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martedì 24 luglio 2012

Rainy

E ho ripreso a scrivere.
A scrivere la tesi, a scrivere il mio racconto, a riempire la moleskine di pensieri scuciti dal vento, a scrivere su questo stupido blog. A scrivere niente perchè sono le dita e guidarmi e a battare da sole, gli occhi non toccano lo schermo e non rileggerò niente. Vomito solo parole, se tutto esce sotto forma di parole, forse non dovrò vomitare niente in altre forme.
E' arrivata la pioggia col cielo plumbeo a sparger grigio avunque e io respiro l'odore dell'asfalto bagnato, la miglior cura a qualsiasi forma di asma congenito o psichico, solo che ancora nessuno lo sa tranne me.
E ho ripreso a scrivere...


martedì 16 agosto 2011

Il mio ferragosto

Me ne sto a casa oggi, sghignazzando di soddisfazione perchè sta per piovere e tutti i cicisbei derelitti che avevano deciso di passare ferragosto a smangiucchiare in spiaggia, compresa la mia nutrita accozzaglia di parentame e cuginame, scapperanno come gnu inseguiti da iene non appena scenderanno le prime gocce d'acqua, compresa la mia nutrita accozzaglia di parentame e cuginame, per andare a rifuggiarsi sotto pergole come gattini bagnati, contriti, a urlare contro il cielo che con la sua pretesa di sostenere la vita e alleviare la siccità imperante, ha osato, manigoldo, alterare la loro perfetta giornata di niente facens identica a mille altre giornate di niente facens estivo, tranne per il fatto che tutti saranno impegnati nello stesso niente facere, la stessa ora, lo stesso giorno. Ah, ovviomente compresa la mia nutrita accozzaglia di parentame e cuginame.

Per il resto sorseggio coca cola ghiacciata e mi sn preparata pranzo a base di tre tipi di gelato diverso: vaniglia con caramello fuso, gelato con brownies in pezzetti e crema con zuccherini e scaglie di pistacchio. Probabilmente vomiterò dopo, ma ne sarà valsa la pena.

Un dio nell'autobus

Oggi in pulman mi sono seduta, volutamente, accanto a un dio africano dalla pelle lucente come l'alabastro, il sorriso d'avorio, che incorniciava labbra di rosa e naso a cuore. Aveva riflessi di tenebre lucustri negli occhi e il colore del cioccolato al caramello sulla pelle. La voce sembrava tuono che prorompeva da intimità irraggiungibili, i capelli riccioli di liquerizia, le mani da stringere, i muscoli guizzavano su gambe e spalle come quelli di un cervo in corsa. Era disegnato dal più perfetto dei pennelli e non si poteva evitare di guardare, odorare, ascoltare.

Mi ha parlato per 10 minuti e io ero felice. Perchè era un dio della savana e mi ha incantata.
Poi quel cazzo di pulman è arrivato troppo presto e io sono dovuta scendere...
E vaffanculo.

martedì 21 giugno 2011

La perfezione per un racconto

Il caffè americano è pronto e il suo odere di bronzo arabico riempie la stanza. La casa è vuota a parte i raggi del sole del solstizio d'estate che fanno a gara con il mogano della cucina. E me.
Sveglia dalla 6.00 senza una ragione effettiva, a riempire il silenzio della vita-che-si-sposta-altrove-per-vivere ricercando tracce blues nei primi Who e Led Zeppelin.
Ora finalmente ha smesso di trillare quella chioccia suoneria del cellulare che mia madre ha scordato a casa.

Aspetto questo momento da circa 10 giorni, l'ho volutamente prolungato perchè l'attesa amplifica il piacere, per aspettare che tutte le forze in gioco fossero unificate per rendere il momento perfetto.

Sto solo per leggere un fottuto racconto non sto per scoprire i segreti del misticismo storico mondiale. Ma.
Ma in questa fase della mia vita leggere questo racconto - che poi non è neanche un racconto intero ma solo delle parti estrapolate - non è solo molto importante e divertente, ma anche vitalmente indispensabile.
E me lo voglio godere. Voglio succhiare ogni parola e prenderne tutto tutto tutto quello che può dare. Agli occhi negli svolazzi delle lettere che si fondono nell'immagine di un senso, all'arecchio nel tracciare un battito sonoro, alla lingua che si arrotola per pronunciarle con la sacralità di una liturgia, al naso che ne trattiene l'aroma, al cuore dove arrivano pungendolo di energia, alla mente come linfa per carburare su strade inesplorate. All'anima per essere cullata dal bozzolo di un'esistenza sua/mia/vera/giustaperme: voglio vivere attraverso quelle parole...

Per questo, tutto deve essere perfetto, perchè dopo questo intermezzo, tornerò ai miei studi soffocanti, alla mia eccomisonoioesononiente. E ora lo è, perfetto. Penombra ambrata della mia stanza, suoni lontani e soffocati, ambiente fresco, l'aroma del caffè caldo, la torta di nocciole e mele da spiluccare tra una parola e l'altra, per afferrare meglio dolcezze per me, ancora, inusitate.

domenica 5 giugno 2011

Come una strega

Con un bicchiere di tè alla pesca, nella penombra noce della mia camera, dove il tempo e la vita e le stagioni sono ferme da un anno. La stessa luce grigia entra dalle persiane serrate, un grigiore che cambia solo tonalità seguendo i mendaci colpi di testa del sole di calabria. Lo stesso del sole d'Africa.

Dal bicchiere emana un alito fresco che mi solletica il braccio, ma io resisto e tengo le mani incollate alla tastiera a dettare il temo alla musica dei tasti, alle dita ballerine, alle parole che si imprimono, è magia e non tecnologia, sullo schermo. Le scheggie sottili di tè ghacciato hanno formato un piccolo iceberg di filamenti trasparenti, ha la forma di un fiore.

Sto leggendo storie. Storie non mie. Storie "sue, solo sue", di chi le ha scritte. Le centellino, assaporo ogni parola, lascio che il suono morbido di ogni lettera, srotoli dalla lingua al palato. Allaccio ogni immagine che queste generano ai miei ricordi, alle mie fantasie, ai miei pensieri. Gli cerco un cantuccio in quell'angolo sempre vuoto del mio cuore, come piccolo germe di arcobaleno, talmente pulsante di vita che a malapena riesco a trattenerlo. Scalcia. Produce moti troppo incredibili, troppo veloci, troppo vitali, per accordarsi all'intermittente pulasare del mio battito. Lo sovrastano come un ritmo ancestrale di tamburi suonati all'unisono da mani grandi e antiche comeil mondo. Cosa può un misero tamburello stonato e rachitico al confronto.

Ma il loro sapore...dio come lo sento. Il loro potere, la magia del mondo in un misero racconto di vita vissuta. Pezzi di libertà mangiati in un sol boccone. Come divoro anche io quelle sue emozioni ancora pulsanti, quel suo vivere ed essere, mentre lo leggo e rileggio e declamo e ripeto fino a integrarlo, completamente. Vivere  attraverso lei, divorando le sue parole. Essere parte del mondo per indiretta persona. Vedere quello che lei vede, sentire la musica del mondo, ballare attraverso le sue gambe, baciare attraverso le sue labbra.

Interiorizzare frammenti di essere così, storie di vita il più possibile a tutto tondo, anche generati da una frase avulsa dal contesto, sa di quelle antiche credenze in cui possedere un oggetto di qualcuno portava a possedere egli stesso, avere il controllo delle loro scelte come nei riti vudoo o addirittura nutrirsi della loro forza in qualche modo. Ecco a me basta leggere un racconto, un pensiero, ascoltare una canzone, leggere una poesia, per condividere un'emozione che non posso generare altrimenti e farla mia.

domenica 3 aprile 2011

Sundae anniversary!

Aperto internet, oggi come ogni santo giorno, mi ritrovo l'emblema di google artistico nei toni pastello e con una coppa gelato pannosa, cioccolatosa, granellosa e ciliegiosa a sostituire le due "o".
Succede quando c'è qualche ricorrenza da festeggiare. In questo caso è il 119° anniversario del Gelato Sundae a essere onorato. Credo sia la celebrazione più bella che sia mai stata ideata. Dovrebbero evidenziarla in rosso sul calendario e festaggiarla a dovere, con chili di gelato per tutti. Perchè non c'è mai nessuno che vuole festeggiare a dovere una celebrazione tanto gustosa!? Ora che lo so me lo segno e l'anno preossimo festeggio con il più fenomenale dei banana split.

