce il vortice di nero oblio che mi compone”.
Il punto è che ora il buco è reso più grande dal senso di colpa per aver vanificato mesi di dieta e sacrifici e per la paura di poter perdere il controllo di me stessa e non ritrovarlo più, di cedere alle moine dell’altra me sazia e pingue dopo le abbuffate natalizie…
giovedì 16 dicembre 2010
La forfora che eccita gli imbecilli
Non riesco studiare. Il che non è neanche una novità per le pagine di questo blog che seppur relativamente giovane, ha avuto modo di vedersi vergare addosso queste parole tante, troppe volte.
E' tutta la sera che ripeto le stesse parole senza riuscirle a concordarle in un discorso armonioso. Non posso fare a meno di chiedermi: come cavolo avrei fatto martedì a dare l'esame se palesemente non so un beneamato cavolo? E ancora più drastico riverbera un altro pensiero, perentorio e sconnesso dagli altri, anarchico e accompagnato dall'eco di una maligna risata di filmica memoria: come, come caspiterina è possibile che dopo mnesi che studio questo stracavolissimo di esame, ancora sono al punto di non riuscire a ripeterlo in un discorso lineare e compiuto? Sono davvero così stupida e incapace? Non che ne avessi mai dubitato invero, solo non credevo di esserlo a questi drammatici livelli.
Stavo appunto crogiolondami in codesti pensieri avvolta dal pail e dal tepore del calore che dalle mura si spande al mio materasso, eccitando l'area occipitale posteriore della mia corteccia visiva col fucsia shocking dei miei bei guantini senza dita nuovi nuovi e che imperterrita mi tengo addosso da stamane come una bambina col suo primo paio di scarpette da ballo, quando un insolito, attutito silenzio mi bucò i timpani. Non so se in qualche parte del mio cervello (per continuare a fare la figa esperta di anatomia cerebrale, direi l'ippocampo e il talamo probabilmente) i neuroni hanno flashato e richiamato alla memoria quelle rare, preziose volte in cui ho assistito alla caduta della prima neve, associando quella strana quiete filtrante dalle serrande barricate, all'attutito silenzio della nevosa discesa. Ricordo di essere rimasta affascianta, a Cosenza, la prima volta che assistii alla caduta della neve, tra le altre cose, a questo silenzio figlio di un altro mondo, rotondo, triste che solo bianco candido può generare.
Non ne sono sicura. Forse è stato solo un'associazione successiva. Comunque sia qualcosa mi ha spinto a muovere le mie gambe verso il balcone, a sbirciare tra le setole delle persiane, la luce aranciata dei lampioni, la sfera-quartiere annacquata, gli alberi pesanti per la pioggia, i fiocchi che scendevano creati dal più nero pece dei celi, forfora incontrollata caduta dalla chioma d'ebano di un dio ribelle.
Nevica.
Qui.
A M. lido.
Lo sentivo io, c'era un'odore strano stamane nell'aria, e non era il solito vento marino a ghiacciarmi il naso e le mani. Era troppo denso d'argento il mare, troppo carico di petrolio il cielo. Che colori così scuri e pesanti possano dar vita a qualcosa di così chiaro e prezioso e leggero come un fiocco di neve ha del miracoloso. Il buio genera luce. L'oscuro partorisce il chiarore. Vogliono compensare: è l'equilibrio. Può il mio cuore, può la mia anima nera, generare luminosità? Io sono come loro dopotutto, ma più brutta e meno perfetta.
Tutto è più magico con la neve. Diventerà magica anche la bettola della mia sfera-quartiere?
Difficile. Povera neve! Troppo gracile e precaria, troppo docile e mansueto al cospetto dell'effluvio mite del mare, il fiocco, per coprire il manto spesso di imbecillità e calcolo, materialismo e assenza di fantasia, che regna in questo paese. Gli chiedo troppo. Dovrebbero caderne tonellate da cielo di forfora. Speriamo che il dio in questione non sia lavato troppo spesso i capelli ultimamante.
A proposito di mancanza di incanto e tatto. Come galline eccitate dal chicco di mais particolarmente giallo, strombazzano le vicine neosposate con rispettivi cugini, familiari e minchioni aggiunti. Mentre i neoimbecillimaritidalcervelloanchilosato si pronunciano in quello che qualcuno definirebbe ballo tribale pre-homo habilis, suonando i clacson a palla ed esibendosi in battute da uomo alfa. E tanti saluti al silenzio magico e ttutito...
Almeno i cosentini sapevano manifestare una sorpresa contenuta. I provincialotti urlano. E continuano a far suonare i clacson ma che senso ha?! E' inquietante e affascinante il livello di burineria che possono raggiungere. Ancora piùinquietante è sapere cheloro si credono gran signori! Dovrò osservarli attentamente e trarne dei responsi scientifici. Chissà che non esca fuori qualcosa di interessante dal profilo di menti tanto barbose. Al momento pare non siano riusciti a fonare niente di più complesso di "Aaaahhhh....Ihhhh...Yaaahaaaa...E' troppo bello", e qualche vociata in dialetto che non ho colto.
Ho paura che la neve si stacchi da terra, riavvolga il nastro e se ne torni nel suo nero pece a ingrassare nuvole, in attesa di allietare sfere-quartiere meno imbecilli.
Prima che lo faccia, io, me la godo un altro po'.
E' tutta la sera che ripeto le stesse parole senza riuscirle a concordarle in un discorso armonioso. Non posso fare a meno di chiedermi: come cavolo avrei fatto martedì a dare l'esame se palesemente non so un beneamato cavolo? E ancora più drastico riverbera un altro pensiero, perentorio e sconnesso dagli altri, anarchico e accompagnato dall'eco di una maligna risata di filmica memoria: come, come caspiterina è possibile che dopo mnesi che studio questo stracavolissimo di esame, ancora sono al punto di non riuscire a ripeterlo in un discorso lineare e compiuto? Sono davvero così stupida e incapace? Non che ne avessi mai dubitato invero, solo non credevo di esserlo a questi drammatici livelli.
