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lunedì 23 luglio 2012

Ansiogenia da esami

Cosa fare della propria vita quando si finiscono glie sami universitari? basterà la tesi a colmare l'ansiogeno vuoto che questi lasciano? O è un' ansia troppo remissiva quella della tesi, per competere con quella degli esami, più rapace, onnicomprensiva e salace con tutto il pot pourri che si porta appresso di inadeguatezze e vuoti cosmici?
Non lo so ancora.
Mo' ci provo a vivere qualche giorno senza ansia da esami universitari e poi, poi vi dico....

venerdì 30 marzo 2012

Patetica in Van Gogh

Sappiate che questo è un post patetico.
Ordunque, la sperduta anima che per un inciampo del caso dovesse passare per queste lande desolate, è avvisata. Non prendertela con me se decidi di continuare a leggere e quello che leggi ti risulta di un patetico ammorbante.
La mia vita è patetica, io sono patetica. E chiunque dica il contrario mente. O prova pietà per me, quindi mente.
E posso provarlo.

Torno dalla palestra, mi faccio la doccia, getto la borsa da un lato, la kefiah di turno dall'altra, accendo il pc, controllo le eventuali chiamate perse.... insomma i soliti gesti meccanici del cazzo. Ci sono due chiamate perse di cui una è di mio zio.
Panico:" Oddio....ora mi tortura con le domande sull'università che faccio chefacciochefaccio..... che gli dico?!"
Atto ragionativo tendente a cercare scappatoie tramite furbizie comunicative: "Calma. Mio fratello ha combinato un mezzo guaio posso sfruttare la cosa a mio subdolo favore. Tanto è la notizia del day. Tanto lo verrà a sapere entro sera. Perchè non essere io il latore? Tant'è che è un ruolo che ben mi s'addice, nevvero. Spostando la conversazione su questo punto, posso stare sufficientemente tranquilla, visto che ce n'è da chiacchierare. E poi mio fratello è rientrato, glielo passo e se la vedono loro. Sì sì sì, ludibrio e gaiezza, posso evitare il tormento per stavolta".
E siccome è meglio toglierlo subito il dente dolente chiamo, ma risulta irragiungibile. Amen, io la mia l'ho fatta.
 Il tempo di scordarmene e squilla il telefono di casa. Risponde mio fratello e chi è? L'alacre zietto, of course.
Ri-panico:"Sfiga cornuta. ora mia fratello gli racconta tutto e poi vorrà parlare con me e io come me la scampo stavolta?!"
La fine si profila all'orizzonte, ma un vorace e inatteso istinto di sopravvivenza interviene in qualche modo, e la mia mente scorre un piano evasivo dopo l'altro.

Mi ritrovo sbarrata nel cesso. L'operosissimo istinto di sopravvivenza mi ha suggerito di far finta di essere sotto la doccia. Se dovessi trovarmi in una riserva di Grizzly con un favo colmo di miele in mano, non vorrei essere nei miei panni.
Siccome l'immagine di una me fremente, che si smangiucchia le unghie, seduta sul bidè, è solo "patetica" e non "patetica patetica", esco dal bagno afferro la sciarpa nuova, che avevo messo ad asciugare e mi fiondo fuori casa, non prima di aver imbastito una pantomima davanti a mio fratello (ancora al tel con zio), per esser certa che mi avesse vista uscire.
E moh? E moh camminiamo e vediamo dove mi porta il cuore.

Il cuore mi porta alla fine della mia via, dove la strada asfaltata cede il passo a un sentiero sterrato, stretto tra campi, verzura, aranceti e tutto quel popò di natura che c'abbiamo qua intorno. E siccome bisogna pur lasciar che il tempo faccia il suo lavoro, la nostra eroina prosegue.
Sdrucciola pell'arno del fiume, che le piene invernali hanno resto pietroso, sconnesso e profondo tre metri, zompetta sul letto del fiume, leggiadra, per non disturbare la ragnatela di  rigagnoli che scende a valle e luccica d'argento sfruttando gli ultimi barbagli di un cielo grigiastro. E ovviamente li becca tutti in pieno, i rigagnoli.
'Nzuppandosi così le precarie scarpette, ella raggiunge il ridente sentiero, sferzato da un fottuto vento de la malora, che le schiaffa folate di pungente terra ne li occhi, sdradica i giuovani bocciuoli primaverili, e agita i neri cipressi d'intorno il sentiero, come fossero ruggenti e tormentate fiamme d'infera provenienza.
Tutto molto bello.
Tutto molto bucolico.
'Che pare di stare in un quadro del Van Gogh.

Eccomi. Io sono la dama tra la verzura. Sotto i cipressi indemoniati. Sembrano due donne perchè sono grassa.

Passato che fu il tempo giusto -ovvero nel momento preciso preciso in cui sento latrare un cane in lontananza - giro sui tacchi e me ne ritorno a casa e chi ti incontro?
La madre!
Chiaro. Tutto perfettamente lineare. Trama, sceneggiatura e contesto si danno il braccetto. Questa è letteratura cinematografica di fine ordine, questa. Altro che Shutter Island!

Madre:"Da dove arrivi?".
Dafne: "Ti aiuto a portare la spesa".
Madre:"Dove sei andata?".
Dafne:"A cercare la sciarpa".
Madre:"Te l'ha volata?! Lo sapevo, ti sta bene! Prima di uscire l'avevo vista sferzata dal vento."
Dafne:"Sì...ma l'ho ritrovata".
Madre:"E dove?"
Dafne:"Su un albero. Devo solo lavarla di nuovo."

Quale film perfetto sarebbe se non ci fosse giusto un accenno di improbabile fatalismo?

Ecco qua.
Vi avevo avvisato o no che era un post patetico? Che la mia vita è patetica? Che io sono patetica?
Che tutto tutto tutto è insomma cazzutamente patetico? Eh?!

domenica 31 luglio 2011

Attenti alle idi di luglio

Sabato 30 luglio, potete anche non credermi, ma è da sempre un giorno infausto. Invece di arricciare il naso, o impegnarvi a essere incorporei e inesistenti,  si' voi che leggete, dovreste listare a nero questo giorno sul vostro calendario, o selezionare una suoneria-allarme sul vostro cell che si attivi tra un anno e vi ricordi di andarci piano, perchè è il 30 luglio.
La ragione astrale di cotanta sfiga concentrata in queste 24 ore mi sfugge, ma si sa, io di astralismo non me ne occupo.
Posso però concedere la mia esperienza alle masse affinchè ne traggano il maggior beneficio possibile. Un po' come la fedeltà di quei martiri le cui storie riverberano nelle novene cattoliche, complete delle atroci torture da essi tenacemente subite e narrate fin nei dettagli più torbidi, quanto più sadicamente possibile. Si trastullano i cattolici nel leggere di gente sgozzata. Più atrocemente sono crepati questi poveracci, più loro si sentono spinti a pregarli e a cantarne la gloria sempiterna. E' una cosa che dà da pensare...
Ecco io sono un martire della sfiga del 30 luglio e mi sacrifico affinchè i fedeli possano godere dei benefici che codesta conoscenza conferisce loro e onorarmi baciando le mie reliquie. E non preciso quale recisa parte del mio corpo e fluido corporale annesso rappresenterebbero le mie reliqie, che è meglio.

Per farla breve, perchè ho sonno, ieri sono stata costretta a salire in quel di Arcavacata per restituire in biblioteca un cavolo di libro che non sono riuscita a rinnovare via internet perchè un minchione non meglio precisato, lo ha prenotato. Ora, chi diavolo prenota un libro di poesie per l'estate? Nessuno solitamente tant'è vero che questa beneamata silloge era intonsa da chissà quanti secoli, a dormire industurbata in biblioteca, prima che me ne appropriassi. Ma a chi non poteva fare altro che andare storto? A me!!!! Che domande!
Perchè mister "ehi-guarda-che-non-leggi-solo-tu-in-tutta-l'-unical" ha deciso di materializzarsi proprio adesso e richiedere la copia in prestito. Se scopro chi è lo ammazzo. O la ammazzo, ma il mio intuito femminile-influenzato abbondantemente dalla mia latente libido insoddisfatta, credo- tende a visualizzarlo più come un lui che non come una lei. Un lui che legge poesie di poeti ribelli spagnoli? Chi è? Un dio? Conoscendo la media del MaschioUnical, è più probabile che sia Hulk che cerca di attirare una qualche falena in gabbia. Magari sono io la falena chissà... La mia vita riverberrebbe di interesse non indifferente in questo caso, ma sarei costretta a non ucciderlo. E visto che mi ha creato un bel po' di problemi non so proprio se mi va. Rinuncio quindi volentieri alla prospettiva di un'intrigante caccia alla femmina (IO) tramite libro di poesie spagnole da parte di un atipico MaschioUnical altrimenti detto "Hulk", che vuol stritolarmi come una falena dopo avermi ingabbiata, e lo ammazzo. E non ne parliamo più.

Dunque mi armo di pazienza e spreco la mia mattinata libera per salire all'Università col caldo asfissiante, l'autobus semivuoto e la prospettiva quantomai certa di un ingorgo stradale da ultimo week end di luglio sulla Salerno- Reggio Calabria.
Università vuota. Non pressochè vuota o circa-perlomeno-quasi vuota. Vuota vuota. Silenzio d'ovatta, vento che fischia attraverso gli intersizi delle ringhere. C'ero stata altri sabati, con poca gente a godermi l'università tutta per me, ma mai l'ultimo sabato di luglio. "Tutta per me" è diventata un'espressione talmente letterale da farmi paura. Potevo vedere tutta la lunghezza del ponte davanti e dietro di me. Non c'era nessuno! Nè nei cubi nè altrove. E ho avuto paura perchè quando non ci sono studenti e insegnanti e gente con fiori in mano come andassero in un cimitero, l'università diventa dimora di branchi di cani selvaggi, corvi graccianti e altri imprecisati uccelli che si alzano in stormo non appena sentono un rumore, topi con pifferai e quant'altro. Mi sono dunque fiondata verso la biblioteca tra il terrore di essere violentata o sbranata da una muta di cani rabbiosi o uccisa da Il Corvo redivivo, e l'atroce dubbio che, visto che di anima umana non vi era ombra, magari anche la biblioteca era stata invasa da fauna suburbana o peggio. E il peggio sarebbe se fosse stata "chiusa". Perchè qualora fosse stata chiusa sarei dovuta risalire a Cosenza e non ho tempo e in più la mora sarebbe incrementata.
E siccome è il 30 luglio sbataboom: bibioteca chiusa e un misero annuncio ad avvertire i fantasmi che sarebbe stata aperta fino a fine luglio tutto il giorno tranne il sabato solo mezza giornta. Una speranza ha brillato fievolissima, finchè non noto una postilla minuscola che avverte: "tutti i sabati di luglio mezza giornta TRANNE sabato 30 luglio". Ecc'appunto.

Mattinata sprecata, biglietto sprecato e in più non ho neanche potuto soddisfare le mie rinate necessità letterarie e prendere nuovi libri dalla biblio come pregustavo.
Ho gironzolato per negozi aspettando mezzogiorno, mi sono sparata un bignè alla crema e lampne, ho comprato un regalo e mi sono imbarcata rischiando di arrivare tardi a lavoro perchè ovviamete l'autostrada era intasata da turisti nordici che riscoprono l'amore per il sud solo in agosto. Filistei.

