Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
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sabato 28 aprile 2012
domenica 22 aprile 2012
La famiglia Smargiassi
Domenica mattina. Una tizia a caso si gusta il suo cappuccino superiperschiumoseggiante svirgolando tra le conversazioni-tipo facebookiane.
Così. Giusto perchè la tizia a caso ha bisogno di ringalluzzirsi un po', di ricollocare le cose del mondo nella casistica che spetta loro di diritto. Ultimamente se ne sono andate a zonzo per i fattacci loro, le cose del mondo, non che non l'abbiano sempre fatto, ma il troppo stroppia. Serve ordine. E gli inquietanti abitanti del suo ridente paesello, si prestano ottimamente alla bisogna. Le loro conversazioni - accomunate per pensieri brillanti, tormentati, profondi- in particolare, comportano un doppio, combattuto esito nell'animo della tizia a caso: vergogna e disperazione per lo stato in cui versano le ultime generazioni italiane; sentita riconoscenza per la loro illimitata stupidità che compensa le sue carenze e le rende quantomeno accettabili. Con buona pace del suo ego e del suo senso di perenne inadeguatezza.
La tizia a caso non poteva esimersi dal lasciare in ombra conversazioni capaci di scatenare esiti tanto potenti. Quindi la riporta. Opportunamente truccata. Ma ricordate: lei è solo il mezzo, l'ambascitor che non porta pena. Il resto è tutta raffinata farina tratta dal sacco dei facebookiani abitanti del ridente paesello di Montesega, incastonato a valle tra Monzero, Montesega superiore e uno zaffiro grezzo di mare adriatico (con gli esplicativi sottonomi romanzati di "Nullandia" e "Il regno delle pinzilacchere").
Precede un breve excursus-vitae dei personaggi coivoilti nel dramma, gentilmente offerto dalla tizia a caso per una maggiore compenetrazione del lettore in eventi, cose, luoghi e persone.
appartenete al filone "Chi non vorrebbe crescere a Montesega, il Regno delle pinzillacchere!"
Personaggi della commedia:
Sabato sera. Facebook. La sottile capacità espressiva dei messaggi, le allusioni celate alla poliedricità dei luoghi paesani coperti, lasciano intendere, non richiesto, l'avanguardia dei mezzi di comunicazione scelti per comporre i messaggi. Le parole centellinate in un minimalismo caratterizzante l'animo angusto e anomalo del personaggio.
Stato facebook di Zeta: "Mi mangio il plumcake di cioccolato! Yeeee!"
Mollìca: do ve'? chi ce l'ha? ne voglio un camion!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! scherzo scherzetto!!!!!!! (Durante lo scambio si capirà, un climax nel climax, che è Anacreonte a impossessarsi del contatto facebook della moglie (un atto di attiva ribellione verso l'immota casta giuridica che rappresenta? o solo un tentativo di riappropriarsi del titolo di patriarca sottrattogli dalla moglie-commander?). Notare gli errori di grammatica e scrittura nella frase, la pateticità dell'intervento: rovesciano la dignità dell'avvocato rinomato riducendolo a un esimio ignorante e insinuano il costante dubbio che, dopotutto possa essere la stessa Mollìca a parlare, per un rovesciamento di persone e luoghi che non trova mai modo ti chetarsi nel viluppo dello scambio comunicativo in atto).
Pennula: Io da lunedi prossimo mi metto a dieta, per uscire stasera mi saro' cambiata 10 volte (Tipico intervento alla Pennula: fuori contesto, privo di spirito, votato all'Io più superficiale. Il riferimento costante al fatto che la sua bellezza è stata intasata dai kili presi in quel del pasqua-time, la necessità di farlo sapere per giustificarsi e di perderli per riappropriarsi di uno status autoassegnatasi, l'unico abbordabile dai suoi limiti d'intelletto e di essere. Vanità che lotta per essere qualcosa di tra il gregge uniforme, esemplificata dal numero 10.)
Mollìca (Anacreonte): ahahahahahahahaahahahah che ridere!!!!!!!!!!!!! (La pochezza nell'inutilità di parole e onomatopee che sincretano Mollìca e Anacreonte, come quella parte l'uno dell'altra che in un matrimonio di facciata, faticano altrimenti a essere).
Mollìca (Anacreonte): come sei grassa. Noi mangiamo pesce alla cacciatora stasera. Ana. ***. (Humor disperato, raschiato dal fondo di un'ironia inesistente, ma elargita con costanza e convinzione. Il fallimento dell'intento ironico svela le idiosincrasie della famigliola - non dimentichiamo che Pennula, che Anacreonte taccia scherzosamente come grassa, è la sorella di sua moglie, nonchè sposata con suo fratello, Rozzo-man - così palesemente costruita sulla vuota convenienza, da permettere a malapena di convincere loro stessi dell'esistenza perfetta che conducono, tutti loro, sempre insieme. Notare la necessità di riappropriarsi della propria persona nel momento in cui agisce l'elemento spiritoso che lo contraddistingue: si firma con le sue iniziali, nome e cognome, alla fine del messaggio sotto nome della moglie).
Pennula: Io antipasto di mare, calamaretti e pesce persico all griglia. siamo al Cantagallo (Inquietante come Pennula riesca a esplicarsi in così poche e povere parole. La necessità di avvisare che la loro perfezione si manifesta nella cena a base di pasce nel rinomato ristorante, immancabile al sabato sera, e la precisazione: "sono ingrassata? ma guardate, io mangio sano!", la rendono il perfetto prototipo della donna di Nullandia: sibaritica, impersonale, dal percorso di vita prescritto e compiuto come da prescrizione. Inoltre usa la prima persona per affermare la sua possenza e importanza egoistica. Solo quando deve dire il nome del ristorante famoso, coinvolge il povero marito, Rozzo-man: non starebbe bene stare sola a un ristorante non senza il marito che la completa, ma solo come figura sociale).
Mollìca (Anacreonte): cazzo voglio andare anche io (Slancio incontrollato che fa fuggire Anacreonte dalle cesoie del bon ton borghese per riafferrarle immediatamente. Evento sofisticato, pacato, privo di aspettative, borghese, mondano, si mangia. Anacreonte lo vuole, e si lascia andare sperando di creare un altro intermezzo ironico-rozzo (allusione velata al fratello?), ma si ricompone immediatamente aggiungendo...).
Così. Giusto perchè la tizia a caso ha bisogno di ringalluzzirsi un po', di ricollocare le cose del mondo nella casistica che spetta loro di diritto. Ultimamente se ne sono andate a zonzo per i fattacci loro, le cose del mondo, non che non l'abbiano sempre fatto, ma il troppo stroppia. Serve ordine. E gli inquietanti abitanti del suo ridente paesello, si prestano ottimamente alla bisogna. Le loro conversazioni - accomunate per pensieri brillanti, tormentati, profondi- in particolare, comportano un doppio, combattuto esito nell'animo della tizia a caso: vergogna e disperazione per lo stato in cui versano le ultime generazioni italiane; sentita riconoscenza per la loro illimitata stupidità che compensa le sue carenze e le rende quantomeno accettabili. Con buona pace del suo ego e del suo senso di perenne inadeguatezza.
La tizia a caso non poteva esimersi dal lasciare in ombra conversazioni capaci di scatenare esiti tanto potenti. Quindi la riporta. Opportunamente truccata. Ma ricordate: lei è solo il mezzo, l'ambascitor che non porta pena. Il resto è tutta raffinata farina tratta dal sacco dei facebookiani abitanti del ridente paesello di Montesega, incastonato a valle tra Monzero, Montesega superiore e uno zaffiro grezzo di mare adriatico (con gli esplicativi sottonomi romanzati di "Nullandia" e "Il regno delle pinzilacchere").
Precede un breve excursus-vitae dei personaggi coivoilti nel dramma, gentilmente offerto dalla tizia a caso per una maggiore compenetrazione del lettore in eventi, cose, luoghi e persone.
La famiglia Smargiassi
commedia degli orrori, non adatta ai deboli di cuore appartenete al filone "Chi non vorrebbe crescere a Montesega, il Regno delle pinzillacchere!"
Personaggi della commedia:
- Zeta, la più piccola dell'importante famiglia Smargiassi. Studia. Non caga senza scriverlo su facebook.