Stavo appunto crogiolondami in codesti pensieri avvolta dal pail e dal tepore del calore che dalle mura si spande al mio materasso, eccitando l'area occipitale posteriore della mia corteccia visiva col fucsia shocking dei miei bei guantini senza dita nuovi nuovi e che imperterrita mi tengo addosso da stamane come una bambina col suo primo paio di scarpette da ballo, quando un insolito, attutito silenzio mi bucò i timpani. Non so se in qualche parte del mio cervello (per continuare a fare la figa esperta di anatomia cerebrale, direi l'ippocampo e il talamo probabilmente) i neuroni hanno flashato e richiamato alla memoria quelle rare, preziose volte in cui ho assistito alla caduta della prima neve, associando quella strana quiete filtrante dalle serrande barricate, all'attutito silenzio della nevosa discesa. Ricordo di essere rimasta affascianta, a Cosenza, la prima volta che assistii alla caduta della neve, tra le altre cose, a questo silenzio figlio di un altro mondo, rotondo, triste che solo bianco candido può generare.
Non ne sono sicura. Forse è stato solo un'associazione successiva. Comunque sia qualcosa mi ha spinto a muovere le mie gambe verso il balcone, a sbirciare tra le setole delle persiane, la luce aranciata dei lampioni, la sfera-quartiere annacquata, gli alberi pesanti per la pioggia, i fiocchi che scendevano creati dal più nero pece dei celi, forfora incontrollata caduta dalla chioma d'ebano di un dio ribelle.
Nevica.
Qui.
A M. lido.
Lo sentivo io, c'era un'odore strano stamane nell'aria, e non era il solito vento marino a ghiacciarmi il naso e le mani. Era troppo denso d'argento il mare, troppo carico di petrolio il cielo. Che colori così scuri e pesanti possano dar vita a qualcosa di così chiaro e prezioso e leggero come un fiocco di neve ha del miracoloso. Il buio genera luce. L'oscuro partorisce il chiarore. Vogliono compensare: è l'equilibrio. Può il mio cuore, può la mia anima nera, generare luminosità? Io sono come loro dopotutto, ma più brutta e meno perfetta.
Tutto è più magico con la neve. Diventerà magica anche la bettola della mia sfera-quartiere?
Difficile. Povera neve! Troppo gracile e precaria, troppo docile e mansueto al cospetto dell'effluvio mite del mare, il fiocco, per coprire il manto spesso di imbecillità e calcolo, materialismo e assenza di fantasia, che regna in questo paese. Gli chiedo troppo. Dovrebbero caderne tonellate da cielo di forfora. Speriamo che il dio in questione non sia lavato troppo spesso i capelli ultimamante.
A proposito di mancanza di incanto e tatto. Come galline eccitate dal chicco di mais particolarmente giallo, strombazzano le vicine neosposate con rispettivi cugini, familiari e minchioni aggiunti. Mentre i neoimbecillimaritidalcervelloanchilosato si pronunciano in quello che qualcuno definirebbe ballo tribale pre-homo habilis, suonando i clacson a palla ed esibendosi in battute da uomo alfa. E tanti saluti al silenzio magico e ttutito...
Almeno i cosentini sapevano manifestare una sorpresa contenuta. I provincialotti urlano. E continuano a far suonare i clacson ma che senso ha?! E' inquietante e affascinante il livello di burineria che possono raggiungere. Ancora piùinquietante è sapere cheloro si credono gran signori! Dovrò osservarli attentamente e trarne dei responsi scientifici. Chissà che non esca fuori qualcosa di interessante dal profilo di menti tanto barbose. Al momento pare non siano riusciti a fonare niente di più complesso di "Aaaahhhh....Ihhhh...Yaaahaaaa...E' troppo bello", e qualche vociata in dialetto che non ho colto.
Ho paura che la neve si stacchi da terra, riavvolga il nastro e se ne torni nel suo nero pece a ingrassare nuvole, in attesa di allietare sfere-quartiere meno imbecilli.
Prima che lo faccia, io, me la godo un altro po'.
martedì 7 dicembre 2010
Sogna, spera e dimentica il presente
Tu sogna e spera fermamente dimentica il presente e il sogno realtà diverrà…
Seee… aspetta. Sono anni che sogno e spero fermamente, mi sono consumata i neuroni a furia di sognare…Se ne fosse avverato uno, che dico?! un quarto di sogno… macchè!
Oramai non riesco più a distinguere la realtà dal sogno tanto sono compenetrata in esso, tanto questo colora le mie giornate.
Succede senza che me ne accorga.
Sto facendo qualcos’altro e BUM! Sono da tutt’altra parte a vivere una qualche bislacca avventura. La realtà invece è ben più grama. Nella fattispecie è solo fatta di studio, in questo periodo non faccio altro. Anzi lo scandire della mia giornata è, al riguardo, piuttosto interessante: la sveglia suona imperterrita alle 6.00 da più di un mese oramai, anche se io da più di un mese, non riesco a sollevare la testa dal cuscino alle 6.00, e non lo faccio effettivamente non prima delle 7.00; altro tempo perso a trastullarmi tra toletta e fusioni chimiche di bagnoschiuma golosi e boschivi; la scelta del tè, o della camomilla, o del caffè lungo americano o dell’infuso o della tisana e conseguente sorbire del suddetto e se ne partono un’altra ventina di minuti; quindi studio tra un volo e l’altro sul tappeto volante della mia fantasia; precisamente alle 13.40 vado a cucinarmi qualcosa, mai così gustoso e calorico come le ricette di Cotto e mangiato che non perdo mai seguito da Simpson e My name is Earl; ritorno a studiare con il tappeto magico sempre pronto e inquieto ai piedi del letto; se è un giorno feriale tra le 18.00 e le 18.20 ricevo una telefonata, quindi sbrigo gli obblighi telefonici; riprendo a studiacchiare perché oramai l’attenzione scema; quindi ri-Simpson e Big bang theory. Al che, solitamente torno a studiacchiare, ma stasera facevano Cenerentola in tv e io, si sa, a tre cose non posso resistere:
1) dolci e torte;
2) libri e fumetti;
3) fascino delle favole.
D’altronde visto il mio precario stato di vita sospeso tra questo mondo e quello di castelli incantati e principi guerrieri, quelle sono il mio pane, la mia linfa, la mia eroina. Unico sostentamento, senza esse, che fondano il substrato strutturale della mia fantasia costruita mattone per mattone dall’infanzia, i miei sogni crollerebbero come intonaco muffito, si sbriciolerebbero fino a lasciare il grigio cemento armato, intonso e vuoto della mia vita. E io smetterei di esistere come un vegetale, che c’è, ma non esiste mica sul serio.