Ero meglio se non ci andavo a lavoro vista la catastrofe che sarebbe seguita da lì a tre ore. Ma ci sono andata e la catastrofe ha avuto agio di realizzarsi bella bella. Ma non ne parlerò perchè me ne vado a leggere un po' cercando nella mia libreria qualche volume dimenticato.

Solo vi avviso: "Attenti alle idi di luglio".

P.S.: Sì grazie al ciuco, so benissimo da me che il 30 luglio c'entra con le idi come i cavoli a colazione, ma dire "Attenti alla fine di luglio" non trasmette la stessa mastodontica impressione di tragico storico.

venerdì 29 luglio 2011

Mai più "sbookkata"

Giornata di riposo trascorsa a fare assolutamente un cavolo di niente. Il che era esattametne quello che volevo. Svuotare la testa e coccolarmi.

Non parteciperò neanche al concorso di critica cinematografica perchè il termine è il 31 luglio e non c'ho una cazzo di voglia di scrivere di film.Il che mi spiace un po' ma non mi costringerò a scrivere, non in questo periodo.

Ciò che invece voglio voglio voglio spasmodicamente voglio, oltre a pomiciare rotto fronde d'autunno in estate con l'ormai famigerato marinaio in licenza, è riprendere la (in)sana abitudinre di leggere per ore, ignorande lo scorrere del tempo reale, ignorandoi le persone che mi scassano i cosiddetti nel tempo reale, ignorando la mia insulsa esistenza nel tempo reale, finchè i bulbi oculari noin si sciolgano invocanto pietà.

E solo allora chiudere il libro e andare a lavorare.

Perciò domani investirò la mia mattinata libera per andare in biblkioteca e fare incetta di classici da leggere e rileggere, riscuoterò entro la prossima settimana la mia carta prepagata per la biblioteca scegliendo oculatamente due libri da acuistare e attenderò la mia prima paga per comperare un lettore e-book e rifarmi di tutti il fantasy non letto negli ultimi anni.

Il restoè noia.

giovedì 30 giugno 2011

I'm a bad girl - prima parte

Una botta di normalità. Almeno ci ho provato. In due diversi momenti della medesima settimana. Tu pensa.

Prima ho fatto un salto alla festa del paese.
Era un venerdì. Uno dei tanti. Il solito sbrilluccicamento ammodo decora le strade in archi di luminosità intermittente, per onorare a dovere un qualche santo presupposto di festività altrimenti sconvenienti: bancarelle bancarelle bancarelle, giostre e certi minchioni trombettanti sul palco, in piazza. E la gigantigrafia luminosa della Torre Eiffel al centro del paese. Mah.
E il vento. Meraviglioso purificatore vento, che dilaniava capelli e vestiti, impolverando tutta quella gente, tutta quella solita, già vista gente, che faceva le solite già viste cose con la perseveranza di chi sa, perchè lo sa, che sono le cose giuste. Che essi sono giusti tra gente giusta.Tutta quella giustezza! Non fosse per sua maestà Eolo, avrei rischiato di diventare anche io una giusta. E poi?! E poi cazzi!
La giusta serata flagellata dal vento e dalla sua alitosa risata insinuato sotto sottane, che fischiava nei microfoni, a staccare dalle dita banconote sfuggenti, a ficcarne terra negli occhi e a scardinare teloni che precipitavano sulla testa di tutti quei giusti. Uno spasso!
Epppppppppppoi c'erano i braccialetti a un euro e ne ho comprati un sacco! Polsini, catene, di legno, a fascia, di colori neon, di metallo, con bochie e perline... *__* Un sacco!
Eppppppppppppoi c'erano decine di carrozzoni dei dolciumi! Bastevoli quelli a mettermi di buon umore, con tutti quei colori fruttosi, il pop corn a schioccare nell'aria, lo zucchero filato che concedeva una mano di gala al vento, e più in là, il regno dei panini dalle multisalse, dei wustel con crauti, delle solite salsicce calabresi rosse come il sangue a richiamare golosi con la loro voce stridula, il sapore che arriva in bocca anche solo tramite il fumo corposo che pizzica gli occhi, lo sfrigolio del grasso che si scioglie a contatto con i tizzoni incandescenti e l'odore piccante, che non lascia tregua e serra la gola...

Certo ero sola, ma non mi è pesato neanche un po', forse per la prima volta da.... o bò non lo ricordo neanche più.
Ho riso in faccia alla puttana della vicina che faceva la gran dama sottoponendo il povero frutto del suo grembo al vento e al terriccio volante, pur di vantarsi in giro di avere un pargolo. La troiona mi vede e volta lo spudorato grugno altrove, allora io, che ho un diavolo in corpo - grazie a un lipgloss dal nome satanico e alle noccioline caramellate che schioccano in pietruzze di miele sulla mia lingua - mi sposto quel tanto che basta da ritrovarmi davanti ai suoi malefici occhi porcini non appena alza la testa, già pronta con la più beffarda e ghignante spressione che conosco spalmata sul viso. Ora è costretta a guardarmi e a rispondere al mio palesemente sarcastico saluto. Ma non se l'aspettava quindi incerta e sommessa, devia lo sguardo per rigirarlo non appena lo ricompone nella solita gringia maligna ma avevo previsto e sono già andata via. La giustezza è prevedibile.

Dopo meno di un'ora ho già incrociato tutto il paese e gran parte dei paesi limitrofi. Due volte. Quindi faccio incetta di marshmallow e leccalecca, quelli enormi colorati, cuoriformi e intrecciati, da bancheralla, e zompetto, sollevata dal vento, soddisfatta quanto ingiusta, per le strade vuote.
In lontananza, rimbombano i primi atoni rintocchi dei soliti indentici fuochi d'artificio, delle solite indentiche feste di paese...

giovedì 31 marzo 2011

Intermezzo

Ho troppo mal di testa per ricodare e scrivere della sera della festa di laurea successiva alla seduta (La seduta), ma sfrutto l'ultimo post marzolino per aggiungere aspetti succulenti che ho omesso nella cronaca precedente.

  1. Primo aspetto, stranamente positivo della giornata listata a nero sul calendario, è la mezza mattinata che ho avuto per me. E me la sono goduta, con piccoli conforti e autococcole volti ad aiutarmi ad affrontare la laurea, la noia, i parenti, le formule, le parole vuote, e le foto. Se avessi saputo il numero di foto ad attendermi, mi sarei concessa qualche sfizio in più, ma non potevo essere pronta a tale scempio di fotocamere. Quindi ho girellato per negozi, mi sono comprata le calze velate nere con inserti argentei, ho letto al parco e mi sono sparata un frappè al lampone e una treccia danese con crema e amarena. Molto remunerativo. 
  2. Mi sono accorta che sorbirsi le sbrodolose lagne degli universitari degustando un frappè al lampone, è molto meno tediante e tanto più divertente che quando il frappè non ce l'hai. Mi sono seduta a sarcasticare tra me e me su chi mi passava davanti, alternando un sorrisetto sgembo a una ciucciata odorosa di lampone vanigliato e ho imparato parecchio sulla fauna locale. L'exploit l'ho raggiunto quando stavo ormai per alzarmi ed ero al culmine del livelli di sarcasmo e di insofferenza per quello che mi aspettava, quando mi passano davanti tre ragazze, emblema dell'universitaria e della banalità al femminile. E una gracchia con stridula vocetta: "Eh no eh...non mi dite che questo sabato ci chiudiamo in quel palazzo! Piuttosto mi taglio le vene!". Al che nella mia mente parte il previsto e non meditato commento: "Oh sì, ti prego, fallo". Non fosse che non era proprio nella mia mente, ma era sulla mia lingua e attraverso le mie labbra, sillabato e ben udibile dalle ragazzuole. Me ne accorgo solo perchè incrocio le loro espressioni sorprese e scioccate, tra l'indeciso se l'essere arrabbiate per tale faccia tosta, e l'incredulo per cotanto scandaloso azzardo. La cosa mi ha divertito parecchio in realtà e ho esposto una faccia alla "Peace&Love babies". E poi sono andata verso il calvario.
  3. Ultima annotazione, la certezza oramai consacrata di non essere io nel torto con quei miei zii e cugini e di certo non sono io la stupida. Perchè ho raccontato a diverse persone la mia divestentissima, esilarante gag dei fiori (che mi secco trascrivere però, restarà esilarante solo per l'etere) e hanno tutti riso di gusto. Poi l'ho raccontata a mia zia e mia cugina usando le stesse parole, le stesse pause enfatiche, mimando i momenti più eclatanti e...niente. Sono rimaste lì, imbambolate, a guardarmi basite e piene di ripugnanza, come se avessi torto il collo a un uccelletto appena nato proprio sotto il loro naso. Anzi, sono abbastanza sicura che questo le avrebbe scioccate di meno. E' affascinante come la loro espressione fosse identica, d'altronde nonostante si passino 26 anni si vestono anche nello stesso modo, si tingono i capelli dello stesso colore, fanno le stesse cose come lavorare a maglia. Stessa espressione di sconvolta intolleranza e disprezzo fintamente celato. Ma loro sono così: identiche e impegnate quotidianamente a giudicare ogni dettaglio dell'essere e del fare altrui, mai perfetto come il loro. Certo cementano il rapporto madre-figlia con affinità inusitate per i tempi che corrono. Sai che pizza.

venerdì 11 febbraio 2011

Sulla spiaggia dai Supersantos flosci

Sole argenteo, criniera verdognaola del mare che scolora in blu smorto, arruffata da brividi di inverno e onde spigolose, distesa di spiaggia piatta e intonsa, gabbiani, anatre che migrano e fanno riposino lasciandosi cullare dalle acque dondolanti, qualche pescatore, vento forte che scompiglia ogni capello della mia criniera, rami, tronchi canne portati dalle onde che ornano la spiaggia lì su, molto in alto, fin dove il mare si è spinto durante le recenti mareggiate, insieme a vari generi di rifiuti portati dal mare ma che non dovrebbero trovarsi in esso, da stufe a scarpe a caschi integrali per moto (ho controllato dentro non c'èra alcuna testa e peccato almeno così avrei potuto avvertire la scientifica e magari mi avrebbero mandato qualche bel figaccione come l'agente speciale dell'FBI Seely Booth...)... Insomma, spiaggia d'inverno e sempre la solita, poetica per carità, ma solita solfa.

Non fosse per una piccola stravaganza. Piccola sì, ma strana forte in verità. Durante la mia brevissima camminata defaticante e animata, ahimè da presupposti meno politically correct del solito, mi sono imbattuta in ben tre, dico tre Supersantos*, quei palloni con cui tutti giocammo da piccoli o da meno piccoli, arancioni con ragnatele nere e irruviditi al tatto da centinaia di microbrividi che rivestono il sottile strato di plastica che li compone e che tende a forarsi per un nonnulla. Vabbè...quelli lì, avete capito.
La cosa strana è che non erano mica insieme 'sti palloni ma, tutti rimpiccioliti perchè sgonfi (immagino) e tutti semipieni di acqua sciabordante, erano lontani l'un dall'altro, spersi tra i rovi che segnano il punto in cui è giunto il mare. Perciò ho  ipotizzato siano vittime prese in ostaggio durante l'estate dal mare e restituiti dalle clementi e ruggenti acque d'inverno.

