Sai che succede quando conosco qualcuno?
Niente.
Nella stragrande, noiosissima, maggioranza dei casi, tutto permane in uno stato di normalità grigiastra, senza fremiti o scintille ad alterare la staticità del mondo. E non c'è niente di più palloso di un mondo statico.
Poi ci sono quelle volte... poche, flebili, secondarie al punto da risultare sorvolabili.
Sono come un soffio nell'uragano, indistinguibili dal resto. Non fosse che hanno la capacità di sconvolgermi come mille uragani non potrebbero mai fare.
Quando conosco qualcuno, allora, succede che mordo via un pezzo di me e lo do a lui. Brucia, ma non riesco a non farlo. Gli do me di parole, di pensieri, me di canzoni e di progetti, di concerti visti e da vedere, di storie scritte e da scrivere. Me di cioccolata e lacrime. Di demoni e sorrisi timidi. Me di momenti con lui.
Non succede mai che io resti scissa da lui, senza mordere a mia volta una parte di lui e amalgamarla alla parte di me. Come bile, squarcia il tessuto di un mondo che ora trema, freme. La staticità bigotta e mortifera del mondo sembra esser finalmente persa, per sempre.
Sembra.
Finchè la staticità non esige il suo salato scotto e lui se ne torna a riempire lo sguarcio di grigio che ha lasciato nel tessuto del mondo. A me resta solo l'impronta del fremito, un ricordo troppo scialbo per sovrastare il rinnovato grigiore.
Ecco qual è il mio dannato errore. Potessi tenermi distante, potessi non fondermi, potessi non fidarmi del suo tremito, allora tutto tornerebbe normale e quando lui si ritira, io potrei ricucirmi alla perfezione, senza lasciar squarci.
Io per lui sono solo soffio tra i tanti che compongono il suo uragano. Getta dentro ognuno di essi la sua testa e respira a caso, senza distinguerne le diverse fragranze. Un soffio vale l'altro, è così che la sua trama può restare sempre statica e grigia, pur aspirando un po' di tutti i soffi. Elimana il soffio che turbina troppo, la staticità è nel grigiore dei soffi previsti.
Ecco cosa devo imparare a fare. Non dare me, non assaporare lui, ma tenere a portata di mano qualche soffio stantio, in cui gettare la testa e respirare, per ossigenare i polmoni e sopravvivere. Senza il gusto di un afrore dolce, senza il tremito di uno squarcio anomalo.
Come fa lui...
Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
giovedì 26 luglio 2012
La staticità dei soffi previsti
martedì 24 luglio 2012
Rainy
E ho ripreso a scrivere.
A scrivere la tesi, a scrivere il mio racconto, a riempire la moleskine di pensieri scuciti dal vento, a scrivere su questo stupido blog. A scrivere niente perchè sono le dita e guidarmi e a battare da sole, gli occhi non toccano lo schermo e non rileggerò niente. Vomito solo parole, se tutto esce sotto forma di parole, forse non dovrò vomitare niente in altre forme.
E' arrivata la pioggia col cielo plumbeo a sparger grigio avunque e io respiro l'odore dell'asfalto bagnato, la miglior cura a qualsiasi forma di asma congenito o psichico, solo che ancora nessuno lo sa tranne me.
E ho ripreso a scrivere...
A scrivere la tesi, a scrivere il mio racconto, a riempire la moleskine di pensieri scuciti dal vento, a scrivere su questo stupido blog. A scrivere niente perchè sono le dita e guidarmi e a battare da sole, gli occhi non toccano lo schermo e non rileggerò niente. Vomito solo parole, se tutto esce sotto forma di parole, forse non dovrò vomitare niente in altre forme.
E' arrivata la pioggia col cielo plumbeo a sparger grigio avunque e io respiro l'odore dell'asfalto bagnato, la miglior cura a qualsiasi forma di asma congenito o psichico, solo che ancora nessuno lo sa tranne me.
E ho ripreso a scrivere...
lunedì 23 luglio 2012
Ansiogenia da esami
Cosa fare della propria vita quando si finiscono glie sami universitari? basterà la tesi a colmare l'ansiogeno vuoto che questi lasciano? O è un' ansia troppo remissiva quella della tesi, per competere con quella degli esami, più rapace, onnicomprensiva e salace con tutto il pot pourri che si porta appresso di inadeguatezze e vuoti cosmici?
Non lo so ancora.
Mo' ci provo a vivere qualche giorno senza ansia da esami universitari e poi, poi vi dico....
Non lo so ancora.
Mo' ci provo a vivere qualche giorno senza ansia da esami universitari e poi, poi vi dico....
venerdì 1 giugno 2012
Tredici suicidi
Frances e Courtney, Sarò al tuo altare altare. Per favore Courtney,
tira avanti, per Frances, per la sua vita perché la sua vita sia molto
più felice senza di me. TI AMO. TI AMO.
Kurt Cobain, musicista 8 Aprile 1994
- ”Arrivederci a tutti!”
Le ultime parole saltando dalla nave da crociera Orizaba (il suo corpo non fu mai più ritrovato)
Hart Crane, poeta, 27 April 1932
- “Ai miei amici. Il mio lavoro è fatto. Perché aspettare?
George Eastman, inventore, 14 March 14, 1932
- Quando tutto l’utile è esaurito, quando si è sicuri di una morte inevitabile e imminente, è il più evidente diritto umano scegliere una morte rapida e semplice al posto di una lenta e dolorosa.
Charlotte Perkins Gilman, scrittrice, 17 agosto 1935
- ” E ora, in linea con la politica di Canale 40 di portarvi sempre le ultime notizie sanguinose a colori, state per assistere a un’altra esclusiva, un tentativo di suicidio..
Chris Chubbuck, che è riuscito nel tentativo il 15 luglio del 1974
- Non preoccuparti, non è carica
Terry Kath, musicista rock, morto il 23 gennaio 1978 mentre giocava alla roulette russa
- Hanno provato a uccidermi, li ho preceduti!
Vachel Lindsay, poeta, 4 Dicembre 1931
- Deve finire. Non c’è rimasta speranza. Sarà in pace. Nessuno ha niente a che fare con questo. La mia decisione è definitiva.
Freddie Prinze, comico, 29 gennaio 1977
- Caro mondo, ti sto lasciando perché sono annoiato. Mi sento di aver vissuto abbastanza. Ti sto lasciando senza preoccupazione in questa dolce vasca. Buona fortuna.
George Sanders, attore inglese, 25 aprile 1972
- ”Il campionato è finito.” Niente più giochi, niente più bombe. Niente più comminate. Niente più divertimento. Niente più nuoto. 67, sono 17 anni oltre i 50,. 17 di più di quelli di cui avevo bisogno e volevo. Noioso. Sono sempre stronzo. Non diverto nessuno. 67. Stai diventando avido. Recita la tua vecchiaia. Questo non farà male.
Hunter S. Thompson, author, 20 febbraio 2005
- A Harald, possa Dio perdonarti e perdonarmi, ma preferisco togliermi la vita insieme al nostro bambino, prima di mostrarlo con vergogna o di ucciderlo, Lue.
~~ Lupe Velez, attrice, 23 dicembre 1944
- Non credo che le persone debbano togliersi la vita senza profonda e attenta riflessione durata un lungo periodo di tempo.
Wendy O. Williams, artista punk rock , 6 aprile 1998
- Sono sicura che diventerà matta ancora. Sento che non possiamo attraversare un atro di questi brutti periodi. E che non mi riprenderi questa volta. Comincio a sentire le voci.
Virginia Woolf, scrittrice 28 marzo 1941
Kurt Cobain, musicista 8 Aprile 1994
- ”Arrivederci a tutti!”
Le ultime parole saltando dalla nave da crociera Orizaba (il suo corpo non fu mai più ritrovato)
Hart Crane, poeta, 27 April 1932
- “Ai miei amici. Il mio lavoro è fatto. Perché aspettare?
George Eastman, inventore, 14 March 14, 1932
- Quando tutto l’utile è esaurito, quando si è sicuri di una morte inevitabile e imminente, è il più evidente diritto umano scegliere una morte rapida e semplice al posto di una lenta e dolorosa.
Charlotte Perkins Gilman, scrittrice, 17 agosto 1935
- ” E ora, in linea con la politica di Canale 40 di portarvi sempre le ultime notizie sanguinose a colori, state per assistere a un’altra esclusiva, un tentativo di suicidio..