Detto tra di noi non è che fremessi dalla voglia di rivedere Cenerentola, sono altri i film Disney che preferisco (come la Bella e la Bestia che spero trasmettano in queste feste, mi ci vuole proprio sollazzarmi pensando che sono quelle persone considerate strane da tutti, come Belle che legge anche tanti libri e che per questo adoravo da bambina per le mie immedesimazioni favolistiche, a essere le protagoniste delle favole, adagiarmi per la durata di un film, sulla speranza che forse la mia favola deve ancora attivarsi, come da bambina e adolescente, quando su questo spunto fondavo ogni certezza per il futuro…). Ma è stato bello rivedere anche Cinderella, non lo guardavo da così tanto… E ricordavo tutte le battute a memoria! Incredibile come si ricorda quello che si impara a memoria da bambini. Sapessi così Lingua dei segni… invece latito ripetendo tutti quei nomi.
Piccola parentesi di aggiornamento.
Non finirò gli esami in dicembre. Sarebbe stato troppo bello per essere vero, troppo…riuscito. Non è da me. Insomma, riuscire in qualcosa, portare a termine un obiettivo sano prefissato, non fallire… eh, sai che pizza! Meglio buttarvi giù un’altra bella complicazione per infettare ancora di più una vita fin troppo poco torbida! Ora arrivano anche le vacanze di Natale: cosa c’è di meglio di un’ulteriore fallimento, un’ulteriore tormento ad arricchire, decorazione spumeggiante, l’albero di Natale.
Certo dovrò pagare la tassa a questo punto. Certo non ho i soldi. Certo non so dove prenderli. Certo la prospettiva di tagliarmi le vene è ancora in auge, bella bella vivace e risolutiva nella sua veste rosso pomodoro-vermiglio. Ma arrivano le feste e il Natale in rosso è così kitsch. Meglio aspettare e vedere gli sviluppi. E poi non voglio lasciare questa terra prima di essermi rimpinzata di panettone con la glassa di mandorle e l’uvetta e di pandoro velato di zucchero. E che cacchio un po’ di gusto diamolo a st’amara esistenza!
Affronterò tutto giorno per giorno, problema per problema, iniziando dall’esame perché, almeno uno, almeno sto cazzo di Lingua dei segni lo devo dare (ammesso e non concesso e che sua maestade la professoressa malvagina, si decida a mettere l’appello considerato che la sessione dura solo cinque giorni e che i cinque giorni in questione sono alle porte)!
Perché se mi soffermassi a pensare ai miei guai-fallimenti-casini, soffocherei e i morsi dell’amarezza, insieme alla certezza dell’inadeguatezza mia, mi sommergerebbero e sarebbe finita. Non ci sarebbe posto per panettoni, biscotti allo zenzero, frittelle, croccante al pistacchio, torta di nocciole e cacao, mandorle caramellate, pignolata al miele, zeppole…
Anzi no, zeppole no! Ne ho mangiata qualcuna sabato, lo so che è una trasgressione fuori calendario e deleteria alla dieta, ma non ho saputo resistere! Mia madre ne ha portata una busta piena da casa di una parente e c’erano quelle che piacciono tanto a me, quelle filate, fine e intrecciate, croccanti e tremendamente fritte e il mio stomaco, credo, non sia più abituato a cotanto fritto e cotanta bontà e pesantezza e ho visto i sorci verdi per due giorni e una notte. Nausea, vomito, mal di pancia atroce. Maledette le zeppole. Ma buone buone buone buone…
| Queste sono quelle soffici con la farina di ceci... |
| ...ma questa, più dure, fine e croccanti con la pasta della pizza, sono quelle che preferisco nonchè le responsabili dell'avvelenamento da zeppole di sabato scorso |
E’ tardi. Domani è già profumato al Natale e la mia sveglia suonerà inutilmente alle 6.00. Mi troverà, lo so non posso farne a meno, a consumare altri neuroni, mentre… “sogno e spero fermamente, dimentico il presente, e il sogno realtà…diverrà”.
martedì 30 novembre 2010
L'intelligenza sale, allora la felicità scende
Uno dei miei episodi simpsoniani preferiti è quello che vede Homer divenire improvvisamente intelligente grazie alla rimozione di un pennarello che aveva incastrato nel cervello fin dall’infanzia quando se lo spinse su per il naso. Smessi i panni del beato beone che era, comincia a non divertirsi più per le corbellerie che sembrano intrattenere le persone normali (normalmente e unanimemente stupide più che altro, fa intendere Groening) e che tanto lo entusiasmavano prima, cerca quindi conforto e sfogo in interessi più intellettuali come i libri e questo lo porta ad avvicinarsi e ad apprezzare sua figlia Lisa, prima tanto lontana da lui.
E’ uno degli episodi delle stagioni di mezzo dei Simpson, in cui tutte le puntate sono belle in realtà, intelligenti, taglienti, magari viste e riviste decine di volte, ma che non smetti ma di ri-rivedere con piacere anche se le conosci oramai a memoria, battuta per battuta.
Sono tante le ragioni per cui amo questa puntata, oltre che per l’acume, caro ai Simspon, con cui argomenti e dialoghi sono trattati. In primis il fremente sollievo e l’esaltazione con cui Lisa accoglie finalmente qualcuno della famiglia così vicino ai suoi canoni intellettivi, interessi, modi di essere, visto che la sua diversità l’ha sempre resa sola. E’ una cosa che ho sempre desiderato anche io e situazioni del genere, che siano audiovisive o letterarie, mi incantano sempre, come è ovvio. Solo che nel mio caso, il pennarello dal cervello, non è stato tolto a nessuno della mia famiglia. A nessuno nel raggio di 200 kilometri, pare.
Una scena in particolare dell’episodio mi è rimasta impressa fin dalla prima volta che lo vidi: quella in cui Homer è sconvolto dalla reazione ostile dei suoi vecchi amici al suo nuovo stato di brainy man e rattristato dal fatto che questi lo scansano e isolano. Lisa gli spiega con serena rassegnazione che è perfettamente normale, che la relazione tra intelligenza e felicità è inversamente proporzionale: come una cresce, l’altra diminuisce. E quando Homer le chiede come fa lei a vivere così, a sopportare tutto questo, perché lo fa, lei risponde che la sostengono e ne valgono la pena molte cose come la letteratura e il jazz.
Mi piace rivedere a iosa questa scena perché mi genera una sorta di conforto. Il fatto che ci siano persone che condividono esattamente il mio status, mi consola, non mi fa sentire completamente sbagliata. Che poi sia un personaggio dei cartoni o che io sia comunque un disastro di essere umano non viene messo in discussione. Ma se qualcuno ha formulato che più sei intelligente meno sei felice oltre a me, allora deve essere così. Allora è vero e poco c’è da fare. Se poi a farlo è Matt Groening che considero un genio indiscusso e per cui nutro una stima sconfinata, mi conforta ancora di più.