Per chi lo ignorasse (povero derelitto), il Sundae è una tipologia tipicamente americana di gelato, che consiste nell'aggiungere alle pallette di ice-cream, varianti di genere più variegato: panna montata, ciliegine, sciroppo d'amarene, noci, mandorle, anacardi, scaglie di cocco, uvetta, canditi, cioccolato fuso, caramello sciolto o in pezzi, granella di biscotto, granella di nocciola, zuccherini, pezzetti di cioccolato, cialde, wafer, vari sciroppi alla frutta, frutta in pezzi, piccoli dolcetti, miele, chicchi di caffè, pistacchi, biscotti, caramelle, tortine sbriciolate, cereali, confettini, noccioline, marshmallow, cioccolatini con dentro caramello liquido, polvere di amaretti, meringhette e chi più ha fantasia, più ne metta.
Un gelato fantasioso, bellissimo, creativo, buonissimo e ipercalorico.
L'ho sempre detto che gli americani sono eoni avanti a chiunque altro per quanto riguarda il junk food e alla fusione di sapori disparati.
E in alimenti belli, diamine quanto sono belli!































Questo lo inserisco perchè lo mangiano a una mamma per amica




C'è di buono che avevo iniziato a crivere questo post con una gran voglia di sunsae e ora sono praticamente nauseata dopo aver visto tutte ste coppe miscelate. Meno male...

mercoledì 30 marzo 2011

Sognando Paris...


Non dormo molto non combino niente durante il giorno e tendo a trascinarmi per la stanza dal letto alla sedia, dalla sedia al letto, qualche volta stramazzo a terra senza una ragione solo per cambiare prospettiva della stanza e ossigenare un po' i miei neuroni visivi.
Non  è un bel momento, assodato.
E ne risentono anche le mie notti spesso e volentieri tormentate, altre volte addirittura raccapriccianti o tachicardiche o immerse in sogni munchiani e carrolliani nel senso peggiore delle accezioni. Il paradosso è che, nonostante non siano propriamente uno sballo, uno spasso, una gran baldoria e ancora molti altri sinonimi di "divertimento", le notti risultano di gran lunga più interessanti delle mie giornate. Il che è un gran dire.

In ogni caso, seppure le ore destinate al sonno sono state ben poche nel 2011, le ultime notti le ho trascorse a fare sogni astrusi o bizzarri, di certo con un grande bagaglio simbolico, anche se non sempre manifesto. Mi hanno reso protagonista di qualche cosa, però, e io non sono mai protagonista nella realtà, quindi sono grata alle mie notti nefande. Neanche Proust credo sia mai giunto a dichiarare una cosa del genere. Il che mi conferisce un miscuglio di fierezza e nausea di me stessa che, devo ammetterlo, mi dona.

SOGNO n.1:
C'è un complesso di case e casolari rustici che connettono varie abitazioni, qui arrangiate in stile bicocca da pescatore del dopoguerra, lì nuove e lussureggianti in ghirigori ferrosi e portici fioriti. Mi ricorda una specie di ranch situato in riva al mare e abitato da una famiglia vecchio stampo di artigiani e pescatori, molto conosciuta nel mio paese. Ma qui non siamo sulle ridenti coste ioniche, bensì inoltrati in una fangosa e bigia pianura. Sono con mia madre e mio zio che mi guardano, al solito, con espressioni di disapprovazione l'una, di dubbia e rassegnata compassione l'altro. E io devo entrare per forza in quel casolare semidiroccato per dare i miei auguri alle persone che ci sono dentro. Non so per quale ragione debbo auguri e non so chi diavolo sono le persone che abitano quelle pietre fangose. Quel che so, è che io non ho nessuna voglia di farlo, che mi sento violata e forzata a stare dove non vorrei, a fare quello che non dovrei, a essere chi non sarei se potessi essere me stessa. 
Alla fine mi ritrovo a fare gli auguri alla mia maestra di matematica e scienze delle elementari: golf nero a collo altro, espressione dura e arricciata da nuove rughe non più lenite con i colori sgargianti del trucco, ma con gli stessi capelli biondo sole, alta ed eretta in posa da gendarme, mi fissa aspettandosi le mie dovute e sincere congratulazioni e il resoconto spiacevole della mia vita. 
Credo di sapere perchè proprio lei: perchè gli auguri a lei sarebbero adeguati in questo periodo e perchè dal suo punto di vista io sono piccola e inutile in confronto alle sue preziose nipoti, tutte belle, giovani e di successo nella vita, qualsiasi sia il tipo di vita che hanno liberamente intrapreso.

SOGNO n.2:
Mi vogliono ammazzare. E io cerco di nascondermi e scappare. Ho casualmente ascoltato una conversazione compremettente, di notte, in un parcheggio oscuro e isolato della città di New York. Ho fatto finta di niente, ma non è servito e ora mi ritrovo a scappare per edifici fatti di scale antincendio ed enormi tubi, su marciapiedi dalle strisce e dai lampioni di vernice rossa, in caffè eleganti e affollati, blanditi da una luce nebbiosa e giallastra, molto anni 20. E come nei film del genere, uomini senza scrupoli, in completo gessato, si confondono tra la folla, pronti a perpetrare la loro vendetta. 
Decido di ordinare un cappuccino con molta schiuma e un croissant alla marmellata di albicocche, per passare inosservata e per far loro credere che in effeti non ho sentito nulla della loro conversazione, perchè nessuno che teme di essere ucciso può stare traquillamente seduta in un caffè anni 20 a sorseggiare cappuccino schiumoso e a tranguggiare croissant alla marmellata di albicocche. 
Ma non riesco a papparmeli perchè si avvicina qualcuno e mi dice che io non dovrei essere tra loro e soprattutto non dovrei mangiare il croissant. Ma perchè mai non posso mangiare un croissanti alla marmellata di albicocche!? Cerco di giustificare il perchè mi ritrovo con in mano un croissant anche se non dovrei, ma attiro l'attenzone dei sicari in gessato e mi tocca scappare di nuovo.

SOGNO n.3:
Vecchia scuola, liceo, ma alquanto diversa, un misto di prigione e di idea di scuola perfetta che mi sono fatta. Io sono stata malata, sono rimasta indietro e ho gli esami di stato. Non ho studiato e non so niente e sono in prima fila a cercare disperatamente di rimettermi in pari, di studiare, di ascolatere il prof, ma pare che non ne sia in grado, che per quanto mi sforzi resti indietro e nel panico per gli esami, mentre altri miei compagni riescono facilmente in tutto. Tra loro c'è una mia ex compagna delle medie che mi guarda altezzosa (quella che ora lavora a Terranova e mi fissa ogni volta che entro), ci sono poi le mie ex amiche M & M, che hanno trovato qualche altra che passi loro i compiti in classe di latino e matematica e inglese e che ora possono tranquillamente non parlarmi come fanno da mesi, tanto non servo più loro a niente.

SOGNO n.4 (di gran lunga il mio preferito del quartetto):
Devo trovarmi sotto la Torre Eiffel nel minuto esatto in cui si accendono le luci a illuminarla, ovvero alle 4.00 del mattino (va a capire perchè), mentre tutta Parigi profuma di blu, i fornai sfornano vasi di Viole del pensiero calde e fasci di Bocche di leone bianche, rosse, rosa, gialle e fragranti. E proprio mentre le luci si accendono, e io mi siedo alla panchina di legno e ferro posta isolata, esattamente al centro della Torre Eiffel,  qualcuno in giacca, cravatta, basco francese e dopobarba al sentore di mango e papaya, arriva porgendomi un mazzo di Baguette...
Peccato non ricordi cosa succede dopo....

martedì 15 marzo 2011

L'importante è avere un piano

Diventerò strega e taglierò la testa al toro.
Poi userò questa in una cerimonia wicca e troverò un prescelto che mi soddisfi.
Sessualmente e non.
Dopodichè insieme, voleremo sulle scope e vivremo felici e contenti con altre streghe a Hogwarts, mangeremo crostata al rabarbaro e gelatine tutti i gusti più uno.
Figlieremo e governeremo sugli essere fatati della foresta.