Non è assurdo? Insomma quante probabilità ci sono che sulla stessa spiaggia, a distanza di qualche decina di metri ci siano tre palloni? E io che ho fatto?
Li ho ricalciati in mare.
Sono rimasta a guiardarli per un po' cullati dalle onde e lucidati dalla salsedine, guadagnare prestissimo l'orizzonte. Alla fine sono diventati tre pallini colorati a punteggiare stonanti la linea azzurra. E ho pensato che con quella velocità avrebbero raggiunto altre coste prestissimo, Puglia o magari Grecia. E ho pensato ancora che qualcuno, vedendoli veleggiare a distanza l'uno dall'altro, giocosi seppur sgonfi e non nel loro ambiente, sarebbe stato attratto dalla loro incoerenza e si sarebbe chiesto il perchè della loro presenza nel suo mare.
E allora, questo pugliese o greco (dubito possa trattarsi di un siciliano perchè andavano in tutt'altra direzione, ma non si sa mai) avrebbe costruito involontariamente, dei possibili scenari in cui, tre Supersantos flosci, giungono nel suo mare. Un miliardesimo della vita di questo sconosciuto, ipotetico individuo, sarà manipolato da un mio gesto che ha alterato lo status quo delle cose e questo, stranamente e inquietantemente, mi fa sentire incredibilmente viva.

Quando ho lasciato la spiaggia il sole calava alle mie spalle, prestando il suo mantello d'argento dorato ora, non più alla linea dritta del mare a est, ma ai bordi frastagliati dei monti a ovest.
I tra Supersantos erano scomparsi alla mia vista.


* In realtà trattasi di Due Supersantos. Il terzo era uno di quei palloni di plastica liscia, leggeri, da spiaggia per bambini, raffiguranti i personaggi del film Disney "Nemo". Ma non potevo certo intitolare il pezzo "Due Supersantos e un pallone Disney-Nemo flosci"! Ci vuole pure un qualcerto virtuoso equilibrio nelle scelte delle parole da usare in una storia e in un titolo. E se la verità più trasparente ne risulterà opacizzata, amen. E vabbè. Pace e bene. Questo e altro per il virtuoso equilibrio.

sabato 15 gennaio 2011

Capodanno a due strati

Direi di fare un passo indietro, però, e tornare alla fine dell’anno per raccontare il mio Capodanno perché… be’ ne vale la pena.

Carico di ansia e d’attesa, il 31 dicembre ha sempre un odore, un sapore, una consistenza speciali che si tocca con mano, nell’aria, fin dal mattino e che va via via acuendosi con la scesa delle tenebre. Immagino sia la manifestazione delle adrenaliniche attese di ognuno a insaporire l’etere e foggiarlo di drappi e merletti ariosi. Non potrebbe essere altrimenti, dopotutto, se in una giornata normale, la stragrande maggioranza delle persone sospira annoiati ed esausti pensieri, a capodanno l’apparato respiratorio della stessa stragrande maggioranza di persone, respira a un ritmo più elevato espirando attesa e adrenalina: i bambini perché gli adulti sono eccitato e subodorano la festa; i ragazzini per i botti da sparare; giovani di ogni sesso ed età per la possibilità di tarantolare le chiappe e di sbrillarsi un po’; il vecchino che assapora la speranza di vivere una giornata diversa; il goloso che sogna il lauto banchetto; la cuoca che si affanna nella preparazione del lauto banchetto; la perfetta padrona di casa che vuole che tutto vada alla perfezione; gli invitati che si fanno belli; la tipa che si prepare dall’alba per essere super figa; la donna che non vede l’ora di sfoggiare il completino intimo rosso nuovo nuovo; l’uomo che non vede l’ora di montarla; chi conta i minuti che lo distanziano da una festa o un concerto; il proprietario di pub/ristorante/discoteca che si lecca le mani al pensiero dei soldi che incasserà… Insomma più che a Natale molte più persone sperano di divertirsi a fine anno.

E poi…
E poi ci sono un pugno di nefandi esseri informi, che compiono l’indefinibile peccato di disinteressarsi del Capodanno. Esseri demoniaci rinchiusi nei loro bozzoli di nerume e lerciume, che non puoi avvicinare perché emettono raggi di negatività che se ti colpiscono…guai diventi come loro: sfigato!
Trattasi in realtà di persone sole che raramente non hanno vero interesse per il Capodanno, solo non sanno come e con chi festeggiarlo adeguatamente quindi si rinchiudono in se stessi per non eliminare se stessi dal mondo.
Io sono una di quelli.
Era preparata alla tregenda di sensazioni tristi e malinconiche, se non di disperazione che avrebbero dovuto attanagliarmi come ogni Capodanno. In realtà non è stato poi così tremendo: la tregenda non è esplosa del tutto. Si è manifestata solo tardivamente, in seconda serata con un groppo alla gola che non andava né giù né su, occhi leggermente brucianti e il desiderio incontrastato di essere stretta tra le braccia di qualcuno mentre fuori imperversa la festa.
Per il resto della serata ho lanciato strali contro raiuno e i suoi “Coglioni Canterini”, ho leggiucchiato, ascoltato i Guns’n roses e mi sono goduta il lauto banchetto che mamma ha preparato: non lo elenco, ma gli agnolotti all’aragosta sono una bontà tale da meritarsi una citazione!
Poi mio fratello è uscito con i suoi amici, mia madre è uscita con le sue amiche, mia sorella se la spassava a Roma con amici e amiche.
E io a casa, più sola della solitudine.
Il senso di nausea era troppo incipiente per farmi scordare tutto mangiando ancora. Ho cercato di stordire con lo spumante i cattivi pensieri, ma quelli tornavano a galla sotto forma di ricordi di quelle poche volte in cui uscii la notte di Capodanno a festeggiare con le mie ex-pseudo-amiche e si trasformavano nell’ipotesi di cosa stessero loro facendo e quanto si stessero divertendo con i loro nuovi amici. Qualche lacrimuccia stemperata dalla salvifica scrittura, arcigna e cinica quella notte scrissi a raffica e poi, a letto. C’è di buono che lo spumante aveva stordito non i ricordi, ma me e mi abbioccai quasi immediatamente.

Ma il Capodanno non perdona. Infligge ferite troppo profonde che, attutite dalla morfina dello spumante, riprendono a sanguinare il giorno dopo e si rimargineranno con fatica e sofferenza.
Due giorni dopo erano infatti ben lungi dal cicatrizzarsi (del mio primo Gennaio 2011, parlerò nei prossimi giorni) e le sentivo pulsare mentre passeggiavo per i viali del mio paese.
Senza rendermene conto stavo percorrendo quel reticolo di strade in cui sono situati pub e discoteche e locali che so essere stati i più gettonati questo Capodanno. Lo so perché l’ho letto sui vari resoconti di facebook e perché mio fratello e alcuni miei cugini vi hanno partecipato.
E che fossero state strade protagoniste solo qualche ora prima, di certo si vedeva dallo stato in cui aiuole, marciapiedi e asfalto versavano: c’erano lattine e bottiglie di spumante, birra, whisky , rum, jack daniels, ovunque mi voltassi, accostate ai muri, rovesciate sui marciapiedi, frantumate in strada, in bilico sui muretti, infilate in buchi o aste di ferro; centinaia erano i bicchieri di carta ce n’erano addirittura in fasci interi ancora incartati nelle confezioni da supermarket, ma la maggior parte erano quelli trasparenti con cannuccia nera, tipici da cocktail; piattini di plastica con forchette lasciavano intuire il passaggio fugace di dolci al cioccolato e panna se non erro; qualche scarpa e ho contato anche tre sciarpe; ho evitato invece di contare i getti di vomito in ogni dove, perfettamente riconoscibili a distanza; e ho individuato una confezione di siringhe, non so quanto inerenti a quella sera ma nuova e il contenuto, ancora incartato, era sparso per terra, ne avranno usata solo qualcuna.
Comunque tutto questo me lo aspettavo, magari non le siringhe…
Quello che non mi aspettavo era di imbattermi in questo delirio di residuo di goliardia e festa nella strada isolata, neanche un cane è passato (era anche la domenica dopo l’1 gennaio, quindi, comprensibile…). Pertanto io ero lì, sola, a dover fare i conti col bel Capodanno altrui e col mio schifosissimo. E poi non mi aspettavo le bustone del Mac Donald’s con contenitori di bibite, panini e patatine disseminati ovunque. Mio fratello mi aveva detto che il Mac sarebbe rimasto aperto tutta la notte, ma non immaginavo avrebbe fatto tali affari, invece pare che la gente uscita dai locali si sia fiondata lì per dolci o hamburger, d’altronde si trova proprio lì dietro.

Allora, ho fatto una cosa. Non mi congratulo con me stessa di questo, certo. In realtà credo che sia una cosa un po’ malata.

Sono andata a comprarmi un milkshake al cappuccino al Mac Donald’s e l’ho bevuto accovacciata su un balcone di cemento di una casa in costruzione vicino al rimasuglio di quello che sembrava un vero festino. C’era una confezione di piatti di plastica aperta e usata a metà e i piatti usati, alcuni con resti di torte, croissant, patatine e ketchup e maionese, erano posti in circolo, erano 8 quindi si presuppone che la compagnia fosse di almeno una decina di membri, certo non puliti perché avevano lasciato tutto lì. C’era la busta del Mac Donald’s al centro e involucri di panini, patatine, bibite, gelati a iosa. C’erano due bottiglie di spumante, e una di whisky, ma discosta, poggiata al muro della casa. Una lauta cenetta notturna non c’è che dire…

Ho centellinato il mio milkshake, lasciando penzolare le gambe dal semi-balcone, immaginando la scena della compagnia di ragazzi riunita a mangiare e bere e ridere e scherzare. E’ stato come se la visualizzassi sul serio, se il gusto zuccheroso del milkshake, fosse lo stesso sapore sorbito da loro, lo stesso sapore di una notte indimenticabile che mai ho avuto e mai avrò. Mi sono dimenticata dov’ero e chi ero, sono diventata parte di quel gruppo, in quella notte con stelle artificiali, dalla musica confusa e attutita proveniente dalla discoteca sotterranea e l’umido della risacca marina a giungere fino a noi. Ho partecipato ai discorsi, ho riso delle battute, ho battuto le mani per …qualcosa. Ho scambiato il mio Big Mac con un Cheeseburger, ho mischiato Coca cola e spumante, ho mangiato gelato al ketchup.

Poi ho finito il milkshake, con l’ultimo granello di zucchero s’è sciolta anche la magia, e sono tornata io, sola, su un semi-balcone freddo, pieno di spazzatura, in una strada deserta, nel primo pomeriggio del 2 gennaio 2011.