- Mollìca, secondogenita Smargiassi di cinque sorelle, occhi porcini stillanti staffilate di malignità.
- Anacreonte, marito di Mollìca, avvocato di famiglia d'avvocati. Due figli strillazzati ovunque.
- Pennula, terzogenita, borghese berlusconiana senza scintilla di carattere, compensa con chioma leonina e presunta bellezza d'altri tempi, tende a comunicare tramite amorfi capi griffati, uno stile tra signora Rottermaier e Burberry, e il costante riferimento al suo prendere/perdere peso. Sposata con Rozzo-man, panzone semiavvocato, fratello del marito della sorella maggiore Mollìca. Un figlio vantato con sussiego, un anno, nato lo stesso giorno dell'uomo venerato in casa Pennula: Berlusconi.
- Liutica, primogenta, bigotta, sposata con Bamboccio. Nessun figliolo pervenuto per ora. Presenza inattiva in questo atto.
- Gannella, sta per sposarsi. Non presente nell'atto.
Sabato sera. Facebook. La sottile capacità espressiva dei messaggi, le allusioni celate alla poliedricità dei luoghi paesani coperti, lasciano intendere, non richiesto, l'avanguardia dei mezzi di comunicazione scelti per comporre i messaggi. Le parole centellinate in un minimalismo caratterizzante l'animo angusto e anomalo del personaggio.
Stato facebook di Zeta: "Mi mangio il plumcake di cioccolato! Yeeee!"
Mollìca: do ve'? chi ce l'ha? ne voglio un camion!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! scherzo scherzetto!!!!!!! (Durante lo scambio si capirà, un climax nel climax, che è Anacreonte a impossessarsi del contatto facebook della moglie (un atto di attiva ribellione verso l'immota casta giuridica che rappresenta? o solo un tentativo di riappropriarsi del titolo di patriarca sottrattogli dalla moglie-commander?). Notare gli errori di grammatica e scrittura nella frase, la pateticità dell'intervento: rovesciano la dignità dell'avvocato rinomato riducendolo a un esimio ignorante e insinuano il costante dubbio che, dopotutto possa essere la stessa Mollìca a parlare, per un rovesciamento di persone e luoghi che non trova mai modo ti chetarsi nel viluppo dello scambio comunicativo in atto).
Pennula: Io da lunedi prossimo mi metto a dieta, per uscire stasera mi saro' cambiata 10 volte (Tipico intervento alla Pennula: fuori contesto, privo di spirito, votato all'Io più superficiale. Il riferimento costante al fatto che la sua bellezza è stata intasata dai kili presi in quel del pasqua-time, la necessità di farlo sapere per giustificarsi e di perderli per riappropriarsi di uno status autoassegnatasi, l'unico abbordabile dai suoi limiti d'intelletto e di essere. Vanità che lotta per essere qualcosa di tra il gregge uniforme, esemplificata dal numero 10.)
Mollìca (Anacreonte): ahahahahahahahaahahahah che ridere!!!!!!!!!!!!! (La pochezza nell'inutilità di parole e onomatopee che sincretano Mollìca e Anacreonte, come quella parte l'uno dell'altra che in un matrimonio di facciata, faticano altrimenti a essere).
Mollìca (Anacreonte): come sei grassa. Noi mangiamo pesce alla cacciatora stasera. Ana. ***. (Humor disperato, raschiato dal fondo di un'ironia inesistente, ma elargita con costanza e convinzione. Il fallimento dell'intento ironico svela le idiosincrasie della famigliola - non dimentichiamo che Pennula, che Anacreonte taccia scherzosamente come grassa, è la sorella di sua moglie, nonchè sposata con suo fratello, Rozzo-man - così palesemente costruita sulla vuota convenienza, da permettere a malapena di convincere loro stessi dell'esistenza perfetta che conducono, tutti loro, sempre insieme. Notare la necessità di riappropriarsi della propria persona nel momento in cui agisce l'elemento spiritoso che lo contraddistingue: si firma con le sue iniziali, nome e cognome, alla fine del messaggio sotto nome della moglie).
Pennula: Io antipasto di mare, calamaretti e pesce persico all griglia. siamo al Cantagallo (Inquietante come Pennula riesca a esplicarsi in così poche e povere parole. La necessità di avvisare che la loro perfezione si manifesta nella cena a base di pasce nel rinomato ristorante, immancabile al sabato sera, e la precisazione: "sono ingrassata? ma guardate, io mangio sano!", la rendono il perfetto prototipo della donna di Nullandia: sibaritica, impersonale, dal percorso di vita prescritto e compiuto come da prescrizione. Inoltre usa la prima persona per affermare la sua possenza e importanza egoistica. Solo quando deve dire il nome del ristorante famoso, coinvolge il povero marito, Rozzo-man: non starebbe bene stare sola a un ristorante non senza il marito che la completa, ma solo come figura sociale).
Mollìca (Anacreonte): cazzo voglio andare anche io (Slancio incontrollato che fa fuggire Anacreonte dalle cesoie del bon ton borghese per riafferrarle immediatamente. Evento sofisticato, pacato, privo di aspettative, borghese, mondano, si mangia. Anacreonte lo vuole, e si lascia andare sperando di creare un altro intermezzo ironico-rozzo (allusione velata al fratello?), ma si ricompone immediatamente aggiungendo...).
Mollìca (Anacreonte): voi pesce persico surgelato e la persia fate voi. Noi pesce prete alla cacciatora con patate al burro ed una bottiglia di Camir di Ganate. Andate a vomitare il Cantagallo.... (L'exploit che il tema del dramma tutto. Il perfetto, rinomato avvocato, che trova da invidiare al rozzo e meno "arrivato" di lui fratello. Forse perchè la moglie del fratello Pennula, sorella di sua moglie Mollìca, è più procace, laureata, e impegnata nella comunità al punto da candidarsi - anche se ha ricevuto una sonora batosta, ma questo è un altro geniale atto della commedia - e quindi destabilizza il suo ruolo prescritto di dominatore, di vincitore? Il tono di leggerezza ironico è quasi scomparso, ne resta traccia ma senza presunzione di essere riconosciuto: "guarda Pennula - sembra dire Anacreonte - voi sarete pure al vostro ristorante di sabato sera, ma noi, ah noi mangiamo pesce pregiato e beviamo vino di qualità. Ci fate un baffo, ci fate!". Le frasi prive di senso denotano l'accavallarsi di una risposta frettolosa e aggressiva e anche, nuovamente, la fatuità del suo stato di maschio alfa. L'errore nel vino pregiato è indicativo in questo senso: è Camyr, non Camir. E' lo sfaldarsi dell'apparenza della famigliola felice, della persona di mondo e di sussiego.)
Pennula: ahaha (Risata appena accennata, algida e sofisticata per mantenere intatte più tra loro che tra chi leggerà la conversazione pubblica, la saldezza della moralità della loro famiglia, dei loro rapporti, delle loro persone. Neanche a una poco sveglia come Pennula è sfuggito l'attacco. E Il "grassa" canzonatorio non può non averla corrucciata: perde lo status, perde quel che ha, perde quel che tutti credono che abbia. La fine di Pennula.)
Mollìca (Anacreonte): che ti ridi! E' meddio u andavi aru Capicolli (Anacreonte sa di aver colpito e destabiizzato. E' tornato l'uomo alfa. In dialetto, lo sputa in faccia a Pennula(odiata Pennula? Lo spettatore deve stabilirlo, le relazioni si prestano a varie interpretazioni che la conversazione evidenzia e cela nello stesso tempo), dicendo di andare da un'altra parte ovvero un locale di parenti, altro che uscita di classe! Inutile ridere per Pennula.).