Quando tutto intorno a te è scemo e patetico, cita Shakespeare e tornerà dolce e interessante

"Non lasciare che l'unione delle menti sincere conosca sorta di impedimenti, l'amore non è amore solo nell'animo degli alteri quando si alterano o dei proni quando si ribellano alla mano che li opprime, oh no, è un marchio indelebile che indomito sfida le tempeste e non mostra timore, è la stella a cui qualcunque randagio abbaia e lo sconosciuto nel bisogno nel buio della notte si appella ad essa"

William Shakespeare, 
sonetto CXVI, ''The marriage of true minds'', 1590

martedì 15 febbraio 2011

Chi dice che vivere nei sogni sia un male?

I miei poi non solo sono molto più interessanti, vissuti e intriganti della realtà, ma hanno anche un'ottima colonna sonora. Tranne gli incubi ecco, quelli proprio li lascerei perdere anche perchè non sono poi tanto diversi quella che è la mia vita corrente, ultimamente.

Be' non sto a gingillarmi troppo perchè non c'è molto di che gingillarsi se non andare dritti al punto. E il punto sarebbe che quando mi sono accorta che di sogno si trattava, sono stata ben attenta a serrare le palbebre per non lasciar filtrare un filino di realtà e rompere l'incanto. Quando succede questo strano sdoppiamento, però, è dura mantenere stabile la concentrazione ed è così...strano: una parte di te sa che sei nel sogno e guarda l'altra viverlo ancora, più che sdoppiamento è un triplicamento (o come si dice) della personalità, e la parte che sa, fa la gnorri e cerca di ignorare, ma nello stesso tempo può godersi il residuo di beatitudine che dal sogno deriva. Deve aver funzionato perchè mi sa che sognai un altro po' dopo, anche se ricordo tutto molto labilmente.

Il fulcro del sogno mi vede ospitare nella casa del paese dei miei, due amici che non sentivo da tempo e che hanno bisogno di un supporto logistico per fare non so che da queste parti essendo loro di altre zone d'Italia. Chi sono gli amici? Esistono davvero? Non ne ho la più pallida idea. Anzi forse uno è un mio amico perduto, l'altro un amico dell'amico ...insomma non ho capito bene la dinamica del rapporto che ci legava.
Fatto sta che loro vengono, io li porto a spasso per il caro paese dei miei e loro hanno le mie stesse identintiche rimostranze a riguardo. Solo che al contrario di me le concretizzano spavaldamente e in vario modo, coinvolgendomi.
E sarà che il sogno è il mio subconscio che parla; sarà che ho sempre desiderato più o meno apertamente di agire così; sarà che sono in vena di esplosioni distruttive e castranti, finiamo per dar sfogo alla nostra furia distuttrice e ribelle, arrivando addirittura a boicottare la sacra processione, evento annuale, del santo del paese. Ed è un boicottaggio con i fiocchi e i botti perchè creaiamo un sacco di anticonformistico, sano caos con un piano studiato nei dettagli per mandare all'aria tutta la cerimonia. A cominciare con il trafugamento delle reliquie; la correzione delle litanie religiose con buon black metal e straziante street punk, urlato da ogni angolo del paese; il lancio di preservativi pieni di ambigui composti giallongnoli e pseudo-spermatici; suini che pascolano tra la folla....insomma un sogno catartico e ricco di discernimento per chi vuole capirlo e ascoltarlo. Per gli altri, chissene.

Vorrei tanto avere qualcuno con cui fare cose del genere, o anche cose d'altro genere. Vorrei semplicemente avere qualcuno con cui fare cose. E non solo nei miei sogni. Ma intanto e visto che non ho alternative valide, mi accontento di questi.

sabato 15 gennaio 2011

Capodanno a due strati

Direi di fare un passo indietro, però, e tornare alla fine dell’anno per raccontare il mio Capodanno perché… be’ ne vale la pena.

Carico di ansia e d’attesa, il 31 dicembre ha sempre un odore, un sapore, una consistenza speciali che si tocca con mano, nell’aria, fin dal mattino e che va via via acuendosi con la scesa delle tenebre. Immagino sia la manifestazione delle adrenaliniche attese di ognuno a insaporire l’etere e foggiarlo di drappi e merletti ariosi. Non potrebbe essere altrimenti, dopotutto, se in una giornata normale, la stragrande maggioranza delle persone sospira annoiati ed esausti pensieri, a capodanno l’apparato respiratorio della stessa stragrande maggioranza di persone, respira a un ritmo più elevato espirando attesa e adrenalina: i bambini perché gli adulti sono eccitato e subodorano la festa; i ragazzini per i botti da sparare; giovani di ogni sesso ed età per la possibilità di tarantolare le chiappe e di sbrillarsi un po’; il vecchino che assapora la speranza di vivere una giornata diversa; il goloso che sogna il lauto banchetto; la cuoca che si affanna nella preparazione del lauto banchetto; la perfetta padrona di casa che vuole che tutto vada alla perfezione; gli invitati che si fanno belli; la tipa che si prepare dall’alba per essere super figa; la donna che non vede l’ora di sfoggiare il completino intimo rosso nuovo nuovo; l’uomo che non vede l’ora di montarla; chi conta i minuti che lo distanziano da una festa o un concerto; il proprietario di pub/ristorante/discoteca che si lecca le mani al pensiero dei soldi che incasserà… Insomma più che a Natale molte più persone sperano di divertirsi a fine anno.

E poi…
E poi ci sono un pugno di nefandi esseri informi, che compiono l’indefinibile peccato di disinteressarsi del Capodanno. Esseri demoniaci rinchiusi nei loro bozzoli di nerume e lerciume, che non puoi avvicinare perché emettono raggi di negatività che se ti colpiscono…guai diventi come loro: sfigato!
Trattasi in realtà di persone sole che raramente non hanno vero interesse per il Capodanno, solo non sanno come e con chi festeggiarlo adeguatamente quindi si rinchiudono in se stessi per non eliminare se stessi dal mondo.
Io sono una di quelli.
Era preparata alla tregenda di sensazioni tristi e malinconiche, se non di disperazione che avrebbero dovuto attanagliarmi come ogni Capodanno. In realtà non è stato poi così tremendo: la tregenda non è esplosa del tutto. Si è manifestata solo tardivamente, in seconda serata con un groppo alla gola che non andava né giù né su, occhi leggermente brucianti e il desiderio incontrastato di essere stretta tra le braccia di qualcuno mentre fuori imperversa la festa.
Per il resto della serata ho lanciato strali contro raiuno e i suoi “Coglioni Canterini”, ho leggiucchiato, ascoltato i Guns’n roses e mi sono goduta il lauto banchetto che mamma ha preparato: non lo elenco, ma gli agnolotti all’aragosta sono una bontà tale da meritarsi una citazione!
Poi mio fratello è uscito con i suoi amici, mia madre è uscita con le sue amiche, mia sorella se la spassava a Roma con amici e amiche.
E io a casa, più sola della solitudine.
Il senso di nausea era troppo incipiente per farmi scordare tutto mangiando ancora. Ho cercato di stordire con lo spumante i cattivi pensieri, ma quelli tornavano a galla sotto forma di ricordi di quelle poche volte in cui uscii la notte di Capodanno a festeggiare con le mie ex-pseudo-amiche e si trasformavano nell’ipotesi di cosa stessero loro facendo e quanto si stessero divertendo con i loro nuovi amici. Qualche lacrimuccia stemperata dalla salvifica scrittura, arcigna e cinica quella notte scrissi a raffica e poi, a letto. C’è di buono che lo spumante aveva stordito non i ricordi, ma me e mi abbioccai quasi immediatamente.