Ho lasciato il bicchierone del milkshake lì, con l’altra roba, accostato alla bottiglia di spumante, sopra un cartoccio di panino. Come se fossi stata davvero lì quella notte. Così, per finta, una parte di me c’era davvero! Chi ha visto la scena, ha notato il bicchiere del milkshake come parte del tutto, non pezzo isolato, postumo, estraneo, fuori luogo.
Sono tornata a vedere il giorno dopo e quello dopo ancora, per qualche giorno è rimasto tutto lì, intatto.
E io ho potuto per un po’, godermi l’illusione di avere degli amici e di aver avuto il mio Capodanno speciale.

giovedì 13 gennaio 2011

...e rinasco più bella (e implume) che mai


Risucchiata dal vortice delle feste, ho latitato per questa prima porzione di anno con la mente annebbiata. E’ arrivato ora il momento di riprendere le redini del comando su l’altra me e gestire i ribelli pensieri maligni che maledicono la mia esistenza.
Non facile.
Ero prigioniera dell’altra, ostaggio di ingordigia e baccanali peccaminosi, spersa tra i fluidi ammalianti delle festose coccarde che hanno liquefatto ogni mia forza di volontà, ogni tentativo di strenua resistenza.
Sto faticosamente cercando di ritrovare me stessa, ma tutto ciò che sono riuscita a racimolare è uno smunto e pallido riflesso di una me stanca, che arranca verso non sa più bene cosa e forse mai lo ha saputo.
Credo di aver capito perché rispetto agli altri miei coetanei io sono indietro, io resto sempre un passo o più sotto. Perché il mio percorso prevede ogni volta una lotta con me stessa che agli altri è, probabilmente, quasi sicuramente mi permetto di osservare, risparmiata. Io perdo tempo a ricostruirmi, dopo ogni sconfitta (e sono tante le sconfitte), dopo ogni scalfittura, pezzo per pezzo per pezzo, cercandolo nell’oblio che mi circonda e con mano tremante rimettendolo al proprio posto, mosaico dissestato, rigenerando l’asse di un equilibrio precario su cui arrancare ancora un po’, prima di sbriciolarmi nuovamente in migliaia di pezzi.
E questo richiede tempo. E io ne ho bisogno. Ma gli altri non capiscono. Nessuno può capire.

Ho veramente passato giorni e notti da incubo, sola sola sola dannatamente sola, tormentata da vicino dai miei demoni più caparbi. Stavo impazzendo e non riuscivo a trovare una via di fuga. L’unica che mi si è presentata, unica e scontata sempre lì valida e presente, è la solita mattinata sulla spiaggia semideserta. E un inverno che non c’è, africano e solo in parte veleggiato da un infido vento freddo, me lo ha concesso. In realtà anche ieri pomeriggio ho fatto una rapida sortita, ma il sole cala presto, la notte ombreggia il mare prima che i monti e ho solo rimediato un mal di testa per l’umidità e un vorace appetito stimolato dall’odore del mare.

Stamattina invece ci ho passato cinque ore nette nette.
E’ il mio mare, ritiratosi dopo giorni di mare grosso, dalla spiaggia disseminata di fiumiciattoli oblunghi, rami e tronchi, bottiglie e carte di dolci nonché rimasugli di botti di Capodanno. Devono aver festeggiato in spiaggia…beati loro. Me la immagino la mia spiaggia, deserta e percorsa solo da agenti atmosferici e qualche pennuto, ricca di baldoria e fuochi d’artificio, di baci, di coppie che si rincorrono, di falò che lambiscono il buio, di risa e tuoni artificiali. Posso solo gustarla nella mia immaginazione… così bella anche allora, così diversa…

E’ come un dipinto mai sbiadito, lo stesso mare che ho lasciato in autunno, stesso paesaggio con ogni elemento incastonato al punto giusto affinché ognuno di essi, in successione accurata, come i  tasti di pianoforte premuti in esatta sequenza, scateni, suggerisca la stessa melodia di sensazioni. Non sono pescatori ottuagenari che solcano con lo sguardo stanco l’azzurro alterno delle loro stagioni, sono i miei ricordi che si attorcigliano alle loro reti, che scalano le loro canne come pesci fantasma e mi richiamano come sirene; non è il solito sub che audace esplora abissi in ogni stagione seguito pigramente dalla sua boa stinta, ma il mistero del mare che mi sommerge ad ogni sortita sulla costa; non la risacca che amplifica il suo sciabordare e lo ripete all’infinito al punto da farmi desiderare di aver portato con me l’mp3 per non doverlo ascoltare ancora e ancora e ancora, ma l’eco delle storie che si sono affacciate alla mia mente durante le passeggiate; non la bambina che svicola dal controllo materno e si dirige speranzosa verso le onde, ma i miei desideri che ridono musicali e fugaci; non la sabbia dorata, ma un deserto d’argento che restituisce i miei passi alla moria notturna della’alta marea; non i gabbiani in volo stridente e compatto, ma la mia solitudine accentuata dal loro vivere in simbiosi; non il mare ballerino e turchese, ma la malinconia di sempre; non lamine di luce che sfarfallano accecando la vista e impreziosendo il golfo dove il sole sbatte allo zenit, ma la speranza e la forza che metto in ogni passo, per superare il deserto di dune, per vedere se dietro una di queste c’è finalmente la terra promessa, assetata, affaticata, assonnata e stordita da un sole di Calabria troppo dorato, troppo alto, troppo caldo e troppo bello per essere un sole d’inverno, a illuminare una spiaggia ora deserta in ogni sua rientranza, tranne che per la mia inutile e trascurabilissima presenza.

venerdì 24 dicembre 2010

Come andò che superai Lingua dei segni


Era una solita mattina di metà dicembre a Cosenza, con qualche spruzzo di giallo a riverberare qua e là l’erba brinata che circonda il campus universitario cosentino.
Avrei dovuto cogliere in questi meteorologici segni, un cenno di buona speranza, ma appena scesa dall’autobus il mio solo pensiero era:
  1. ingoiare boccate d’aria forzando l’ansia che serrava la mia gola;
  2. eludere accuratamente tutor minchioni appartenenti, in un remoto passato al mio corso, e solitamente intenti a fissarmi dall’alto in giù chiedendomi con infida curiosità che esame devo (ancora?!) dare;
  3. proteggere le mie stanche membra dal gelo di prima mattina;
  4. sottrarsi alla tentazione di saccheggiare i distributori di merendine che rigurgitavano cioccolata e patatine davanti ai miei occhi;
  5. evitare di vomitare dopo essermi rimpinzata di sdolcinerie caramellate.

Per schivare l’ostacolo tutor, come in un videogame di scarso gusto, ho aggirato il cubo del mio corso prendendo un’astrusa e lunga strada e mi sono rincantucciata sugli scalini gelidi davanti ai distributori.
Avevo trascorso una nottata intera insonne per ripetere e non avevo nessuna intenzione di continuare a farlo, ma tenere il quaderno tra le mani mi dava un certo conforto.
Era ancora presto quando mi sono recata all’ufficio della professoressa, c’ero solo io: ho sperato fino alla fine che nessun altro si presentasse, che lei non si presentasse, che l’esame venisse rinviato. Perché?
Dopo tutta quella fatica, dopo tutto il tempo passato a studiare, nonostante sapessi che così avrei dovuto continuare a perpetuare l’ansia per tutte le vacanza, nonostante sapessi che avrei dovuto continuare a studiare e ripetere Lingua dei segni oltre che riprendere il terribile Filosofia della mente. A dispetto di ciò, mi auguravo non venisse, mi immaginavo gironzolare serena e senza l’opprimente peso dell’ennesimo, prossimo, fallimento sulle spalle, per la Cosenza natalizia cui da anni le mie pupille sono abituate e che quest’anno mi è mancata. Parecchio.
Poi è arrivata una tizia del mio stesso corso ma di diverso anno che doveva dare lo stesso esame.
Porella! Immagino volesse ripetere, ma io non comunicavo con umano da 13 ore oramai e dovevo trovare il modo di distrarmi per scaricare l’ansia. Non che si sia fatta pregare la fanciullina in corso, anzi! Mi ha spiattellato i risvolti della sua perfetta esistenza, di come è in Erasmus da sei mesi e ora prorogherà la permanenza per altri sei, di come si diverte, di come è grandioso, di come sia perfetto il suo inglese, di come aveva addirittura scalato la classifica dei pretendenti all’unico posto per Cambridge (oddio… pensa che sarebbe studiare a Cambridge, non posso neanche lontanamente aspirarci io…con la mia inconsistente competenza e nullezza, neanche sapevo che università prestigiose e private come Cambridge fossero propense ad accogliere studenti dell’Università della Calabria!!! Figurarsi, tant’è vero che la tizia non ci è andata alla fine …) ma ha dovuto rinunciarvi perché il nostro corso idiota e improponibile di “Filosofie e scienze della comunicazione e della conoscenza”, non ha un riscontro in nessuna università rispettabile e il professore doveva seguirla a Cambridge, non ha ritenuto il suo piano di studi adeguato a un’ammissione nel prestigioso campus inglese; di come abbia poi, invece e felicemente, scelto Varsavia dove vive abbondantemente e come un pashà, con soli 100 euro al mese, riuscendo con questa cifra a pagare affitto, bollette, libri, cibo e altro, perché in Polonia con 100 euro sei ricco, in pratica; di come si diverta con feste e viva con tre ragazzi proveniente da svariate parti d’Europa; di come le manchino pochi esami per laurearsi ma se la prende con comodo e si gode l’Erasmus; di come poi, il suo ragazzo sia un quasi ingegnere anche lui in Erasmus in Irlanda; di come i suoi viti siano altissimi ecc ecc ecc.
Ho invidiato la ragazza? Assolutamente sì.
Ho desiderato essere nei suoi panni? Sì.
Mi sentita una merdina sfigata con rinnovato fervore davanti a queste parole? Sì. sì. Più che abbastanza.
Ho pensato di mollarle un cazzotto per l’esaltata soddisfazione che usava nel vantarsi della sua perfetta esistenza fatta di divertimento e vita vita vita e ancora vita davanti alla mia così scarsa di suddetta vita? Sì…certo.
Ma questo è, inutile prenderla a pugni sarebbe stato.

Quando arrivò la professoressa me la stavo facendo letteralmente sotto. Col fatto che l’annuncio dell’appello fosse stato inserito nel blog solo la sera prima, e che eravamo praticamente a un giorno dalla chiusura dell’attività universitaria per le feste, eravamo solo una ventina all’appello, ma ero così incerta e gravata dal riflesso dorato della carriera universitaria della “polacca”, che se non fosse arrivata presto la prof e non mi avesse chiamata subito, me ne sarei andata a gambe levate.