Mollìca: Tutto questo ha scritto Anacreonte (Mollìca riporta lo status quo. Si riappropria del suo contatto e della sua identità di matriarca. Mette apposto il maltolto affermando che era "piacone zuzzoloso" del marito a scherzare, non lei che attaccava la vetustà incalfibile di una sua sorella. Lo fa con un italiano scorretto e stentato, troppo per lei cedere alla seduzione delle parole. E ora la commedia può continuare.).
giovedì 23 febbraio 2012
Status web cam on: Me vs. My Demons
E' quasi inutile sforzarsi di cercare un modo per inserire la web cam sul mio blog e tenerla accesa sempre. Basterebbe un unico fotogramma che mi rappresenti accasciata sulla scrivania a guardare impotente il tempo scorrere e a cercare di respirare.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
E anche se i mostri sono ributtanti e la loro vittoria quasi schiacciante, il quadro che si costruisce nel mentre della lotta è un patchwork onirico e informe, non brutto. Il mio mondo.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
martedì 9 agosto 2011
Dall'immagine, una storia
Trattasi di un esercizio di scrittura. Pare che il mio racconto non sia stato giudicato granchè dalla promotrice dell' esercizio. Come è, come non è, la storia esiste e prima di cancellarla dalla memoria mia e del mio pc, sarà meglio inciderla in queste pagine.
Fu un’inaspettata brezza a ridestarlo dal torpore. La cappa di aria calda e immobile si stava diradando. Soffocava l’ala Est della città, da giorni, l’ultimo regalino delle bombe al Napalm. Ma almeno l’ala Est c’era ancora. “Maledetti ominidi!”- era tutto quello a cui riusciva a pensare il Comandante Karotòn – “Si staranno abboffando ancora con i resti dei miei soldati. Arrosto di coniglio bell’e servito! Bestie!”.
Era reduce da tre giorni di appostamenti al porto. Riusciva a sentire ancora quel maledetto odore. Pesce rancido ecco cos’era, pesce rancido che ammorbava tutto. Che ammorbava lui, ce l’aveva addosso e non sarebbe più riuscito a liberarsene. Emanava da ogni lembo della sua pelliccia. Pelliccia?! Piuttosto un cencio spelacchiato! Forse una volta lo era stata, una pelliccia, dal colore del petrolio e lucente come l’ebano, a giocare di contrasti con le sue orecchie, lunghe, bianche, orgoglio e marchio della sua famiglia. I Karotòn! Rinomati in tutto il Reame Conigliese, la cui stirpe resisteva fin dai giorni della creazione dei primi esemplari degli Homocuniculus. E ora sarebbe toccato a lui vedere la sua razza soccombere e scomparire.
Si massaggiò il collo cercando un po’ di sollievo dalla stanchezza, dai ricordi.
Se quella era l’unica vita possibile per gli uomini-coniglio, meglio la morte. E vide che era rosa. Il cielo era rosa. Era già il crepuscolo. Solo allora, l’urgenza del suo dovere ripiombò sulle sue spalle, curvandole sotto quel peso gravoso, e facendogli reclinare la testa nuovamente verso terra: “E’ già il tramonto, ti vuoi muovere!” – intimò verso la figura che armeggiava sugli scalini ai suoi piedi.
Forse per la stanchezza o più sicuramente per la sorpresa, non emise un fiato quando incrociò gli occhi di una ragazza. Una ragazza umana, lì, nel pieno dell’avanguardia conigliese. “Sono carina vero?!” cinguettò la ragazza e schioccò un bacio soffiandolo nella sua direzione. “Sei ridicola Grovieras, ma come dannazione ti sei conciata!” - urlò il Comandante, allargando le braccia, esasperato –“ Io non l’ho mai vista un’umana andare in giro vestita così! Lo sapevo che era una sciocchezza, affidare una missione tanto delicata nelle mani di una svampita!”. Ma neanche i suoi urli di stampo militare l’avrebbero scomposta, lo sapeva bene Karotòn. Nessuno dei suoi soldati era mai riuscito a tenergli testa come quella coniglietta. Infatti, Grovieras continuò tranquillamente ad attaccare adesivi di conigli rosa sul calcio di un fucile e rispose melliflua, anticipando un’altra prevedibile esplosione di rimbrotti: “Lo sto solo abbellendo…non ti alterare: ho studiato la mia parte alla perfezione, guardami? Neanche mia madre mi riconoscerebbe, sembro umana al 100%. Non sono una principiante e lo sai. Tu lo sai più di tutti”.
Sì, lo sapeva. E doveva ammettere che quegli intrugli che facevano cadere il pelo e acquistare sembianze umane per qualche ora, erano miracolosi.
“E comunque” – continuò la ragazza prima di perdere la sua attenzione – “è così che piacciono le donne agli ominidi.” Karotòn storse le labbra in un’espressione di disgusto. Il corpo delle donne umane, più che quello degli uomini, l’aveva sempre disgustato, così nudo, senza soffice e profumata peluria…sembravano morte. Grovieras se ne accorse: “Certo è una mise un tantino ridicola lo ammetto, ma sono ominidi che ti aspetti!”.
Squadrò perplessa il suo abbigliamento: un corpetto nero le cingeva il busto, lasciando scoperte le braccia, e parti dei seni e del ventre comparivano tra i lacci troppo lenti. Cercò con le mani il fazzoletto di stoffa arancione e pizzo che aveva per gonna e che a malapena le copriva il pube. Calata nella parte, carezzò con lascivia una gamba e indugiò sul ginocchio, a stringere il nastro che le serrava le calze bianche. Risalì, sfiorando con le dita il polso stretto in un guanto nero che lasciava le dita scoperte, quindi attraversò le braccia, il collo circondato da un collare nero e rosso, intrecciò le dita tra i capelli turchini e scostò da un lato un piccolo cilindro nero, adornato da un grosso fiocco rosa. “Questo è un tocco di classe che ho aggiunto io” disse e sorrise salace – “Visto che gli ominidi pare non vogliano che noi siamo altro che dei conigli in un cilindro…”. “Tu devi essere un coniglio in una torta, invece!” abbaiò Karotòn -“e smettila di mangiare quella mela!”. Grovieras sbuffò, lasciò che la mela rotolasse sugli scalini e concluse: “Sì sì, lo so, melo hai ripetuto cento volte: mi intrufolo nella torta finta, sculetto in giro per la festa del Generale, me ne vado in camera sua e lo sgozzo. Poi dissemino qualche coniglietto-bomba in giro…eccoli, non sono pucciosissimi?” afferrò il coniglietto di pelouche abbandonato sullo scalino, lo accarezzò e lo depose in una borsa: “Missione compiuta. Zimbambum. Non avrai neanche il tempo di farti un saltello che tornerò da te e non ti lascerò più. Contento?” concluse e lo fissò.
Poteva anche avere le sembianze di un’umana, ma quegli occhi rotondi, rosa, capaci di sorridere vezzosi, erano solo i suoi. “Non ti manderei se sapessi che non puoi farcela” sussurrò il Comandante, e distolse lo sguardo subito dopo. Grovieras si alzò, scese gli scalini in modo da dargli le spalle. Disse: “Non hai scelta. Guardati intorno: siamo già un ricordo”. Karotòn fissò i palazzi allungarsi in grandi ombre, come bare pronte a ricoprire tutto. In quella parte della città, l’architettura conigliese era quasi scomparsa, i palazzi erano squadrati, di chiara matrice umanoide e solo qualche decorazione a porte e ringhiere, conservava segni del loro retaggio. Un uomo-coniglio attraversò la strada strascicando i piedi e si confuse tra le ombre sempre più lunghe dei palazzi.
Anche Grovieras cominciò ad allontanarsi. “Allora… ti aspetto” disse Karotòn e subito aggiunse con voce più atona: “Ma prima di venire da me, vedi di tornare normale”. La coniglietta si girò, gli occhi come lumini rosa nella penombra, gli regalarono un ultimo sorriso vezzoso. Poi scomparve, inghiottita dalle ombre dei palazzi.
domenica 10 luglio 2011
Viola e Rosa
Viola non ha niente di speciale in mano, nessun artefatto o idea o propaggine del proprio corpo o di un corpo altrui che possa consentirle di rendere importante questo momento.
Viola accuccia il volto tra le dita. Riempie lacune. Lacune di libertà, che scorge tra le sbarre delle mani. Di nostalgia di baci piccanti. L'odore del sangue non lo sente. Neanche se schiaccia il naso contro i polsi stretti. Neanche se respira forte. Solo un residuo dolce e vellutato di Pink Sugar, rialchemizzato dalle fragranze della sua pelle.
