Tutti questi colori, e non saperli usare.
Palpitano frenetici, incalnzadosi l'un l'altro, scavalcandosi, annullandosi in una sinfonia nevrotica.
Hai la tavolozza in una mano e il pennello nell'altra e senti le loro voci, acute e ammalianti, giovani e sconsiderate, chiedono solo di essere usati, non importa come, non importa dove, chiedono solo di avere una chance di vivere. E tu te ne stai lì, incalzata dai loro barbagli, tremante, a cercare la tonalità giusta, la modulazione cromatica che sia tua, che sia adatta a te. Che non ti ignori. Che non ti tramortisca. Che non rubi la tua aria e ti asfissi.
Poi ci provi. Ti fai coraggio e intingi il pennello.
E la gradazione che riesci a ricavarne è inaspettatamente perfetta. Un piccolo bagliore nel tuo mondo in bianco e nero, ma ti riscalda il cuore e tu gli dai tutto quello che hai per alimentarla, coccolarla, farla crescere. La nocciola dei tuoi occhi, il vermiglio del tuo sangue, lo screziato delle tue emozioni, il fuoco dei tuoi pensieri.
E' perfetto. E' una parte di te pur restando sè.
La tavolozza respira serena, ora. Ogni tanto ha un moto di impazienza: "quando ci riuserà? è troppo poco non vedi che hai solo quello?noi possiamo darti tutto, devi viverci però! Usaci, scema!".
Ma tu sei troppo presa dal tuo capolavoro. Il suo calore annebbia qualsiasi altro senso.
Non ti salva. Il resto del tuo mondo è bianco e nero, ma lui esiste e ti ha dato tanto cosa dovresti fare? Tradirlo? Lui non ti tradirebbe. Esiste ed esiste con te.
Ma tu gli hai dato tutti i tuoi colori più belli, ormai. Cos'altro puoi offrirgli? Ti resta solo il grigio delle tue giornate e la nebbia nei tuoi sogni.
E non li vuole.
I colori sulla tavolozza sono stanchi di aspettarti, tonalità acide latrano invidiose contro la tua mancanza di interesse. Li vedi scivolere oltre i bordi della tavolozza: vogliono scappare, cercano un pennello attivo, una mente vuota da ammaliare più facilmente. Nella tua c'è il magma rovente, è troppo dura cavalcarlo, chi si azzarderebbe a farlo? Farsi travolgere, bruciarsi per un brillìo astruso e invertebrato? No. Non ne vale la pena.
Tu li guardi andar via. Cerchi di fermarli, ma non c'è convinzione nella tua voce. C'è rassegnazione. "Tornate, datemi tempo, io devo imparare a usarvi, devo farvi convivere col magma! Guardate quanto è bello quando ci riesco? Avreste mai immaginato potesse esistere un colore così forte, totale, grande?!".
"E doviè?", sghignazzano quelli, velenosi "sei stata così tanto tempo a guardarlo che non ti sei resa conto che ti ha prosciugata e se ne sta andando. Tornatene nel tuo mondo in bianco e nero, tornatene alle tue nebbie grigie, è quello che ti meriti".
Ora c'è solo un solco al posto del mio colore, tanto profondo quanto quello era bello.
E un grande "NO" di lettere di buio, un residuo della sua voce portato dal vento, vibra ancora tra le nebbie grigie del mio mondo. Sempre più lieve, sempre più vago, sempre più nullo. Solo un ricordo e una spina nel cuore.
Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
martedì 20 marzo 2012
sabato 10 marzo 2012
Vento
Se ora avessi una macchina mi fionderei dentro questo tornado, attaverserei la furia dei fiotti, pur di uscire e andare in qualsiasi dannato posto che non sia nelle vicinanze.
Invece, il vento dovrà rompere le sue appendici ovunque tranne che su di me, stasera, nessuno mi vedrà metter piedi fuori di casa.
E sapete qual è il bello?
Nessuno se ne accorgerà.
Invece, il vento dovrà rompere le sue appendici ovunque tranne che su di me, stasera, nessuno mi vedrà metter piedi fuori di casa.
E sapete qual è il bello?
Nessuno se ne accorgerà.
giovedì 1 marzo 2012
1 Marzo
L'ennesimo marzo della mia vita. E non so che farci.
mercoledì 29 febbraio 2012
Fine e inzio coincidono
domenica 26 febbraio 2012
WebCam ON: drawing
E' dai tempi del liceo che tengo quest'album sotto al letto in attesa che una qualche ispirazione s'impossessasse di me. Non per disegnarci su. E sì sì lo so anche io che gli album solitamente si usano per il disegno, ma io non ho nessuna propensione in tal senso. Insomma, mi ero scordata di quest'album, stavo cercando tutt'altro e 'ho trovato e siccome la mia latente depressione ( dovuta anche allo stato particolare in cui un paio di discussioni mi hanno gettata in questi giorni) non mi consente di fare niente di produttivo, mi sono messa ascarabocchiare distrattamente sui fogli dell'album e ci ho rpeso gusto e senza che ci pensassi troppo su ha preso forma una specie di donna con un buco nel petto e mi sono resa conto di averla già vista da qualche parte. L'ho cercato su internet ed era effettivamente un soggetto già disegnato da una tizia di un telefilm. E quindi l'ho continuato. L'ho concluso e non è uscito neanche niente male!
E ora? Continuo a disegnare....è incredibilemtne liberatorio e il proposito si accorda perfettamente con il restyling della mia camera quindi. E' un altro guiorno passato rinchiusa tra quattro mura senza concludere niente di utile. Ma...ma è stato bello farlo. Liberatorio. Non solo perchè è un disegno che mi rappresenta e perchè vederlo nero su bianco mi rende tangibile e reale, quasi paradossalmente comprensibile; ma anche perchè ogni linea, ogni tratto, è un'estensione di una rabbia, di un dubbio, di un tormento, che tratteggiano nella realtà la mia fisionomia.
Quindi se poteste vedermi tramite webcam, ora mi vedreste qui, sulla solita scrivania, a scrutare sorpresa che le linea di rabbia che determinano la mia esistenza.
E ora? Continuo a disegnare....è incredibilemtne liberatorio e il proposito si accorda perfettamente con il restyling della mia camera quindi. E' un altro guiorno passato rinchiusa tra quattro mura senza concludere niente di utile. Ma...ma è stato bello farlo. Liberatorio. Non solo perchè è un disegno che mi rappresenta e perchè vederlo nero su bianco mi rende tangibile e reale, quasi paradossalmente comprensibile; ma anche perchè ogni linea, ogni tratto, è un'estensione di una rabbia, di un dubbio, di un tormento, che tratteggiano nella realtà la mia fisionomia.
Quindi se poteste vedermi tramite webcam, ora mi vedreste qui, sulla solita scrivania, a scrutare sorpresa che le linea di rabbia che determinano la mia esistenza.