Posso quindi ripensare con maggiore leggerezza alla sala del cinema stipata, quando qualche sera fa sono andata al Warner Village a vedere Harry Potter e i doni della morte, stipata di famigliole, gruppetti di amici, coppie in amore, coppie di compagni, coppie e basta.
Per l’ennesima volta mi sono sentita un’anima persa, ambigua, incerta, informe, come una domanda aperta cui nessuno troverà mai una risposta. Con quel groppo in gola che non scende giù fino a sfaldarsi nello stomaco, né si scioglie in lacrime. Che arrossa solo un po’ le guance, accese nel buio che ti cela in quell’angolo all’entrata mentre tutti si accalcano, parlano e ridono, mentre tu, piccola piccola, accoccolata più che puoi su te stessa per non urtare nessuno, cerchi di confonderti con la tappezzeria.
Li ho osservati tutti, uno a uno quelli che mi passavano davanti. Speravo, invero, che la magia di Harry si spandesse dal maxischermo e si perpetuasse in sala, illuminando qualcuno come me, di qualsiasi età, sesso, religione, forma. Magari, solo non per i miei stessi motivi, ma solo, che ne so, per rivedere il film venti volte. Invece niente, nada, non ce n’era uno spaiato neanche a pagarlo oro! E’ assurdo…passi che non ci sono persone come me da queste parti, ma che addirittura tutti trovino qualcuno con cui andare al cinema ha del miracoloso! Sarà che per me è stato sempre così difficile trovare qualcuno che venisse a vedere uno dei miei strambi film insieme (passi Harry, per quello a volte li ho trovati, dopotutto è sempre uno dei film più chiacchierati della stagione). Perciò lo trovo
miracoloso. Sono bravi, non ci piove. Degli artisti, altrimenti come farebbero a districarsi così bene in una missione così ardua come quella di trovare qualcuno con cui andare al cinema?
Eppure vi riescono. Tanto di cappello.
Per testare il mio grado di invisibilità che quando sono sola al cinema diventa più evidente ed efficace del solito, come se avessi indosso il mantello dell’invisibilità (sempre per restare in tema Doni della morte), sperimentatrice cinica e masochista, mi sono seduta a uno dei tavolini alti nella penombra riverberata dalla luce a led degli schermi. Con quale macabra soddisfazione mi sono resa conto che il mio esperimento autoreferenziale dava gli esiti previsti al punto che chiunque passasse sembrava neanche notare la mia presenza. L’invisibilità raggiunse livelli camaleontici da cacciatore provetto in safari nella savana più selvaggia, quando un gruppo di gracidanti liceali venne a sistemarsi proprio al mio tavolino! Proprio come se io non ci fossi, sedevano intorno al mio stesso tavolo e parlavano tra loro ignorando totalmente la mia presenza e sbocconcellando popcorn. Arrivai - beffarda ormai non riuscivo a non sghignazzare vista l’ilarità tragica della scena - addirittura a fissare intensamente qualcuno di loro, casomai notassero la mia presenza come quella metafisica di uno spirito, percependo anche solo quel prurito alla base della nuca che ci dà l’indizio di essere osservati. Invece niente.
Esperimento riuscito al 100%.
Io non esisto al di fuori della stretta cerchia familiare che deve sopportarmi o dell’ufficiale garanzia di timbri e documenti che mi rendono abbastanza palpabile. Qualche ragazzina spumeggiante e anonimamente modaiola, mi ha anche fissato interrogatoria e alquanto schifiltosa, ma un attimo, come si osserva la strana conformazione che le venature della parete sembrano assumere a richiamare una forma. Poi ha dissolto lo sguardo dimentica della strana forma.
Secondo la teoria di Lisa, chiamiamola così, essere quella che sono, ha come conseguenza cinema in solitaria, per lo più. Ma siccome sono orgogliosa di quello che sono e di ciò che le mie scelte mi hanno portata ad essere…Ehi, un momento. Ma io non sono affatto felice orgogliosa di quello che sono, è qui che sta l’inghippo! Non sono così intelligente e capace e studiosa come Lisa e non sono neanche una beata beona, quindi chi stracacchio sono?
venerdì 26 novembre 2010
E io gelo
Sono infinitamente tediata e annoiata. Non riesco neanche a trovare un film interessante da guardare e dire che ho passato una giornata a fare niente… E’ veramente pericolosa la strada che sta imboccando la mia già di per sé inutile esistenza.
Passata l’ultima vana e fine a se stessa ossessione sui vari gusti di kit kat che quantomeno hanno tenuto occupata la mia testa e questo parla da solo, invero perché il che la dice abbastanza lunga su cosa ci sia al momento nella mia testa, ovverossia il vuoto, considerato che può essere colmato con un tale nonnulla, comunque….
Passata l’ossessione è rimasto il niente che, al contrario della sua natura che dovrebbe essere assolutamente neutrale e invisibile, pesa che non si può concepire neanche, impedisce ogni concentrazione possibile e porta con sé il grande gelo. Che non è solo, in questo caso, qualcosa di metafisico e intangibile, è sensibile eccome. Se al nord nevica qui piove, una pioggia “bagnata” che pare filtrare qualsiasi cosa e lascia una patina di umidiccio traslucido su tutto.
E io gelo.
Non so se gli spifferi che filtrano gioiosi dai balconi o la bassa concentrazione di zuccheri nel mio sangue ne sia la causa, fatto sta che muoio letteralmente dal freddo. I piedi si congelano e restano addormentati e inservibili per ore, le labbra diventano viola le unghie blu, il che non è del tutto un male perché ho esaurito lo smalto blu elettrico e in assenza di altro, visto che mia sorella si è portata via ogni cosa nel “grande esilio” per Roma, mi viene concesso questa colorazione naturale anche se un tantinuccio cadaverica. Che s’intona perfettamente con la mia carnagione pallida, anzi addolciamo la pillola, diciamo nivea, e soprattutto con le labbra viola, un tocco di classe quelle.
L’unico modo per trovare conforto è riempirmi di felpe e maglioni e stare sotto pail e piumini. Ma la posizione semifetale che assumo nel letto non favorisce certo lo studio, direi piuttosto dà via libera alla mia fantasia e alle sue finestre. A cui non è che in realtà servisse propriamente un’ulteriore spinta eh… Ma questo è.