Viola ammira l'incrocio di vene coperto dalla sottile pelle dei polsi. Percorre il loro cammino con un dito, stuzzicando tremori d'altre vite. Grossi letti di fiumi ramificano i suoi polsi. Pulsano. Sono come enormi animali lineiformi nati solo per custodire ciò che hanno all'interno.
Viola si chiede di che colore tingerebbe la sua pelle bianca il suo sangue. Se rompesse gli argini di un fiume, se tagliasse in due quell'essere custode, cosa si riverserebbe fuori? La renderebbe più bella?
Viola ha sempre desiderato essere Rosa. Ma lei non è Rosa. E' viola. Può mascherarsi da rosa, ma resta viola. Può far finta di essere rosa, ma continuando a sapere che è viola. Può essere Rosa solo se smette di essere Viola.
Viola ha indossato un abito rosa, poche ore fa. Bianco, di velo, tulle e merletti, con fiori digradanti in tutte le tonalità di rosa. Ha indossato poi, il bracciale dello stesso colore e quello con fiori di velo bianchi. E le sabot confetto. Ha lasciato che i capelli di cioccolato cadessero ribelli, in onde, boccoli e spuma. Ha ridisegnato il contorno degli occhi. Ha inumidito le labbra. Ha impreziosito il petto.
Viola ammira il rifelsso di viola. Il riflesso di viola è rosa. A viola piace quel riflesso. Perchè non è viola. Solo nello specchio, il viola può essere davvero rosa, con tutto ciò che questo comporta, ed esserne fiero.
Rosa guarda leziosa Viola dal suo lato dello specchio. Non capisce neanche lei perchè Viola sia così viola. Rosa è rosa come può capirlo? Rosa è la più bella del suo giardino. E' perfetta. Non sbava, Rosa. E se sbava, va bene così. Tornerà più rosa di prima. Non più viola. Rosa deve affrattersi ora. Non può perdere tempo a pensare a Viola. E' sabato sera, Rosa deve uscire con amici. E torna nelle profondità del suo specchio, a vivere da Rosa, lasciando immobile il suo riflesso, che un po' sbeccatamente, prova a imitarla. A essere un po' rosa.
Viola è ancora innuvolata nel suo abito di tulle quando trilla il telefono. Risponde come Rosa a una telefonata attesa, perchè nella vita di una Rosa, il sabato sera la chiamata è scontata. "Rosa siamo noi stiamo per partire, ma siamo pieni in auto, c'è qualcuno che può accompagnarti a S.". Ros...ola cerca un senso: "Ma avevate detto che passavate a prendermi...Possono accompagnarmi ma poi al ritorno nessuno può venire a prendermi visto che faremo tardi. Posso tornare con voi?". "E...no non c'è posto". R...iola: "Non importa allora, non posso venire. Sarà per un'altra volta. Buona serata". "Oh. Ok".
Viola è seduta sul letto. Toglie i bracciali collane e orecchini. Affoga le sabot confetto tra le nuvole di tulle. Tutto quel rosa.... Ma una rosa non può morire così. Vio...sa afferra il telefonino. Ancora scotta. Le ustiona la guancia mentre parte il segnale di chiamata inoltrata. "Pronto, ehi ciao". Vi...osa: "Ciao ma quando arrivi, ti sto aspettando da un'ora su msn". "Oh mio dio, sono un'idiota!". Viol...sa: "Ti sei scordato. Sei fuori?". "Sì". Viola: "Sì, sei un'idiota".
Viola ha graffiato via la matita dagli occhi. Ha lasciato che il vestito rosa le scivolasse addosso e cadesse scomposto sul pavimento. Ora è una nuvola sgonfia, accortocciata sotto ai suoi piedi.
Viola guarda lo specchio. Rosa è sparita con passi di danza. C'è solo Viola senza più rosa.
Viola ha ingabbiato il volto tra le mani. Ha odorato i suoi polsi. Ha segnato col dito i rami dei fiumi. Pulsano azzurri di rosso sangue.
Viola abbassa le mani. I polpastrelli accarezzano i tasti. Detta il tempo con gli occhi di fuoco e ballano le dita la sola danza che conoscono, di lettere e punti.
Viola è viola. E fa la sola cosa che una viola può fare in un giardino di rose. Scrive: "...Può essere Rosa solo se smette di essere Viola. E c'è un solo modo per non essere davvero, mai più Viola. Troncare i fiumi.".
Viola accuccia il volto tra le dita. Riempie lacune. Lacune di libertà, che scorge tra le sbarre delle mani. Di nostalgia di baci piccanti. L'odore del sangue non lo sente. Neanche se schiaccia il naso contro i polsi stretti. Neanche se respira forte. Solo un residuo dolce e vellutato di Pink Sugar, rialchemizzato dalle fragranze della sua pelle.
Viola ammira l'incrocio di vene coperto dalla sottile pelle dei polsi. Percorre il loro cammino con un dito, stuzzicando tremori d'altre vite. Grossi letti di fiumi ramificano i suoi polsi. Pulsano. Sono come enormi animali lineiformi nati solo per custodire ciò che hanno all'interno.
Viola si chiede di che colore tingerebbe la sua pelle bianca il suo sangue. Se rompesse gli argini di un fiume, se tagliasse in due quell'essere custode, cosa si riverserebbe fuori? La renderebbe più bella?
Viola ha sempre desiderato essere Rosa. Ma lei non è Rosa. E' viola. Può mascherarsi da rosa, ma resta viola. Può far finta di essere rosa, ma continuando a sapere che è viola. Può essere Rosa solo se smette di essere Viola.
Viola ha indossato un abito rosa, poche ore fa. Bianco, di velo, tulle e merletti, con fiori digradanti in tutte le tonalità di rosa. Ha indossato poi, il bracciale dello stesso colore e quello con fiori di velo bianchi. E le sabot confetto. Ha lasciato che i capelli di cioccolato cadessero ribelli, in onde, boccoli e spuma. Ha ridisegnato il contorno degli occhi. Ha inumidito le labbra. Ha impreziosito il petto.
Viola ammira il rifelsso di viola. Il riflesso di viola è rosa. A viola piace quel riflesso. Perchè non è viola. Solo nello specchio, il viola può essere davvero rosa, con tutto ciò che questo comporta, ed esserne fiero.
Rosa guarda leziosa Viola dal suo lato dello specchio. Non capisce neanche lei perchè Viola sia così viola. Rosa è rosa come può capirlo? Rosa è la più bella del suo giardino. E' perfetta. Non sbava, Rosa. E se sbava, va bene così. Tornerà più rosa di prima. Non più viola. Rosa deve affrattersi ora. Non può perdere tempo a pensare a Viola. E' sabato sera, Rosa deve uscire con amici. E torna nelle profondità del suo specchio, a vivere da Rosa, lasciando immobile il suo riflesso, che un po' sbeccatamente, prova a imitarla. A essere un po' rosa.
Viola è ancora innuvolata nel suo abito di tulle quando trilla il telefono. Risponde come Rosa a una telefonata attesa, perchè nella vita di una Rosa, il sabato sera la chiamata è scontata. "Rosa siamo noi stiamo per partire, ma siamo pieni in auto, c'è qualcuno che può accompagnarti a S.". Ros...ola cerca un senso: "Ma avevate detto che passavate a prendermi...Possono accompagnarmi ma poi al ritorno nessuno può venire a prendermi visto che faremo tardi. Posso tornare con voi?". "E...no non c'è posto". R...iola: "Non importa allora, non posso venire. Sarà per un'altra volta. Buona serata". "Oh. Ok".
Viola è seduta sul letto. Toglie i bracciali collane e orecchini. Affoga le sabot confetto tra le nuvole di tulle. Tutto quel rosa.... Ma una rosa non può morire così. Vio...sa afferra il telefonino. Ancora scotta. Le ustiona la guancia mentre parte il segnale di chiamata inoltrata. "Pronto, ehi ciao". Vi...osa: "Ciao ma quando arrivi, ti sto aspettando da un'ora su msn". "Oh mio dio, sono un'idiota!". Viol...sa: "Ti sei scordato. Sei fuori?". "Sì". Viola: "Sì, sei un'idiota".
Viola ha graffiato via la matita dagli occhi. Ha lasciato che il vestito rosa le scivolasse addosso e cadesse scomposto sul pavimento. Ora è una nuvola sgonfia, accortocciata sotto ai suoi piedi.