Chris Chubbuck, che è riuscito nel tentativo il 15 luglio del 1974
- Non preoccuparti, non è carica
Terry Kath, musicista rock, morto il 23 gennaio 1978 mentre giocava alla roulette russa
- Hanno provato a uccidermi, li ho preceduti!
Vachel Lindsay, poeta, 4 Dicembre 1931
- Deve finire. Non c’è rimasta speranza. Sarà in pace. Nessuno ha niente a che fare con questo. La mia decisione è definitiva.
Freddie Prinze, comico, 29 gennaio 1977
- Caro mondo, ti sto lasciando perché sono annoiato. Mi sento di aver vissuto abbastanza. Ti sto lasciando senza preoccupazione in questa dolce vasca. Buona fortuna.
George Sanders, attore inglese, 25 aprile 1972
- ”Il campionato è finito.” Niente più giochi, niente più bombe. Niente più comminate. Niente più divertimento. Niente più nuoto. 67, sono 17 anni oltre i 50,. 17 di più di quelli di cui avevo bisogno e volevo. Noioso. Sono sempre stronzo. Non diverto nessuno. 67. Stai diventando avido. Recita la tua vecchiaia. Questo non farà male.
Hunter S. Thompson, author, 20 febbraio 2005
- A Harald, possa Dio perdonarti e perdonarmi, ma preferisco togliermi la vita insieme al nostro bambino, prima di mostrarlo con vergogna o di ucciderlo, Lue.
~~ Lupe Velez, attrice, 23 dicembre 1944
- Non credo che le persone debbano togliersi la vita senza profonda e attenta riflessione durata un lungo periodo di tempo.
Wendy O. Williams, artista punk rock , 6 aprile 1998
- Sono sicura che diventerà matta ancora. Sento che non possiamo attraversare un atro di questi brutti periodi. E che non mi riprenderi questa volta. Comincio a sentire le voci.
Virginia Woolf, scrittrice 28 marzo 1941
sabato 12 maggio 2012
My memory in that book
Centellinare le parole di un libro per consentire al cristallo di un ricordo di estendersi, resistere oltre ogni sua realistica prospettiva di vita.
mercoledì 2 maggio 2012
Patti Smith si è fermata a Eboli.
La totale eliminazione di ogni briciola di te dal mondo, la può comprendere solo chi vive nell contingenza perpetua. Al pari dei fiori.
E chi attraversa Eboli, dove Cristo si fermò e Patti Smith non è mai arrivata. Cristo va dove va Patti Smith e Patti Smith è Cristo.
"Le vedi le orme? Lì, sulla spiaggia. Sono le mie".
Sono solo orme.
Non chitarre alla vaniglia.
Non baci stonati.
Non occhi di tempesta.
Il mondo non ti vede e te lo dice per telefono.
E chi attraversa Eboli, dove Cristo si fermò e Patti Smith non è mai arrivata. Cristo va dove va Patti Smith e Patti Smith è Cristo.
"Le vedi le orme? Lì, sulla spiaggia. Sono le mie".
Sono solo orme.
Non chitarre alla vaniglia.
Non baci stonati.
Non occhi di tempesta.
Il mondo non ti vede e te lo dice per telefono.
sabato 28 aprile 2012
domenica 22 aprile 2012
La famiglia Smargiassi
Domenica mattina. Una tizia a caso si gusta il suo cappuccino superiperschiumoseggiante svirgolando tra le conversazioni-tipo facebookiane.
Così. Giusto perchè la tizia a caso ha bisogno di ringalluzzirsi un po', di ricollocare le cose del mondo nella casistica che spetta loro di diritto. Ultimamente se ne sono andate a zonzo per i fattacci loro, le cose del mondo, non che non l'abbiano sempre fatto, ma il troppo stroppia. Serve ordine. E gli inquietanti abitanti del suo ridente paesello, si prestano ottimamente alla bisogna. Le loro conversazioni - accomunate per pensieri brillanti, tormentati, profondi- in particolare, comportano un doppio, combattuto esito nell'animo della tizia a caso: vergogna e disperazione per lo stato in cui versano le ultime generazioni italiane; sentita riconoscenza per la loro illimitata stupidità che compensa le sue carenze e le rende quantomeno accettabili. Con buona pace del suo ego e del suo senso di perenne inadeguatezza.
La tizia a caso non poteva esimersi dal lasciare in ombra conversazioni capaci di scatenare esiti tanto potenti. Quindi la riporta. Opportunamente truccata. Ma ricordate: lei è solo il mezzo, l'ambascitor che non porta pena. Il resto è tutta raffinata farina tratta dal sacco dei facebookiani abitanti del ridente paesello di Montesega, incastonato a valle tra Monzero, Montesega superiore e uno zaffiro grezzo di mare adriatico (con gli esplicativi sottonomi romanzati di "Nullandia" e "Il regno delle pinzilacchere").
Precede un breve excursus-vitae dei personaggi coivoilti nel dramma, gentilmente offerto dalla tizia a caso per una maggiore compenetrazione del lettore in eventi, cose, luoghi e persone.
appartenete al filone "Chi non vorrebbe crescere a Montesega, il Regno delle pinzillacchere!"
Personaggi della commedia:
Sabato sera. Facebook. La sottile capacità espressiva dei messaggi, le allusioni celate alla poliedricità dei luoghi paesani coperti, lasciano intendere, non richiesto, l'avanguardia dei mezzi di comunicazione scelti per comporre i messaggi. Le parole centellinate in un minimalismo caratterizzante l'animo angusto e anomalo del personaggio.
Stato facebook di Zeta: "Mi mangio il plumcake di cioccolato! Yeeee!"
Mollìca: do ve'? chi ce l'ha? ne voglio un camion!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! scherzo scherzetto!!!!!!! (Durante lo scambio si capirà, un climax nel climax, che è Anacreonte a impossessarsi del contatto facebook della moglie (un atto di attiva ribellione verso l'immota casta giuridica che rappresenta? o solo un tentativo di riappropriarsi del titolo di patriarca sottrattogli dalla moglie-commander?). Notare gli errori di grammatica e scrittura nella frase, la pateticità dell'intervento: rovesciano la dignità dell'avvocato rinomato riducendolo a un esimio ignorante e insinuano il costante dubbio che, dopotutto possa essere la stessa Mollìca a parlare, per un rovesciamento di persone e luoghi che non trova mai modo ti chetarsi nel viluppo dello scambio comunicativo in atto).
Pennula: Io da lunedi prossimo mi metto a dieta, per uscire stasera mi saro' cambiata 10 volte (Tipico intervento alla Pennula: fuori contesto, privo di spirito, votato all'Io più superficiale. Il riferimento costante al fatto che la sua bellezza è stata intasata dai kili presi in quel del pasqua-time, la necessità di farlo sapere per giustificarsi e di perderli per riappropriarsi di uno status autoassegnatasi, l'unico abbordabile dai suoi limiti d'intelletto e di essere. Vanità che lotta per essere qualcosa di tra il gregge uniforme, esemplificata dal numero 10.)
Mollìca (Anacreonte): ahahahahahahahaahahahah che ridere!!!!!!!!!!!!! (La pochezza nell'inutilità di parole e onomatopee che sincretano Mollìca e Anacreonte, come quella parte l'uno dell'altra che in un matrimonio di facciata, faticano altrimenti a essere).
Mollìca (Anacreonte): come sei grassa. Noi mangiamo pesce alla cacciatora stasera. Ana. ***. (Humor disperato, raschiato dal fondo di un'ironia inesistente, ma elargita con costanza e convinzione. Il fallimento dell'intento ironico svela le idiosincrasie della famigliola - non dimentichiamo che Pennula, che Anacreonte taccia scherzosamente come grassa, è la sorella di sua moglie, nonchè sposata con suo fratello, Rozzo-man - così palesemente costruita sulla vuota convenienza, da permettere a malapena di convincere loro stessi dell'esistenza perfetta che conducono, tutti loro, sempre insieme. Notare la necessità di riappropriarsi della propria persona nel momento in cui agisce l'elemento spiritoso che lo contraddistingue: si firma con le sue iniziali, nome e cognome, alla fine del messaggio sotto nome della moglie).