Ergo: sono nella merda. Se qualche anima pia dovesse chiedersi il perché leggendo codesto coso che sto scrivendo, la ragione è sempre la stessa: ansia che blocca la respirazione e impedisce di studiare, ho troppo da studiare per riuscire a farcela il 15 giorni, ma devo sennò ho come unica alternativa, la soluzione finale: tagliarmi le vene. Questo il sunto delle mie elucubrazioni novembrine. Niente di speciale.
C’è di buono l’odore di camino che aleggia nell’aria e di inverno ormai fermo e netto. Nuvole di cielo che sprizzano ricami nebbiosi come baci di farfalle dall’alito gelido e dalle ali di cristallo, vedo questo nella sfera-quartiere che il mio balcone incornicia. Questo e l’incidente all’incrocio qui accanto che ha, stamane, per l’ennesima volta, fatto danni. Un giorno ci moriremo. E’ troppo pericoloso. Staranno bene i due vecchini coinvolti? Lo spero. L’ape in cui viaggiavano era una carcassa stillante benzina. Il resto solo sirene di ambulanze e pompieri, e i soliti curiosi fermi, giunti da tutti i palazzi e da tutte le macchine, scesi da tutti gli anfratti circostanti. Pare che quando succede qualcosa del genere, il ritrovo rionale sia d’obbligo, con frasi di circostanza annesse. Forse è solo che in questo paese dimenticato da Dio e dagli uomini non succede mai niente, o forse la gente è macabra e il disastro e la morte l’attira. Questo spiegherebbe atteggiamenti come quelli delle persone che partivano in pullman per andare a vedere la casa della povera ragazza assassinata. Lo capisci benissimo, lo vedi nei loro sguardi oltre il vetro: non resisteranno, andranno a unirsi al coro. E infatti uno a uno li vedo passare alla spicciolata. Chi con stampato sul volto la sua espressione da tragedia, chi compunto, chi col dito accusatore ritto, chi flemmatico, quasi indifferente, a dare l’impressione che lì, lui, per caso ci capitò. E certo non si esimerà dal dire la sia.
La ruota dell’ape gira ancora mentre partono le ambulanze. Le serene dei vigili del fuoco danno fosche luminescenze, da telefilm, agli alberi umidi e al grigio stagnante, nella sfera-quartiere dal paesaggio alterato. Sbocciano fiori arcobaleno e metallici non appena la benzina si spande sull’asfalto bagnato, in ondate di odore di nafta. Mi fa venire la nausea. Tutti loro mi fanno venire la nausea.
Rientro, accendo l’hi-fi. “Rock the Casbah”, parte e i ruggiti confortevoli di Joe riempiono la stanza allontanando tutto il resto, tutta la sfera-quartiere dalla mia vita
martedì 23 novembre 2010
Della sfera-quartiere, della traiettoria del mio sguardo. Ovvero di niente.
Il quaderno è tra le mie mani. E’ stanco. E’ consunto laddove le dita hanno scavato solchi pieghettati, che si estendono per tutta la larghezza del quaderno facendogli chinare la testa e perdere la compostezza e la baldanza iniziale.
Le righe sono evidenziate con cura ora di fucsia ora di giallo e, in qualche pagina. di un lilla acceso e inconsueto.
Stona.
Stona con la luce della mia stanza, trasfusa dal ciliegio dei mobili, soffusa dalle tende di velo.
Stona col chiarore che filtra sempre più incerto dalle vetrate del balcone. Una luce aranciata, giallognola, malata. Così perché nasce da una sfera di nuvole che imperterrita incastra il mio quartiere in una dimensione sferica e immobile, come in una di quelle palle di vetro con la neve e il paesaggio fisso in uno spezzone quotidiano, sereno e natalizio.
Di natalizio nella mia sfera-quartiere non c’è ancora nulla. Tutto il resto potrebbe, invece, tranquillamente provenire da una boccia di vetro piena d’acqua, visto il silenzio attutito che vi stagna, i ben pochi e miseri cambiamenti che si sono succeduti nel paesaggio in questi anni, la lentezza con cui cambia solo la posizione di un auto, lo sgombero di un posto macchina o il ritrovo improvviso di tutte le solite e conosciute auto all’ora del pranzo.
I miei occhi sfiorano solo le righe, procedendo oltre, senza metterle a fuoco, scavalcano gli strati di velo delle tende, il vetro, il balcone deserto e si intrappolano nelle sbarre fredde della ringhiera, la mia prigione quotidiana, amata, odiata, blandita, combattuta, trascurata.
Si adeguano al giallastro vomitato su ogni altro colore.
Anche il pelo fulvo del gattone capo-banda ne risente. E’ arrogante questo gatto, dirige la squadra di felini del quartiere con una sicumera lasciva. Sta cercando di prendere il sopravvento sugli umani, lo so. Gli altri non se ne accorgono perché vivono. Io lo osservo spesso. Non ha paura di niente, se passa un’auto è questa a doversi fermare prima che lui decida di alzare il suo culone e con tutta calma farsi di lato. Se qualcuno cerca di scacciarlo si limita sbadigliare e a stendersi con malagrazia. Passa la maggior parte del suo tempo immobile, una sfinge attenta e millenaria sembra, come volesse far somigliare la nostra bolla di quartiere anonimo, in un più suggestivo paesaggio egiziano.
I suoi contorni sembrano disegnati, la coda arricciata ad arte, la zampa obliqua, fa la guarda al cassettone dell’immondizia da cui si nutre, e pure bene vista la sua stazza.
Eccolo che si gira e mi fissa. Lo so che mi sta guardando, che può percepirmi. Può stare ore a sbarrare gli occhi in fessure demoniache e fosforescenti. Sa che ci sono, mi vuole sfidare…
Distraggo io per prima lo sguardo per seguire il signor duce che si dirige austero e impettito verso la sua mercedes, arcigna quanto lui. Guarda sempre dalla mia parte il fascistone. Sa anche lui che ci sono. Siamo noi tre gli attenti osservatori del quartiere, gli altri non si accorgono di nulla.
La sfinge annovera dati per preparare le truppe all’assalto; ingenua.
Il duce controlla che quello che crede sia il suo regno segua le sue regole e che ci sia qualcuno a osservarlo cosicché possa volgere stizzito lo sguardo altrove, e dare agli altri l’impressione di superiorità grazie all’indifferenza cui si atteggia; patetico.