In realtà, quando ha chiesto se qualcuno voleva rompere il ghiaccio mi sono offerta.
Ok… sì sono esterrefatta anche io, non so perché cazzo mi sono offerta, non è da me. Credo per la subconscia paura di non resistere al nervosismo dell’attesa, di scappare.
Lei si è rivelata essere l’osso duro che dicevano: non solo mi ha chiesto un sacco di cose, ma pretendeva chiarimenti e precisazioni che nel libro non c’erano. Un paio di volte mi ha anche chiesto dove avessi letto quello che dicevo e io sapevo il libro talmente a memoria che non ebbi difficoltà a trovarle le pagine cui mi riferivo. Credo la cosa l’abbia colpita e le abbia fatto piacere. In più, il libro l’ha scritto lei e ha commentato con un “mi faccia vedere chissà che ho scritto” che mi lascia perplessa sulle modalità di stesura dei libri da parte dei professori, ma tanto oramai l’ho dato quindi chissene. S
ono rimasta sorpresa da me stessa. Credo che pensassi reconditamente, che non avevo niente da perdere se non uscire al più presto da lì e questo mi ha conferito un’anomala sicumera, una particolare calma che mi ha permesso di rispondere a tutto e argomentare bene e la professoressa malvagina ne gongolava soddisfatta. A onor del vero è stata puntigliosa e ha preteso molto, ma non è stata questa malvagità che mi avevano descritto. Forse perché aveva capito che avevo studiato o forse perché era reduce della morte della madre (a proposito bisogna darle credito per essere venuta a fare l’esame più che altro…mi ha fatto una gran tenerezza) e questo l’ha ammansita, non lo so. So solo che mi ha dato 30 e non me l’aspettavo di certo; so che mi ha salutato calorosamente facendomi gli auguri di Natale; che ha precisato che per due crediti ho fatto lo stesso corposo programma di altri cui invece l’esame assegna quattro crediti (il che più che rendermi orgogliosa mi fa incazzare di brutto ancora una volta col mio corso del cazzo); e so che sono fuggita da lì senza assistere all’esito dell’esame della “polacca” o altro, sono scappata dall’università verso i luccicori della natalizia Cosenza, con un peso in meno, con un esame in meno, con un 30 in più.

Ora resta solo lo scoglio enorme di Filosofia della mente, mod. A e mod. B. Dovrò affrontarlo, l’esame degli esami a febbraio, per forza. Ma febbraio è ancora lontano, il 30 ancora leggero a darmi fiducia, Natale ancora alle porte con le sue promesse di serenità sognante.
E ora vado a vestirmi per la cena della vigilia da zio…

La cucina è un gioco di ruolo

Esplosione di nouvelle cousine per questo Natale. Se l'anno scorso mi avrebbero detto che avrei passato il Natale volentieri, in cucina, con mamma, a sfornare prelibatezze, gli avrei riso in faccia sdegnosa con un: "Io?! Seeh, figurarsi se perdo tempo ad armeggiare con mestoli e farine! Meglio leggere un libro".
Inveceè proprio divertente e anti-stress cucinare. Ma credo che la parte piùi mi affascina del tutto, sia la componente sensitivo-sperimentale, nonchè quella alchemico-magica che la cucina comporta: mi sento una stramaledetta strega a mescere ingredienti, ad affondare le mani in impasti dagli afrori e dalle consistenze più disparate. E' come se potessi sperimentare risposte sensoriali cui finora non ero stata iniziata.
Particolarmente eccitante è stato fare gli omini di zenzero, i Gingerbread men della tradizione inglese, non solo perchè mi ha assorbito in una dimensione da Natale americano molto da telefilm, ma per gli odori e il sapore anomalo per la cucina prettamente mediterranea. Zenzero, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, burro, miele, insieme, sprigionano profumi deliziosi di paesi lontani e culture nordiche. E poi sono così belli, ma così belli...peccato, non riesco a fotografare i miei e metterli, ma non sono molto diversi da...
...Zenzy.
Mi sono poi cimentata in ricette non proprio comunissime, così, tanto perchè nella mia vita non c'è molto altro da fare. Quindi per l'aperitivo di stasera ho fatto frollini di parmigliano a forma di albero di Natale, anche se non sono molti e stasera saremo venti persone da zio e tutti mangiano un sacco...ma si dovranno accontentare: chi prima arriva, meglio mangia.
Io li ho arricchiti con del rosmarino secco e della paprica

E poi, per il pranzo del 25 (saremo con degli amici di famiglia a casa nostra) ho fatto il ciambellone al gorgonzola e noci, che ancora non so neanche come è venuto ma dall'aspetto sembra una bontà.
In più, per ricreare un Natale all'american sit-com, ho rischiato una ricetta di pane all'aglio. Lo ordinavano sempre le ragazze Gilmore negli episodi di Una mamma per amica, insieme alla pizza mi pare di ricordare, e mi sono sempre chiesta come fosse. Ho trovato una ricetta su internet, ma l'ho modificata per adeguarla a uno dei programmi della nostra macchina del pane. Non so come uscirà. Controllo ogni due minuti e ancora deve stare dentro per un'ora e mezzo. In realtà ci sono due tipi di pane all'aglio: uno già pronto con aglio secco nell'impasto, uno che vede il pane normale aromatizzarsi in forno con aglio e olio. Io ho scelto la prima versione, ma è, come tutto, una prova, e un modo per fare qualcosa piuttosto che non fare niente. E comunque, mangiarlo, domani, mi farà sentire come una delle Gilmore Girls e questo me gusta mucho ed è perfettamente attinente col tipo di Natale bislacco-giocodiruolo che ho deciso di costruirmi intorno per difesa dal mondo che mi è ostile.
Il pane che sta lievitando nella mia macchine del pane;
L'altra versione che prima o poi proverò...

...tanto non è previsto che baci qualcuno al momento e se anche dovesse succedere (eh...chissà che non mi porti bene questo Natale sognante e culinario...), tizio dovrà accontentarsi di baci piccanti.

Credo che sia proprio per questo che cucino, Cioè non per riempire di baci all'aglio qualcuno, sia chiaro...anche se...no, no scherzo, non è per questo. Ma non avevo realizzato prima, anche se mi ero domandata spesso, da cosa dipendesse questa nuova propensione alla culinaria. Cucino solo cose che possono farmi sentire in un modo o nell'altro, lontana e aiutare a stringere le maglie dell'incantesimo atto a farmi evadere da qui. E quindi il solo nome del "Pane all'aglio" mi catapulta nel Connecticut; con l'odore di zenzero e miele in luoghi esotici e altre culture; con la forma dei Gingerbread men nelle tradizioni natalizie favolistiche nordiche...

Mica sono una principiante dell'evasione, io! Le studio tutte, anche incosciamente, metto in atto stratagemmi di ogni tipo per arricchire e rendere più tangibile possibile, il mondo alternativo che fa da contraltare al reale in cui vivo. Così posso vivere in entrambi: uno è una facciata e gli altri mi percepiscono lì con loro; l'altro è solo mio, nella mia testa ed è lì che vivo realmente, compressa e compensata in me stessa.
Triste, ma che alternativa ho? Nessuno vuole far parte del mio mondo reale qui...quindi mi organizzo alternetivamente. A questo proprosito, sarà meglio che vada a controllare il mo pane all'aglio...

sabato 18 dicembre 2010

Robin Hood degli agrumeti

Ho rubato le arance! E i mandarini. Qualche clementina. Sette limoni.
Un bel bottino solare e profumato.
E' che ne avevo una voglia matta e quegli alberi erano così carichi da piegarsi sotto il peso delle sfere. Sembravano dei piccoli soli cincofusi dalla luce del mattino catturata e riflessa dai residui di brina. Ovviamente sono su un terreno proprietà privata ma non c'è nessuna recinzione ad arginarne i confini o impedirne l'accesso. Anzi suppongo di non essere stata la prima ad intrufolarvisi perchè mancavano tutti i frutti più bassi, mentre i rami più alti ne erano colmi.
Mi sono addentrata nel folto per evitare di essere scorta dalla strada e ho piacevolmente scoperto che la sensazine non è poi tanto diversa da quella che si prova attraversando un bosco. Il sole non riusciva a penetrare i rami fogliati e io ho potuto bighellonare indisturbata certa di non essere scorta dalla strada. In realtà ho rischiato di scivolare più volte. Il terreno più interno non aveva erba e il fango insieme agli agrumi caduti e in decomposizione, rendevano arduo destreggiarsi senza sprofondare in limacciose mini-sabbie mobili.  Meno male avevo scarpe semi-adeguate:
Le mie sono grigio scuro però...

Non è stato facile prendere i frutti alti, ma sono riuscita a racimolarne una bella busta. E' stato inaspettatamente divertente. Aggirarsi per quel sottobosco improvvisato dall'odore di arancia e dai suoni simcopati, con ancora qualche ciuffo di neve a infiocchettare i recessi più scuri e l'erba tenera su cui camminare... è come calpestare cotone friabile. E la sensazione di fare qualcosa di "proibito".
Ci avrei vissuto volentieri l'ho capito perchè Robin Hood mi ha sempre affascinata e oggi più che mai, sono assolutamente certa di essere la reincarnazione di lady Marian, altrimenti non so spiegarmi perchè rifuggo la civiltà e ricerco l'ammaliante brivido del selvaggio e del proibito per quanto...caspita tra tutte le cose selvagge e proibite fatte dall'uomo nel corso della storia, le mie imprese non meritano la palma d'oro, neanche il cucchiaio di legno, invero. Ma è pur sempre un inizio no? Oggi aranceti, domani uliveti, tra un anno boschetti, tra tre foreste; oggi frutta fresca, domani castagne, tra un anno lip gloss, tra tre il principe Giovanni.
Ora ho una missione. Amen.

martedì 30 novembre 2010

L'intelligenza sale, allora la felicità scende

Uno dei miei episodi simpsoniani preferiti è quello che vede Homer divenire improvvisamente intelligente grazie alla rimozione di un pennarello che aveva incastrato nel cervello fin dall’infanzia quando se lo spinse su per il naso. Smessi i panni del beato beone che era, comincia a non divertirsi più per le corbellerie che sembrano intrattenere le persone normali (normalmente e unanimemente stupide più che altro, fa intendere Groening) e che tanto lo entusiasmavano prima, cerca quindi conforto e sfogo in interessi più intellettuali come i libri e questo lo porta ad avvicinarsi e ad apprezzare sua figlia Lisa, prima tanto lontana da lui.
E’ uno degli episodi delle stagioni di mezzo dei Simpson, in cui tutte le puntate sono belle in realtà, intelligenti, taglienti, magari viste e riviste decine di volte, ma che non smetti ma di ri-rivedere con piacere anche se le conosci oramai a memoria, battuta per battuta.

Sono tante le ragioni per cui amo questa puntata, oltre che per l’acume, caro ai Simspon, con cui argomenti e dialoghi sono trattati. In primis il fremente sollievo e l’esaltazione con cui Lisa accoglie finalmente qualcuno della famiglia così vicino ai suoi canoni intellettivi, interessi, modi di essere, visto che la sua diversità l’ha sempre resa sola. E’ una cosa che ho sempre desiderato anche io e situazioni del genere, che siano audiovisive o letterarie, mi incantano sempre, come è ovvio. Solo che nel mio caso, il pennarello dal cervello, non è stato tolto a nessuno della mia famiglia. A nessuno nel raggio di 200 kilometri, pare.
Una scena in particolare dell’episodio mi è rimasta impressa fin dalla prima volta che lo vidi: quella in cui Homer è sconvolto dalla reazione ostile dei suoi vecchi amici al suo nuovo stato di brainy man e rattristato dal fatto che questi lo scansano e isolano. Lisa gli spiega con serena rassegnazione che è perfettamente normale, che la relazione tra intelligenza e felicità è inversamente proporzionale: come una cresce, l’altra diminuisce. E quando Homer le chiede come fa lei a vivere così, a sopportare tutto questo, perché lo fa, lei risponde che la sostengono e ne valgono la pena molte cose come la letteratura e il jazz.