Pennula: Io antipasto di mare, calamaretti e pesce persico all griglia. siamo al Cantagallo (Inquietante come Pennula riesca a esplicarsi in così poche e povere parole. La necessità di avvisare che la loro perfezione si manifesta nella cena a base di pasce nel rinomato ristorante, immancabile al sabato sera, e la precisazione: "sono ingrassata? ma guardate, io mangio sano!", la rendono il perfetto prototipo della donna di Nullandia: sibaritica, impersonale, dal percorso di vita prescritto e compiuto come da prescrizione. Inoltre usa la prima persona per affermare la sua possenza e importanza egoistica. Solo quando deve dire il nome del ristorante famoso, coinvolge il povero marito, Rozzo-man: non starebbe bene stare sola a un ristorante non senza il marito che la completa, ma solo come figura sociale).
Mollìca (Anacreonte): cazzo voglio andare anche io (Slancio incontrollato che fa fuggire Anacreonte dalle cesoie del bon ton borghese per riafferrarle immediatamente. Evento sofisticato, pacato, privo di aspettative, borghese, mondano, si mangia. Anacreonte lo vuole, e si lascia andare sperando di creare un altro intermezzo ironico-rozzo (allusione velata al fratello?), ma si ricompone immediatamente aggiungendo...).
Così. Giusto perchè la tizia a caso ha bisogno di ringalluzzirsi un po', di ricollocare le cose del mondo nella casistica che spetta loro di diritto. Ultimamente se ne sono andate a zonzo per i fattacci loro, le cose del mondo, non che non l'abbiano sempre fatto, ma il troppo stroppia. Serve ordine. E gli inquietanti abitanti del suo ridente paesello, si prestano ottimamente alla bisogna. Le loro conversazioni - accomunate per pensieri brillanti, tormentati, profondi- in particolare, comportano un doppio, combattuto esito nell'animo della tizia a caso: vergogna e disperazione per lo stato in cui versano le ultime generazioni italiane; sentita riconoscenza per la loro illimitata stupidità che compensa le sue carenze e le rende quantomeno accettabili. Con buona pace del suo ego e del suo senso di perenne inadeguatezza.
La tizia a caso non poteva esimersi dal lasciare in ombra conversazioni capaci di scatenare esiti tanto potenti. Quindi la riporta. Opportunamente truccata. Ma ricordate: lei è solo il mezzo, l'ambascitor che non porta pena. Il resto è tutta raffinata farina tratta dal sacco dei facebookiani abitanti del ridente paesello di Montesega, incastonato a valle tra Monzero, Montesega superiore e uno zaffiro grezzo di mare adriatico (con gli esplicativi sottonomi romanzati di "Nullandia" e "Il regno delle pinzilacchere").
Precede un breve excursus-vitae dei personaggi coivoilti nel dramma, gentilmente offerto dalla tizia a caso per una maggiore compenetrazione del lettore in eventi, cose, luoghi e persone.
La famiglia Smargiassi
commedia degli orrori, non adatta ai deboli di cuore appartenete al filone "Chi non vorrebbe crescere a Montesega, il Regno delle pinzillacchere!"
Personaggi della commedia:
- Zeta, la più piccola dell'importante famiglia Smargiassi. Studia. Non caga senza scriverlo su facebook.
- Mollìca, secondogenita Smargiassi di cinque sorelle, occhi porcini stillanti staffilate di malignità.
- Anacreonte, marito di Mollìca, avvocato di famiglia d'avvocati. Due figli strillazzati ovunque.
- Pennula, terzogenita, borghese berlusconiana senza scintilla di carattere, compensa con chioma leonina e presunta bellezza d'altri tempi, tende a comunicare tramite amorfi capi griffati, uno stile tra signora Rottermaier e Burberry, e il costante riferimento al suo prendere/perdere peso. Sposata con Rozzo-man, panzone semiavvocato, fratello del marito della sorella maggiore Mollìca. Un figlio vantato con sussiego, un anno, nato lo stesso giorno dell'uomo venerato in casa Pennula: Berlusconi.
- Liutica, primogenta, bigotta, sposata con Bamboccio. Nessun figliolo pervenuto per ora. Presenza inattiva in questo atto.
- Gannella, sta per sposarsi. Non presente nell'atto.
Sabato sera. Facebook. La sottile capacità espressiva dei messaggi, le allusioni celate alla poliedricità dei luoghi paesani coperti, lasciano intendere, non richiesto, l'avanguardia dei mezzi di comunicazione scelti per comporre i messaggi. Le parole centellinate in un minimalismo caratterizzante l'animo angusto e anomalo del personaggio.
Stato facebook di Zeta: "Mi mangio il plumcake di cioccolato! Yeeee!"
Mollìca: do ve'? chi ce l'ha? ne voglio un camion!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! scherzo scherzetto!!!!!!! (Durante lo scambio si capirà, un climax nel climax, che è Anacreonte a impossessarsi del contatto facebook della moglie (un atto di attiva ribellione verso l'immota casta giuridica che rappresenta? o solo un tentativo di riappropriarsi del titolo di patriarca sottrattogli dalla moglie-commander?). Notare gli errori di grammatica e scrittura nella frase, la pateticità dell'intervento: rovesciano la dignità dell'avvocato rinomato riducendolo a un esimio ignorante e insinuano il costante dubbio che, dopotutto possa essere la stessa Mollìca a parlare, per un rovesciamento di persone e luoghi che non trova mai modo ti chetarsi nel viluppo dello scambio comunicativo in atto).
Pennula: Io da lunedi prossimo mi metto a dieta, per uscire stasera mi saro' cambiata 10 volte (Tipico intervento alla Pennula: fuori contesto, privo di spirito, votato all'Io più superficiale. Il riferimento costante al fatto che la sua bellezza è stata intasata dai kili presi in quel del pasqua-time, la necessità di farlo sapere per giustificarsi e di perderli per riappropriarsi di uno status autoassegnatasi, l'unico abbordabile dai suoi limiti d'intelletto e di essere. Vanità che lotta per essere qualcosa di tra il gregge uniforme, esemplificata dal numero 10.)
Mollìca (Anacreonte): ahahahahahahahaahahahah che ridere!!!!!!!!!!!!! (La pochezza nell'inutilità di parole e onomatopee che sincretano Mollìca e Anacreonte, come quella parte l'uno dell'altra che in un matrimonio di facciata, faticano altrimenti a essere).
Mollìca (Anacreonte): come sei grassa. Noi mangiamo pesce alla cacciatora stasera. Ana. ***. (Humor disperato, raschiato dal fondo di un'ironia inesistente, ma elargita con costanza e convinzione. Il fallimento dell'intento ironico svela le idiosincrasie della famigliola - non dimentichiamo che Pennula, che Anacreonte taccia scherzosamente come grassa, è la sorella di sua moglie, nonchè sposata con suo fratello, Rozzo-man - così palesemente costruita sulla vuota convenienza, da permettere a malapena di convincere loro stessi dell'esistenza perfetta che conducono, tutti loro, sempre insieme. Notare la necessità di riappropriarsi della propria persona nel momento in cui agisce l'elemento spiritoso che lo contraddistingue: si firma con le sue iniziali, nome e cognome, alla fine del messaggio sotto nome della moglie).
Pennula: Io antipasto di mare, calamaretti e pesce persico all griglia. siamo al Cantagallo (Inquietante come Pennula riesca a esplicarsi in così poche e povere parole. La necessità di avvisare che la loro perfezione si manifesta nella cena a base di pasce nel rinomato ristorante, immancabile al sabato sera, e la precisazione: "sono ingrassata? ma guardate, io mangio sano!", la rendono il perfetto prototipo della donna di Nullandia: sibaritica, impersonale, dal percorso di vita prescritto e compiuto come da prescrizione. Inoltre usa la prima persona per affermare la sua possenza e importanza egoistica. Solo quando deve dire il nome del ristorante famoso, coinvolge il povero marito, Rozzo-man: non starebbe bene stare sola a un ristorante non senza il marito che la completa, ma solo come figura sociale).
Mollìca (Anacreonte): cazzo voglio andare anche io (Slancio incontrollato che fa fuggire Anacreonte dalle cesoie del bon ton borghese per riafferrarle immediatamente. Evento sofisticato, pacato, privo di aspettative, borghese, mondano, si mangia. Anacreonte lo vuole, e si lascia andare sperando di creare un altro intermezzo ironico-rozzo (allusione velata al fratello?), ma si ricompone immediatamente aggiungendo...).