Ma il Capodanno non perdona. Infligge ferite troppo profonde che, attutite dalla morfina dello spumante, riprendono a sanguinare il giorno dopo e si rimargineranno con fatica e sofferenza.
Due giorni dopo erano infatti ben lungi dal cicatrizzarsi (del mio primo Gennaio 2011, parlerò nei prossimi giorni) e le sentivo pulsare mentre passeggiavo per i viali del mio paese.
Senza rendermene conto stavo percorrendo quel reticolo di strade in cui sono situati pub e discoteche e locali che so essere stati i più gettonati questo Capodanno. Lo so perché l’ho letto sui vari resoconti di facebook e perché mio fratello e alcuni miei cugini vi hanno partecipato.
E che fossero state strade protagoniste solo qualche ora prima, di certo si vedeva dallo stato in cui aiuole, marciapiedi e asfalto versavano: c’erano lattine e bottiglie di spumante, birra, whisky , rum, jack daniels, ovunque mi voltassi, accostate ai muri, rovesciate sui marciapiedi, frantumate in strada, in bilico sui muretti, infilate in buchi o aste di ferro; centinaia erano i bicchieri di carta ce n’erano addirittura in fasci interi ancora incartati nelle confezioni da supermarket, ma la maggior parte erano quelli trasparenti con cannuccia nera, tipici da cocktail; piattini di plastica con forchette lasciavano intuire il passaggio fugace di dolci al cioccolato e panna se non erro; qualche scarpa e ho contato anche tre sciarpe; ho evitato invece di contare i getti di vomito in ogni dove, perfettamente riconoscibili a distanza; e ho individuato una confezione di siringhe, non so quanto inerenti a quella sera ma nuova e il contenuto, ancora incartato, era sparso per terra, ne avranno usata solo qualcuna.
Comunque tutto questo me lo aspettavo, magari non le siringhe…
Quello che non mi aspettavo era di imbattermi in questo delirio di residuo di goliardia e festa nella strada isolata, neanche un cane è passato (era anche la domenica dopo l’1 gennaio, quindi, comprensibile…). Pertanto io ero lì, sola, a dover fare i conti col bel Capodanno altrui e col mio schifosissimo. E poi non mi aspettavo le bustone del Mac Donald’s con contenitori di bibite, panini e patatine disseminati ovunque. Mio fratello mi aveva detto che il Mac sarebbe rimasto aperto tutta la notte, ma non immaginavo avrebbe fatto tali affari, invece pare che la gente uscita dai locali si sia fiondata lì per dolci o hamburger, d’altronde si trova proprio lì dietro.

Allora, ho fatto una cosa. Non mi congratulo con me stessa di questo, certo. In realtà credo che sia una cosa un po’ malata.

Sono andata a comprarmi un milkshake al cappuccino al Mac Donald’s e l’ho bevuto accovacciata su un balcone di cemento di una casa in costruzione vicino al rimasuglio di quello che sembrava un vero festino. C’era una confezione di piatti di plastica aperta e usata a metà e i piatti usati, alcuni con resti di torte, croissant, patatine e ketchup e maionese, erano posti in circolo, erano 8 quindi si presuppone che la compagnia fosse di almeno una decina di membri, certo non puliti perché avevano lasciato tutto lì. C’era la busta del Mac Donald’s al centro e involucri di panini, patatine, bibite, gelati a iosa. C’erano due bottiglie di spumante, e una di whisky, ma discosta, poggiata al muro della casa. Una lauta cenetta notturna non c’è che dire…

Ho centellinato il mio milkshake, lasciando penzolare le gambe dal semi-balcone, immaginando la scena della compagnia di ragazzi riunita a mangiare e bere e ridere e scherzare. E’ stato come se la visualizzassi sul serio, se il gusto zuccheroso del milkshake, fosse lo stesso sapore sorbito da loro, lo stesso sapore di una notte indimenticabile che mai ho avuto e mai avrò. Mi sono dimenticata dov’ero e chi ero, sono diventata parte di quel gruppo, in quella notte con stelle artificiali, dalla musica confusa e attutita proveniente dalla discoteca sotterranea e l’umido della risacca marina a giungere fino a noi. Ho partecipato ai discorsi, ho riso delle battute, ho battuto le mani per …qualcosa. Ho scambiato il mio Big Mac con un Cheeseburger, ho mischiato Coca cola e spumante, ho mangiato gelato al ketchup.

Poi ho finito il milkshake, con l’ultimo granello di zucchero s’è sciolta anche la magia, e sono tornata io, sola, su un semi-balcone freddo, pieno di spazzatura, in una strada deserta, nel primo pomeriggio del 2 gennaio 2011.

Ho lasciato il bicchierone del milkshake lì, con l’altra roba, accostato alla bottiglia di spumante, sopra un cartoccio di panino. Come se fossi stata davvero lì quella notte. Così, per finta, una parte di me c’era davvero! Chi ha visto la scena, ha notato il bicchiere del milkshake come parte del tutto, non pezzo isolato, postumo, estraneo, fuori luogo.
Sono tornata a vedere il giorno dopo e quello dopo ancora, per qualche giorno è rimasto tutto lì, intatto.
E io ho potuto per un po’, godermi l’illusione di avere degli amici e di aver avuto il mio Capodanno speciale.

Befane profetiche


6 gennaio 2011.
Migliaia di più o meno bambini, sono accartocciati nei loro letti-divani-poltroncine-seggioline-pavimenti-gabinetti (eh…anche gabinetti, mica posso escluderlo…) a rimpinzarsi del contenuto della calza che la Befana, durante la notte, ha elargito loro con minore o maggiore abbondanza.
Io mi ritrovo acciambellata sul letto a cercare di concentrare la mente abbastanza da farmi decifrare quegli strani simboli incisi su carta che si chiamano lettere e permettermi quindi di leggere qualcosa, nella penombra della mia stanza, illuminata solo dal neon della lampada sopra il comodino e dalla luce lunare che elargisce il mio pc sulla scrivania, dove stagliata apparentemente mastodontica, di delinea la sagoma di mio fratello come sempre intento a succhiare dalle vivifiche mammelle del mio portatile.
Quando, improvvisamente e inavvertitamente, la nostra eroina alza lo sguardo sonnacchioso verso il soffitto e vede ricambiarla un’ombra ghignate quanto mai realistica, perfetta, corporea e azzeccata vista la giornata: una parola, Befana. Il profilo è estremamente preciso e ricco di dettagli appassionanti: naso adunco, mento sfuggente, verruca, ghigno, pezzuola a legare i capelli. Non senza un certo timore mi rendo quindi conto, che la Befana ha perso la sua ombra nella mia stanza, geriatrica Peter Pan, e questa si è fossilizzata tra pupazzi e peluche posti nei mobili più alti della mia stanza che, per uno strano gioco di coincidenza tra la disposizione di questi e la luce della lampada, danno forma proprio al profilo dell’amata vecchina.
Sbalorditivo è che me ne sia accorta proprio il 6 gennaio! Coincidenza che mi ha fatto accapponare abbastanza la pelle insieme allo sguardo di una vecchia strega che mi fissa da soffitto.
Non ho perso tempo, of course, e sono andata a ricercare un qualche messaggio simbolico che il profilo dovrebbe veicolare: epifania quindi fine…fine di qualcosa? Presagio nefasto di morte? O inizio di qualcos’altro? Arrivo di tre re magi con doni? O di una scopa volante e del manuale per diventare strega? Ah…quello è in realtà la mia ombra io sono nell’animo una vecchia strega! Non che mi spiacerebbe ma vorrei avere una scopa almeno…visto che mi devo sorbire bruttezza e vecchiaia precoce.

In realtà la soluzione più plausibile sembra essere quella di mio fratello: “sei destinata a essere una befana per tutta la vita”.
Touchè, ombra sul muro, touchè.