Io che vaglio, pondero, realizzo, derido, invento, svento, pavento, occhieggio, intrufolo e scassino storie senza interesse, ma storie sempre sono; diversa.
Lo scuolabus incrocia la mia visuale, trascinando la traiettoria del mio sguardo con sé in retromarcia e rifulgendo per un attimo di quel giallino pallido solitamente inosservato, oggi incredibilmente vivido nell’arancione vomito che attanaglia tutto. Si ferma davanti la casa accanto dove deposita le due sorelline in orridi grembiulini blu acceso. Sembrano sputate fuori da una prigione. Che poi, non è forse vero? Qual è la differenza tra la scuola elementare e la prigione?
Intercettato da due uccellini che s’intrecciano in un volo di piume e cinguettii buffi, il mio sguardo s’innalza, ora, verso la cupola sferica delle nuvole-conato nel cielo. Si poggiano sui cavi del telefono: usignolo e pettirosso dagli occhietti neri e lucidi e dai becchi canterini, cinguettii che rimbombano nel silenzio stantio della sfera-quartiere. Riprendono il volo insieme dopo avermi offerto un breve concerto saltellante; una scia melodiosa sempre più blanda li saluta mentre si tuffano nel grigioverdegiallinato del prato.
Come sarebbe bello seguirli nelle loro peripezie, che storie ne nascerebbero, con che animali canterebbero, quali cieli leggerebbero, quanti alberi stuzzicherebbero, quali avventure dipingerebbero.
I miei occhi ora vedono di nuovo le frasi evidenziate del quaderno flessuoso, non c’è posto per melodie e avventure di libertà e uccelli tre queste pagine e nei prossimi giorni della mia vita.
Etichette:
anima candida e scaduta,
L'ideatrice di storie,
L'insostenibile nullità del vivere,
Stagioni in poesia,
Vivo negli alberi mi vesto di fiori compongo in foglie,
Vivo per pensare
domenica 21 novembre 2010
La stanza con la ragazza dimenticata dal tempo
E’ domenica mattina, sono le 6. La casa dorme, la strada dorme, il palazzo dorme, anche il uccelli dormono, il paese dorme. Ma quello dorme sempre, non è una novità.
Una patina argentina filtra dalle persiane serrate del balcone e soffonde la stanza di una luce antica, come fossi in una casa dimenticata dagli uomini e dal tempo, immobile e silente chissà dove chissà quando.
Mi sono svegliata così presto con il sano proposito di mettermi a studiare fin da subito. Proposito che ho badato bene di non rispettare, of course.
Non leggo e non faccio altro per poter studiare ma quando prendo il quaderno o i libri, si annebbia la vista e l’ansia mi strozza. Se utilizzassi quei momenti per scrivere diverrei la più prolifica delle scrittrici perché la nebbia che cela il quaderno, spalanca tante immaginifiche finestre davanti ai miei occhi, al punto che ho l’imbarazzo della scelta nel decidere in quale immergermi. Sono quasi sempre sensazioni che si succedono, ma anche storie possibili e futuribili, personaggi a me sconosciuti che diventano miei amici.
Almeno lì.
Almeno loro.
Forse per questo tendo inconsciamente a ricercare la nebbia, perché mi avvolge e conforta e mi fa stare bene. Solo per un po’. Fin quando il beneficio dell’immaginazione non s’infrange.
E’ così ho acceso il pc.
Entro con la mente piena e solo questo riesco a scrivere, solo questa inutile e cronachistica ondata di pensieri. Oramai sono talmente abituata che se non li trascrivo, i pensieri mi stritolano i timpani in urli acuti o si stipano nella mente impedendole qualsiasi altro sfogo.
Ma fa freddo.
Neanche il pail in cui mi avvolgo abitualmente come un baritozzo giallo, azzurro, verde, rosa, riesce ad allontana i brividi. E’ quel gelo mattutino, giovane e vorace, annienta il calore soporifero delle coperte.
Ho bisogno di essere scaldata.
Ma nel vuoto della stanza dai barlumi antichi, non c’è niente che emani calore proprio, non c’è nessuno che voglia scaldarmi o che possa farlo. Ho bisogno di mani che mi reggano, di braccia che mi avvolgano, di labbra che si fondano con me. Ne ho dannatamente bisogno, ora più che mai in questo gelo silente, mattutino, domenicale.
Vado a fare una doccia. Bollente.
L’acqua calda riesce a raggiungere e riscaldare ogni superficie del mio corpo. Il gelo è scomparso, il calore è trattenuto dall’accappatoio, gocce residue di acqua tiepida sembrano dita che percorrono stuzzicanti la mia pelle. Non riesco a risparmiarmi un imbarazzante brivido di piacere nell’immaginare che le ramificate traiettorie delle goccioline ancora libere dalle fibre dell’asciugamano, siano dita esperte anche se rachitiche, che scivolano solleticandomi, dall’incavo del collo, fino alle colline del petto.
Non è colpa mia.
E’ questo odore che lascia correre a briglia sciolta la mia immaginazione.
Mi stordisce.
Ho avuto la bislacca idea di incrociare due bagnoschiumi diversi, dai fragori di natura opposta e il risultato è stato inebriante, troppo inebriante per la mia mente già facile a voli pindarici. Il mio fedele bagnoschiuma alla cioccolata bianca è solo un retrodore goloso che lascia trionfare quello ai fiori di loto e ninfee, carnoso, asiatico, floreale, di foresta sbocciata, eccitata e in amore.
Questo odore di un altro pianeta, il calore salvifico, il silenzio ritrovato, il chiarore lunare fuori luogo, la stanza dai riverberi antichi, le gocce di dita che mi accarezzano… e io non sono più nella mia stanza, una serena domenica di novembre alle 6.30 circa, sono da tutt’altra parte, sono tutt’altro che sola.
Ed è bello.
venerdì 19 novembre 2010
Il gioco delle parti
Più che alla pulzella sbiellissima e dolciastra delle favole, sarei più adeguata al ruolo di racchia cattiva e invidiosa della suddetta pulzella. Quella che se ne sta in ombra, a tramare ghignante il prossimo cattivissimo piano per far cadere in disgrazia qualcuno…magari con una verruca sul naso aquilino, mani rachitiche a rimestare occhi di tritone e code di lucertola (anzi no niente lucertole mi fanno schifo…facciamo code di topo…sì decisamente le code di topo le maneggerei più volentieri) in un calderone ribollente, vestita di abiti stracciati e sgualciti, neri e grigi, sovrapposti però ad arte perché lo stile non è un optional esclusivo delle protagoniste, o ce l’hai o non ce l’hai e anche con degli stracci addosso non puoi esimerti dal manifestarlo in un’ancestrale certezza.