Mollìca (Anacreonte): voi pesce persico surgelato e la persia fate voi. Noi pesce prete alla cacciatora con patate al burro ed una bottiglia di Camir di Ganate. Andate a vomitare il Cantagallo.... (L'exploit che il tema del dramma tutto. Il perfetto, rinomato avvocato, che trova da invidiare al rozzo e meno "arrivato" di lui fratello. Forse perchè la moglie del fratello Pennula, sorella di sua moglie Mollìca, è più procace, laureata, e impegnata nella comunità al punto da candidarsi - anche se ha ricevuto una sonora batosta, ma questo è un altro geniale atto della commedia - e quindi destabilizza il suo ruolo prescritto di dominatore, di vincitore? Il tono di leggerezza ironico è quasi scomparso, ne resta traccia ma senza presunzione di essere riconosciuto: "guarda Pennula - sembra dire Anacreonte - voi sarete pure al vostro ristorante di sabato sera, ma noi, ah noi mangiamo pesce pregiato e beviamo vino di qualità. Ci fate un baffo, ci fate!". Le frasi prive di senso denotano l'accavallarsi di una risposta frettolosa e aggressiva e anche, nuovamente, la fatuità del suo stato di maschio alfa. L'errore nel vino pregiato è indicativo in questo senso: è Camyr, non Camir. E' lo sfaldarsi dell'apparenza della famigliola felice, della persona di mondo e di sussiego.)
Pennula: ahaha (Risata appena accennata, algida e sofisticata per mantenere intatte più tra loro che tra chi leggerà la conversazione pubblica, la saldezza della moralità della loro famiglia, dei loro rapporti, delle loro persone. Neanche a una poco sveglia come Pennula è sfuggito l'attacco. E Il "grassa" canzonatorio non può non averla corrucciata: perde lo status, perde quel che ha, perde quel che tutti credono che abbia. La fine di Pennula.)
Mollìca (Anacreonte): che ti ridi! E' meddio u andavi aru Capicolli (Anacreonte sa di aver colpito e destabiizzato. E' tornato l'uomo alfa. In dialetto, lo sputa in faccia a Pennula(odiata Pennula? Lo spettatore deve stabilirlo, le relazioni si prestano a varie interpretazioni che la conversazione evidenzia e cela nello stesso tempo), dicendo di andare da un'altra parte ovvero un locale di parenti, altro che uscita di classe! Inutile ridere per Pennula.).
Mollìca: Tutto questo ha scritto Anacreonte (Mollìca riporta lo status quo. Si riappropria del suo contatto e della sua identità di matriarca. Mette apposto il maltolto affermando che era "piacone zuzzoloso" del marito a scherzare, non lei che attaccava la vetustà incalfibile di una sua sorella. Lo fa con un italiano scorretto e stentato, troppo per lei cedere alla seduzione delle parole. E ora la commedia può continuare.).
venerdì 30 marzo 2012
Patetica in Van Gogh
Sappiate che questo è un post patetico.
Ordunque, la sperduta anima che per un inciampo del caso dovesse passare per queste lande desolate, è avvisata. Non prendertela con me se decidi di continuare a leggere e quello che leggi ti risulta di un patetico ammorbante.
La mia vita è patetica, io sono patetica. E chiunque dica il contrario mente. O prova pietà per me, quindi mente.
E posso provarlo.
Torno dalla palestra, mi faccio la doccia, getto la borsa da un lato, la kefiah di turno dall'altra, accendo il pc, controllo le eventuali chiamate perse.... insomma i soliti gesti meccanici del cazzo. Ci sono due chiamate perse di cui una è di mio zio.
Panico:" Oddio....ora mi tortura con le domande sull'università che faccio chefacciochefaccio..... che gli dico?!"
Atto ragionativo tendente a cercare scappatoie tramite furbizie comunicative: "Calma. Mio fratello ha combinato un mezzo guaio posso sfruttare la cosa a mio subdolo favore. Tanto è la notizia del day. Tanto lo verrà a sapere entro sera. Perchè non essere io il latore? Tant'è che è un ruolo che ben mi s'addice, nevvero. Spostando la conversazione su questo punto, posso stare sufficientemente tranquilla, visto che ce n'è da chiacchierare. E poi mio fratello è rientrato, glielo passo e se la vedono loro. Sì sì sì, ludibrio e gaiezza, posso evitare il tormento per stavolta".
E siccome è meglio toglierlo subito il dente dolente chiamo, ma risulta irragiungibile. Amen, io la mia l'ho fatta.
Il tempo di scordarmene e squilla il telefono di casa. Risponde mio fratello e chi è? L'alacre zietto, of course.
Ri-panico:"Sfiga cornuta. ora mia fratello gli racconta tutto e poi vorrà parlare con me e io come me la scampo stavolta?!"
La fine si profila all'orizzonte, ma un vorace e inatteso istinto di sopravvivenza interviene in qualche modo, e la mia mente scorre un piano evasivo dopo l'altro.
Mi ritrovo sbarrata nel cesso. L'operosissimo istinto di sopravvivenza mi ha suggerito di far finta di essere sotto la doccia. Se dovessi trovarmi in una riserva di Grizzly con un favo colmo di miele in mano, non vorrei essere nei miei panni.
Siccome l'immagine di una me fremente, che si smangiucchia le unghie, seduta sul bidè, è solo "patetica" e non "patetica patetica", esco dal bagno afferro la sciarpa nuova, che avevo messo ad asciugare e mi fiondo fuori casa, non prima di aver imbastito una pantomima davanti a mio fratello (ancora al tel con zio), per esser certa che mi avesse vista uscire.
E moh? E moh camminiamo e vediamo dove mi porta il cuore.
Il cuore mi porta alla fine della mia via, dove la strada asfaltata cede il passo a un sentiero sterrato, stretto tra campi, verzura, aranceti e tutto quel popò di natura che c'abbiamo qua intorno. E siccome bisogna pur lasciar che il tempo faccia il suo lavoro, la nostra eroina prosegue.
Sdrucciola pell'arno del fiume, che le piene invernali hanno resto pietroso, sconnesso e profondo tre metri, zompetta sul letto del fiume, leggiadra, per non disturbare la ragnatela di rigagnoli che scende a valle e luccica d'argento sfruttando gli ultimi barbagli di un cielo grigiastro. E ovviamente li becca tutti in pieno, i rigagnoli.
'Nzuppandosi così le precarie scarpette, ella raggiunge il ridente sentiero, sferzato da un fottuto vento de la malora, che le schiaffa folate di pungente terra ne li occhi, sdradica i giuovani bocciuoli primaverili, e agita i neri cipressi d'intorno il sentiero, come fossero ruggenti e tormentate fiamme d'infera provenienza.
Tutto molto bello.
Tutto molto bucolico.
'Che pare di stare in un quadro del Van Gogh.
Passato che fu il tempo giusto -ovvero nel momento preciso preciso in cui sento latrare un cane in lontananza - giro sui tacchi e me ne ritorno a casa e chi ti incontro?
La madre!
Chiaro. Tutto perfettamente lineare. Trama, sceneggiatura e contesto si danno il braccetto. Questa è letteratura cinematografica di fine ordine, questa. Altro che Shutter Island!
Madre:"Da dove arrivi?".
Dafne: "Ti aiuto a portare la spesa".
Madre:"Dove sei andata?".
Dafne:"A cercare la sciarpa".
Madre:"Te l'ha volata?! Lo sapevo, ti sta bene! Prima di uscire l'avevo vista sferzata dal vento."
Dafne:"Sì...ma l'ho ritrovata".
Madre:"E dove?"
Dafne:"Su un albero. Devo solo lavarla di nuovo."
Quale film perfetto sarebbe se non ci fosse giusto un accenno di improbabile fatalismo?
Ecco qua.
Vi avevo avvisato o no che era un post patetico? Che la mia vita è patetica? Che io sono patetica?
Che tutto tutto tutto è insomma cazzutamente patetico? Eh?!
Ordunque, la sperduta anima che per un inciampo del caso dovesse passare per queste lande desolate, è avvisata. Non prendertela con me se decidi di continuare a leggere e quello che leggi ti risulta di un patetico ammorbante.
La mia vita è patetica, io sono patetica. E chiunque dica il contrario mente. O prova pietà per me, quindi mente.
E posso provarlo.
Torno dalla palestra, mi faccio la doccia, getto la borsa da un lato, la kefiah di turno dall'altra, accendo il pc, controllo le eventuali chiamate perse.... insomma i soliti gesti meccanici del cazzo. Ci sono due chiamate perse di cui una è di mio zio.