Mi piace rivedere a iosa questa scena perché mi genera una sorta di conforto. Il fatto che ci siano persone che condividono esattamente il mio status, mi consola, non mi fa sentire completamente sbagliata. Che poi sia un personaggio dei cartoni o che io sia comunque un disastro di essere umano non viene messo in discussione. Ma se qualcuno ha formulato che più sei intelligente meno sei felice oltre a me, allora deve essere così. Allora è vero e poco c’è da fare. Se poi a farlo è Matt Groening che considero un genio indiscusso e per cui nutro una stima sconfinata, mi conforta ancora di più.

Posso quindi ripensare con maggiore leggerezza alla sala del cinema stipata, quando qualche sera fa sono andata al Warner Village a vedere Harry Potter e i doni della morte, stipata di famigliole, gruppetti di amici, coppie in amore, coppie di compagni, coppie e basta.
Per l’ennesima volta mi sono sentita un’anima persa, ambigua, incerta, informe, come una domanda aperta cui nessuno troverà mai una risposta. Con quel groppo in gola che non scende giù fino a sfaldarsi nello stomaco, né si scioglie in lacrime. Che arrossa solo un po’ le guance, accese nel buio che ti cela in quell’angolo all’entrata mentre tutti si accalcano, parlano e ridono, mentre tu, piccola piccola, accoccolata più che puoi su te stessa per non urtare nessuno, cerchi di confonderti con la tappezzeria.

Li ho osservati tutti, uno a uno quelli che mi passavano davanti. Speravo, invero, che la magia di Harry si spandesse dal maxischermo e si perpetuasse in sala, illuminando qualcuno come me, di qualsiasi età, sesso, religione, forma. Magari, solo non per i miei stessi motivi, ma solo, che ne so, per rivedere il film venti volte. Invece niente, nada, non ce n’era uno spaiato neanche a pagarlo oro! E’ assurdo…passi che non ci sono persone come me da queste parti, ma che addirittura tutti trovino qualcuno con cui andare al cinema ha del miracoloso! Sarà che per me è stato sempre così difficile trovare qualcuno che venisse a vedere uno dei miei strambi film insieme (passi Harry, per quello a volte li ho trovati, dopotutto è sempre  uno dei film più chiacchierati della stagione). Perciò lo trovo
miracoloso. Sono bravi, non ci piove. Degli artisti, altrimenti come farebbero a districarsi così bene in una missione così ardua come quella di trovare qualcuno con cui andare al cinema?
Eppure vi riescono. Tanto di cappello.

Per testare il mio grado di invisibilità che quando sono sola al cinema diventa più evidente ed efficace del solito, come se avessi indosso il mantello dell’invisibilità (sempre per restare in tema Doni della morte), sperimentatrice cinica e masochista, mi sono seduta a uno dei tavolini alti nella penombra riverberata dalla luce a led degli schermi. Con quale macabra soddisfazione mi sono resa conto che il mio esperimento autoreferenziale dava gli esiti previsti al punto che chiunque passasse sembrava neanche notare la mia presenza. L’invisibilità raggiunse livelli camaleontici da cacciatore provetto in safari nella savana più selvaggia, quando un gruppo di gracidanti liceali venne a sistemarsi proprio al mio tavolino! Proprio come se io non ci fossi, sedevano intorno al mio stesso tavolo e parlavano tra loro ignorando totalmente la mia presenza e sbocconcellando popcorn. Arrivai - beffarda ormai non riuscivo a non sghignazzare vista l’ilarità tragica della scena - addirittura a fissare intensamente qualcuno di loro, casomai notassero la mia presenza come quella metafisica di uno spirito, percependo anche solo quel prurito alla base della nuca che ci dà l’indizio di essere osservati. Invece niente.
Esperimento riuscito al 100%.
Io non esisto al di fuori della stretta cerchia familiare che deve sopportarmi o dell’ufficiale garanzia di timbri e documenti che mi rendono abbastanza palpabile. Qualche ragazzina spumeggiante e anonimamente modaiola, mi ha anche fissato interrogatoria e alquanto schifiltosa, ma un attimo, come si osserva la strana conformazione che le venature della parete sembrano assumere a richiamare una forma. Poi ha dissolto lo sguardo dimentica della strana forma.

Secondo la teoria di Lisa, chiamiamola così, essere quella che sono, ha come conseguenza cinema in solitaria, per lo più. Ma siccome sono orgogliosa di quello che sono e di ciò che le mie scelte mi hanno portata ad essere…Ehi, un momento. Ma io non sono affatto felice orgogliosa di quello che sono, è qui che sta l’inghippo! Non sono così intelligente e capace e studiosa come Lisa e non sono neanche una beata beona, quindi chi stracacchio sono?

giovedì 18 novembre 2010

Enfiata di versi, foglie e peccati carminio


Mi sono riappropriata dell’autunno espressionista e boschivo che incastona Cosenza oramai da una settimana e non riesco a scrollarmelo di dosso. Lui e i suoi effetti plurimi, variegati e devastanti che si trascina dietro e mi stampa addosso irrimediabilmente, da sempre.

Quel manto di melanconia mi sopprime e io lo lascio fare, trastullandomi negli effluvi vaporosi, umidi di tronchi d’alberi, scrocchianti di foglie secche calpestate, grandi, seducenti, maniformi, incurvate in ramificazioni precise, viola e bordeaux, sfumanti in ori dai milioni di inenarrabili pigmenti, bronzo di polvere vaporosa in cui si sfaldano per sparire dalla storia, al mattino quando le gocce d’argento della brina ghiacciata annunciano l’imminente arrivo dell’inverno a scolorire il trionfo marronato e caldeggiante dell’autunno. Ho sprofondato nell’erba giovane e brillante dei parchi e delle zone verdi dell’università, immutate e immutabili perché nessuno sembra intaccarle, perciò possono mantenere un riserbo prezioso come un tocco d’ambra che attornia la felce centenaria. Ho ricercato in quegli stessi rami tendenti al cielo marrone o spioventi in radici pettinate, versi tessuti in lingue ataviche e norrene, intraducibili in queste terre, pendenti, stanchi e irretiti in boccioli schiumanti una maturità ricca, ma abbandonata. Quel mondo che apre l’autunno, che si manifesta in colori atipici e violeggianti, contorna e attinge a pitture visibili attraverso squarci spazio-temporali remoti. E’ per questo che le foglie cadono! Così frutti traslucidi di versi imberbi, possono sbocciare per enfiare i versi passati ancora fissi sui rami perché da nessuna mano consapevole colti. Sono troppi e troppo grandi perché io sola possa assolvere questo compito, c’è tanto, troppo da aspirare, i miei polmoni sono pieni e stanchi. Cedono il compito a stomaco e intestino, ma anche se continuo a ingurgitare vorace per gustare il tocco dolce e saporoso della felicità fugace, anche lì non entra più niente: dovranno restare ancora lì, a trafugare lo spazio legittimo delle foglie, fino a quando la porta si chiuderà e il dipinto stingerà in germogli più terreni e primaverili.

C’era ancora nel parco antistante la fermata dell’autobus, il giovane albero anarchico, ai cui piedi solevo trascorrere ore di letture, con il tronco levigato in metallico beige-bronzato e sulla corteccia, incisa da mani umane, una “A” cerchiata e anarchica quanto lui. Chissà chi l’ha scritta. Se non l’avesse fatto non avrei probabilmente votato il mio tempo al decolorare delle sue foglie, non avrebbero queste coronato la mia fronte e la mia vista con la loro aggraziata caduta dalle nuvolose coreografie. Eppure un filo conduttore invisibile mi lega a quella mano anarchica d’artista irrispettoso che ha deciso per me dove come e perchè avrei trascorso tante ore inutili e perse della mia inutile e persa vita.

Foglie in sentieri, intrecciati sotto rami rossi e rosa, gialli e verdi, viola e marroni, stecche di luce timida che ricama i sempre più ampi pertugi tra le foglie, le panchine infossate nel terreno, sommerse da foglie in fogli, secchi e leggeri, cadenti, ingovernabili, pozzi di fruscii dai sedili ingioiellati e nero carminio, per ritratti di altri mondi, non per sederi di questo.

E non mi sono ancora ripresa.
Quel colore, quella nebbia, è una lente che offusca ogni cosa e la traspone in venature e dimensioni diverse che non hanno posto qui, fuori luogo quanto me, e io annaspo perché non ho più punti di riferimento. Niente trova collocazione degna fuori, tutto s’accumula dentro e io mi gonfio come un pallone aerostatico che fatica a prendere il volo, ma non riesce neanche a guardarsi allo specchio, troppo offuscata è la sua vista, troppo immenso il suo corpo che continua a enfiarsi ed enfiarsi ed enfiarsi, dove tutto entra senza che niente esca, e viva e nasca e produca e viva e viva e viva e viva. Farfalla chiusa per sempre in un bozzo sotto grattacieli stillanti asfalto nero che soffocano foglie fiori frutti e alberi e onde e mare che dorme oleoso, senza onde… Dove sono le onde? Sono morte anche loro? Perché non cantano e schiumano? Come può il mare non respirare più? E’gonfio anche lui? Non esplode più oramai, non ha senso, si limita a ingrigire celando i suoi tesori, scrupoloso: “Se non mi muovo nessuno li noterà, nessuno ruberà” - sembra pensare.
Ah, ma certo!
Se anche io non mi muovo nessuno verrà a soppesarmi e interrogarmi e a violentare le mie urla senza echi, i tortuosi sentieri conducenti in oblii perlescenti e abbacinanti e rosa. E gonfia, tutto questo rosa castrato, gonfia e pesa perciò non volo come il pallone aerostatico, tra filacci di zucchero a velo e cieli brillanti, ma affondo e peso, come la pietra grigia, nuda. Gonfia, erosa, muta, esposta. Morta.

giovedì 4 novembre 2010

Un tetto di ghiande per solitudini variegate

Troppo sonno per pensare, troppo anche per scrivere. Scriverò lo stesso però. Non riesco più a farne a meno, non sono mai stata così fedele neanche alle pagine di un diario per quanto mi abbia sempre affascinato l’idea di sigillare con un lucchetto pensieri già meglio sigillati nella mia testa. Un diario non serve a niente, forse a mettere ordine negli eventi e guardarli dall’esterno, ma anche in questo caso svolge un ruolo secondario. Tutto quello che ha è un fascino bestiale: il bestiale fascino del lucchetto. Ci illude che le nostre inutili speculazioni possano essere d’un interesse tale da doverle trascrivere e tutelare affinché un Arsenio Lupin scadente non le rubi. In realtà aneliamo eccome che le rubi. Probabilmente è questa la certezza che mi ha spinto ad aprire questo blog, senza però la presunzione d’investire di un qualche interesse ciò che scrivo: a malapena interessa me. Perciò lo scrivo. Lupin non ha niente da rubare qui e io spero venga ad accorgersene.