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| My first drawing |
venerdì 24 febbraio 2012
Se continuo a ripeterlo, ci crederò davvero?
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
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IO NON CHIEDERO' MAI PIU' SCUSA PER QUELLO CHE SONO.
IO NON MI SENTIRO' MAI PIU' IN COLPA PER QUELLO CHE SONO.
giovedì 23 febbraio 2012
WebCam ON: Change on going
Mmmm...no. Inesatto. Troppo pretenzioso, anche.
Io in questa stanza ci devo sopravvivere. E' il mio guscio. Mi protegge e mi intrappola.
E' la rosa. E le spine.
Il ventre di un serpente che non lascia fuggire la sua vittima, che la corrode, lentamente, dolorosamente.
Mi schiaccia e soffoca, ma mi protegge anche da quello che temo, da me stessa, dal mondo troppo diverso da me.
Non ho alternetive ora se non stare rinchiusa qui e cercare di fare un passo alla volta. Respirando piano, come fossi allergica all'ossigeno puro, come se io possa respirarlo solo dopo che i bagliori ambrati della stanza l'abbiano inquinato e reso adeguato ai miei anomali polmoni bollenti.
E a volte neanche basta perchè è troppo gelida l'aria, troppo diversa da me. Io troppo inadeguata ad essa.
Devo rendere questa stanza più mia possobile.
Non posso fare molto visto che mia madre scassa infinitamente e non mi consente drastiche modifice, ma qualcosa la posso sicuramente perfezionare.
Adesso.
Basta aspettare, basta rimandare e cullarsi finchè quello che dovrebbe essere il momento oppurtuno non è arrivato. Lo decido io quand'è il momento opportuno. E decido che sia ADESSO.
Pulizia e cambiamento. Se qui dovrò annaspare, quantomeno lo farò con stile. Il mio stile.
Certo questo prevederebbe la ritinteggiatura delle pareti. Le farei rosse. E la stanza piena di scritte di pensieri e poesie e citazioni e disegni, anche se non sono perfetti quest'ultimi, fa niente sarebbero miei. L'albero della vita di Klimt svetterebbe sulla parte maggiore, sopra il mio letto e da ogni ramo penderebbe - foglia semisciolta - una foto, uno scritto, un disegno, un'immagine. Qualcosa di ME.
Questo è quello che vorrei fare ma non posso farlo. Dannazione.
Qualcosa comunque mi inventerò. Non so bene cosa.
Se poteste vedere nella mia camera, ora, se poteste stare qui con me, vedreste un tornado saltellante e rassettante e rivoluzionante. E io vorrei che ci foste. Vorrei che poteste mettere un po' di voi, laddove io metto un po' di me. Vorrei che ci fosse lui, in realtà. Più che voi.
Annusereste aria di cambiamento.
E ascoltereste con me, uno dei mie dischi e della mia musica! E' una cosa così normale e semplice, che mi sembra impossibile.
Mmmm vediamo....nella fattispecie oggi ho voglia di Cure o Deep Purple, direi.
Cure o Deep Purple, Cure o Deep Purple, Cure o Deep Purple.
Deep Purple.
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Status web cam on: Me vs. My Demons
E' quasi inutile sforzarsi di cercare un modo per inserire la web cam sul mio blog e tenerla accesa sempre. Basterebbe un unico fotogramma che mi rappresenti accasciata sulla scrivania a guardare impotente il tempo scorrere e a cercare di respirare.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
Questa sarebbe solo l'apparenza. Se siete più creativi, moderatamente empatici e svegli, quello che vedrete sarà la mia costante lotta con i demoni che vogliono risucchiarmi nel loro turbine acromatico.
E anche se i mostri sono ributtanti e la loro vittoria quasi schiacciante, il quadro che si costruisce nel mentre della lotta è un patchwork onirico e informe, non brutto. Il mio mondo.
Un'esplosione di colori sprizza laddove colpisco ora con un fendente contro la cornuta Paura, ora con un manrovesco indirizzato alla grassa Depressione, ora un calcio allo stinco della Solitudine. Con un affondo allontano le nove teste cieche dell'Incomprensione; con un pugno cerco di colpire il nero pece della Cattiveria Gratuita. Ma solo nascordermi e confondermi tra le carcasse, può salvarmi momentaneamente dal vespaio assordante delle Sentenze Benevole e Giudizievoli...
Sono tutte femmine, 'ste puttane.
Quelli con l'anima in fiamme
Dovrei andare in palestra, ficcarmi l'mp3 nelle orecchie e correre fino a sfinirmi. Ma il groviglio che mi blocca e così intricato da non riuscire a scioglierlo neanche per fare una cosa abitudinaria e normale come andare in palestra. O forse è proprio questo, il suo essere abitudinaria e normale, è per me un ostacolo insormontabile.
Se solo potessi avere un tocco di anormalità e misurarmi con esso....forse potrei riuscirci. Forse mi serve l'anormale per attivarmi ed essere me stessa. Vivendo. Mi serve l'anormale.
Ma dove cercarlo?
Nel mio "migliore amico" con cui temo di parlare perchè il più delle volte mi risponde male e fraddamente. Sembra mia madre. Niente di anormale,ormai. Tristemente normale, direi.
In quelle sensazioni che sfociano senza controllo alcuno, che cerco di intrppolare in parole e intiepidirle, affinchè chi le colga non debba scottarsi, come me stessa che le ho generate? Mentre le generavo e dopo, per sempre?
Quando smetterò di bruciare così? Una febbre incarnata, non mi sorprende più se appaio delirante ai sani. Charles Bukowski scrisse: "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme"- è una citazione che ho sempre amato, prima di tutto perchè amo Buwkowski; e poi perchè sono io, persa, andata, diversa, fottuta, che non incontri mai. Quella con l'anima in fiamme. E il fatto che una persona come Buk potesse amare una così, inavvicinabile, perennemente infiammata, dannata, pericolosamente bruciante, mi ha semrpe confortata. Il desiderio di condividere sensazioni tanto potenti insieme a qualcuno a prova di fiamma, senza distruggerlo -pensavo- fosse realizzabile, se Buk lo farebbe.
Ma non è più una speranza.
Sono sbagliata e cattiva pare, ecco: pare che sia anche fondamentalmente cattiva. Come non bastasse il resto.
Perchè il destino dovrebbe riservare a me- Lo sbaglio - una cosa così....giusta?
"Perchè altrimenti io, la mia storia, non avrebbe ragione d'esistere".
Illusa e certa delle mie ragioni, così avrei autorisposto fino a qualche tempo fa.
Non più. La vita non ha ragioni. Ci butta lì e se siamo scaltri e forti e sappiamo cercare e forgiare una qualche felicità precostituita, allora avremo l'agognato happy end, o quasi happy; o tipo end.
Io non lo sono, nè scaltra, nè forte, nè in grado.