Panico:" Oddio....ora mi tortura con le domande sull'università che faccio chefacciochefaccio..... che gli dico?!"
Atto ragionativo tendente a cercare scappatoie tramite furbizie comunicative: "Calma. Mio fratello ha combinato un mezzo guaio posso sfruttare la cosa a mio subdolo favore. Tanto è la notizia del day. Tanto lo verrà a sapere entro sera. Perchè non essere io il latore? Tant'è che è un ruolo che ben mi s'addice, nevvero. Spostando la conversazione su questo punto, posso stare sufficientemente tranquilla, visto che ce n'è da chiacchierare. E poi mio fratello è rientrato, glielo passo e se la vedono loro. Sì sì sì, ludibrio e gaiezza, posso evitare il tormento per stavolta".
E siccome è meglio toglierlo subito il dente dolente chiamo, ma risulta irragiungibile. Amen, io la mia l'ho fatta.
Il tempo di scordarmene e squilla il telefono di casa. Risponde mio fratello e chi è? L'alacre zietto, of course.
Ri-panico:"Sfiga cornuta. ora mia fratello gli racconta tutto e poi vorrà parlare con me e io come me la scampo stavolta?!"
La fine si profila all'orizzonte, ma un vorace e inatteso istinto di sopravvivenza interviene in qualche modo, e la mia mente scorre un piano evasivo dopo l'altro.
Mi ritrovo sbarrata nel cesso. L'operosissimo istinto di sopravvivenza mi ha suggerito di far finta di essere sotto la doccia. Se dovessi trovarmi in una riserva di Grizzly con un favo colmo di miele in mano, non vorrei essere nei miei panni.
Siccome l'immagine di una me fremente, che si smangiucchia le unghie, seduta sul bidè, è solo "patetica" e non "patetica patetica", esco dal bagno afferro la sciarpa nuova, che avevo messo ad asciugare e mi fiondo fuori casa, non prima di aver imbastito una pantomima davanti a mio fratello (ancora al tel con zio), per esser certa che mi avesse vista uscire.
E moh? E moh camminiamo e vediamo dove mi porta il cuore.
Il cuore mi porta alla fine della mia via, dove la strada asfaltata cede il passo a un sentiero sterrato, stretto tra campi, verzura, aranceti e tutto quel popò di natura che c'abbiamo qua intorno. E siccome bisogna pur lasciar che il tempo faccia il suo lavoro, la nostra eroina prosegue.
Sdrucciola pell'arno del fiume, che le piene invernali hanno resto pietroso, sconnesso e profondo tre metri, zompetta sul letto del fiume, leggiadra, per non disturbare la ragnatela di rigagnoli che scende a valle e luccica d'argento sfruttando gli ultimi barbagli di un cielo grigiastro. E ovviamente li becca tutti in pieno, i rigagnoli.
'Nzuppandosi così le precarie scarpette, ella raggiunge il ridente sentiero, sferzato da un fottuto vento de la malora, che le schiaffa folate di pungente terra ne li occhi, sdradica i giuovani bocciuoli primaverili, e agita i neri cipressi d'intorno il sentiero, come fossero ruggenti e tormentate fiamme d'infera provenienza.
Tutto molto bello.
Tutto molto bucolico.
'Che pare di stare in un quadro del Van Gogh.
| Eccomi. Io sono la dama tra la verzura. Sotto i cipressi indemoniati. Sembrano due donne perchè sono grassa. |
Passato che fu il tempo giusto -ovvero nel momento preciso preciso in cui sento latrare un cane in lontananza - giro sui tacchi e me ne ritorno a casa e chi ti incontro?
La madre!
Chiaro. Tutto perfettamente lineare. Trama, sceneggiatura e contesto si danno il braccetto. Questa è letteratura cinematografica di fine ordine, questa. Altro che Shutter Island!
Madre:"Da dove arrivi?".
Dafne: "Ti aiuto a portare la spesa".
Madre:"Dove sei andata?".
Dafne:"A cercare la sciarpa".
Madre:"Te l'ha volata?! Lo sapevo, ti sta bene! Prima di uscire l'avevo vista sferzata dal vento."
Dafne:"Sì...ma l'ho ritrovata".
Madre:"E dove?"
Dafne:"Su un albero. Devo solo lavarla di nuovo."
Quale film perfetto sarebbe se non ci fosse giusto un accenno di improbabile fatalismo?
Ecco qua.
Vi avevo avvisato o no che era un post patetico? Che la mia vita è patetica? Che io sono patetica?
Che tutto tutto tutto è insomma cazzutamente patetico? Eh?!
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venerdì 23 marzo 2012
It's an american life
I miei primi pancakes sono un disastro alla vista - sembrano più spumose frattaglie di uova - ma il gusto è ottimo. Sono alla crusca d'avena con basso apporto di calorie, accompagnati dal più bollente dei caffè americani con schiuma. Coma se la mia fosse una storia americana.
Sperando che scomodi ricordi non tornino a rodere viscere e pensieri come oggi, mentre li facevo - sono invisa all'essere con cui più spesso ne ho parlato e che avrebbe dovuto cucinarle per me o insegnarmi o vabbè tanto ormai 'sti cazzi - ripeterò domenica l'alchimia culinaria,sperando assumano magicamente la forma classica del pancake e le piazzerò qui a bella vista. Metterle oggi sarebbe un insulto al loro sapore. Anche se la cosa non interessa anessuno. Ma come già detto in queste brevi righe, 'sti cazzi!
Sperando che scomodi ricordi non tornino a rodere viscere e pensieri come oggi, mentre li facevo - sono invisa all'essere con cui più spesso ne ho parlato e che avrebbe dovuto cucinarle per me o insegnarmi o vabbè tanto ormai 'sti cazzi - ripeterò domenica l'alchimia culinaria,sperando assumano magicamente la forma classica del pancake e le piazzerò qui a bella vista. Metterle oggi sarebbe un insulto al loro sapore. Anche se la cosa non interessa anessuno. Ma come già detto in queste brevi righe, 'sti cazzi!
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martedì 20 marzo 2012
Una stella tra le nebbie
Epilogo:
C'è una lanterna, e nella lanterna una luce, del colore di una stella
A illuminare le tue notti peste
Non è forte come la tua nebbia,
un grigio troppo compatto ti divide da lei.
Non l'avevi mai visto quel colore,
se non occhieggiare nei cieli d'estate,
anni luce lontano da te.
Però continua ad avvicinarsi.
Cosa si aspetta da te?
Non appartiene al tuo universo.
Nonostante ciò SAI che cos'è.
Devi solo alzarti, nuotare tra le dense nebbie dei tuoi mondi,
e raggiungerla.
I colori che ti restano...pochi esuli, pallidi, sbiaditi...
come?
Come possono danzare col colore di una stella?
La delusione della luce non la sopporterai.
Nuoterai lo stesso, tra i flutti di nebbia?
Affonderai le tue mani stanche tra i suoi raggi?
Nuoterai o affogherai?
Tu sai cos'è.
Ora nuota.
E poi danza.
C'è una lanterna, e nella lanterna una luce, del colore di una stella
A illuminare le tue notti peste
Non è forte come la tua nebbia,
un grigio troppo compatto ti divide da lei.
Non l'avevi mai visto quel colore,
se non occhieggiare nei cieli d'estate,
anni luce lontano da te.
Però continua ad avvicinarsi.
Cosa si aspetta da te?
Non appartiene al tuo universo.
Nonostante ciò SAI che cos'è.
Devi solo alzarti, nuotare tra le dense nebbie dei tuoi mondi,
e raggiungerla.
I colori che ti restano...pochi esuli, pallidi, sbiaditi...
come?
Come possono danzare col colore di una stella?
La delusione della luce non la sopporterai.
Nuoterai lo stesso, tra i flutti di nebbia?
Affonderai le tue mani stanche tra i suoi raggi?
Nuoterai o affogherai?
Tu sai cos'è.
Ora nuota.
E poi danza.
E' dai colori che nascono le spine
Tutti questi colori, e non saperli usare.
Palpitano frenetici, incalnzadosi l'un l'altro, scavalcandosi, annullandosi in una sinfonia nevrotica.