Viola guarda lo specchio. Rosa è sparita con passi di danza. C'è solo Viola senza più rosa.
Viola ha ingabbiato il volto tra le mani. Ha odorato i suoi polsi. Ha segnato col dito i rami dei fiumi. Pulsano azzurri di rosso sangue.
Viola abbassa le mani. I polpastrelli accarezzano i tasti. Detta il tempo con gli occhi di fuoco e ballano le dita la sola danza che conoscono, di lettere e punti.
Viola è viola. E fa la sola cosa che una viola può fare in un giardino di rose. Scrive: "...Può essere Rosa solo se smette di essere Viola. E c'è un solo modo per non essere davvero, mai più Viola. Troncare i fiumi.".
sabato 2 aprile 2011
E' successo davvero?
Venerdì mattina, presto.
Intrappolata come un topo da laboratorio nelle sedi fetide del centro di collocamento. Nome tutto fuorchè azzeccato visto chre non sono poi molte le persone che escono da lì con un collocamento. Entrano disoccupati ed escono, guarda caso, ancora più disoccupati di prima, se sono fortunati con un certificato che gli farà ottenere un misero assegno di disoccupazione.
C'è una disperazione e una mancanza di lavoro in giro da far spavento. La gente fatica a dar da mangiare ai figli e i politici che gli italiani hanno messo al governo trombettano qua e là, percepiscono salari gravidi ed edificano villette mentre l'Italia va a rotoli. Non voterò finchè non mi si presenterà davanti un uomo degno del mio voto e della dicitura "umano" (e non maiale allupato o mafioso pedante) che dà la Treccani.
Da brava me ne stavo ad aspettare il mio turno per avere finalmente nelle mani quella cazzo di esenzione da costi sanitari, assonnata e stordita dall'aria pesante che aleggiava negli uffici e annuendo alle circonvoluzioni verbali di una tizia del mio paese che ho trovato lì e che chissà di cosa diavolo ha blaterato per tutto il tempo.
La mia attenzione era in realtà calamitata da un ragazzo qualche passo davanti a me, che spiccava rispetto all'incolore paesaggio offerto dagli altri topi ingabbiati perchè...be prima di tutto perchè era bello come il dio del sole. Alto, longilineo, spalle larghe, vita stretta, pelle d'alabastro, capelli liquerizia burrosa, occhi come un buco nero i.n.f.i.n.i.t.o cazzo, zigomi alti, mandibola robusta, labbra d'ambra dipinte dalla musa delle arti. Insomma un dio.
Mi ha aiutato a recuperare il numeretto dalla srtupida macchinetta inceppata e abbiamo scambiato qualche parola. Lo strano è che ero a mio agio e lo fissavo negli occhi senza problemi. Ed era come restare avvinghiati in petrolio liquido e appiccicoso ed esserne risucchiati nelle sue viscere melmose. Ma la tizia continuava il suo bla bla bla impertinente, allontanando il carbone dalle fiamme. Gelandolo proprio il carbone.
Poi è venuto il suo turno e se ne va. Alllelujia. E io posso tornare a infuocare il carbone.
Nel bagno la finestra è aperta e fa entrare il pallido sole, fresco di brezza marina e qualche stridio di gabbiano subito offuscato da un ronzio persistente. L'azzuro del cielo filtra e colora le pareti. Solo dopo mi rendo contro che era il blu del mare a sortire l'effetto. E' che il mondo è sottosopra o io sono sottosopra e il mondo è sempre lo stesso.
E' un odore legnoso di orchidea e tè e zenzero, che penetra dalle narici dalla bocca da tutti i pori. Non sono mani ma serpenti terrosi e affamati quelli che frugano ovunque sulla mia pelle, cercando di scoprirne chissà quale segreto. Le guance bruciano, le mani fremono, il resto è si scioglie senza che lo comandi.
Non voglio che finisca. Voglio solo che continui così, senza avanzare, bloccato in questo istante.
Poi l'odioso scampanio annuncia il mio turno di andare agli sportelli. Torna subito l'aria pesante aa afferrarmi la gola e la vita incolore si dipinge davanti. Il ronzio fa fatica ad abbandanore il covo caldo delle mie orecchie, e un leggero stordimento lo attesta, mentro vado allo sportello.
Intrappolata come un topo da laboratorio nelle sedi fetide del centro di collocamento. Nome tutto fuorchè azzeccato visto chre non sono poi molte le persone che escono da lì con un collocamento. Entrano disoccupati ed escono, guarda caso, ancora più disoccupati di prima, se sono fortunati con un certificato che gli farà ottenere un misero assegno di disoccupazione.
C'è una disperazione e una mancanza di lavoro in giro da far spavento. La gente fatica a dar da mangiare ai figli e i politici che gli italiani hanno messo al governo trombettano qua e là, percepiscono salari gravidi ed edificano villette mentre l'Italia va a rotoli. Non voterò finchè non mi si presenterà davanti un uomo degno del mio voto e della dicitura "umano" (e non maiale allupato o mafioso pedante) che dà la Treccani.
Da brava me ne stavo ad aspettare il mio turno per avere finalmente nelle mani quella cazzo di esenzione da costi sanitari, assonnata e stordita dall'aria pesante che aleggiava negli uffici e annuendo alle circonvoluzioni verbali di una tizia del mio paese che ho trovato lì e che chissà di cosa diavolo ha blaterato per tutto il tempo.
La mia attenzione era in realtà calamitata da un ragazzo qualche passo davanti a me, che spiccava rispetto all'incolore paesaggio offerto dagli altri topi ingabbiati perchè...be prima di tutto perchè era bello come il dio del sole. Alto, longilineo, spalle larghe, vita stretta, pelle d'alabastro, capelli liquerizia burrosa, occhi come un buco nero i.n.f.i.n.i.t.o cazzo, zigomi alti, mandibola robusta, labbra d'ambra dipinte dalla musa delle arti. Insomma un dio.
Mi ha aiutato a recuperare il numeretto dalla srtupida macchinetta inceppata e abbiamo scambiato qualche parola. Lo strano è che ero a mio agio e lo fissavo negli occhi senza problemi. Ed era come restare avvinghiati in petrolio liquido e appiccicoso ed esserne risucchiati nelle sue viscere melmose. Ma la tizia continuava il suo bla bla bla impertinente, allontanando il carbone dalle fiamme. Gelandolo proprio il carbone.
Poi è venuto il suo turno e se ne va. Alllelujia. E io posso tornare a infuocare il carbone.
Nel bagno la finestra è aperta e fa entrare il pallido sole, fresco di brezza marina e qualche stridio di gabbiano subito offuscato da un ronzio persistente. L'azzuro del cielo filtra e colora le pareti. Solo dopo mi rendo contro che era il blu del mare a sortire l'effetto. E' che il mondo è sottosopra o io sono sottosopra e il mondo è sempre lo stesso.
E' un odore legnoso di orchidea e tè e zenzero, che penetra dalle narici dalla bocca da tutti i pori. Non sono mani ma serpenti terrosi e affamati quelli che frugano ovunque sulla mia pelle, cercando di scoprirne chissà quale segreto. Le guance bruciano, le mani fremono, il resto è si scioglie senza che lo comandi.
Non voglio che finisca. Voglio solo che continui così, senza avanzare, bloccato in questo istante.
Poi l'odioso scampanio annuncia il mio turno di andare agli sportelli. Torna subito l'aria pesante aa afferrarmi la gola e la vita incolore si dipinge davanti. Il ronzio fa fatica ad abbandanore il covo caldo delle mie orecchie, e un leggero stordimento lo attesta, mentro vado allo sportello.
mercoledì 24 novembre 2010
Mi affaccio alla finestra e vedo un prìncipe di nitrato e una princesa al caramello
Ci sono sempre. Sono in una di quelle finestre che la mia mente spalanca quando sono costretta ad evadere dalla mia squallida realtà per poter sopravvivere. Mi nutro di queste finestre suggendo il loro nettare, fiori incantevoli e ultraterreni, come un bambino che succhia con la cannuccia il gusto d’infanzia spensierata e gustosa del latte al cioccolato.