E se qualcuno o qualcosa c'è stato, con la capacità di far ingranare la marcia al fato e autocompiere l'auspicio, era fumo tra le dita, bagliore fugace, che solletica il desiderio di esistere e poi fugge via.
Dicendo che non poteva farlo. Che non poteva stare con me, che non voleva vivere con me.
Che non (mi) sapeva amare.
Se solo potessi avere un tocco di anormalità e misurarmi con esso....forse potrei riuscirci. Forse mi serve l'anormale per attivarmi ed essere me stessa. Vivendo. Mi serve l'anormale.
Ma dove cercarlo?
Nel mio "migliore amico" con cui temo di parlare perchè il più delle volte mi risponde male e fraddamente. Sembra mia madre. Niente di anormale,ormai. Tristemente normale, direi.
In quelle sensazioni che sfociano senza controllo alcuno, che cerco di intrppolare in parole e intiepidirle, affinchè chi le colga non debba scottarsi, come me stessa che le ho generate? Mentre le generavo e dopo, per sempre?
Quando smetterò di bruciare così? Una febbre incarnata, non mi sorprende più se appaio delirante ai sani. Charles Bukowski scrisse: "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme"- è una citazione che ho sempre amato, prima di tutto perchè amo Buwkowski; e poi perchè sono io, persa, andata, diversa, fottuta, che non incontri mai. Quella con l'anima in fiamme. E il fatto che una persona come Buk potesse amare una così, inavvicinabile, perennemente infiammata, dannata, pericolosamente bruciante, mi ha semrpe confortata. Il desiderio di condividere sensazioni tanto potenti insieme a qualcuno a prova di fiamma, senza distruggerlo -pensavo- fosse realizzabile, se Buk lo farebbe.
Ma non è più una speranza.
Sono sbagliata e cattiva pare, ecco: pare che sia anche fondamentalmente cattiva. Come non bastasse il resto.
Perchè il destino dovrebbe riservare a me- Lo sbaglio - una cosa così....giusta?
"Perchè altrimenti io, la mia storia, non avrebbe ragione d'esistere".
Illusa e certa delle mie ragioni, così avrei autorisposto fino a qualche tempo fa.
Non più. La vita non ha ragioni. Ci butta lì e se siamo scaltri e forti e sappiamo cercare e forgiare una qualche felicità precostituita, allora avremo l'agognato happy end, o quasi happy; o tipo end.
Io non lo sono, nè scaltra, nè forte, nè in grado.
E se qualcuno o qualcosa c'è stato, con la capacità di far ingranare la marcia al fato e autocompiere l'auspicio, era fumo tra le dita, bagliore fugace, che solletica il desiderio di esistere e poi fugge via.
Dicendo che non poteva farlo. Che non poteva stare con me, che non voleva vivere con me.
Che non (mi) sapeva amare.
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L'insostenibile nullità del vivere
Rock's flower
In questo momento probabilmente, stanno chgiamando l'appello.
Avrei dovuto dare il mio ultimo esame.
Avrei dovuto essere libera stasera.
Avrei dovuto piantare la prima pietra, lasciarle il tempo di mettere radici, crescere e fiorire con la fine di questa follia devastante che sono stati gli ultimi 10 anni e l'inizio della mia libertà.
Avrei dovuto iniziare a vivere stasera.
Non ci saranno fiori di granito. Solo lacrime, quelle si, graffianti come la pietra e di pietra il peso nel petto che mi impedisce di respirare. Non credo di superare i miei drammi con la fine dell'università, ma sarebbe un passo, sarebbe un inizio. E' un simbolo. E' una catena in meno. E' la conferma che, nonostante tutto, essere viva, posso fare qualcosa, posso vivere. Non essere niente. Non essere invisibile e inadeguata a tutto e tutto. E' la speranza. Come un fiore.
Di pietra.
Avrei dovuto dare il mio ultimo esame.
Avrei dovuto essere libera stasera.
Avrei dovuto piantare la prima pietra, lasciarle il tempo di mettere radici, crescere e fiorire con la fine di questa follia devastante che sono stati gli ultimi 10 anni e l'inizio della mia libertà.
Avrei dovuto iniziare a vivere stasera.
Non ci saranno fiori di granito. Solo lacrime, quelle si, graffianti come la pietra e di pietra il peso nel petto che mi impedisce di respirare. Non credo di superare i miei drammi con la fine dell'università, ma sarebbe un passo, sarebbe un inizio. E' un simbolo. E' una catena in meno. E' la conferma che, nonostante tutto, essere viva, posso fare qualcosa, posso vivere. Non essere niente. Non essere invisibile e inadeguata a tutto e tutto. E' la speranza. Come un fiore.
Di pietra.
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L'insostenibile nullità del vivere,
Morte cerebrale
lunedì 20 febbraio 2012
I suck
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domenica 19 febbraio 2012
E' l'orario dei demoni
Il punto è che, ci piaccia o no, siamo ciò che gli altri vedono in noi.
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Verità incontrovertibili
sabato 18 febbraio 2012
Cosa vedreste con la web cam on
In realtà potrei facilmente rimediare all'assenza di una web cam puntatami addosso in ogni istante delle mie repressa esistenza al chiuso, facendo una cronaca accurata delle mie giornate e delle mie mosse e dei pensieri e dei palllllpiti del mio cuore. Troppo ardimentoso come progetto? Troppo difficile pennellare tutte le sfumature del pensiero e della vita umana attraverso qualche post su un sudicio blog?
Mmm ...non ci resta che provare.
"Dopo una notte - l'ennesima - pressocchè insonne, mi sono svegliata con un gran mal di testa. Erano le 8 di mattina e un sole dai gelidi raggi, straordinariamente, riusciva a rallegrare ogni piccolo anfratto di asfalto bigio o ulivo rachitico o auto rosso rubino o quella rosso scarlatto o ancora quella rosso sangue, e ogni altra cosa la mia finestra incornici, rendendola gaiamente belloccia.
Il pensiero poeticamente generatosi tra viscere e cervello, fu pressapoco questo 'Oh Apollo, mio diletto, brilla affanculo da qualche altra parte', seguito da qualcosa tipo 'cazzo, anche il colore delle macchine è uguale nel fottuto condominio del paese alla fine di ogni cosa. Anche a Mordor c'è una gradazione cromatica più varia. Anche Mordor era alla fine di ogni cosa. Sarà qua dietro da qualche parte'. Dopodichè ho avuto un conato di vomito che ho ricacciato dentro con 3 litri di caffè americano bollente e nero come la pec e, la mia anima e il mio cuore e la penombra della mia stanza dove sono corsa a ri-relegarmi e a rifuggiarmi dagli orridi raggi del sole.
Noi mortiviventi preferiamo il lunare-lunatico chiarore di un computer. Con davanti un quaderno aperto tristemente alla stessa pagina di quindici giorni fa. Il quaderno dell'ultimo esame che ovviamente non darò."