Troppo sonno anche per giungere al termine della puntata dei Griffin. Eppure scrivo. Scrivo perché per la prima volta, mi è concesso utilizzare internet nella mia camera. In realtà questo wi fi non cambia granché, ma c’è qualcosa…un soffuso aspetto intimistico nello scrivere circondata dalle mie cose, come se il computer e internet mi potessero osservare mentre dormo e sciogliessero loro i miei nodi, domani mattina. Come se questa fosse una finestra aperta ed entrasse Peter Pan a chiedermi di seguirlo sull’Isola che non c’è (non potrei contare quante volte l’ho aspettato sul serio da bambina, prima di addormentarmi, davanti la finestra, urlando storie affinché potesse sentirmi…), e come se io potessi tranquillamente farlo intrufolandomi nello schermo del pc. Come se veramente io abbia un segreto succulento e imprescindibile da picchiettare su tasti bollenti che, mi rendo conto solo ora, imprimono a fuoco le loro lettere sui polpastrelli: loro scrivono su me e io, sciocca, m’illudevo del contrario. O forse è una sorta di libertà: ora che sono celata a sguardi indiscreti posso fare di tutto, posso stare tutta la notte sveglia a vergare le mille forme fumose del niente e non è detto che non lo faccia. Potrei accendere la webcam ed esibirmi in danze senza veli alla mercé del primo reperibile in rete, e non detto che non faccia anche questo, senza pudore, senza freni, senza pensieri, per non avere più paura di svuotarmi del tutto. Strano come il cambio di un modem possa portare a questi desideri o azzardi o che so io, quando prima non ci avevo mai pensato. Eppure sotto questo strato di sonno pesante sono euforica e stranamente serena. E’ l’autunno sempre più piovoso, tormentato e bigio, ma con sprizzi di sole che frantumano il mondo del marrone e delle sue gradazioni che regnano incontrastate e malinconiche sulla mia terra.

In realtà, segregata nel mio paese dopo anni trascorsi a Cosenza, mi mancano quegli aspetti dell’autunno più montani di cui ero solita bearmi abbondantemente non senza rimorsi. Una nostalgia che non credevo possibile (non che abbia lasciato una vita migliore a Cosenza che sia degna di tale nostalgia), ma ora il mio mare è inaccessibile, e romba e sbatte e chiama, lo sento fin da qui, ma non lo posso raggiungere: si sta trasformando, come me, lui nel Poseidone famelico delle storie, io nel…. . Non visualizzo in cosa, distinguo solo un velo che cela quella che sembra la mia sagoma incerta, dai contorti sfilacciati, in balia di venti statici e invisibili.
Mi mancano le tonalità viola e dorate degli alberi cosentini, quelli alti e dalle forme variegate che circondano l’università e la rendono troppo simile a uno dei miei sogni per non amarla, scordando un attimo quel che invece è davvero e il terrore che mi instilla. Mi manca la collinetta dietro la biblioteca, dove anche nelle altre stagioni permane un tappeto di foglie d’autunno; i miei alberi che sovrastano panchine sempre vuote, se non occupate dai branchi di cani randagi che figliano tra quei cubi come se loro, avessero trovato il posto adatto per vegetare, “università da cani” non è un eufemismo per l’Unical. Panchine sempre vuote, vuote per reggere il confronto con una vita piena che non ha tempo per gli alberi, vuote se non occupate da me, che vuoto da riempire ne ho bastevole per la foresta vergine. Quante volte sono fuggita dalle aule ingombre di studenti incastrati alla perfezione tra i banchi costruiti su misura per loro! Evidentemente la mia misura era troppo difficile di ricreare, perché in nessuno di quei banchi, tra nessuno di quegli studenti mi sono mai incastrata alla perfezione. Guardarmi intorno con la certezza - stampata su ogni volto, su ogni lavagna, su ogni slide, su ogni cartella di professore - di essere l’unica fuori posto, fino a dover fuggire per non soffocare tra banchi troppo stretti, tra studenti troppo perfetti per la mia imperfezione. E allora andavo lì, da quelle panchine snobbate da chi aveva un ben più comodo, caldo, confortevole e inorgogliente banco su misura.
Gli alberi non hanno misure, possono coprire e proteggere chiunque; le panchine sono fredde adatte a chi è abituato a vivere nel gelo, adatte per cani, barboni e me. E leggevo. E guardavo le ghiande tintinnare come campane bronzate davanti ai mie occhi, dietro la mia testa, accanto alle mie orecchie, sotto i miei piedi, sopra la mia testa, tra le foglie oro di quel tappeto chiazzato di rosa antico e verde timido. E ambivo alla forma perfetta dele ghiende che nulla ha da invidiare agli studenti, perfetti anche loro. L’università è un gioco al perseguimento della perfezione, in qualsiasi campo e di qualsiasi genere essa sia. Le invidiavo perché loro stavano lì, proprio dove dovevano, snobbati da tutti e indifferenti, placide, a giocare col sole e a farsi dondolare dal vento senza sentirsi in colpa per questo e per non riuscire a costringersi in un banco dalla forma di qualcun’altro.

Chissà se gli alberi sono ancora lì o se qualcuno ha preso il mio posto su quella panchina. Tanto né loro, né le ghiande ridenti o le foglie caduche se ne accorgerebbero.
La settimana prossima salgo a Cosenza, per scoprirlo.

giovedì 28 ottobre 2010

Mar d'Autunno

Svegliata alle 7.15 da un’aria insolitamente frizzantina che penetrava generosa enfiando i lembi di velo delle tende, ho deciso di mettermi a studiare, senza star troppo a cogitarci su. Ho dimenticato di chiudere il balcone ieri prima di addormentarmi e boccate di ossigeno giovane, carico dell’odore fruttato dei cachi maturi e mogano della terra bagnata, penatrano gelate dalle narici, sciacquano e risvegliano completamente i miei neuroni.
E’ inutile. Reggo per due ore il quaderno di Lingua dei segni tra le mani, ne leggo le parole dai nomi complessi, cerco di tenere a mente struttura e funzionamente del cervello umano, ma ogni parola sfuma in pulviscoli di inchiostro e neanche il tepore delle coperte assaltato dalla fresca aria ottembrina, riescono a sciogliere quel groppo che si appropria della mia gola per giungere alle mie orecchie e ripetermi che tanto è inutile, che sono inadeguata, che sono incapace, che non ce la farò mai. Le migliaia di parole vergate sul quaderno si sdoppiano dietro lenti di lacrime trattenute e poi esplose insieme al quaderno sbattuto sul letto, alle coperte divaricate, alle persiane spalancate, alle mani che stringono la ringhiera fredda del balcone, ai polmoni che inghiottono fameliche il respiro dell’autunno indorato dalle foglie sanguigne, dal verde elettrico dell’erba, dal marrone dei frutti, dal celeste canterino del cielo.
E’ una giornata magnifica. Esco.

L’aria è carica degli odori di stagione, dell’intrusione dolciastra di rose ancora in sboccio e aromatizzata dai funghi vergini che mi fanno capolino da sotto gli steli, minuscoli ombrelli, troppo belli, troppo perfetti per non essere le future dimore di esseri fatati. Basta però allontanarsi dai prati che incorniciano il mio quartiere, che il dolce e nutrito profumo d’autunno si estingue nel salmastro marino, quasi questo voglia immediatamente  rivendicare la sua sopremazia su questi luoghi: deve esserci stato mare grosso questa notte, se l’odore si sente da qui. E infatti la distesa deserta della spiaggia risulta piatta e intonsa, ricamata da una lingua riccioluta di alghe, legnetti, foglie e conchiglie che segnano il punto in cui il mare è giunto stanotte, per poi ritirarsi in un’apparente quiete.
E’ un finto dormiente il mare d’ottobre. Lo vedo spesso in questi giorni e posso notarne ogni sfumatura quotidiana, ogni mutamento che lo trasformerà nella bestia indomita che è il mare d’inverno. Ha smesso ormai del tutto il sano blu cristallino di settembre. Riflette il cielo leopardato di nubi con una predominanza di color ciano che si stinge in acquamarina quando scherma il sole, a riva, alzandosi nel respiro precedente le onde eleganti, impettite, elaborate di schiuma così bianca che stride con l’acquamarina. A largo, macchie di cobalto si stendono sempre più larghe. Solo l’orizzonte è impreziosito da un sole luccicante di lamine di luce, tagliate da una nave, grande, bianca, forse da crociera.
Adoro camminare su questa spiaggia, lunga, infinita, piatta, per non so quante ragioni:
1)      perché si affonda di meno e si fa meno fatica;
2)      si possono notare gli arabeschi cuneiformi lasciati dai gabbiani;
3)      i solchi che lascio mi danno la confortevole certezza di esistere: io ho alterato la superficie, allora esisto;
4)      se non ci sono smottamenti, vuol dire che dopo il mare ho camminato solo io, che quello che è stato il suo regno ora appartiene a me sola;
5)      si sente l’odore, forte della salsedine, di pesce, di abissi bui, è qusi visibile e ti avvolge a ogni passo sprigionato dai granelli che si smuovono al passaggio.

Sto scrivendo e non riesco a fare a meno di pensare che non è normale ricordare tanti dettagli, viverli e sentire il bisogno di descriverli così minuziosamente. Perché mi richiama tanto intensamente il mar d’autunno? Perché non riesco a resistergli?
Ma mi sono stancata presto di camminare, forse perché da due giorni mi nutro solo con yogurt e qualche frutto. Ho fatto appena un kilometro e forte qualcosaina in più, sono ben lontana dai miei standard. Non resisto alla tentazione di stendermi sulla sabbia tiepida solo in superficie e immediatamente umida sotto. Le nuvole prendono il sopravvento velocemente, chiudendosi in lamine perfettamente combacianti e lasciando solo qualche spruzzo di turchese all’orizzonte, ma sono soffici, bianche, spumose, striate di un grigio troppo tenue per spaventare, cela echi di tempeste che sono ancora sopite.

Non so quanto ho dormito, forse 10 minuti, o forse mezz’ora non credo di più. Quando mi sono svegliata il cielo era di nuovo un manto di leopardo e i pochi pescatori incontrati avevano fatto fagotto. Sono tornata indietro molto faticosamente. Dovrò mangiare un po’ più che frutta a pranzo perché la testa comincia a girare e le orecchie sono attutite. Il garrire dei gabbiani le stappano. Hanno ripreso il sopravvanto sulla spiaggia, nevosi ed enormi visti da vicino molto più di quanto non sembrino in cielo, elaganti V ad ombreggiare il sole. Ho pensato che qualora mi avessero attaccato, colte da un improvviso impulso hitchcockiano, avrebbero facilmente avuto il sopravvento visto che la loro apertura alare mi supera in lunghezza e che nessuno se ne sarebbe accorto, perché c’era solo sabbia e acqua. Anche la nave da crociera è scomparsa e l’orizzonte ha riconquisdtato la sua linearità perfetta. Se il mare suggerisse ai gabbiani di attaccarmi, i suoi fedeli proseliti, che lui nutre e culla, non potrebbero esimersi da farlo. E lui potrebbe tranquillamente lambire i miei resti, avvolgerli nel rollìo delle onde, fagocitarli nel suo ventre, penetrare nel mio di ventre.
Ma i gabbiani si alzano solo in volo al mio avvicinarsi, compatti, come sempre, per depositarsi più in là. Come se non esistessi.
E’ sempre più dura togliermi di dosso l’odore del mare, anche il bagnoschiuma al cioccolato bianco non funziona più. Un giorno riuscirà ad avermi il mar d’autunno. Lo so. Mi vedo scomparire tra i suoi flutti smeraldini. E’ che non so ancora quando e non so come.

martedì 26 ottobre 2010

Canto del mare vs Sapori di terra

Ho sempre delle splendide idee. No davvero, non è uno di quei commenti autostimolanti a cui nessuno crede sul serio, ma che vengono detti per rimpolpare il proprio ego. Le mie sono davvero splendide idee! (Il che comunque, volente o nolente, contribuisce a rimpolparlo, l’ego…). Sta di fatto che pur fiorendo, queste idee restano tali finchè non appassiscono, difficilmente le metto in atto. 
Stamattina l’ho fatto. Ho realizzato un proposito che già da tempo mi ronzava in testa. Niente di particolarmente originale o strabiliante in realtà, il suddetto proposito consiste nell’attraversare a piedi, via spiaggia, la distanza che separa la città di S. dal mio paese. Il risultato è che stavo per lasciarci le penne.