martedì 28 dicembre 2010

Il teatrino del Natale

Per ricreare l'illusione di un Natale normale non occorre granchè. L'ho testato sulla mia pelle e siccome io di normale non ho molto, se ci sono riuscita io, chiunque con una vita meno scapestrata può riuscirvi.
Basta avere ben visualizzata in testa l'idea festosa e posticcia del Natale, quello da pubblicità con tanto di Santa Claus che scivola dal camino sul morbido panettone che il bimbo pone nel punto dove le trabordanti chiappe del vegliardo in rosso dovrebbero atterrare. Roba, insomma, da mieleggiante film anni '80.
Associare a questo la certezza di un invito a cena per la sera della vigilia, che impedisca alla cullante sensazione di solitudine e abbandono, sotto le feste tendente alla decuplicazione, di esplodere incostrastata inficiando le bazzecolaggini di serenità a fortiori che un Natale impacchettato ad arte da alberi e frasette e presepelli e panettoni, presuppone.
Alla ricetta potete aggiungere quello che vi pare basta che delinei una visione di tradizionalistica festa in famiglia.Voi saprete che è un quadro, un presepe vivente, un'esposizione teatrale, una recitazione insomma. Altri beatamete lo ignoreranno, convinti di non impersonare un ruolo che gli è stato assegnato, ma se si divertono così chi diavolo siete voi per romper loro le uova nel paniere?
Non posso fare a meno di pensare a quanto il tutto sia dannatamente subdolo. Chi fu a costruire questo scadente teatrino natalizio e a riproporlo sul palcoscenico ogni dicembre? Arriva il Natale e ognuno si comprende nella parte da recitare, come fa il resto dell'anno per carità, ma con una condiscendenza e una mancanza di opposizione che sconvolge.
Per quanto mi riguarda la mia recita è stata ineccepibile e straordinriamente divertente: soppesare ogni tassello e ogni dannata battuta e vedere come i miei coprotagonisti reagissero ammiccanti e stuzzicati, contenti di avere la risposta perfetta, esatta, giusta al contesto. Come un copione stampato, tutti a interpretare il proprio ruolo, senza sgarro. E' stato un piacevole diversivo devo ammetterlo. Solitamente alle mie battute rispondono sguardi perplessi e sconcerteti... La gente tende a uniformarsi perchè è straordinariamente semplice e rinfrancante. Non l'avevo mai vista sotto questo punto di vista. Il mio retaggio da pecora nera mi aveva oscurato i lati positivi del belare a coro.
E allora ho incartato regali, alacremente arricciato i fiocchetti dei pacchetti, sgranocchiato mandorle caramellate e sniffato il caldo aroma speziato di quanto di più natalizio il nostro forno ha partorito in questi giorni (povero forno e povera corrente quanto spreco!). Intendo gli omini di pan di zenzero, per carità preferisco scordare l'orrido sentore di pesce che da noi si mangia alla vigilia per tradizione.
Tutto molto Christmas. Quanto davvero Merry, devo ancora valutarlo...

venerdì 24 dicembre 2010

Zenzero, miele e cannella

Navigano venti esotici, stanotte per casa. Smarriti attraverso passaporte di forni, li vedi ambrati o di lapislazuli dorati, arricciarsi tra lampadari troppo occidentali, incuranti.

Sciogliersi nel nocciola dei capelli per ambrarlo di cannella.

Dare alla forma dei corpi la consistenza traslucida e selvaggia del miele.


Ho dormito con mani di zenzero.

mercoledì 22 dicembre 2010

E' un Natale sbagliato. E' un Natale mio.


Oggi è il giorno in cui mi riapproprio della libertà, delle vacanze del Natale come le concepisco io. Forse è meglio dire dell’unico (e non so quanto sano) modo che posso concedermi per concepire un Natale che discosti le mie giornate-copia da quelle di tutti gli altri giorni.

Voglio stare serena, voglio divertirmi. Non mi è concesso avere amici da frequentare o posti dove andare o serate da organizzare, o notti di Capodanno da festeggiare. Ma è talmente normale che sia così, da parere scontato, come l’esito indubbio di un percorso segnato.
Inutile cercare rimedio: sola sono, sola resto, il parterre di parentado a costellare qualche cena non cambierà questo assunto, non colmerà il vuoto. Inutile stare a pensarci, ad elucubrarci su: è così, passo la mia vita con questo pensiero spillato a lettere fiammeggianti che bruciano viscere e cervello, impresse sul retro delle palpebre, nella vibrazione del mio timpano, perennemente, tanto da non concedermi alcuna via di fuga possibile dal loro lucore rimbombante.
Voglio solo questo dal mio Natale. Non chiedo che le fiamme che alimentano quella verità incontrovertibile si spengano del tutto perché è francamente impossibile: c’è, esiste, è così, è là, è qua, è ovunque, è parte di me, sono io. Impossibile cancellare, cancellerei me stessa. Impossibile conviverci senza attuare una perenne battaglia. Vorrei solo attenuarle quelle fiamme, ridurle a braci, ciocchi aranciati, ardenti di note luccicanti, calde ma non dolenti. Dormienti.
Vorrei vivere un Natale “sereno”, dove per sereno intendo non ottenebrato dalle mie solite paranoie, dal mio vivere compassato e faticoso, con la certezza di essere un errore umano che mi deprime, il senso di inadeguatezza che mi comprime, il paragone con altre persone più degne di me che mi reprime, il fallimento in tutto che mi sopprime.
Vorrei dimenticare di essere sola perché nessuno tra le persone che mi circondano, brama dal desiderio di stare con me; dimenticare di non aver realizzato niente.
Vorrei solo vivere. Stare tranquilla e vivere questi pochi giorni seguendo le mie anomale modalità come non fossero aliene e stranianti, ma giuste e compensanti.
Vorrei leggere, finalmente, dopo tanto tempo, perdermi nei misteriosi meandri di incanto che la parola genera, senza sentirmi in colpa per togliere tempo allo studio.
Vorrei deliziarmi con dolci e cioccolosità senza pensare alla dieta, al pericolo che ingrassi espandendomi come una mongolfiera e autorendendomi ancora più repellente agli occhi altrui. Vorrei assaporare con perizia le dolcezze natalizia, assimilando ogni stilla di magia che la loro alchimia produce. Usarla come bacchetta per creare, far si che apra porte sprangate e riversi fuori ciò che ancora non conosco.
Vorrei generare sogni che posso attuare, materializzandoli in qualche modo, anche fasullo, anche inutile, non importa ma vorrei calarmi nella parte trasformandomi nel personaggio di un gioco di ruolo duplice e realizzante.
Vorrei aprire contemporaneamente le mille finestre che arieggiano la mia mente conscia e inconscia con afrori di mondi altri, saltellando dall’una all’altra senza pormi freni, senza affrettarmi per tornare indietro, nella realtà. Vorrei che quella fosse la mia realtà. Perché cosa è la realtà se non la manifestazione che noi facciamo della nostra vita? E chi dice che deve avere lo stesso pigmento, la stessa melodia per tutti? Ecco. Vorrei tingere il mio Natale con la precipua melodia della mia realtà, come faccio sempre, ma senza percepirla come straniante e sbagliata. Voglio viverla serenamente e animatamente, fremendo e godendo per ogni blandente e arzigogolato pensiero di fantastico e di sogno.
Questo vorrei.
E’ un Natale poco sano. Un Natale sbagliato. Un Natale solo.
Ma è il mio Natale.

giovedì 16 dicembre 2010

La forfora che eccita gli imbecilli

Non riesco studiare. Il che non è neanche una novità per le pagine di questo blog che seppur relativamente giovane, ha avuto modo di vedersi vergare addosso queste parole tante, troppe volte.

E' tutta la sera che ripeto le stesse parole senza riuscirle a concordarle in un discorso armonioso. Non posso fare a meno di chiedermi: come cavolo avrei fatto martedì a dare l'esame se palesemente non so un beneamato cavolo? E ancora più drastico riverbera un altro pensiero, perentorio e sconnesso dagli altri, anarchico e accompagnato dall'eco di una maligna risata di filmica memoria: come, come caspiterina è possibile che dopo mnesi che studio questo stracavolissimo di esame, ancora sono al punto di non riuscire a ripeterlo in un discorso lineare e compiuto? Sono davvero così stupida e incapace? Non che ne avessi mai dubitato invero, solo non credevo di esserlo a questi drammatici livelli.

Stavo appunto crogiolondami in codesti pensieri avvolta dal pail e dal tepore del calore che dalle mura si spande al mio materasso, eccitando l'area occipitale posteriore della mia corteccia visiva col fucsia shocking dei miei bei guantini senza dita nuovi nuovi e che imperterrita mi tengo addosso da stamane come una bambina col suo primo paio di scarpette da ballo, quando un insolito, attutito silenzio mi bucò i timpani. Non so se in qualche parte del mio cervello (per continuare a fare la figa esperta di anatomia cerebrale, direi l'ippocampo e il talamo probabilmente) i neuroni hanno flashato e richiamato alla memoria quelle rare, preziose volte in cui ho assistito alla caduta della prima neve, associando quella strana quiete filtrante dalle serrande barricate, all'attutito silenzio della nevosa discesa. Ricordo di essere rimasta affascianta, a Cosenza, la prima volta che assistii alla caduta della neve, tra le altre cose, a questo silenzio figlio di un altro mondo, rotondo, triste che solo bianco candido può generare.