Cronaca della giornata finita. Il mio culo è dove l'ho messo questa mattina. E' bello avere certezze e la posizione delle mie inamovibili chiappe, me ne dà molte.
Ah mi sono fatta una doccia tra l'alzataccia e il conato.
Fine
"Ardimentoso progetto" riuscito, non era poi difficile. Forse perchè non ho una vita da raccontare, io.
Di positivo c'è che ora, chiunque avrà l'ardire di passare da queste parti, potrà entrare nella mia santa dimora ed essere partecipe della mia eccitante vita. Yeah.
Manca qualcosa tipo, un fotogramma del momento...vediamo
Ecco. Perfettamente indicativa. E' una foto di alto rango, ha classe professionale e partecipazione empatica. E' un'opera d'arte e se siete così tonti da non capirlo, affari vostri.
Certo l'idea iniziale era un tantino diversa. Quella di farvi entrare nella mia stanza, nella mia vita, di aprire le porte del web al contrario e permettere a chiunque di conoscermi, di espormi e fami vedere in ogni torbida e inquietante sfumatura di niente che mi ammanta, nel disperato tentativo di diventarer parte di un qualcosa, di diventare qualcuno, di trovare una giustificazione a me da qualche parte visto che in me non l'ho trovata, o semplicemente di non sentirmi sola (piccolo riassunto delle puntate precedenti, ho una mente forgiata dalla struttura dei telefilm, dopotutto).
Ma è un unizio.... anche se più che dentro la mia vita sembrerete dentro la mia tazza... meno male che le tazze di Starbucks sono ampie e capienti, quantomeno anche i più imponenti di voi staranno comodi.
Mmm ...non ci resta che provare.
"Dopo una notte - l'ennesima - pressocchè insonne, mi sono svegliata con un gran mal di testa. Erano le 8 di mattina e un sole dai gelidi raggi, straordinariamente, riusciva a rallegrare ogni piccolo anfratto di asfalto bigio o ulivo rachitico o auto rosso rubino o quella rosso scarlatto o ancora quella rosso sangue, e ogni altra cosa la mia finestra incornici, rendendola gaiamente belloccia.
Il pensiero poeticamente generatosi tra viscere e cervello, fu pressapoco questo 'Oh Apollo, mio diletto, brilla affanculo da qualche altra parte', seguito da qualcosa tipo 'cazzo, anche il colore delle macchine è uguale nel fottuto condominio del paese alla fine di ogni cosa. Anche a Mordor c'è una gradazione cromatica più varia. Anche Mordor era alla fine di ogni cosa. Sarà qua dietro da qualche parte'. Dopodichè ho avuto un conato di vomito che ho ricacciato dentro con 3 litri di caffè americano bollente e nero come la pec e, la mia anima e il mio cuore e la penombra della mia stanza dove sono corsa a ri-relegarmi e a rifuggiarmi dagli orridi raggi del sole.
Noi mortiviventi preferiamo il lunare-lunatico chiarore di un computer. Con davanti un quaderno aperto tristemente alla stessa pagina di quindici giorni fa. Il quaderno dell'ultimo esame che ovviamente non darò."
Cronaca della giornata finita. Il mio culo è dove l'ho messo questa mattina. E' bello avere certezze e la posizione delle mie inamovibili chiappe, me ne dà molte.
Ah mi sono fatta una doccia tra l'alzataccia e il conato.
Fine
"Ardimentoso progetto" riuscito, non era poi difficile. Forse perchè non ho una vita da raccontare, io.
Di positivo c'è che ora, chiunque avrà l'ardire di passare da queste parti, potrà entrare nella mia santa dimora ed essere partecipe della mia eccitante vita. Yeah.
Manca qualcosa tipo, un fotogramma del momento...vediamo
Ecco. Perfettamente indicativa. E' una foto di alto rango, ha classe professionale e partecipazione empatica. E' un'opera d'arte e se siete così tonti da non capirlo, affari vostri.
Certo l'idea iniziale era un tantino diversa. Quella di farvi entrare nella mia stanza, nella mia vita, di aprire le porte del web al contrario e permettere a chiunque di conoscermi, di espormi e fami vedere in ogni torbida e inquietante sfumatura di niente che mi ammanta, nel disperato tentativo di diventarer parte di un qualcosa, di diventare qualcuno, di trovare una giustificazione a me da qualche parte visto che in me non l'ho trovata, o semplicemente di non sentirmi sola (piccolo riassunto delle puntate precedenti, ho una mente forgiata dalla struttura dei telefilm, dopotutto).
Ma è un unizio.... anche se più che dentro la mia vita sembrerete dentro la mia tazza... meno male che le tazze di Starbucks sono ampie e capienti, quantomeno anche i più imponenti di voi staranno comodi.
venerdì 17 febbraio 2012
Una tempesta per respirare
... dopotutto il sonno è dei giusti. Come può albergare da queste parti?
C'è solo uno stanco sfarfallìo che ha il fruscio della carta scomposta, dei quaderni dentuti, dei fogli infiniti, tritati in un ammasso sbilenco e bloccati nell'attimo prima del loro frantumarsi, come in un sospiro prima della tempesta. Se un solo foglio cadesse, si porterebbe dietro ogni altro elemento di questo mondo fasullo, in un effetto domino devastante. E' un ambiente troppo incerto e precario, non può essere accettato dall'universo, saldo e preciso. Il primo alito lo sbriciolerà, e tutto il valore delle parole incise sui fogli che lo compongono, tutto quel peso d'inchiostro e aspettative, e speranze, e storie, svanirà.
E respirare - finalmente respirare! - coinciderà col morire.
E' troppo tardi, anche per la camomilla ormai gelida, anche per le stelle, anche per i Cure, anche per bruciare...
Tennessee Williams scrisse: " "Viviamo tutti in una casa che brucia. Nessun vigile del fuoco da chiamare. Nessuna via d'uscita. Solo la finestra del piano di sopra da cui guardare fuori mentre il fuoco divora la casa con noi intrappolati, chiusi dentro."
No. Brucia chi respira. Ma qui non c'è ossigeno. Solo il niente, un attimo prima della tempesta.
C'è solo uno stanco sfarfallìo che ha il fruscio della carta scomposta, dei quaderni dentuti, dei fogli infiniti, tritati in un ammasso sbilenco e bloccati nell'attimo prima del loro frantumarsi, come in un sospiro prima della tempesta. Se un solo foglio cadesse, si porterebbe dietro ogni altro elemento di questo mondo fasullo, in un effetto domino devastante. E' un ambiente troppo incerto e precario, non può essere accettato dall'universo, saldo e preciso. Il primo alito lo sbriciolerà, e tutto il valore delle parole incise sui fogli che lo compongono, tutto quel peso d'inchiostro e aspettative, e speranze, e storie, svanirà.
E respirare - finalmente respirare! - coinciderà col morire.
E' troppo tardi, anche per la camomilla ormai gelida, anche per le stelle, anche per i Cure, anche per bruciare...