Ma chi sono? Che c’entrano con me. Non hanno senso, non seguono il filo logico che le altre finestre condividono. Non hanno motivo di essere. Eppure sono. E non è che facciano poi sto granché. Si limitano a essere. Oggi sono stati più vividi che mai al punto da impedirmi qualsiasi altro pensiero costruttivo o non. Forse è dipeso da una conversazione che ho avuto ieri a proposito di famiglia, matrimoni e bambini. Ma di questo parlerò dopo, non stasera. Oggi voglio parlare di loro, solo di loro, batuffoli di caramello e nitrato.
Sono due i bambini nella finestra, la più radiosa e pulsante a un ritmo punk-rock apparentemente extradiegetico, ma solo apparentemente e te ne accorgi se lanci lo sguardo più in profondità, oltrepassando il quadretto bucolico che inizia la cornice.
Il cortile in cui i bambini risiedono è indeciso e non ha fantasia di dettaglio, il contesto è lasciato al caso che lo mutua da quello più vicino e meno faticoso, quello di casa mia, per poter concentrarsi ed esplodere nei particolari dei bambini.
Stessa altezza e probabilmente stessa età, stessa luce negli occhi, vivida e cosciente, abbacinante e attraente come un faro in mezzo al mare d’inchiostro. Stessi lineamenti minuti e morbidi, stesse fossette, stesso mento puntuto, identiche fossette ai lati delle labbra minute, di pesca, nasino a patata…ti fanno intuire una certa parentela, fratelli forse, gemelli quasi certamente: anche se l’amalgama di colori che li dipinge sono in antitesi, sembrano compenetrarsi, come provengano da opposti nati per fondersi, per essere due parti della stessa anima.
Il bambino è un capetto, ha l’aria del duro sotto il ciuffo birichino, un’acconciatura e un dinoccola mento simil-priesley, interludio al gioco oltre che manifesto di un destino marchiato nel sangue dai suoi geni e dal suo mondo. Tutto compreso in un atteggiamento da duro che riesce a reprimere a stento un’innata vivacità, mentre mima e rappresenta col più vivido fervore, qualcosa a un gruppo di individui sfumati insieme al resto del complesso, non importanti, accessori. Racconta della mamma e del papà e degli zii il capetto, per la centesima volta al centesimo gruppo di estranei, fiero dell’attenzione che la sua pantomima riesce sempre a catturare, nonché degli apprezzamenti in risolini e applausi che raccoglie. Principe della scena anche se solo marionetta in una rappresentazione di burattini; pendono tutti dalle sue labbra, però gli altri burattini. Gli occhi saettono ora socchiusi e ammiccanti, ora si intondano a simulare la sorpresa che ciò che sciorina velocemente dalle sue labbra e ripesca nella memoria gli produce ancora, affinché, riflettendoli nel suo sguardo, il suo pubblico intenerito e ridanciano possa ritrovare quella sorpresa che lui stesso provò nell’evento del racconto.
Qualsiasi sia l’aneddoto che racconta.
Visto gli apici di convulsioni raggiunti dalle manine frementi nel tenere in mano un’immaginaria chitarra, starà riportando la sua più recente storiella preferita, che da settimane rigira e infiocchetta come un pacco regalo non ancora perfetto, facendola lievitare ogni volta esponenzialmente. Trattasi del suo esordio sul palco durante il concerto degli G., la band rock dello zio. Con quale sicumera e concentrazione tenne il palco suonando la sua piccola chitarra senza farsi distrarre dal tripudio di luci, senza essere intimorito dalle urla dei fan, inguainato nel chiodo di pelle minuscolo ma per altro identico a quello dello zio. Era solo una calma apparente, tutta suo padre, lei sapeva che dentro stavo scoppiando. Per quanto abituato a quegli ambienti anomali per un bambino di quattro anni e mezzo, lei ha sentito il suo battito, ha percepito il suo cuoricino tamburellare frenetico, proprio lì, contro il suo petto, è sicura di poterne rintracciare il solco che ha lasciato e che sente ancora bruciare. Quando lui la abbracciò forte forte forte, dopo l’esibizione, occhietti affannosi e spauriti da scacciare via tra le braccia della mamma. Dio…quell’abbraccio così stretto, così contratto, la spaventò. Cosa poteva significare? Cosa c’era dietro quegli occhietti ghiaccio grigi che lei non era stata abbastanza abile da cogliere? Che avessero fatto male a consentirgli fare un passo del genere a quell’età nonostante lo desiderasse? Né lei, né il suo papà, si sanno dare una risposa, ma lei teme…teme che un anfratto oscuro possa essersi sedimentato nell’animo di Renèe e teme soprattutto che lei non riesca a scovarlo per frantumarlo prima che mossa attanagliargli l’anima.
Per ora però, per ora è il bimbo più felice della terra. E lei, la donna più felice e chi lo avrebbe detto? Lei felice con questi piccoli tesori tra le dita, con questi trionfi di dolcezza, vita e perfezione da accudire e coccolare. Quando li tenne in braccio la prima volta non era felice, non era intenerita, non era spaventata, era solo sicura, sicura che avrebbe dato la sua anima in pasto al diavolo per poter proteggere la serenità di quegli occhi, noccioline sgranate. Loro deve essere il regno più bello, di sole e oceano, come il portogallo nelle favole. Lui il suo prìncipe. Lei la sua princesa. E il rei…. Il suo bellissimo rei di cannella e dagli occhi di nitrato d’argento, che Renée ha ereditato con sfumature più chiare e glaciali. Il capelli di spaghetti d’ebano sono della mamma, come la pelle diafana e gli zigomi alti. Un batuffolo di stridenti contrasti fioriti insieme alla personalità inedita sia per mamma che per papà, vivace e baldanzosa, indipendente… Ma ci sono degli istanti in cui un’ombra gli cela lo sguardo, e lì diventa come lo zio, identico, dagli occhi tristi e lo sguardo tormentato. Solo i baci di vaniglia della mamma, i biscotti allo zenzero che gli odorano l’alito di vampe speziate per ore visti quanti è in grado di ingurgitarne, possono ristabilire l’ordine. Ma lei teme, teme che un residuo della sua maledizione possa essergli stato trasmesso…al suo prìncipe e forse più alla sua princesa.
Dolce come una cascata di marshmallow avvolti in fili di zucchero filato e intinti nel cioccolato fuso, la sua princesa… Riflessiva, silenziosa, a quattro anni già lettrice con gli occhi spalancati su mondi meravigliosi.
E’ lei. Si rivede in tutto: stesso modo di essere, stesso modo di pensare, stessi sogni a occhi aperti. Ma è molto più precoce, molto più intelligente, molto più in gamba e desiderosa di conoscere e vivere. Forse perché ha la mamma a stimolarla e il papà a proteggerla e gli zii a riempirla di tenerezza. Basteranno a tenere a bada il demone? Teme che con quegli occhi di nocciola che le ha passato, anche il destino della sua vita triste possa averle trasmesso, come una dannazione da cui è arduo esimersi, incisa nei riflessi oculari. La sua vita maledetta… quella di prima…prima di sbattere contro di loro, contro il suo re di nitrato d’argento e cannella, contro quei disperati come lei che l’hanno salvata….Se non avesse trovato, un giorno, per caso, un re alla cannella cosa sarebbe di lei? Se non avessi conosciuto i suoi amici-fratelli-sestessainaltricorpi, dove sarebbe? Non nel mondo dei vivi, non a vivere di certo…
La princesa è irrequieta oggi. Stringe le ginocchia sottili tra le braccia, apre e chiude il libro che le dorme in grembo, si dondola impercettibilmente.
Un sorrisetto attento e tirato increspa le labbra della mamma… lei lo sa perché freme. Vuole tornare a casa invece di star lì a perdere tempo aspettando che lo stupido tecnico apra lo stupido portone bloccato, vuole scoprire se ha funzionato, se le fate hanno mangiato il suo dolce e hanno lasciato dei messaggi di amicizia per lei. L’hanno scovata insieme. la ricetta del dolce che amano le fate, in un vecchio libro trovato dalla mamma per caso, durante un viaggio di lavoro: un librone rilegato, antico e polveroso, pieno di pagine arricciate e splendidi disegni di tutti i tipi di fate. E’ un’esperta la princesa, di fate e delle loro storie, del loro mondo e dei loro poteri.