Non ne sono sicura. Forse è stato solo un'associazione successiva. Comunque sia qualcosa mi ha spinto a  muovere le mie gambe verso il balcone, a sbirciare tra le setole delle persiane, la luce aranciata dei lampioni, la sfera-quartiere annacquata, gli alberi pesanti per la pioggia, i fiocchi che scendevano creati dal più nero pece dei celi, forfora incontrollata caduta dalla chioma d'ebano di un dio ribelle.
Nevica.
Qui.
A M. lido.
Lo sentivo io, c'era un'odore strano stamane nell'aria, e non era il solito vento marino a ghiacciarmi il naso e le mani. Era troppo denso d'argento il mare, troppo carico di petrolio il cielo. Che colori così scuri e pesanti possano dar vita a qualcosa di così chiaro e prezioso e leggero come un fiocco di neve ha del miracoloso. Il buio genera luce. L'oscuro partorisce il chiarore. Vogliono compensare: è l'equilibrio. Può il mio cuore, può la mia anima nera, generare luminosità? Io sono come loro dopotutto, ma più brutta e meno perfetta.

Tutto è più magico con la neve. Diventerà magica anche la bettola della mia sfera-quartiere?
Difficile. Povera neve! Troppo gracile e precaria, troppo docile e mansueto al cospetto dell'effluvio mite del mare, il fiocco, per coprire il manto spesso di imbecillità e calcolo, materialismo e assenza di fantasia, che regna in questo paese. Gli chiedo troppo. Dovrebbero caderne tonellate da cielo di forfora. Speriamo che il dio in questione non sia lavato troppo spesso i capelli ultimamante.

A proposito di mancanza di incanto e tatto. Come galline eccitate dal chicco di mais particolarmente giallo, strombazzano le vicine neosposate con rispettivi cugini, familiari e minchioni aggiunti. Mentre i neoimbecillimaritidalcervelloanchilosato si pronunciano in quello che qualcuno definirebbe ballo tribale pre-homo habilis, suonando i clacson a palla ed esibendosi in battute da uomo alfa. E tanti saluti al silenzio magico e ttutito...
Almeno i cosentini sapevano manifestare una sorpresa contenuta. I provincialotti urlano. E continuano a far suonare i clacson ma che senso ha?! E' inquietante e affascinante il livello di burineria che possono raggiungere. Ancora piùinquietante è sapere cheloro si credono gran signori! Dovrò osservarli attentamente e trarne dei responsi scientifici. Chissà che non esca fuori qualcosa di interessante dal profilo di menti tanto barbose. Al momento pare non siano riusciti a fonare niente di più complesso di "Aaaahhhh....Ihhhh...Yaaahaaaa...E' troppo bello", e qualche vociata in dialetto che non ho colto.

Ho paura che la neve si stacchi da terra, riavvolga il nastro e se ne torni nel suo nero pece a ingrassare nuvole, in attesa di allietare sfere-quartiere meno imbecilli.

Prima che lo faccia, io, me la godo un altro po'.

martedì 7 dicembre 2010

Sogna, spera e dimentica il presente

Tu sogna e spera fermamente dimentica il presente e il sogno realtà diverrà…
Seee… aspetta. Sono anni che sogno e spero fermamente, mi sono consumata i neuroni a furia di sognare…Se ne fosse avverato uno, che dico?! un quarto di sogno… macchè!
Oramai non riesco più a distinguere la realtà dal sogno tanto sono compenetrata in esso, tanto questo colora le mie giornate.

Succede senza che me ne accorga.
Sto facendo qualcos’altro e BUM! Sono da tutt’altra parte a vivere una qualche bislacca avventura. La realtà invece è ben più grama. Nella fattispecie è solo fatta di studio, in questo periodo non faccio altro. Anzi lo scandire della mia giornata è, al riguardo, piuttosto interessante: la sveglia suona imperterrita alle 6.00 da più di un mese oramai, anche se io da più di un mese, non riesco a sollevare la testa dal cuscino alle 6.00, e non lo faccio effettivamente non prima delle 7.00; altro tempo perso a trastullarmi tra toletta e fusioni chimiche di bagnoschiuma golosi e boschivi; la scelta del tè, o della camomilla, o del caffè lungo americano o dell’infuso o della tisana e conseguente sorbire del suddetto e se ne partono un’altra ventina di minuti; quindi studio tra un volo e l’altro sul tappeto volante della mia fantasia; precisamente alle 13.40 vado a cucinarmi qualcosa, mai così gustoso e calorico come le ricette di Cotto e mangiato che non perdo mai seguito da Simpson e My name is Earl; ritorno a studiare con il tappeto magico sempre pronto e inquieto ai piedi del letto; se è un giorno feriale tra le 18.00 e le 18.20 ricevo una telefonata, quindi sbrigo gli obblighi telefonici; riprendo a studiacchiare perché oramai l’attenzione scema; quindi ri-Simpson e Big bang theory. Al che, solitamente torno a studiacchiare, ma stasera facevano Cenerentola in tv e io, si sa, a tre cose non posso resistere:
1)      dolci e torte;
2)      libri e fumetti;
3)      fascino delle favole.

D’altronde visto il mio precario stato di vita sospeso tra questo mondo e quello di castelli incantati e principi guerrieri, quelle sono il mio pane, la mia linfa, la mia eroina. Unico sostentamento, senza esse, che fondano il substrato strutturale della mia fantasia costruita mattone per mattone dall’infanzia, i miei sogni crollerebbero come intonaco muffito, si sbriciolerebbero fino a lasciare il grigio cemento armato, intonso e vuoto della mia vita. E io smetterei di esistere come un vegetale, che c’è, ma non esiste mica sul serio.

Detto tra di noi non è che fremessi dalla voglia di rivedere Cenerentola, sono altri i film Disney che preferisco (come la Bella e la Bestia che spero trasmettano in queste feste, mi ci vuole proprio sollazzarmi pensando che sono quelle persone considerate strane da tutti, come Belle che legge anche tanti libri e che per questo adoravo da bambina per le mie immedesimazioni favolistiche, a essere le protagoniste delle favole, adagiarmi per la durata di un film, sulla speranza che forse la mia favola deve ancora attivarsi, come da bambina e adolescente, quando su questo spunto fondavo ogni certezza per il futuro…). Ma è stato bello rivedere anche Cinderella, non lo guardavo da così tanto… E ricordavo tutte le battute a memoria! Incredibile come si ricorda quello che si impara a memoria da bambini. Sapessi così Lingua dei segni… invece latito ripetendo tutti quei nomi.

Piccola parentesi di aggiornamento.
Non finirò gli esami in dicembre. Sarebbe stato troppo bello per essere vero, troppo…riuscito. Non è da me. Insomma, riuscire in qualcosa, portare a termine un obiettivo sano prefissato, non fallire… eh, sai che pizza! Meglio buttarvi giù un’altra bella complicazione per infettare ancora di più una vita fin troppo poco torbida! Ora arrivano anche le vacanze di Natale: cosa c’è di meglio di un’ulteriore fallimento, un’ulteriore tormento ad arricchire, decorazione spumeggiante, l’albero di Natale.
Certo dovrò pagare la tassa a questo punto. Certo non ho i soldi. Certo non so dove prenderli. Certo la prospettiva di tagliarmi le vene è ancora in auge, bella bella vivace e risolutiva nella sua veste rosso pomodoro-vermiglio. Ma arrivano le feste e il Natale in rosso è così kitsch. Meglio aspettare e vedere gli sviluppi. E poi non voglio lasciare questa terra prima di essermi rimpinzata di panettone con la glassa di mandorle e l’uvetta e di pandoro velato di zucchero. E che cacchio un po’ di gusto diamolo a st’amara esistenza!
Affronterò tutto giorno per giorno, problema per problema, iniziando dall’esame perché, almeno uno, almeno sto cazzo di Lingua dei segni lo devo dare (ammesso e non concesso e che sua maestade la professoressa malvagina, si decida a mettere l’appello considerato che la sessione dura solo cinque giorni e che i cinque giorni in questione sono alle porte)!
Perché se mi soffermassi a pensare ai miei guai-fallimenti-casini, soffocherei e i morsi dell’amarezza, insieme alla certezza dell’inadeguatezza  mia, mi sommergerebbero e sarebbe finita. Non ci sarebbe posto per panettoni, biscotti allo zenzero, frittelle, croccante al pistacchio, torta di nocciole e cacao, mandorle caramellate, pignolata al miele, zeppole…
Anzi no, zeppole no! Ne ho mangiata qualcuna sabato, lo so che è una trasgressione fuori calendario e deleteria alla dieta, ma non ho saputo resistere! Mia madre ne ha portata una busta piena da casa di una parente e c’erano quelle che piacciono tanto a me, quelle filate, fine e intrecciate, croccanti e tremendamente fritte e il mio stomaco, credo, non sia più abituato a cotanto fritto e cotanta bontà e pesantezza e ho visto i sorci verdi per due giorni e una notte. Nausea, vomito, mal di pancia atroce. Maledette le zeppole. Ma buone buone buone buone…

Queste sono quelle soffici con la farina di ceci...