Tennessee Williams scrisse: " "Viviamo tutti in una casa che brucia. Nessun vigile del fuoco da chiamare. Nessuna via d'uscita. Solo la finestra del piano di sopra da cui guardare fuori mentre il fuoco divora la casa con noi intrappolati, chiusi dentro."
No. Brucia chi respira. Ma qui non c'è ossigeno. Solo il niente, un attimo prima della tempesta.
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martedì 14 febbraio 2012
Vorrei tenere accesa la web cam
Vorrei aprire la web cam.
Vorrei sapere come installarla su questo blog e lasciarla aperta, per tutto il giorno.
Tu, visitatore sconosciuto non puoi capire perchè e io non conosco la lingua giusta, quella che forgi in parole il pensiero e il buco che c'è dentro di me e lo renda intelligibile. A me e anche - perchè no - a te.
Vorrei sapere cosa si prova. A lasciare che il mondo, nella persona di un occasionale cybernauta, entri nella mia stanza. Trapassi queste stolide quattro mura che ho tanta difficoltà a perforare. Che mi schiacciano, che mi opprimono. Che mi salvano.
Quello che tu non sai, visitatore sconosciuto, è che io vivo tra le quattro mura della mia stanza. Vivo del bagliore di falsa-luna che lo schermo di questo computer, come una finestra sul mondo intero, ricama sulle pareti. Ha il suo bel da fare, credimi. Sconfiggere le tenebre entro le quali sono rannicchiata è troppo per la luce artificile di un pc. Seppur dello stesso colore, seppure della stessa bellezza della luna, non è abbastanza forte per vincere questo appiccicaticcio bozzolo di neritudine che mi si è incastrato addosso.
Vorre che fossero gli altri a venire qui dentro.
Perchè io non sono in grado di vivere lì fuori. Perchè sono diversa. Perchè sono inadeguata. Perchè mi annoiano quasi tutti. Perchè non posso essere me stessa. Perchè non saprei che fare. Perchè mi riesce tutto male. Perchè nessuno vuole davvero conoscere e stare con ME, ma solo con chi loro si aspettano che io sia.
Sono scuse? Quasi certamente. Ma tanto quanto sono scuse, è anche tutto vero.
Se se solo sapessi come fare, terrei la web cam sempre accesa.
Consentirei a tutto il mondo di entrare, di vedermi. Non fare niente di speciale. Fare quello che faccio quasi sempre: cercare di respirare. Cercare una parte di me, spiarla su internet, attaccandomi ad ogni baluginìo di vita, ad ogni sfumatura che mi consenta di dire trionfalente a me stessa e agli altri "Ecco, guarda, vedi che non sono morta? Vedi che non sono nulla? Questo mi piace, questo è simile a me? Guarda! Non sono sbagliata! Non sono un'ombra!"
Se solo sapessi come tenere accesa la web cam per sempre, lo farei.
Vorrei sapere come installarla su questo blog e lasciarla aperta, per tutto il giorno.
Tu, visitatore sconosciuto non puoi capire perchè e io non conosco la lingua giusta, quella che forgi in parole il pensiero e il buco che c'è dentro di me e lo renda intelligibile. A me e anche - perchè no - a te.
Vorrei sapere cosa si prova. A lasciare che il mondo, nella persona di un occasionale cybernauta, entri nella mia stanza. Trapassi queste stolide quattro mura che ho tanta difficoltà a perforare. Che mi schiacciano, che mi opprimono. Che mi salvano.
Quello che tu non sai, visitatore sconosciuto, è che io vivo tra le quattro mura della mia stanza. Vivo del bagliore di falsa-luna che lo schermo di questo computer, come una finestra sul mondo intero, ricama sulle pareti. Ha il suo bel da fare, credimi. Sconfiggere le tenebre entro le quali sono rannicchiata è troppo per la luce artificile di un pc. Seppur dello stesso colore, seppure della stessa bellezza della luna, non è abbastanza forte per vincere questo appiccicaticcio bozzolo di neritudine che mi si è incastrato addosso.
Vorre che fossero gli altri a venire qui dentro.
Perchè io non sono in grado di vivere lì fuori. Perchè sono diversa. Perchè sono inadeguata. Perchè mi annoiano quasi tutti. Perchè non posso essere me stessa. Perchè non saprei che fare. Perchè mi riesce tutto male. Perchè nessuno vuole davvero conoscere e stare con ME, ma solo con chi loro si aspettano che io sia.
Sono scuse? Quasi certamente. Ma tanto quanto sono scuse, è anche tutto vero.
Se se solo sapessi come fare, terrei la web cam sempre accesa.
Consentirei a tutto il mondo di entrare, di vedermi. Non fare niente di speciale. Fare quello che faccio quasi sempre: cercare di respirare. Cercare una parte di me, spiarla su internet, attaccandomi ad ogni baluginìo di vita, ad ogni sfumatura che mi consenta di dire trionfalente a me stessa e agli altri "Ecco, guarda, vedi che non sono morta? Vedi che non sono nulla? Questo mi piace, questo è simile a me? Guarda! Non sono sbagliata! Non sono un'ombra!"
Se solo sapessi come tenere accesa la web cam per sempre, lo farei.
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domenica 29 gennaio 2012
Il mio capodanno irriverente
Notte dell’1/01/10, ore 2.00
Ospiti, fratello, sorella-e-amiche-della-sorella annesse, hanno infine sgomberato. La loro scia, però, fatica ad estinguersi, nonostante luccichino sempre più lontano da casa in questa notte di star e di bagordi. E’ come la coda di una cometa, ma fatta di odori burrosi di creme corpo e lipgloss, di bottiglie di spumante semivuote, della tinnante voce di mia sorella i cui diapason inumani permangono sui timpani più a lungo del dovuto, e soprattutto, dei grovigli di abiti e scarpe cui fu rifiutato l’onore della ribalta nella notte delle danze e degli amori.
Restiamo io, il fedelissimo pc, un accenno della solita depressione da capodanno subita sostituita, non senza sorpresa, dal più smargiasso degli stati d’animo, un misto di soddisfazione personale, commozione autoreferenziale, eccitazione per la nottata mia mia e mia soltanto, e sollievo, per non essere parte integrante della massa che masseggia in discoteche, pub e quant’altro, nella notte dei santi e dei silvestri. E in più un pizzico di quiete, ma quella quiete appagante e beffarda, nata dalla storica certezza che il tuo atteggiamento farebbe storcere il naso ai più e che a te, della qual cosa, non solo frega un benemerito, ma ti sollucchera, come farebbe lo sguardo più sdegnoso rivolto al tuo ghigno più beffardo. La notte dei tacchi e delle cravatte (per chi non ha fantasia) diventa la notte delle fate e dei folletti.