Tre mesi ci sono voluti alla mamma per rifinire quel piccolo capolavoro di cesello, mentre la notte la celava agli occhi dei bambini. Con che scrupolo ha raccolto vari tipi di fiori da inserire nell’albo, arricchendo di storie le splendide figure ricercate in volumi più affidabili, come quelle degli alberi fatati in cui queste risiedono. Gli occhi di miele e nocciola della piccola Charlotte non sapevano su cosa indugiare, o se era meglio correre a guardare leggere e sapere tutto…lo sta imparando a memoria! Le ha regalato un piccolo sogno, ed è bello potervi partecipare, visto che quelli notturni sono a lei esclusi. Lo ha fatto per questo: per poter essere parte dei suoi sogni, affinché niente della sua princesa le sfugga, mai. Ora vanno insieme alla ricerca dei fiori e degli alberi giusti, negli stessi campi che percorreva nella sua infanzia, ma con le dita della sua piccola Charlotte, affascinate e serrate strette attorno alle sue, i capelli di boccoli al miele che molleggiano cadenzati dal passo, il caramello della sua pelle ad aleggiare ovunque. Ha accettato la competenza della mamma in fatto di fate come qualcosa di scontato, dovuto, forse visto il suo mestiere che la tiene a contatto con i libri che tanto amano entrambe. E’ bello sapere che sua figlia la stima. La ripaga di tutto. E’ bello sapere che il suo prìncipe non chiude gli occhi senza che lei gli baci la fronte, che il suo re ha portato una busta di caramelle al lampone con sé, in viaggio, per poter assaporare il gusto delle sue labbra.
E’ stato bello anche cucinare insieme ai due batuffoli laboriosi e ingolositi, il dolce per le fate. Un piccolo capolavoro di sua invenzione quello, ne è uscito fuori una strana forma di torta, bella quanto il profumo che spande è goloso, che il popolo amerebbe senz’altro. Di certo lo ameranno il re e i suo luogotenenti quando ci raggiungeranno finalmente per l’estate! Tanto quanto Renèe di certo, piccato di non poterlo assaggiare perché Charlotte ha deciso che è solo per le sue future amiche alate quel piccolo capolavoro di gusto e colori: cioccolato, sfoglia, crema di nocciole, waffel, marmellata e c’è anche burro di noccioline! Tutto orchestrato ad arte, la consistenza dei sogni è quella, per Renèe e Charlotte. E per la mamma,è il poter godere dei volti estasiati del suo prìncipe di nitrato e della sua princesa al caramello.
martedì 2 novembre 2010
Mangio nuvole nate dalla terra
Sto crollando ma voglio provarci ora a fare sta cosa. Ora che ancora mantengo nel naso l’odore della mia cena, che la lingua ne ricerca il sentore di vita esplosiva e la dolcezza ineguagliabile. Domani avrà un altro colore, il ricordo di un altro gusto, sbiadito dai miasmi della notte.Voglio provare a descrivere i sapori della futta di stagione che ho mangiato famelicamente, questa sera, sorvolando nuovamente sulla dieta, ma di mangaire ancora merluzzo non c’avevo voglia. E poi la composizione di quel piatto era così bella che se è vero come è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, allora la soddisfazione è multisensoriale e i medaglioni di merluzzo non ne escono bene per niente. Su tutti i fronti.
Mi sono resa conto, scrivendo in questi giorni, che descrivere un gusto, una forma, un colore e farli combaciare agli stati d’animo del momento, alle situazioni, è difficile e interessante, perchè esistono in realtà aggettivazioni ben precise, parole perfette a definirli, frasi da comporre ma che una volta azzeccata la forma più giusta, sono uno spettacolo, più che per palato e occhi questa volta, per la mente. Esercizio simile a quello di “Al mercato con mamma”, ma più sfizioso. In realtà credo di aver scritto un sacco di baggianate ma non mi sono posta censure in questo blog e questo è quello che c’è nella mia testa. Non molto confortante direi…
Secondo giorno che mi spazzolo un piattone tutt’altro che poco calorico come qualcuno può pensare (anche se sono composte da zuccheri semplici sempre zuccheri sono), di frutta autunnale. In questo c’erano: cachi, pera, mela, chicchi d’uva chiara.
PERA: nient’altro ha la forma confortevole e ridente della pera. Tenerla tra le mani mi dà sempre l’impressione di stringere un oggetto fatato, scolpito dal più abile degli artigiani del il piccolo popolo, con questa forma seducente apposta per incantare i pittori che l’hanno dimpinta in centinaia di nature morte. Una forma che ha una ragione particolare che a me sfugge. Per aprire una porta? La forma della pera può aprire una porta? Il peduncolo sarebbe l’estremità della chiave, il fondo fatto apposta per confortare la mano che impugnerà la maniglia, per girarla ed entrare.
Quella che ho scelto è una pera particolarmente distinta, sottile fortemente periforme, gracile in cima, arcuata in vita e improvvismante tondeggiante di fianchi, sferoidale e tornita, piena come una donna gravida, matura come la terra che l’ha prodotta in questa stagione. Il peduncolo di corteccia secca e legnosa, estende la sua abbronzatura a quasi tutta la buccia spugnosa: la metà superiore della pera, contamina l’altra metà con lentiggini di tabacco su sfondo giallastro soffuso di verde blando, timido, appena accennato. La buccia si sfalda in ruggine liquida tra le mani mentre la sbuccio e cela una polpa avorio all’etremità superiore, dove scrocchia sotto i denti come biscotto fresco e duro. La parte tonda si sciolglie già al tocco dato il grado di maturazione: è di un bianco-giallastro, cremoso. Ogni morso sprigiona rivoli di succo liquido e “granuloso sulla lingua” (questa la rubo a “La città degli angeli”…), sugosa. Zuccherina, rinfrescante, aromatica. Semini al centro, un cuore di lacrime nere, il vero tesoro non era la chiave, dunque….
MELA: o meglio pomo, imparo ora che è un falso frutto. Da wikipedia: “Il carattere di falso frutto del pomo deriva da una particolarità che lo contraddistingue da altri veri frutti; di fatto quello che si considera "frutto" (inteso come parte commestibile) è solo il ricettacolo fiorale che cresce formando parte prevalente (come massa), rispetto alla parte centrale (torsolo) che è quella derivata dalla fecondazione; tale parte centrale, (che per definizione è definita invece "frutto"), avvolge e contiene i semi. Quindi la parte del torsolo che contiene i semi è il vero frutto delle pomacee (mele, pere, cotogne), la parte accresciuta attorno non è originata della fecondazione e quindi non è botanicamente definibile come frutto
Falso frutto o no è regale come pochi, forse per la carica leggendaria e favolistica che ha ispirato nell’uomo nei secoli. Da bambina cercavo la mela perfetta, la più rossa possibile, per morderla e perdermi nel sogno rotto solo dal bacio del bel principe, ma non è mai successo per quanto riprovassi: il mio destino e quello di Biancaneve non coidono, evidentemente. Non so quanto sia un male alla fine quella lì mi pare tanto una bambocciona! Sempre wikipedia “La mela è da sempre alleata della bellezza: ha un bassissimo apporto calorico e, grazie alla pectina, aiuta ad eliminare dal corpo le sostanze tossiche”. Ecco perché è stata scelta da Paride come pomo delle discordia… non lo sapevo. Devo leggere e interpretare le leggende greche: sono così ricche di simbologie che potrebbero essere quel genere di letteratura perfettamente adeguata a me che ancora non ho del tutto trovato.
Golden è il tipo di mela che mangio più spesso. Con tutte le mele che mi sono sparata nella mia vita dovrei essere bellissima, ma non credo abbia funzionato nel mio caso. Gialla, giallissima, colore del sole, forma del sole che si è fuso con un cuore. Anche il colore del cuore ha ereditato perché è striata di rosso scarlatto. La polpa è compatta, piena, densa, solo a tratti farinosa, plastica e porosa se ne succhi il sangue cremoso. Ma per lo più è croccante. Aromatica, agrodolce, tenera, polposa, balsamica.