Ora, un essere così infido e nebuloso non è certo il protagonista della storia, è spesso antagonista e sempre fa una pessima fine perché la sbiellissima dolciastra possa vincere il male e regnare con la sua aurea di bontà divina e illuminare la terra di sbiellezza e dolciastrinerie varie…ecc ecc. Vissero tutti felici e contenti e Gollum crepa tra le fiamme di Mordor, ma nessuno pensa mai che il povero Gollum, la povera strega che trama all’ombra della bontà rifulgente, insomma che ‘sti poveri sfigati siano così antagonisti e così malvagi proprio perché non sono protagonisti, perché il crudele destino ha assegnato loro una ben grama sorte e questi si sono adeguati, e che potevano fare? Il ruolo del protagonista o co-protagonista era assegnato o questo o nisba! Se la sbiellissima fosse catapultata al posto dell’infida megera, la sbiellissima si tramuterebbe in arpia dalle fronde magari luccicose, ma megera sarebbe, e che megera! Più megera della megera stessa.
Tutto questo orpello di ossimori ridondanti per rivelare, biblicamente rivelare, che ogni essere è il risultato della sua storia e del posto, reggia o fogna, in cui il destino e la vagina materna lo hanno sparato alla nascita.
Quindi tu donnina infiocchettata degna della tua beltà regale che con fierezza acerba calpesti le strade cittadine convinta di poter conquistare il mondo, forte della tua capigliatura trattata, della tua famiglia benestante, del papiiiino grondante soldi che ti adddooooora e ti compra le mutande Ck e la cinta D&G e la gonnella V-A-effe-effe-anculo perché sei trooooooppo intelligente e all’università sbaragli la concorrenza con i tuoi successi accademici del cazzo che tanto fiera rendono la mammiiiiiiiina botulinata, be’ tu…dico a te…sappi che quello che sei è solo il risultato dell’ambiente in cui vivi, non è niente di speciale, non sei niente di speciale sei solo il prodotto che risulta dalle componenti in gioco (per dirla come il tuo prof di economia, quello rinomato che ti ha messo 30L all’esame perché tu, diciamocelo, con i soldi ci sai proprio fare, un dono innato, c’è chi dipinge e chi armeggia soldini ad arte). Sei un oggetto perfettamente preposto alla pubblicizzazione e alla vendita, modellato, prepensato e perfettamente riuscito, da porre sugli scaffali tra gli altri oggetti affini, prodotti in serie alla scelta del consumatore ovvero l’uomo con cui dovrai costruire la famigliola perfetta o il datore di lavoro per la tua carriera perfetta o la catena di centri commerciali cui voterai la tua anima in denaro. E anche per il mercante esotico e squattrinato che vorrà venderti qualche dattero ambrato, dolcigno al morso e una lampada magica e che tu, sdegnosa rifiuterai perchè a parte la mancanza di classe del tipo (sembra uscito da una propaganda contro la fame nel mondo, ma non per essere razzisti eh…tu anzi fai un sacco di beneficenza inviando sms a ogni associazione benefica, come se il tuo nokia ultimo modello fosse l’arma giusta per salvare il mondo, hai uno spirito candido tu, mica si scherza su certe cose!), che cavolo te ne faresti d’altronde di una lampada magica e del sapore di terre lontane? Non sei programmata per quelli, come potresti desiderarli o saperli utilizzare? Lasciamoli stagnare tra le mille (pagine) e una notte frantumata di stelle per cieli altrui.
E tu figlio di modesti borghesi che in sereno e placido bivaccamento metropolitano ti cresci saltando dune con skateboard e invaghendoti della compagna prima e meglio mestruata, che ti disdegnerà, prediligendo il figo ossigenato per poi rivendicarti quando il caso vi farà ritrovare nella stessa aula liceale tra le scritte pseudo ribelli, sulle mura, in cui ricercherai la dichiarazione d’amore di tuo padre per tua madre, perché era amore quello prima di diventare urla e indifferenza quotidiana, almeno così dicono che era amor,e e tu ci credi e sai che a te non andrà così, oh no…tu sei destinato al grande amore, alla grande carriera nell’edilizia salvo poi percorrere le identiche mosse di tuo padre a cominciare dallo stesso messaggio inciso sul muro del liceo che tuo figlio un giorno ricercherà e duplicherà in una catena infinita, perché poi, chi lo dice che dovrebbe essere un male? E’ l’unica alternativa possibile questa, scritta per te e chi tu sei per metterla in dubbio?
E tu giovane virgulto sferzante il vento fin dall’infanzia serena per tutti quindi non per te, con la strada per madre e il dispensatore di gettoni da videogame per padre. Il padre perfetto, meglio dell’altro scomparso chissà dove tra i fumi dell’alcol mentre tua madre giocava a bridge con le sue amiche dallo stesso taglio di capelli e dalle stesso amante dall’accento affettato e dal cardigan pastello, se va bene con mezza delle due palle solitamente concesse agli uomini, te lo mangi a colazione l’ultimo cardigan-boy che tua madre porta a casa dal bridge, perché tu di palle sì che ne hai due, ti servono per sopravvivere, per farti i soldi e una vita migliore di quella che quei due sfigati dei tuoi genitori ti hanno dato, e te la fai spacciando e rubando, racimolando soldi, e godendoti qualche meritata ora di relax con la puttana del quartiere che tu solo hai sedotto a 14 anni, non sapendo povero cucciolo, che tanti prima di te aveva sverginato. E sì, anche la tua di storia è scritta in inchiostro e lettere grame, ma non è colpa tua, giovane virgulto della strada: è quello che ti è toccato mentre si decideva il destino di ognuno, destino che hai seguito chinando il capo e accettando l’ordine supremo. L’equilibrio lo pretende dopotutto: ogni due beoni altolocati con spider e cravatta, uno sfigato con temperino o occhiali rotti.