1° fase ovvero“chi intrattiene conversazioni intelligenti a capodanno le intrattiene tutto l’anno”: preziosa oretta di chiacchiere e risate con l’unica persona anticonformista e non noiosa del mio universo;
2° fase “della magia e della autostima”: scrivere i nomi di chi ti ha recato offesa negli ultimi 365 giorni (o anche prima, chissene) e tranciarli dalla propria vita con un sonante “vaffanculo”, espletando magari i loro mille vizi come stimolo all’amor proprio, buciare quindi il foglietto e spargerne le ceneri al vento;
3° fase, chiamata anche “catarsi dell’ultimo dell’anno”: scegliere la migliore mise intima che si possiede (qualsiasi colore va bene, rosso per i più tradizionalisti, io ho optato per un sofisticatissimo nero e pesca) e ballare e saltare con solo quella indosso a ritmo di una precedente selezione di canzoni ritenute terapeutiche per se stessi. Nel mio caso “Judy is a punk” dei Ramones e “Revolution Rock” dei Clash, hanno raggiunto i massimi volumi quando gli odiosi e perenni (‘cazzo c'avranno da sparare di continuo!?!) botti hanno sfiorato l’intollerabile;
4° fase, “distensione filmica e sensoriale”: vestaglia in ciniglia suermorbidosa senza niente sotto, tre cuscini dietro le spalle, fetta di torta supercremosacioccolatosaepannosa della mamma, un bicchiere di crema di whiskey accanto da sorseggiare mentre ti guardi la seconda parte di quel film meraviglioso che lasciasti in sospeso per gustarlo nella notte dei fuochi e delle lenticchie;
5° fase o “epilogo onirico”: dopo aver attraversato la giungla di trucchi e vestiario lasciata da sorella-e-amiche-della-sorella, ficcarsi nel letto e leggere qualche riga di un buon libro (“Coscine di pollo” per cronaca e alla faccia del buon libro!), mantenendo una luce soffusa e addormentarsi con il peso del tomo sul petto, un sogno incantevole negli occhi e il cellulare religiosamente spento cosicché nessuno stronzo troppo preso a spassarsela a Montecarlo per chiamarvi a mezzanotte, possa trovarvi raggiungibili quando la sua maestade lo desidera.
Dei capodanni che mi ricordo e quivi includo gli anni di convenzionali e danzanti baldorie con le amiche (non tutto da buttare di quelle notti , in realtà), questo è stato il migliore. Senza retorica. Forse qualcosa si sta muovendo se riesco ad essere felice e serena pur realizzando le incongruenze anticonvenzionale di me stessa, forse la ruota ha preso a girare con l’inizio del 2010. Forse…o forse no, ma non importa perché tutto è possibile e sognare è lecito oggi, nella notte delle promesse e delle speranze.
Ospiti, fratello, sorella-e-amiche-della-sorella annesse, hanno infine sgomberato. La loro scia, però, fatica ad estinguersi, nonostante luccichino sempre più lontano da casa in questa notte di star e di bagordi. E’ come la coda di una cometa, ma fatta di odori burrosi di creme corpo e lipgloss, di bottiglie di spumante semivuote, della tinnante voce di mia sorella i cui diapason inumani permangono sui timpani più a lungo del dovuto, e soprattutto, dei grovigli di abiti e scarpe cui fu rifiutato l’onore della ribalta nella notte delle danze e degli amori.
Restiamo io, il fedelissimo pc, un accenno della solita depressione da capodanno subita sostituita, non senza sorpresa, dal più smargiasso degli stati d’animo, un misto di soddisfazione personale, commozione autoreferenziale, eccitazione per la nottata mia mia e mia soltanto, e sollievo, per non essere parte integrante della massa che masseggia in discoteche, pub e quant’altro, nella notte dei santi e dei silvestri. E in più un pizzico di quiete, ma quella quiete appagante e beffarda, nata dalla storica certezza che il tuo atteggiamento farebbe storcere il naso ai più e che a te, della qual cosa, non solo frega un benemerito, ma ti sollucchera, come farebbe lo sguardo più sdegnoso rivolto al tuo ghigno più beffardo. La notte dei tacchi e delle cravatte (per chi non ha fantasia) diventa la notte delle fate e dei folletti.
1° fase ovvero“chi intrattiene conversazioni intelligenti a capodanno le intrattiene tutto l’anno”: preziosa oretta di chiacchiere e risate con l’unica persona anticonformista e non noiosa del mio universo;
2° fase “della magia e della autostima”: scrivere i nomi di chi ti ha recato offesa negli ultimi 365 giorni (o anche prima, chissene) e tranciarli dalla propria vita con un sonante “vaffanculo”, espletando magari i loro mille vizi come stimolo all’amor proprio, buciare quindi il foglietto e spargerne le ceneri al vento;
3° fase, chiamata anche “catarsi dell’ultimo dell’anno”: scegliere la migliore mise intima che si possiede (qualsiasi colore va bene, rosso per i più tradizionalisti, io ho optato per un sofisticatissimo nero e pesca) e ballare e saltare con solo quella indosso a ritmo di una precedente selezione di canzoni ritenute terapeutiche per se stessi. Nel mio caso “Judy is a punk” dei Ramones e “Revolution Rock” dei Clash, hanno raggiunto i massimi volumi quando gli odiosi e perenni (‘cazzo c'avranno da sparare di continuo!?!) botti hanno sfiorato l’intollerabile;
4° fase, “distensione filmica e sensoriale”: vestaglia in ciniglia suermorbidosa senza niente sotto, tre cuscini dietro le spalle, fetta di torta supercremosacioccolatosaepannosa della mamma, un bicchiere di crema di whiskey accanto da sorseggiare mentre ti guardi la seconda parte di quel film meraviglioso che lasciasti in sospeso per gustarlo nella notte dei fuochi e delle lenticchie;
5° fase o “epilogo onirico”: dopo aver attraversato la giungla di trucchi e vestiario lasciata da sorella-e-amiche-della-sorella, ficcarsi nel letto e leggere qualche riga di un buon libro (“Coscine di pollo” per cronaca e alla faccia del buon libro!), mantenendo una luce soffusa e addormentarsi con il peso del tomo sul petto, un sogno incantevole negli occhi e il cellulare religiosamente spento cosicché nessuno stronzo troppo preso a spassarsela a Montecarlo per chiamarvi a mezzanotte, possa trovarvi raggiungibili quando la sua maestade lo desidera.
Dei capodanni che mi ricordo e quivi includo gli anni di convenzionali e danzanti baldorie con le amiche (non tutto da buttare di quelle notti , in realtà), questo è stato il migliore. Senza retorica. Forse qualcosa si sta muovendo se riesco ad essere felice e serena pur realizzando le incongruenze anticonvenzionale di me stessa, forse la ruota ha preso a girare con l’inizio del 2010. Forse…o forse no, ma non importa perché tutto è possibile e sognare è lecito oggi, nella notte delle promesse e delle speranze.