L’alba era passata da poco. Una bassa coperta di nuvole montate a neve si stendeva su un mare caffè e porpora, scontroso e ondulato. Non avevo fatto i conti,  prima di barcamenarmi nell’impresa, con due variabili:
1)      il mare di novembre, grigio, gonfio, burbero, lunatico, è alle porte, seppure in sfumature ancora tenui, ma le sue onde raggiungono già dimensioni e fervore non indifferenti;
2)      parte della costa da attraversare non la conoscevo, sapevo che si restringe in cunei rocciosi, ma con il mare gonfio, la spiaggia è risultata praticamente inesistente.
                       
Mi sono ritrovata così ad attraversare rocce spruzzate da onde alte il doppio di me, di uno spessore solido come non le avevo mai viste, ferrose, di terra liquida. Sferzavano la sabbia con un rombo ritmato, incalzante e si propagavano in lingue di torbida spuma, propaggini demandate a riconquistare il legittimo spazio vitale del mare, animale generoso che dormiente, d’estate, lo lascia agli umani. Sanno fare il loro lavore le propaggini, non ci piove.
Ero vicinissima alle onde, mi ero lasciata alle spalle ormai da decine di metri l’ultimo pezzo di lungomare, in un tratto di spiaggia misconosciuto appena fuori città, senza possibilità di fuga perché oltre gli scogli e la poca spiaggia c’erano solo mura di roccia e di vegetazione. Ma il punto è che non avevo paura. Ero affascinata e attenta a godermi il paesaggio appannato dalla bruma frizzante che le onde rilasciavano e che il vento mi sospingeva contro. 
Arrancavo sulla rena fastidiosamente umida e tra le rocce caramellate di alghe, finchè la spiaggia virò in una strettoia invasa completamente dal mare. Non era un tratto particolarmente lungo, ma angusto e stretto. Ripensandoci a mente fredda mi do da sola della matta per quello che ho fatto, ma ero stordita dall’odore del mare tanto forte e denso da rendermi difficile la respirazione, da imperlarmi le labbra di salso che succhiavo avidamente, senza accorgermene, come cocaina benigna che le mie labbra richiedevano sistematicamente. Non so seguendo quali criteri o geometrie mentali giungo a questo, ma il mare vissuto in maniera così inusuale mi fa sentire viva. Ho pensato possa trattarsi di una forma di scollamento della personalità dai vincoli fisici, simile a quello che si prova leggendo: dimentico chi sono e quello che faccio e mi riplasmo in granelli di salsedine così come mi immedesimo nei personaggi di un libro.
Tornando alla strettoia, tentai di attraversarla di corsa, assecondando la danza delle onde, approfittando della striscia di sabbia che il mare lasciava libero quando risucchiava i suoi tentacoli prima di sferrare un nuovo attacco, ma non fui abbastanza rapida o calcolai male le distanze o Nettuno volle punire la mia presunzione e l’onda mi beccò a metà percorso. Riuscii ad ammortizzare l’urto, una pietra mi colpì il ginocchio e mi fece male, ma a parte questo rimasi salda aspettando che il mare si ritirasse. Tutto sereno, dunque, non fosse che ero immersa fino al bacino nell’acqua tutt’altro che calda e che questa mi ribolliva intorno in mulinelli ramati e schiumosi di rabbia e che un fragore di spruzzi mi bombardava dal lato in cui le onde sbattevano sulle rocce. Forse ero spaventata, ma di certo non pensavo a questo. 
Pensavo che non c’era nessuno nei paraggi, nessuno avrebbe visto la mia fine come nessuno ha mai visto tante cose di me.
Pensavo che ho sempre avuto l’impressione che il mare mi volesse e che ora, ora che ero stata troppo incauta, mi avrebbe preso.
Pensavo che questo non mi creava dispiacere.
Pensavo che era normale, scontato, che prima o poi sarebbe successo.
Pensavo che la tracolla immersa nell’acqua pesava e mi segava il collo.
Pensavo alla prossima onda e alle sue dimensioni.
Pensavo di correre ma non vi riuscivo perché c’era troppo rumore.
Pensavo che quel rumore poteva essere stato creato solo per annunciare l’apocalisse e la fine a qualcuno.
Pensavo che se l’apocalisse non fosse giunta avrei dovuto spiegare a mia madre i vestiti zuppi. 
Pensavo che non sapevo cosa le avrei detto.
Pensavo che il mare non si ritirava.
E infatti non tornava indietro per caricare un’altra onda, non so perché, restava lì e sopraggiungeva altra acqua che mi strattonava, mi spingeva verso le rocce. Ero ormai immersa fin sopra la vita. Credo di aver avuto paura a questo punto, perché mi sono girata in qualche modo, mi sono tolta la tracolla troppo pesante e sono tornata indietro. Mentre finalmente il mare si ritirava ho perso l'equilibrio e sono caduta, ma sono riuscita a  trascinarmi lontano dalla strettoia prima che arrivasse una nuova onda. Se questa fosse arrivata e mi avesse trovata lì, per terra, non so cosa che avrei fatto…
Mi sono diretta rabbrividendo alla fermata degli autobus: la gente mi fissava ciabattare fradicia (i jeans rigidi, le scarpe un macigno, la borsa gocciolante, la giacca gelida, i capelli indomiti) ma non potevo fare a meno di sghignazzare immaginando la spiegazione che ognuno di loro stesse tessendo nel vedermi. Dalle loro facce niente di particolarmente fantasioso, temo.
Per fortuna la coperta di nuvole si andava indorando e scrocchiava raggi caldi come una focaccia ancora troppo friabile per segregare l’impervio sole del sud.
Ho lavato via il sale, la tensione, la cocciutaggine, il richiamo del mare con generose passate di bagnoschiuma al cioccolato bianco, afrore dolcissimo e molto umano per combattere il salato e selvaggio del marino. Ho cercato in una tisana al finocchio e liquerizia, il corposo e zuccherino sapore della terra, per dimenticare il bacio del mare. Ho rinchiuso le mie "splendide idee" nella cassaforte dell’estate. Ho deciso che se domani non piove vado di nuovo al mare…

lunedì 25 ottobre 2010

Ho creato questo blog dopo aver salvato la vita a un pesce

L’ho creato perché voglio provare a scrivere senza pensare, senza censurare niente, spandendo in un oceano di pixel i dettagli della mia vita e dei miei pensieri che altrimenti andrebbero inghiottiti dall’oblio considerato che a nessuno interessano. Non che li leggerà qualcuno (a parte, forse, una persona) ma della cosa non mi importa granchè. Non mi importa granchè di nient’ altro in realtà. Voglio solo credere che questi frammenti possano dare forma a quello che sono, cosicchè io stessa se non qualcun altro, lo possa capire.

Il pesce lo salvai in quella che credo sia stata l’ultima domenica calda e assolata concessaci dallo strano, docile autunno di quest’anno, più figlio brunito dell’estate che anticamera uggiosa dell’inverno. Come da consuetudine settembrina, attraversavo il tratto di spiaggia che costeggia il mio paese: una non indifferente camminata di più di 2 km, appesantita dalla distesa di sabbia ora in dune granulose da scavalcare, ora leggera come farina in cui si sprofonda, ora rocciosa e paludata. Fatica superficiale perché amo alla follia il mare in questa stagione, trasparente, immobile dalle onde canterine; il calore del sole, un solletico che spilluzzica la pelle; i tappeti di gabbiani che si alzano compatti in volo non appena ti avvicini, nuvola bianca striata di grigio che fugge a un palmo dalla tua testa; i pochi bagnanti lì giusto per ricordarti che non sei l’unica umana rimasta sulla terra; qualche pescatore; le solite umano-lucertole pronte ad accaparrarsi ogni raggio di sole disponibile, tra cui nudisti fin troppo lieti di sventolarmi davanti le loro pudenda (si cercassero una spiaggia nudista, che cacchio!); conchiglie, stelle marine, vetrini gemmati dal mare che impreziosiscono la riva dopo le mareggiate notturne.
Proprio poco lontano dalla riva trovai il mio pesciolino spiaggiato, grande come un dito d’argento, unico superstite di un piccolo banco di pesci: i suoi compagni giacevano attorno a lui, grigi, spenti, senza un anelito di pinne, sorvolati da api famaliche. Solo lui si dimenava cercando di riguadagnare la riva, le branchie che fremevano e quegli occhietti fissi, spaventosi, che hanno i pesci, velati da uan disperazione quasi umana. Non potevo lasciarlo lì, ma non potevo neanche afferrarlo con le mani perché sono una gran codarda, inoltre lui non stava fermo…Cercai qualcosa con cui poterlo prendere ma la spiaggia mi si presentò stranamamente intonsa, neanche un bicchiere di plastica fuori luogo la ammorbava! E nessun essere umano meno codardo di me nelle vicinanze, solo un branco di imbecilli qualche metro più in là impegnati a far tornare la loro automobile in strada dopo averla condotta fino in riva. Continuavano a far stridere le ruote sulla sabbia andando avanti e in retromarcia ottenendo solo il risultato di far sprofondare ancora di più la macchina nella sabbia, ma pare che la cosa li riempisse di un feroce giubilo esternato in urla belluine. Mi diressi verso la conformazione rocciosa in cui solitamentta si ammassano rimasugli di bagordi notturni e spazzatura, ma tutto quello che trovai fu un nuovo murales in cui il fumetto di un’enorme rana con corona annessa, annuncia a tutti quelli che passano di lì quanto sono coglioni. Il che è abbastanza vero, quindi niente da ridire.
Mi dovetti accontentare di un pezzo di polistirolo e corsi dal mio pesce sperando non fosse morto. Si dimenava ancora, per fortuna. Lo presi col polistirolo e lo sollevai. In realtà mi cadde un paio di volte vista la mia proverbiale imbranataggine e credetti di avergli dato il colpo di grazia sotto lo sguardo beffardo della rana-re dei coglioni. Riuscii sorprendentemente a gettarlo in acqua seppur con qualche contusione di troppo. Non so se è sopravvissuto. Secondo mio cugino che incontrai qualche metro più in là, avrei dovuto prima ossigenarlo, ma di fargli la respirazione bocca a bocca non era il caso…. Non sono un’esperta in ittica ma so riconoscere un pesce vivo se lo vedo nuotare veloce, fare due giri in tondo sbattendo forte la pinna e poi scomparire verso il mare aperto. Voglio credere che sia sopravvissuto, anche solo un giorno in più, godendosi quella parte del mio mare che non potrò mai raggiungere e portandosi dietro il ricordo, qualunque sia il modo di pensare dei pesci, di quel mostro enorme e imbranato che lo ha restituito al mare.