E tu dolcezza sola e sconsolata, “la zitella” - ti chiamano, “eccomi” – rispondi rodendoti il fegato con lancinanti dolori e chi sei per invertire un cliché? Sei sola e nata per questo, tra le milioni di persone sole al mondo tu spicchi come un rigo evidenziato di giallo elettrico, pulsi sotto gli occhi dei facili pregiudizi, rassegnata al ruolo che, nel gioco delle parti, ti è stato assegnato. Nessuno saprà quanto sono voluttuose le tue labbra, nessuno quanto zuccherina la tua bocca, sono loro a perdere un nettare tanto prelibato, solo che lo ignorano perché da sempre si accontentano dell’unico sapore stantio-dolciastro che conoscono. Non avercela con loro. Non sono programmati per capire, per cercare, per scoprire, solo per nutrirsi con ciò che viene loro messo sotto le labbra meccaniche e glaciali come quelle dei morti. Morti dentro. Vitrei fuori.
Tu nerd senza amici e ragazza, dal cervello come un grande e geniale calcolatore.
E tu seviziato dal fratello, seviziatore da adulto.
Tu, bella e modella, ricca e snella, la ribalta di Hollywood ti aspetta non importa quanto la meriti o quanto tu sia brava. Così è.
Tu bimbo triste, dagli occhini neri come mari di petrolio sconfinati in avventure mai scritte, tu bambino dal nome presto dimenticato, sei destinato al dolore e alla morte prematura, serrata nelle gelide ante di una bara bianca che tronca l’evoluzione di qualsiasi storia possibile e che si scioglierà nella lacrime di tutti quelli che la vedranno passare, austera, a ricordare loro che sono vivi e fortunati di esserlo, a imprimere a sangue sulla loro pelle la certezza che qualcuno o qualcosa decide della loro vita.
Le favole sono scritte.
Le parti distribuite.
Non occorre che vi caliate nei vostri ruoli.
Ci siete già.
Solo che lo ignorate.
giovedì 18 novembre 2010
Jesus died for somebody's sins but not mine
“Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei….I miei peccati appartengono solo a me.” Esordisce così "Gloria", la prima canzone dell’album più straziante, poetico, proto-punk e urlato di Patti Smith (Horses). E’ il giusto incipit anche della mia esistenza, questa frase. Se ognuno di noi avesse un sottotitolo nel libro della propria vita, una specie di “cappello” giornalistico che riassuma il concentrato di una vita anticipandone i risvolti più onnicomprensivi, questo sarebbe il mio.
Oh… quanto sarebbe comodo poter cercare nel Fato o in Dio o in Buddha o in chi prenda il loro posto a seconda dei casi, un capro espiatorio tale da sgravare il peso di quei fallimenti-errori-pasticci-facezie-nullezie-inanità che compongono come una sinfonia stonata la mia vita.
E spesso me lo ripeto, scusante balsamica a cui solo le mura zittite dall’inanimismo possono credere. “Non è del tutto colpa tua Dafne, non essere così drastica e cattiva con te stessa! Se avessi avuto una storia più normale, un’adolescenza più serena, una famiglia più fiduciosa in te, se le circostanze non avrebbero circostanziato contro di te, allora forse, questo informe amplesso di refusi e sterco non saresti tu. Non sei d’accordo con me, Dafny?”. Com’è furba l’altra me. Sempre pronta a raccogliere ogni briciola di potere, ogni grama possibilità di evadere e primeggiare e far cedere le mie difese per sollazzarsi, non importa se per farlo debba indugiare su carezzevoli scusanti o su mitraglie di insulti.
Sarebbe bello, comodo sì, ma ha ragione Patti, appartengono solo a me i miei peccati. La mia incapacità di essere accettata e di convivere insieme agli altri; i miei fallimenti universitari; la nullità della mia vita in cui il vento ulula in echi che rimbalzano sul vuoto imperante; la mia insoddisfazione, invidia, cattiveria; il cedere così tante volte a peccati che mi sformano stirando infinitamente gli ipotetici tempi di recupero; l’essere abbandonata da tutte quelle poche anime con cui riesco a costruire un surrogato di rapporto; la sofferenza lancinante della solitudine incolmabile perché tanto come la colmi un pochino, una nuova falla provvederà a svuotarla nuovamente; il dover ancora pesare su mia madre economicamente; l’incapacità a fare alcunché; la ragione per cui inizierà la parabola discendente della mia vita senza che questa sia ancora iniziata né mai comincerà; la morte solitaria e vuota che mi aspetta, vuota quanto la mia vita; la mia stupidità e incapacità latente; il fatto che non piaccio a nessuno alla lunga; che nessuno mi abbia mai amata; che nessuno desideri veramente stare con me. Etcetera, Etcetera…
E’ tutta colpa mia, non del caso e delle circostanza, ma mia, della mia inadeguatezza, del mio nullismo. I miei peccati appartengono a me.
E una volta appurato ciò?
Averne la certezza non aiuta a quanto pare. Sono qui a fare i conti con gli effluvi mefitici che la mia mente estende nella stanza stipata di cd, libri e fumetti, ammantando la luce d’orata di un nero nubiforme che accresce la mia difficoltà a respirare, mentre in una catasta artistica, si arraffano quaderni, libri e fotocopie da studiare, in letargo sul letto inusato di mia sorella, troppo presa a vivere, lei sì, la sua vita a Roma.
E quando arriverà dicembre e un gelo di morte attanaglierà le mie meningi e il mio cuore, quando per l’ennesima volta piangerò le mie lacrime per non essere riuscita a dare gli ultimi tre esami, allora potrò ripensare a questo momento e ricordarmi quanto avevo ragione nel credere che i miei peccati mi appartengono e sono la sola causa della mia non-vita, infelicissima e disgraziata non-esistenza.
Per ora posso solo continuare a chiedermi il perché allora, perché diavolo sono stata messa al mondo se non servo a nessuno e nessuno ha bisogno di me, neanche io stessa? Perché diavolo questa cosa preziosa e rara che è la vita viene concessa a un fantoccio senza speranze né spina dorsale quale io sono invece di essere un dono per anime più meritevoli e che meglio saprebbero goderne rispetto a me? Perché muoiono o soffrono per malattie ragazzi e ragazze splendidi, che meriterebbero ogni bene e una vita lunga e felice mentre io, la più egoista e indegna, proseguo con le mie patetiche turbe, infangando l’esistenza, fregandomene delle loro sofferenze perché tanto, come l’umanità da sempre sostiene, “la vita deve andare avanti” e chissene se il resto del mondo soffre e non vive?
Eh…perché, Patti? Se continuo ad ascoltare spasmodicamente il tuo Horses, trovo la risposta anche a questo?
Iscriviti a:
Post (Atom)