P.S.: ovviamente l’incanto s’è spezzato quando la sorella-e-le-amiche-della-sorella sono piombate in camera mia alle 7.20 del mattino, per recuperare occhiali, creme notte e scarpe, nella caterva di masserizie da discoteca che hanno accumulate nel corso delle 4 ore precedenti la mezzanotte (4 ore, no, no non scherzo, mangiavano e col sorcio in gola andavano a provare vestiti e a imbellettarsi…meno male che eravamo in tanti e non le cagava nessuno!), per portarsele nell’altra casa dove dormono (dormire senza la crema notte?! Uhhh non sia mai!). Ovviamente non hanno trovato niente visto il caos, e se ne sono andate, non prima però, di avermi piantato il faretto negli occhi mentre dormivo e di essersi fregate le mie scarpe. Anno nuovo, vita vecchia.
mercoledì 28 dicembre 2011
Nomenclatura fatalista
Scritto il 4 maggio 2008
Quest'opera di lindatura gli riesce piuttosto bene in verità e potrebbe anche essere apprazzata dal dichiarante se non fosse che i criteri di definizione di ciò che è o non è superfluo, tendono ad essere ambigui e dai labili confini, col non auspicabile risultato che ciò che è stato tanto faticosamente pensato, finisca fin troppo presto ingoiato dalle tenebre del nulla.
E' così che solo pochissime delle idee che covo in fase larvale, mutano e vedono la luce trasformate in belle farfalle (o in balle farfalle, che dir si voglia) e tra queste inspiegabilmente e inaspettatamente, vi è quella della creazione del blog. Di questo blog per l'appunto. Grandioso! Che si stia di fronte ad una svolta epocale nella quale i miei procedimenti mentali vengono dimezzati e i proponimenti attuati senza reticenza alcuna? Posso solo augurarmelo, invero!
E' anche vero che di prove a carico della veridicità di cotanto grazioso miracolo ne sono state rivelate ben due nell'odierno pensante clamore: codesto blog di cui già le lodi tessute io ebbi, e (l'ulteriore) codesto messaggio, che in base agli standard cui il siffatto grumo cerebrale ci ha abituati, un minimo di 6 mesi avea a maturare prima di prender qualche auspicata forma all'altrui sensibile esperire presente.
Invece dopo appena una puntata dei simpson e una di Lost eccolo primeggiare protagonista al battesimo del suo ospite.
Complice la non trascurabile rivelazione che questo noioso e altrimenti inutile pomeriggio di maggio ha portato con se: l'esistenza di una non ancora meglio precisata ragnatela di coincidenza intessuta magistralmente tra me e il nome che mi è stato assegnato alla nascita. E chi può essere se non il Fato l'artefice di questo intrico non ancora del tutto decifrato?
Ma procediamo in ordine temporale partendo quindi dalla mia infanzia/adolescenza quando immersa quasi perennemente in raptus romanzeschi e alla continua ricerca di spunti di avventura e mistero (nonchè nella speranza inconscia di malleare il nome mio in base alla mia persona e fornirgli mitologica importanza), spennellai la mia noiosa e piatta esistenza del riflesso di quella molto più interessante e passionale, che era stata (o era stata inventata, punti di vista) delle eroine dei romanzi e della mitologia o meglio delle innamorate, belle e impavide consorti dei miei eroi.
Fu così che come una novella Jung (secondo cui "...la nostra psiche risponde al suggerimento di ricordare delle vite passate con un vasto serbatoio di esperienze e immagini introspettive che ci riguardano profondamente e che la delineano...") fui certa di essere la reincarnzaione della Marianna di Sandokan, La Perla di Labuan e della compagna di Robin Hood, Lady Marian.
Ma, dopo anni, come se al mio cresciuto inconscio questo oramai non bastasse, in maniera apparentemente casuale mi sono imbattuta in significati letterali, religiosi, storici e valenze politiche del mio nome (che ormai, mio lettore inesistente, hai campreso, con tanti cari saluti all'intimità e alla privatezza ma chi se ne frega? Visco insegna...) per cui:
Troppi film e romanzi? Probabilmente si, probabilmente il mio paradigma causa-effetto è falsato dalla schematica romanzesca delle grandi storie che oramai fanno parte di me, ma pur ammettendo ciò le similitudini svelate restano: i miei venerati e amati eroi sono Robin Hood e Sandokan da sempre; la Rivoluzione francese ha sempre prodotto su di me un fascino particolare tanto da spingermi a studiarla ed informarmi sugli eventi che la generarono con particolare enfasi; riconosco e sostengo i valori di Uguaglianza, Fraternità e Libertà che propugna; sono una fervente sostenitrice della democrazia e propendo per partiti e fazioni politiche democratiche; sono affascinata dalle associazioni segrete e ho una forte tendenza ad affrancarmi dalla realtà che non condivido, lottando per ciò in cui credo e affarmando ciò che la maggior parte rinnega. Inoltre il simbolo del dio Ammon è l'Ariete che è anche il mio segno zodiacale...
Insomma fantasia o no seguirò il percorso che la storia simbolica del mio nome preserva alla ricerca di un probabile sentiero che disveli il mistero della mia presenza su questa Terra e dell'intricatezza del mio essere.
E se il destino di ognuno di noi non fosse scritto nelle stelle, o sulla mano o nei fondi del caffè, ma tra le sillabe del vostro nome? E se anche dietro il vostro nome si cela un intrico romanzesco? E se, grazie al vostro nome, siete destinati a essere i protagonisti della più grande storia mai narrata? Com'è che vi chiamate...?
2 anni.
Tanti ne sono trascorsi da quando la possibilità di creare un mio blog fece la sua baluginante comparsa tra le fila delle mie altrettanto baluginanti idee. E, inutile dirlo, ad essa come a tutte le altre meditazioni che si affestellano nella mia capace testolina, è toccata la stessa infausta sorte: sorbire il lento, infinitesimo e periglioso procedimento che traslata l'idea, dal suo essere semplice idea all' attuazione in ciò che l'idea stessa patrocina. Questo sommo processo, accurato e particolareggiato soprattutto nel numero di fasi che attraversa (numero che farebbe invidia al procedimento di trasformazione di un pezzo di grafite in un diamante), intacca come un virus informatico tutti i file stipati nella mia mente e solo pochi riescono a completarlo e ad uscirne indenni. Gli altri vengono eliminati completamente dall'Oblio, programma infausto quanto provvido, dal difficile compito di mondare le cervella dal superfluo che vi si accantona nel corso del quotidiano. Quest'opera di lindatura gli riesce piuttosto bene in verità e potrebbe anche essere apprazzata dal dichiarante se non fosse che i criteri di definizione di ciò che è o non è superfluo, tendono ad essere ambigui e dai labili confini, col non auspicabile risultato che ciò che è stato tanto faticosamente pensato, finisca fin troppo presto ingoiato dalle tenebre del nulla.