 
...ma questa, più dure, fine e croccanti con la pasta della pizza, sono quelle che preferisco nonchè le responsabili dell'avvelenamento da zeppole di sabato scorso

E’ tardi. Domani è già profumato al Natale e la mia sveglia suonerà inutilmente alle 6.00. Mi troverà, lo so non posso farne a meno, a consumare altri neuroni, mentre… “sogno e spero fermamente, dimentico il presente, e il sogno realtà…diverrà”.

venerdì 26 novembre 2010

Assorbo la magia della terra

Saluto l'autunno con un infuso.
Andrò a cercare gli ingredienti e li mescerò come le streghe di Macbeth facevano con code di serpenti e occhi di tritoni.

Mi servirà (ricetta per quattro persone):
  • 4 bastoncino di cannella (mai usare la cannella in polvere, che oltre ad essere meno profumata è facilmente contraffatta con altre sostanze)
  • 8 bacche di anice stellato
  • una manciata di chiodi di garofano
  • un baccello di vaniglia
  • zucchero di canna integrale (di nuovo evitate quegli zuccheri la cui differenza dal solito zucchero bianco è il colore prodotto artificialmente) o miele aromatico
  • 1 litro di acqua, più pura che si può.

    Preparazione
    Portare ad ebollizione l’acqua. Unire tutte le spezie all’acqua bollente, togliere dal fuoco, coprire e lasciaee riposare 5 minuti. Filtrare e dolcificare a piacere con lo zucchero di canna o il miele.  Un tocco in più: un bastoncino di cannella come cucchiaino...

     E' periodo tè, infusi e tisane per me. Assorbo tramite bevande ambrate e profumate gli incantesimi e i poteri della terra. Al momento annovero poche scorte in realtà che intercambio:
    1. Tè verde;
    2. Tè nero inglese;
    3. Tè nero deteinato;
    4. Earl Grey;
    5. The English n.1, tè al bergamotto;
    6. Tè verde al limone;
    7. Tisana al finocchio;
    8. Tisana al rabarbaro;
    9. Tisana al finocchio, rabarbaro e liquerizia;
    10. Camomilla sogni d'oro;
    11. Camomilla con piori interi da filtrare;
    12. Camomilla solubile zuccherata;
    13. Infuso di lamponi e vaniglia;
    14. Il mio inimitabile caffè americano.
    Conto di arricchire la mia dispensa da erborista nei prossimi giorni di inverno allo zucchero a velo.

    mercoledì 24 novembre 2010

    Mi affaccio alla finestra e vedo un prìncipe di nitrato e una princesa al caramello


    Ci sono sempre. Sono in una di quelle finestre che la mia mente spalanca quando sono costretta ad evadere dalla mia squallida realtà per poter sopravvivere. Mi nutro di queste finestre suggendo il loro nettare, fiori incantevoli e ultraterreni, come un bambino che succhia con la cannuccia il gusto d’infanzia spensierata e gustosa del latte al cioccolato.
    Ma chi sono? Che c’entrano con me. Non hanno senso, non seguono il filo logico che le altre finestre condividono. Non hanno motivo di essere. Eppure sono. E non è che facciano poi sto granché. Si limitano a essere. Oggi sono stati più vividi che mai al punto da impedirmi qualsiasi altro pensiero costruttivo o non. Forse è dipeso da una conversazione che ho avuto ieri a proposito di famiglia, matrimoni e bambini. Ma di questo parlerò dopo, non stasera. Oggi voglio parlare di loro, solo di loro, batuffoli di caramello e nitrato.

    Sono due i bambini nella finestra, la più radiosa e pulsante a un ritmo punk-rock apparentemente extradiegetico, ma solo apparentemente e te ne accorgi se lanci lo sguardo più in profondità, oltrepassando il quadretto bucolico che inizia la cornice.
    Il cortile in cui i bambini risiedono è indeciso e non ha fantasia di dettaglio, il contesto è lasciato al caso che lo mutua da quello più vicino e meno faticoso, quello di casa mia, per poter concentrarsi ed esplodere nei particolari dei bambini.
    Stessa altezza e probabilmente stessa età, stessa luce negli occhi, vivida e cosciente, abbacinante e attraente come un faro in mezzo al mare d’inchiostro. Stessi lineamenti minuti e morbidi, stesse fossette, stesso mento puntuto, identiche fossette ai lati delle labbra minute, di pesca, nasino a patata…ti fanno intuire una certa parentela, fratelli forse, gemelli quasi certamente: anche se l’amalgama di colori che li dipinge sono in antitesi, sembrano compenetrarsi, come provengano da opposti nati per fondersi, per essere due parti della stessa anima.

    Il bambino è un capetto, ha l’aria del duro sotto il ciuffo birichino, un’acconciatura e un dinoccola mento simil-priesley, interludio al gioco oltre che manifesto di un destino marchiato nel sangue dai suoi geni e dal suo mondo. Tutto compreso in un atteggiamento da duro che riesce a reprimere a stento un’innata vivacità, mentre mima e rappresenta col più vivido fervore, qualcosa a un gruppo di individui sfumati insieme al resto del complesso, non importanti, accessori. Racconta della mamma e del papà e degli zii il capetto, per la centesima volta al centesimo gruppo di estranei, fiero dell’attenzione che la sua pantomima riesce sempre a catturare, nonché degli apprezzamenti in risolini e applausi che raccoglie. Principe della scena anche se solo marionetta in una rappresentazione di burattini; pendono tutti dalle sue labbra, però gli altri burattini. Gli occhi saettono ora socchiusi e ammiccanti, ora si intondano a simulare la sorpresa che ciò che sciorina velocemente dalle sue labbra e ripesca nella memoria gli produce ancora, affinché, riflettendoli nel suo sguardo, il suo pubblico intenerito e ridanciano possa ritrovare quella sorpresa che lui stesso provò nell’evento del racconto.
    Qualsiasi sia l’aneddoto che racconta.
    Visto gli apici di convulsioni raggiunti dalle manine frementi nel tenere in mano un’immaginaria chitarra, starà riportando la sua più recente storiella preferita, che da settimane rigira e infiocchetta come un pacco regalo non ancora perfetto, facendola lievitare ogni volta esponenzialmente. Trattasi del suo esordio sul palco durante il concerto degli G., la band rock dello zio. Con quale sicumera e concentrazione tenne il palco suonando la sua piccola chitarra senza farsi distrarre dal tripudio di luci, senza essere intimorito dalle urla dei fan, inguainato nel chiodo di pelle minuscolo ma per altro identico a quello dello zio. Era solo una calma apparente, tutta suo padre, lei sapeva che dentro stavo scoppiando. Per quanto abituato a quegli ambienti anomali per un bambino di quattro anni e mezzo, lei ha sentito il suo battito, ha percepito il suo cuoricino tamburellare frenetico, proprio lì, contro il suo petto, è sicura di poterne rintracciare il solco che ha lasciato e che sente ancora bruciare. Quando lui la abbracciò forte forte forte, dopo l’esibizione, occhietti affannosi e spauriti da scacciare via tra le braccia della mamma. Dio…quell’abbraccio così stretto, così contratto, la spaventò. Cosa poteva significare? Cosa c’era dietro quegli occhietti ghiaccio grigi che lei non era stata abbastanza abile da cogliere? Che avessero fatto male a consentirgli fare un passo del genere a quell’età nonostante lo desiderasse? Né lei, né il suo papà, si sanno dare una risposa, ma lei teme…teme che un anfratto oscuro possa essersi sedimentato nell’animo di Renèe e teme soprattutto che lei non riesca a scovarlo per frantumarlo prima che mossa attanagliargli l’anima.
    Per ora però, per ora è il bimbo più felice della terra. E lei, la donna più felice e chi lo avrebbe detto? Lei felice con questi piccoli tesori tra le dita, con questi trionfi di dolcezza, vita e perfezione da accudire e coccolare. Quando li tenne in braccio la prima volta non era felice, non era intenerita, non era spaventata, era solo sicura, sicura che avrebbe dato la sua anima in pasto al diavolo per poter proteggere la serenità di quegli occhi, noccioline sgranate.  Loro deve essere il regno più bello, di sole e oceano, come il portogallo  nelle favole. Lui il suo prìncipe. Lei la sua princesa. E il rei…. Il suo bellissimo rei di cannella e dagli occhi di nitrato d’argento, che Renée ha ereditato con sfumature più chiare e glaciali. Il capelli di spaghetti d’ebano sono della mamma, come la pelle diafana e gli zigomi alti. Un batuffolo di stridenti contrasti fioriti insieme alla personalità inedita sia per mamma che per papà, vivace e baldanzosa, indipendente… Ma ci sono degli istanti in cui un’ombra gli cela lo sguardo, e lì diventa come lo zio, identico, dagli occhi tristi e lo sguardo tormentato. Solo i baci di vaniglia della mamma, i biscotti allo zenzero che gli odorano l’alito di vampe speziate per ore visti quanti è in grado di ingurgitarne, possono ristabilire l’ordine. Ma lei teme, teme che un residuo della sua maledizione possa essergli stato trasmesso…al suo prìncipe e forse più alla sua princesa.