Hai la tavolozza in una mano e il pennello nell'altra e senti le loro voci, acute e ammalianti, giovani e sconsiderate, chiedono solo di essere usati, non importa come, non importa dove, chiedono solo di avere una chance di vivere. E tu te ne stai lì, incalzata dai loro barbagli, tremante, a cercare la tonalità giusta, la modulazione cromatica che sia tua, che sia adatta a te. Che non ti ignori. Che non ti tramortisca. Che non rubi la tua aria e ti asfissi.
Poi ci provi. Ti fai coraggio e intingi il pennello.
E la gradazione che riesci a ricavarne è inaspettatamente perfetta. Un piccolo bagliore nel tuo mondo in bianco e nero, ma ti riscalda il cuore e tu gli dai tutto quello che hai per alimentarla, coccolarla, farla crescere. La nocciola dei tuoi occhi, il vermiglio del tuo sangue, lo screziato delle tue emozioni, il fuoco dei tuoi pensieri.
E' perfetto. E' una parte di te pur restando sè.
La tavolozza respira serena, ora. Ogni tanto ha un moto di impazienza: "quando ci riuserà? è troppo poco non vedi che hai solo quello?noi possiamo darti tutto, devi viverci però! Usaci, scema!".
Ma tu sei troppo presa dal tuo capolavoro. Il suo calore annebbia qualsiasi altro senso.
Non ti salva. Il resto del tuo mondo è bianco e nero, ma lui esiste e ti ha dato tanto cosa dovresti fare? Tradirlo? Lui non ti tradirebbe. Esiste ed esiste con te.
Ma tu gli hai dato tutti i tuoi colori più belli, ormai. Cos'altro puoi offrirgli? Ti resta solo il grigio delle tue giornate e la nebbia nei tuoi sogni.
E non li vuole.
I colori sulla tavolozza sono stanchi di aspettarti, tonalità acide latrano invidiose contro la tua mancanza di interesse. Li vedi scivolere oltre i bordi della tavolozza: vogliono scappare, cercano un pennello attivo, una mente vuota da ammaliare più facilmente. Nella tua c'è il magma rovente, è troppo dura cavalcarlo, chi si azzarderebbe a farlo? Farsi travolgere, bruciarsi per un brillìo astruso e invertebrato? No. Non ne vale la pena.
Tu li guardi andar via. Cerchi di fermarli, ma non c'è convinzione nella tua voce. C'è rassegnazione. "Tornate, datemi tempo, io devo imparare a usarvi, devo farvi convivere col magma! Guardate quanto è bello quando ci riesco? Avreste mai immaginato potesse esistere un colore così forte, totale, grande?!".
"E doviè?", sghignazzano quelli, velenosi "sei stata così tanto tempo a guardarlo che non ti sei resa conto che ti ha prosciugata e se ne sta andando. Tornatene nel tuo mondo in bianco e nero, tornatene alle tue nebbie grigie, è quello che ti meriti".
Ora c'è solo un solco al posto del mio colore, tanto profondo quanto quello era bello.
E un grande "NO" di lettere di buio, un residuo della sua voce portato dal vento, vibra ancora tra le nebbie grigie del mio mondo. Sempre più lieve, sempre più vago, sempre più nullo. Solo un ricordo e una spina nel cuore.
Palpitano frenetici, incalnzadosi l'un l'altro, scavalcandosi, annullandosi in una sinfonia nevrotica.
Hai la tavolozza in una mano e il pennello nell'altra e senti le loro voci, acute e ammalianti, giovani e sconsiderate, chiedono solo di essere usati, non importa come, non importa dove, chiedono solo di avere una chance di vivere. E tu te ne stai lì, incalzata dai loro barbagli, tremante, a cercare la tonalità giusta, la modulazione cromatica che sia tua, che sia adatta a te. Che non ti ignori. Che non ti tramortisca. Che non rubi la tua aria e ti asfissi.
Poi ci provi. Ti fai coraggio e intingi il pennello.
E la gradazione che riesci a ricavarne è inaspettatamente perfetta. Un piccolo bagliore nel tuo mondo in bianco e nero, ma ti riscalda il cuore e tu gli dai tutto quello che hai per alimentarla, coccolarla, farla crescere. La nocciola dei tuoi occhi, il vermiglio del tuo sangue, lo screziato delle tue emozioni, il fuoco dei tuoi pensieri.
E' perfetto. E' una parte di te pur restando sè.
La tavolozza respira serena, ora. Ogni tanto ha un moto di impazienza: "quando ci riuserà? è troppo poco non vedi che hai solo quello?noi possiamo darti tutto, devi viverci però! Usaci, scema!".
Ma tu sei troppo presa dal tuo capolavoro. Il suo calore annebbia qualsiasi altro senso.
Non ti salva. Il resto del tuo mondo è bianco e nero, ma lui esiste e ti ha dato tanto cosa dovresti fare? Tradirlo? Lui non ti tradirebbe. Esiste ed esiste con te.
Ma tu gli hai dato tutti i tuoi colori più belli, ormai. Cos'altro puoi offrirgli? Ti resta solo il grigio delle tue giornate e la nebbia nei tuoi sogni.
E non li vuole.
I colori sulla tavolozza sono stanchi di aspettarti, tonalità acide latrano invidiose contro la tua mancanza di interesse. Li vedi scivolere oltre i bordi della tavolozza: vogliono scappare, cercano un pennello attivo, una mente vuota da ammaliare più facilmente. Nella tua c'è il magma rovente, è troppo dura cavalcarlo, chi si azzarderebbe a farlo? Farsi travolgere, bruciarsi per un brillìo astruso e invertebrato? No. Non ne vale la pena.
Tu li guardi andar via. Cerchi di fermarli, ma non c'è convinzione nella tua voce. C'è rassegnazione. "Tornate, datemi tempo, io devo imparare a usarvi, devo farvi convivere col magma! Guardate quanto è bello quando ci riesco? Avreste mai immaginato potesse esistere un colore così forte, totale, grande?!".
"E doviè?", sghignazzano quelli, velenosi "sei stata così tanto tempo a guardarlo che non ti sei resa conto che ti ha prosciugata e se ne sta andando. Tornatene nel tuo mondo in bianco e nero, tornatene alle tue nebbie grigie, è quello che ti meriti".
Ora c'è solo un solco al posto del mio colore, tanto profondo quanto quello era bello.
E un grande "NO" di lettere di buio, un residuo della sua voce portato dal vento, vibra ancora tra le nebbie grigie del mio mondo. Sempre più lieve, sempre più vago, sempre più nullo. Solo un ricordo e una spina nel cuore.
sabato 10 marzo 2012
Vento
Se ora avessi una macchina mi fionderei dentro questo tornado, attaverserei la furia dei fiotti, pur di uscire e andare in qualsiasi dannato posto che non sia nelle vicinanze.
Invece, il vento dovrà rompere le sue appendici ovunque tranne che su di me, stasera, nessuno mi vedrà metter piedi fuori di casa.
E sapete qual è il bello?
Nessuno se ne accorgerà.
Invece, il vento dovrà rompere le sue appendici ovunque tranne che su di me, stasera, nessuno mi vedrà metter piedi fuori di casa.
E sapete qual è il bello?
Nessuno se ne accorgerà.
giovedì 1 marzo 2012
1 Marzo
L'ennesimo marzo della mia vita. E non so che farci.
mercoledì 29 febbraio 2012
Fine e inzio coincidono
domenica 26 febbraio 2012
WebCam ON: drawing
E' dai tempi del liceo che tengo quest'album sotto al letto in attesa che una qualche ispirazione s'impossessasse di me. Non per disegnarci su. E sì sì lo so anche io che gli album solitamente si usano per il disegno, ma io non ho nessuna propensione in tal senso. Insomma, mi ero scordata di quest'album, stavo cercando tutt'altro e 'ho trovato e siccome la mia latente depressione ( dovuta anche allo stato particolare in cui un paio di discussioni mi hanno gettata in questi giorni) non mi consente di fare niente di produttivo, mi sono messa ascarabocchiare distrattamente sui fogli dell'album e ci ho rpeso gusto e senza che ci pensassi troppo su ha preso forma una specie di donna con un buco nel petto e mi sono resa conto di averla già vista da qualche parte. L'ho cercato su internet ed era effettivamente un soggetto già disegnato da una tizia di un telefilm. E quindi l'ho continuato. L'ho concluso e non è uscito neanche niente male!