CACHI: E’ troppo buono, è troppo bello. Soffice, di una consistenza anomala che deve appartenere più al cielo che alla terra. Sembra di stringere una nuvola troppo matura, da spremere e assaggiare. Le nuvole possono avere solo un sapore così buono e la bellezza soffusa dello zucchero filato. “L'albero del kaki è infatti oggi considerato "l'albero della pace", perché al devastante bombardamento atomico di Nagasaki, dell'agosto1945, sopravvissero soltanto alcuni alberi di Kaki.” E’ dolce e non ci sarebbe altro da dire. Ma non è un dolce stopposo e melenso. E’ morbido e profumato, vanigliato, mielato. Scivola in gola senza resistenza, viscido in alcuni tratti, filaccioso e resinoso in altri. Buccia fragile e opaca, dal colore dell’autunno maturo. Spalma una trasparenza vischiosa sulle dita che se “non lecchi godi solo a metà”. E’ unico ed è un peccato che duri così poco. O forse no perché la sua precarietà lo rende una sfera preziosa dal ciuffo elaborato, compete con l’orbe del Papa e vince. Ha parecchie calorie quindi forse meglio che duri così poco…per me.
UVA: Chiara, gemmata, dagli acini levigati, arrampicati al grappolo carico e triangolare. Dolce, vellutata sulla lingua, asprigna se si mordono i semini, con un leggerissimo retrogusto di mosto. Ha l’odore dei campi seminati e sterminati di vite. E’ succosa, rinfrescante, morbida, sprigiona mille sensazioni ad ogni morso e non riesci a distinguerli perché si amalgamano per scomparire subito. Ma è un sapore lucido per un attimo ti abbaglia e non ti fa smettere di mangiarla. 60 calorie ogni 100 gr.: auguri.
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Queste - delicatissime - parole mi hanno spinta a variare le mie abituali scelte letterarie e a leggere questo libro. Mi erano state decantate lodi e pregi di Fannie Flagg, "fantomatica dea della parola, capace di creare ridenti ambientazioni alla Mulino Bianco, con pagine magicamente odorose di cappuccino e brioche all'uvetta, storie rette e personaggi de-li-zi-o-si, al limite tra sostanza di azioni e levità di spirito".
E io, piena di dignitosa abnegazione: "Mah, che le mie velleità filo-classiche mi tarpino in un intellettualismo pregiudizievole, il male di ogni lettore? Suvvia, tentar non nuoce".
Così mi trovo a seguire le roboanti (proprio) avventure di Dena, la protagonista di questa eccelsa tragicommedia (ebbene sì, anche nel Mulino Bianco c'è del tragico): una superbellissima, superbiondona, superintelligente, supergiornalista superfamosa e (che te lo dico a fare) superingambissima! Ma non fatevi ingannare: ha anche uno spirito profondo, inquieto. Lei... che passa il suo tempo a far cose straordinarie ahò, mica scherziamo qui! La nostra protagonista è fuori dai canoni stantii della normalità, è brillante, intraprendente, mai banale, in una parola è sorprendente. Trascriviamone un rappresentativo spaccato:
"Da bambina passava ore a guardare la gente attraverso i vetri della finestra. Lo faceva dagli autobus, dai treni in corsa: guardava la gente dentro le case e le sembravano tutti felici e contenti. Le sarebbe piaciuto entrare anche lei in una di quelle case, ma non sapeva come fare."
Uau. No, dico: U-A-U.Cosa c'è al mondo di meno banale?! Sapreste dirmelo? No, scommetto di no.
Abbiamo poi i parenti di Dena, che con la storia non ci azzeccano una mazzafionda, ma la loro presenza giustifica il paese del Mulino Bianco, con la casetta profumosa e linda e il giardinetto e l'amichetto vicino e tuuuuuuutto l'amore del mondo convogliato lì. A queste persone capitano cose prive di qualsivoglia senso in questa storia e in qualsiasi altra storia concepita da essere pensante. In questo mondo e in qualsiasi altro. Ovvero, non capita loro assolutamente niente. A parte che mangiano la marmellata di Kiwi.
Eh sì, ma che vi aspettavate? Queste sono le atmosfere magiche della Flagg! Tutti impeccabilmente bonari e sorridenti a mangiare marmellata di kiwi. Puoi prenderli a padellate sul grugno e non alzerebbero mano contro di te se non per porgerti calorosamente l'altra guancia. Chi non vorrebbe vivere a Elmwood Springs?! Potrebbero sembrare degli psicolabili, ma no no no, non Fannie Flagg, non nel regno del Mulino Bianco!
Altro personaggio fondamentale - senza di lui la trama ne risentirebbe troppo, sarebbe un altro libro, mamma mia no! meno male che esiste!- lo psicanalista Gerry, che si innamora pazzamente e irrimediabilmente della nostra protagonista nonostante non l'abbia frequentata mai. Se non durante le sedute di psicanalisi, in quanto Dena è una sua cliente.
Sì sì, esattamente: è un transfert al contrario, quello che abbiamo qui. Non è geniale?! Un colpo di scena dalla nostra Fannie! Chi se l'aspettava? Ah, io no di certo. Chi poteva immaginarsi che un uomo mediamente intelligente e NON MALATO DI MENTE, potesse provare vero e sacrosanto amore per una sua paziente, senza neanche esserci uscito insieme eh, (non scherziamo! Lui è puro non fa queste cose!) e dichiararsi, per telefono, per poi restare invaghito di lei per anni anni anni senza che la veda neanche più. E perfavore, voi, che state sempre a cercare un viluppo sensato e una storia d'amore intelligente! Questa è magia. M-A-G-I-A.
Ma vediamo il momento agognato del coronamento dell'amore vero. Sesso, per intenderci. E vediamo come la nostra grandiosa scrittrice, maga delle atmosfere pennellate, fa la sua magia. Shh. Suspance:
"La mattina dopo, Dena si svegliò per prima e lo vide ancora addormentato col suo pigiama azzurro. Non avrebbe mai capito come, ma un attimo dopo stavano facendo l'amore, e per essere la prima volta fu davvero soprendente. Non si aspettava che lui fosse così appassionato, e neppure di lasciarsi andare fino a quel punto. Da quanti anni non andava a letto con qualcuno da completamente sobria? Fu un'esperienza nuova e molto piacevole."
Questo è scrivere signori: Dena non si aspettava che Gerry fosse appassionato. E neanche noi! Grazie Fannie, grazie per avercelo descritto così limpidamente. E per averci intrigato con tanto portentoso desiderio: "per Dena fu un'esperienza molto piacevole". E che vuoi di più dalla vita? "un'esperienza molto piacevole", mica bau bau miccio micio. Immagino tutte le donne a questo punto della storia, rodersi il fegato per non essere nei panni di Dena, tra le braccia di tale portento di passione.
Ma Gerry? Dopo anni a sognare questo momento? Cosa pensa il focoso Gerry? Diccelo, Fannie:
"Gerry, che immaginava e sognava quei momenti da mesi, ne fu altrettanto meravigliato: la realtà aveva superato di gran lunga le sue fantasie... e non erano fantasie da poco".
Basta. Stop. Fine. La sottigliezza della Flagg, non ha paragoni: poteva descriverci quello che è successo tra le lenzuola, ma che intollerabile banalità! Che caduta di stile per lei e le sue magiche ambientazioni! Inoltre, se neanche Gerry poteva immagirnarselo visto che "la realtà aveva superato di gran lunga l'immaginazione" (di gran lunga, prego nota bene), figurarsi una povera scrittrice che si è ritrovata lì per sbaglio!
Ehhhh Gerry Gerry, sei un mascalzoncello! Anche le tue fantasie "non da poco", noi esseri spartani possiamo solo sognarcele, non sia mai che Fannie Flagg, emerita scrittrice, si azzardi a fare una sola volta nel libro, qualcosa che gli emeriti scrittori solitamente fanno: scrivere quello di cui parla. Che poi, in 500 pagine non parli assolutamente di niente, è un altro discorso.
Morale della favola: voi vi tenete i vostri "libri leggeri", le storielle sciape, Fannie Flagg - emerita scrittrice e il suo paese di psicotici, che io mi tengo i miei classici e i miei mattonazzi pesanti e incomprensibili ai più.
E siete pregati di non frantumare più la mia gioia di leggere, propinandomi codeste corbellerie solo perchè siete affetti da abulia sentimentale.
Grazie.