    Dolce come una cascata di marshmallow avvolti in fili di zucchero filato e intinti nel cioccolato fuso, la sua princesa… Riflessiva, silenziosa, a quattro anni già lettrice con gli occhi spalancati su mondi meravigliosi.
    E’ lei. Si rivede in tutto: stesso modo di essere, stesso modo di pensare, stessi sogni a occhi aperti. Ma è molto più precoce, molto più intelligente, molto più in gamba e desiderosa di conoscere e vivere. Forse perché ha la mamma a stimolarla e il papà a proteggerla e gli zii a riempirla di tenerezza. Basteranno a tenere a bada il demone? Teme che con quegli occhi di nocciola che le ha passato, anche il destino della sua vita triste possa averle trasmesso, come una dannazione da cui è arduo esimersi, incisa nei riflessi oculari. La sua vita maledetta… quella di prima…prima di sbattere contro di loro, contro il suo re di nitrato d’argento e cannella, contro quei disperati come lei che l’hanno salvata….Se non avesse trovato, un giorno, per caso, un re alla cannella cosa sarebbe di lei? Se non avessi conosciuto i suoi amici-fratelli-sestessainaltricorpi, dove sarebbe? Non nel mondo dei vivi, non a vivere di certo…

    La princesa è irrequieta oggi. Stringe le ginocchia sottili tra le braccia, apre e chiude il libro che le dorme in grembo, si dondola impercettibilmente.
    Un sorrisetto attento e tirato increspa le labbra della mamma… lei lo sa perché freme. Vuole tornare a casa invece di star lì a perdere tempo aspettando che lo stupido tecnico apra lo stupido portone bloccato, vuole scoprire se ha funzionato, se le fate hanno mangiato il suo dolce e hanno lasciato dei messaggi di amicizia per lei. L’hanno scovata insieme. la ricetta del dolce che amano le fate, in un vecchio libro trovato dalla mamma per caso, durante un viaggio di lavoro: un librone rilegato, antico e polveroso, pieno di pagine arricciate e splendidi disegni di tutti i tipi di fate. E’ un’esperta la princesa,  di fate e delle loro storie, del loro mondo e dei loro poteri.
    Tre mesi ci sono voluti alla mamma per rifinire quel piccolo capolavoro di cesello, mentre la notte la celava agli occhi dei bambini. Con che scrupolo ha raccolto vari tipi di fiori da inserire nell’albo, arricchendo di storie le splendide figure ricercate in volumi più affidabili, come quelle degli alberi fatati in cui queste risiedono. Gli occhi di miele e nocciola della piccola Charlotte non sapevano su cosa indugiare, o se era meglio correre a guardare leggere e sapere tutto…lo sta imparando a memoria! Le ha regalato un piccolo sogno, ed è bello potervi partecipare, visto che quelli notturni sono a lei esclusi. Lo ha fatto per questo: per poter essere parte dei suoi sogni, affinché niente della sua princesa le sfugga, mai. Ora vanno insieme alla ricerca dei fiori e degli alberi giusti, negli stessi campi che percorreva nella sua infanzia, ma con le dita della sua piccola Charlotte, affascinate e serrate strette attorno alle sue, i capelli di boccoli al miele che molleggiano cadenzati dal passo, il caramello della sua pelle ad aleggiare ovunque. Ha accettato la competenza della mamma in fatto di fate come qualcosa di scontato, dovuto, forse visto il suo mestiere che la tiene a contatto con i libri che tanto amano entrambe. E’ bello sapere che sua figlia la stima. La ripaga di tutto. E’ bello sapere che il suo prìncipe non chiude gli occhi senza che lei gli baci la fronte, che il suo re ha portato una busta di caramelle al lampone con sé, in viaggio, per poter assaporare il gusto delle sue labbra.

    E’ stato bello anche cucinare insieme ai due batuffoli laboriosi e ingolositi, il dolce per le fate. Un piccolo capolavoro di sua invenzione quello, ne è uscito fuori una strana forma di torta, bella quanto il profumo che spande è goloso, che il  popolo amerebbe senz’altro. Di certo lo ameranno il re e i suo luogotenenti quando ci raggiungeranno finalmente per l’estate! Tanto quanto Renèe di certo, piccato di non poterlo assaggiare perché Charlotte ha deciso che è solo per le sue future amiche alate quel piccolo capolavoro di gusto e colori: cioccolato, sfoglia, crema di nocciole, waffel, marmellata e c’è anche burro di noccioline! Tutto orchestrato ad arte, la consistenza dei sogni è quella, per Renèe e Charlotte. E per la mamma,è il poter godere dei volti estasiati del suo prìncipe di nitrato e della sua princesa al caramello.

    martedì 23 novembre 2010

    Gusti di tè, colori di capelli e Scott Pilgrim

    Cosa ricavare da Scott Pilgrim vs The world:


    1. La propensione a rielaborare situazioni e azioni come fossero sketch di un videogame e quindi come tu stessi giocando la partita della tua vita;
    2. Le freddure (anche se leggo, non tradotte perfettamente in italiano, ma consideta la mia incapacità latente di comprendere l'inglese senza sottotitoli e l'impossibilità di leggere il fumetto, direi che dovrò accontantarmi di quanto fatto nella versione italiana...il che mi rende :-( e anche un po' <:-(, ma tant'è);
    3. La bellezza rara e pregiata del manifestare e avere una personalità propria e indipendente;
    4. La bellezza rara e pregiata dell'essere/avere un buon amico/buoni amici e manifestarlo/maniferstarli;
    5. Il gestire tutto come una sfida da combattere e vincere;
    6. Meno male che c'è il rock;
    7. Scott che dice a Ramona: "Una tipa speciale e diversa come te..." intendendo sottolinearne le rare peculiarità ndella personalità della ragazza, non da rifuggire, ma da amare;
    8. La lista dei diversi tipi di tè che Ramona elenza a Scott. Considerato che sono in fase di tè, infusi e tisane varie, vedrò se riesco a trovare queste fragranze (ma non credo tutte... che pizza...anche se sono abbastanza fiduciosa sulla possibilità di poterne fare molti da me...forse):
    • al mirillo;
    • al lampone;
    • al tartufo bianco;
    • tè verde;
    • tè verde con limone;
    • tè verde con rosa canina;
    • sogni d'oro,
    • allo zenzero e miele;
    • allo zenzero senza miele;
    • vaniglia e mandorla;
    • camomilla;
    • all'arancia e spezie;
    • earl grey.
          8. Le varie gradazioni cromatiche assunte da Ramona, due delle quali già da anni in preventivo per i  miei   di capelli. Tizia che per giunta tende a vestirsi anche come me...non fosse che ha sette ex fidanzati più uno attuale, e che lei pare abbia una vita anche se scontrosa, saremmo simil-quasi-sosia di fumetto.
    P.S.: tenere in considerazione anche un taglio simile per i futuri tagli (Natale? It's possible ndr):

    Avevo in mente un rosa più pacato e chiaro, ma anche così, alternato al mio colore però...   




    Mi piaciucchia abbatsanza 'sto blu...




    Mmm non so quanto il verde mi starebbe bene...ma considerato che al momento sono più impegnata a non vedermeli cadere tutti i capelli, il colore aspetterà, o comprerò delle innesti!