E ora? Continuo a disegnare....è incredibilemtne liberatorio e il proposito si accorda perfettamente con il restyling della mia camera quindi. E' un altro guiorno passato rinchiusa tra quattro mura senza concludere niente di utile. Ma...ma è stato bello farlo. Liberatorio. Non solo perchè è un disegno che mi rappresenta e perchè vederlo nero su bianco mi rende tangibile e reale, quasi paradossalmente comprensibile; ma anche perchè ogni linea, ogni tratto, è un'estensione di una rabbia, di un dubbio, di un tormento, che tratteggiano nella realtà la mia fisionomia.
Quindi se poteste vedermi tramite webcam, ora mi vedreste qui, sulla solita scrivania, a scrutare sorpresa che le linea di rabbia che determinano la mia esistenza.
E ora? Continuo a disegnare....è incredibilemtne liberatorio e il proposito si accorda perfettamente con il restyling della mia camera quindi. E' un altro guiorno passato rinchiusa tra quattro mura senza concludere niente di utile. Ma...ma è stato bello farlo. Liberatorio. Non solo perchè è un disegno che mi rappresenta e perchè vederlo nero su bianco mi rende tangibile e reale, quasi paradossalmente comprensibile; ma anche perchè ogni linea, ogni tratto, è un'estensione di una rabbia, di un dubbio, di un tormento, che tratteggiano nella realtà la mia fisionomia.
Quindi se poteste vedermi tramite webcam, ora mi vedreste qui, sulla solita scrivania, a scrutare sorpresa che le linea di rabbia che determinano la mia esistenza.
![]() |
| My first drawing |
venerdì 24 febbraio 2012
Se continuo a ripeterlo, ci crederò davvero?
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
giovedì 23 febbraio 2012
WebCam ON: Change on going
Mmmm...no. Inesatto. Troppo pretenzioso, anche.
Io in questa stanza ci devo sopravvivere. E' il mio guscio. Mi protegge e mi intrappola.
E' la rosa. E le spine.
Il ventre di un serpente che non lascia fuggire la sua vittima, che la corrode, lentamente, dolorosamente.
Mi schiaccia e soffoca, ma mi protegge anche da quello che temo, da me stessa, dal mondo troppo diverso da me.
Non ho alternetive ora se non stare rinchiusa qui e cercare di fare un passo alla volta. Respirando piano, come fossi allergica all'ossigeno puro, come se io possa respirarlo solo dopo che i bagliori ambrati della stanza l'abbiano inquinato e reso adeguato ai miei anomali polmoni bollenti.
E a volte neanche basta perchè è troppo gelida l'aria, troppo diversa da me. Io troppo inadeguata ad essa.
Devo rendere questa stanza più mia possobile.
Non posso fare molto visto che mia madre scassa infinitamente e non mi consente drastiche modifice, ma qualcosa la posso sicuramente perfezionare.
Adesso.
Basta aspettare, basta rimandare e cullarsi finchè quello che dovrebbe essere il momento oppurtuno non è arrivato. Lo decido io quand'è il momento opportuno. E decido che sia ADESSO.
Pulizia e cambiamento. Se qui dovrò annaspare, quantomeno lo farò con stile. Il mio stile.
Certo questo prevederebbe la ritinteggiatura delle pareti. Le farei rosse. E la stanza piena di scritte di pensieri e poesie e citazioni e disegni, anche se non sono perfetti quest'ultimi, fa niente sarebbero miei. L'albero della vita di Klimt svetterebbe sulla parte maggiore, sopra il mio letto e da ogni ramo penderebbe - foglia semisciolta - una foto, uno scritto, un disegno, un'immagine. Qualcosa di ME.
Questo è quello che vorrei fare ma non posso farlo. Dannazione.
Qualcosa comunque mi inventerò. Non so bene cosa.
Se poteste vedere nella mia camera, ora, se poteste stare qui con me, vedreste un tornado saltellante e rassettante e rivoluzionante. E io vorrei che ci foste. Vorrei che poteste mettere un po' di voi, laddove io metto un po' di me. Vorrei che ci fosse lui, in realtà. Più che voi.
Annusereste aria di cambiamento.
E ascoltereste con me, uno dei mie dischi e della mia musica! E' una cosa così normale e semplice, che mi sembra impossibile.
Mmmm vediamo....nella fattispecie oggi ho voglia di Cure o Deep Purple, direi.
Cure o Deep Purple, Cure o Deep Purple, Cure o Deep Purple.
Deep Purple.
Etichette:
Buoni auspici,
Change on going,
Songs,
WebCam ON
Status web cam on: Me vs. My Demons
E' quasi inutile sforzarsi di cercare un modo per inserire la web cam sul mio blog e tenerla accesa sempre. Basterebbe un unico fotogramma che mi rappresenti accasciata sulla scrivania a guardare impotente il tempo scorrere e a cercare di respirare.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
E anche se i mostri sono ributtanti e la loro vittoria quasi schiacciante, il quadro che si costruisce nel mentre della lotta è un patchwork onirico e informe, non brutto. Il mio mondo.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
Quelli con l'anima in fiamme
Dovrei andare in palestra, ficcarmi l'mp3 nelle orecchie e correre fino a sfinirmi. Ma il groviglio che mi blocca e così intricato da non riuscire a scioglierlo neanche per fare una cosa abitudinaria e normale come andare in palestra. O forse è proprio questo, il suo essere abitudinaria e normale, è per me un ostacolo insormontabile.
Se solo potessi avere un tocco di anormalità e misurarmi con esso....forse potrei riuscirci. Forse mi serve l'anormale per attivarmi ed essere me stessa. Vivendo. Mi serve l'anormale.
Ma dove cercarlo?
Nel mio "migliore amico" con cui temo di parlare perchè il più delle volte mi risponde male e fraddamente. Sembra mia madre. Niente di anormale,ormai. Tristemente normale, direi.
In quelle sensazioni che sfociano senza controllo alcuno, che cerco di intrppolare in parole e intiepidirle, affinchè chi le colga non debba scottarsi, come me stessa che le ho generate? Mentre le generavo e dopo, per sempre?
Quando smetterò di bruciare così? Una febbre incarnata, non mi sorprende più se appaio delirante ai sani. Charles Bukowski scrisse: "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme"- è una citazione che ho sempre amato, prima di tutto perchè amo Buwkowski; e poi perchè sono io, persa, andata, diversa, fottuta, che non incontri mai. Quella con l'anima in fiamme. E il fatto che una persona come Buk potesse amare una così, inavvicinabile, perennemente infiammata, dannata, pericolosamente bruciante, mi ha semrpe confortata. Il desiderio di condividere sensazioni tanto potenti insieme a qualcuno a prova di fiamma, senza distruggerlo -pensavo- fosse realizzabile, se Buk lo farebbe.
Ma non è più una speranza.
Sono sbagliata e cattiva pare, ecco: pare che sia anche fondamentalmente cattiva. Come non bastasse il resto.
Perchè il destino dovrebbe riservare a me- Lo sbaglio - una cosa così....giusta?
"Perchè altrimenti io, la mia storia, non avrebbe ragione d'esistere".
Illusa e certa delle mie ragioni, così avrei autorisposto fino a qualche tempo fa.
Non più. La vita non ha ragioni. Ci butta lì e se siamo scaltri e forti e sappiamo cercare e forgiare una qualche felicità precostituita, allora avremo l'agognato happy end, o quasi happy; o tipo end.
Io non lo sono, nè scaltra, nè forte, nè in grado.
E se qualcuno o qualcosa c'è stato, con la capacità di far ingranare la marcia al fato e autocompiere l'auspicio, era fumo tra le dita, bagliore fugace, che solletica il desiderio di esistere e poi fugge via.
Dicendo che non poteva farlo. Che non poteva stare con me, che non voleva vivere con me.
Che non (mi) sapeva amare.
Se solo potessi avere un tocco di anormalità e misurarmi con esso....forse potrei riuscirci. Forse mi serve l'anormale per attivarmi ed essere me stessa. Vivendo. Mi serve l'anormale.
Ma dove cercarlo?
Nel mio "migliore amico" con cui temo di parlare perchè il più delle volte mi risponde male e fraddamente. Sembra mia madre. Niente di anormale,ormai. Tristemente normale, direi.
In quelle sensazioni che sfociano senza controllo alcuno, che cerco di intrppolare in parole e intiepidirle, affinchè chi le colga non debba scottarsi, come me stessa che le ho generate? Mentre le generavo e dopo, per sempre?
Quando smetterò di bruciare così? Una febbre incarnata, non mi sorprende più se appaio delirante ai sani. Charles Bukowski scrisse: "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme"- è una citazione che ho sempre amato, prima di tutto perchè amo Buwkowski; e poi perchè sono io, persa, andata, diversa, fottuta, che non incontri mai. Quella con l'anima in fiamme. E il fatto che una persona come Buk potesse amare una così, inavvicinabile, perennemente infiammata, dannata, pericolosamente bruciante, mi ha semrpe confortata. Il desiderio di condividere sensazioni tanto potenti insieme a qualcuno a prova di fiamma, senza distruggerlo -pensavo- fosse realizzabile, se Buk lo farebbe.
Ma non è più una speranza.
Sono sbagliata e cattiva pare, ecco: pare che sia anche fondamentalmente cattiva. Come non bastasse il resto.
Perchè il destino dovrebbe riservare a me- Lo sbaglio - una cosa così....giusta?
"Perchè altrimenti io, la mia storia, non avrebbe ragione d'esistere".
Illusa e certa delle mie ragioni, così avrei autorisposto fino a qualche tempo fa.
Non più. La vita non ha ragioni. Ci butta lì e se siamo scaltri e forti e sappiamo cercare e forgiare una qualche felicità precostituita, allora avremo l'agognato happy end, o quasi happy; o tipo end.
Io non lo sono, nè scaltra, nè forte, nè in grado.
E se qualcuno o qualcosa c'è stato, con la capacità di far ingranare la marcia al fato e autocompiere l'auspicio, era fumo tra le dita, bagliore fugace, che solletica il desiderio di esistere e poi fugge via.
Dicendo che non poteva farlo. Che non poteva stare con me, che non voleva vivere con me.
Che non (mi) sapeva amare.
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Queste - delicatissime - parole mi hanno spinta a variare le mie abituali scelte letterarie e a leggere questo libro. Mi erano state decantate lodi e pregi di Fannie Flagg, "fantomatica dea della parola, capace di creare ridenti ambientazioni alla Mulino Bianco, con pagine magicamente odorose di cappuccino e brioche all'uvetta, storie rette e personaggi de-li-zi-o-si, al limite tra sostanza di azioni e levità di spirito".
E io, piena di dignitosa abnegazione: "Mah, che le mie velleità filo-classiche mi tarpino in un intellettualismo pregiudizievole, il male di ogni lettore? Suvvia, tentar non nuoce".
Così mi trovo a seguire le roboanti (proprio) avventure di Dena, la protagonista di questa eccelsa tragicommedia (ebbene sì, anche nel Mulino Bianco c'è del tragico): una superbellissima, superbiondona, superintelligente, supergiornalista superfamosa e (che te lo dico a fare) superingambissima! Ma non fatevi ingannare: ha anche uno spirito profondo, inquieto. Lei... che passa il suo tempo a far cose straordinarie ahò, mica scherziamo qui! La nostra protagonista è fuori dai canoni stantii della normalità, è brillante, intraprendente, mai banale, in una parola è sorprendente. Trascriviamone un rappresentativo spaccato:
"Da bambina passava ore a guardare la gente attraverso i vetri della finestra. Lo faceva dagli autobus, dai treni in corsa: guardava la gente dentro le case e le sembravano tutti felici e contenti. Le sarebbe piaciuto entrare anche lei in una di quelle case, ma non sapeva come fare."
Uau. No, dico: U-A-U.Cosa c'è al mondo di meno banale?! Sapreste dirmelo? No, scommetto di no.
Abbiamo poi i parenti di Dena, che con la storia non ci azzeccano una mazzafionda, ma la loro presenza giustifica il paese del Mulino Bianco, con la casetta profumosa e linda e il giardinetto e l'amichetto vicino e tuuuuuuutto l'amore del mondo convogliato lì. A queste persone capitano cose prive di qualsivoglia senso in questa storia e in qualsiasi altra storia concepita da essere pensante. In questo mondo e in qualsiasi altro. Ovvero, non capita loro assolutamente niente. A parte che mangiano la marmellata di Kiwi.
Eh sì, ma che vi aspettavate? Queste sono le atmosfere magiche della Flagg! Tutti impeccabilmente bonari e sorridenti a mangiare marmellata di kiwi. Puoi prenderli a padellate sul grugno e non alzerebbero mano contro di te se non per porgerti calorosamente l'altra guancia. Chi non vorrebbe vivere a Elmwood Springs?! Potrebbero sembrare degli psicolabili, ma no no no, non Fannie Flagg, non nel regno del Mulino Bianco!
Altro personaggio fondamentale - senza di lui la trama ne risentirebbe troppo, sarebbe un altro libro, mamma mia no! meno male che esiste!- lo psicanalista Gerry, che si innamora pazzamente e irrimediabilmente della nostra protagonista nonostante non l'abbia frequentata mai. Se non durante le sedute di psicanalisi, in quanto Dena è una sua cliente.
Sì sì, esattamente: è un transfert al contrario, quello che abbiamo qui. Non è geniale?! Un colpo di scena dalla nostra Fannie! Chi se l'aspettava? Ah, io no di certo. Chi poteva immaginarsi che un uomo mediamente intelligente e NON MALATO DI MENTE, potesse provare vero e sacrosanto amore per una sua paziente, senza neanche esserci uscito insieme eh, (non scherziamo! Lui è puro non fa queste cose!) e dichiararsi, per telefono, per poi restare invaghito di lei per anni anni anni senza che la veda neanche più. E perfavore, voi, che state sempre a cercare un viluppo sensato e una storia d'amore intelligente! Questa è magia. M-A-G-I-A.
Ma vediamo il momento agognato del coronamento dell'amore vero. Sesso, per intenderci. E vediamo come la nostra grandiosa scrittrice, maga delle atmosfere pennellate, fa la sua magia. Shh. Suspance:
"La mattina dopo, Dena si svegliò per prima e lo vide ancora addormentato col suo pigiama azzurro. Non avrebbe mai capito come, ma un attimo dopo stavano facendo l'amore, e per essere la prima volta fu davvero soprendente. Non si aspettava che lui fosse così appassionato, e neppure di lasciarsi andare fino a quel punto. Da quanti anni non andava a letto con qualcuno da completamente sobria? Fu un'esperienza nuova e molto piacevole."
Questo è scrivere signori: Dena non si aspettava che Gerry fosse appassionato. E neanche noi! Grazie Fannie, grazie per avercelo descritto così limpidamente. E per averci intrigato con tanto portentoso desiderio: "per Dena fu un'esperienza molto piacevole". E che vuoi di più dalla vita? "un'esperienza molto piacevole", mica bau bau miccio micio. Immagino tutte le donne a questo punto della storia, rodersi il fegato per non essere nei panni di Dena, tra le braccia di tale portento di passione.
Ma Gerry? Dopo anni a sognare questo momento? Cosa pensa il focoso Gerry? Diccelo, Fannie:
"Gerry, che immaginava e sognava quei momenti da mesi, ne fu altrettanto meravigliato: la realtà aveva superato di gran lunga le sue fantasie... e non erano fantasie da poco".
Basta. Stop. Fine. La sottigliezza della Flagg, non ha paragoni: poteva descriverci quello che è successo tra le lenzuola, ma che intollerabile banalità! Che caduta di stile per lei e le sue magiche ambientazioni! Inoltre, se neanche Gerry poteva immagirnarselo visto che "la realtà aveva superato di gran lunga l'immaginazione" (di gran lunga, prego nota bene), figurarsi una povera scrittrice che si è ritrovata lì per sbaglio!
Ehhhh Gerry Gerry, sei un mascalzoncello! Anche le tue fantasie "non da poco", noi esseri spartani possiamo solo sognarcele, non sia mai che Fannie Flagg, emerita scrittrice, si azzardi a fare una sola volta nel libro, qualcosa che gli emeriti scrittori solitamente fanno: scrivere quello di cui parla. Che poi, in 500 pagine non parli assolutamente di niente, è un altro discorso.
Morale della favola: voi vi tenete i vostri "libri leggeri", le storielle sciape, Fannie Flagg - emerita scrittrice e il suo paese di psicotici, che io mi tengo i miei classici e i miei mattonazzi pesanti e incomprensibili ai più.
E siete pregati di non frantumare più la mia gioia di leggere, propinandomi codeste corbellerie solo perchè siete affetti da abulia sentimentale.
Grazie.