E' così che solo pochissime delle idee che covo in fase larvale, mutano e vedono la luce trasformate in belle farfalle (o in balle farfalle, che dir si voglia) e tra queste inspiegabilmente e inaspettatamente, vi è quella della creazione del blog. Di questo blog per l'appunto. Grandioso! Che si stia di fronte ad una svolta epocale nella quale i miei procedimenti mentali vengono dimezzati e i proponimenti attuati senza reticenza alcuna? Posso solo augurarmelo, invero!
E' anche vero che di prove a carico della veridicità di cotanto grazioso miracolo ne sono state rivelate ben due nell'odierno pensante clamore: codesto blog di cui già le lodi tessute io ebbi, e (l'ulteriore) codesto messaggio, che in base agli standard cui il siffatto grumo cerebrale ci ha abituati, un minimo di 6 mesi avea a maturare prima di prender qualche auspicata forma all'altrui sensibile esperire presente.
Invece dopo appena una puntata dei simpson e una di Lost eccolo primeggiare protagonista al battesimo del suo ospite.
Complice la non trascurabile rivelazione che questo noioso e altrimenti inutile pomeriggio di maggio ha portato con se: l'esistenza di una non ancora meglio precisata ragnatela di coincidenza intessuta magistralmente tra me e il nome che mi è stato assegnato alla nascita. E chi può essere se non il Fato l'artefice di questo intrico non ancora del tutto decifrato?
Ma procediamo in ordine temporale partendo quindi dalla mia infanzia/adolescenza quando immersa quasi perennemente in raptus romanzeschi e alla continua ricerca di spunti di avventura e mistero (nonchè nella speranza inconscia di malleare il nome mio in base alla mia persona e fornirgli mitologica importanza), spennellai la mia noiosa e piatta esistenza del riflesso di quella molto più interessante e passionale, che era stata (o era stata inventata, punti di vista) delle eroine dei romanzi e della mitologia o meglio delle innamorate, belle e impavide consorti dei miei eroi.
Fu così che come una novella Jung (secondo cui "...la nostra psiche risponde al suggerimento di ricordare delle vite passate con un vasto serbatoio di esperienze e immagini introspettive che ci riguardano profondamente e che la delineano...") fui certa di essere la reincarnzaione della Marianna di Sandokan, La Perla di Labuan e della compagna di Robin Hood, Lady Marian.
Ma, dopo anni, come se al mio cresciuto inconscio questo oramai non bastasse, in maniera apparentemente casuale mi sono imbattuta in significati letterali, religiosi, storici e valenze politiche del mio nome (che ormai, mio lettore inesistente, hai campreso, con tanti cari saluti all'intimità e alla privatezza ma chi se ne frega? Visco insegna...) per cui:
- Marianna deriva dall'ebraico Miryam che a sua volta deriva dell'egiziano "mrj-ima", che significa Amata dal dio Ammon, dio del cielo, dell'eternità, del sole e del mistero. Perciò Marianna significa: "Amata dal Segreto" (inteso anche come "Amata da Dio");
- La Marianne è la rappresentazione allegorica delle Repubblica francese. Rappresentata come una giovane donna dal cappello frigio, personifica i valori della Repubblica Libertè, Egalitè, Fraternitè;
- La Marianne è anche il nome di una società segreta sorta nella provincia francese dopo il colpo di stato di Napoleone III. Ne fece parte anche Giuseppe Mazzini!
Troppi film e romanzi? Probabilmente si, probabilmente il mio paradigma causa-effetto è falsato dalla schematica romanzesca delle grandi storie che oramai fanno parte di me, ma pur ammettendo ciò le similitudini svelate restano: i miei venerati e amati eroi sono Robin Hood e Sandokan da sempre; la Rivoluzione francese ha sempre prodotto su di me un fascino particolare tanto da spingermi a studiarla ed informarmi sugli eventi che la generarono con particolare enfasi; riconosco e sostengo i valori di Uguaglianza, Fraternità e Libertà che propugna; sono una fervente sostenitrice della democrazia e propendo per partiti e fazioni politiche democratiche; sono affascinata dalle associazioni segrete e ho una forte tendenza ad affrancarmi dalla realtà che non condivido, lottando per ciò in cui credo e affarmando ciò che la maggior parte rinnega. Inoltre il simbolo del dio Ammon è l'Ariete che è anche il mio segno zodiacale...
Insomma fantasia o no seguirò il percorso che la storia simbolica del mio nome preserva alla ricerca di un probabile sentiero che disveli il mistero della mia presenza su questa Terra e dell'intricatezza del mio essere.
E se il destino di ognuno di noi non fosse scritto nelle stelle, o sulla mano o nei fondi del caffè, ma tra le sillabe del vostro nome? E se anche dietro il vostro nome si cela un intrico romanzesco? E se, grazie al vostro nome, siete destinati a essere i protagonisti della più grande storia mai narrata? Com'è che vi chiamate...?
Un romanzo in 6 parole
Scritto il 6 maggio 2008
Lapidario e succinto. Spesso e volentieri questi due aggettivi non sono aupicati da scrittori o presunti tali, amanti del virtuosismo arzigogolato e del prolisso descrizionismo.
Se ne faceva, invece, allegramente beffe un tizio con la fissa per le parole e la scrittura: romanziere instancabile; narratore di racconti brevi; giornalista d'inchiesta; vincitore del premio Pulitzer nel 1953 e del premio Nobel per la letteratura nel 1954; amico intimo di tali William Faulkner e Francis Scott Fitzgerald, nonchè icona della letteratura novecentesca. E scusate se è poco.
Tale Ernest Miller Hemingway un bel giorno (pare per scommessa) se ne esce tutto tronfio e, non senza una certa dose di presunzione, si arroga il diritto di scrivere un romanzo in sei parole. Diciamoci la verità, se chiunque altro individuo sulla faccia della terra (con l'esclusione di pochi eletti, la maggior parte dei quali già all'epoca sotto terra) avesse sbandierato tale proposito, si sarebbe dovuto sorbire una buona dose di sberleffi. Poi magari ci sarebbe riuscito ma intanto sarebbe stato sbefeggiato.
Se, invece, hai la fortuna di essere sua graziosissima maestà "ho 50.000 scritti all'attivo", altrimenti detto "Il vecchio e il mare" e quando capita anche "Hemingway", tutti tacciono rispettosi...magari non tanto rispettosi...e magari anche un tantino scettici, ma tacciono. E durante il loro tacere, lui impugna la penna come Aragorn Anduril o Jerle Shannara la Spada della Verità o Artù Excalibur o Eddard Stark Alba...insomma aveta capito, sfodera la sua penna preferita e tira fuori un romanzo in più.
Ricettività: totale; livello di pathos: altissimo; memorabilità: assoluta; grado di apprezzamento: massimale; numero parole:6. Ecco il romanzo:
"For sale: baby shoes, never worn". In italiano: "In vendita: scarpette neonato, mai usate".
Semplice, diretto, incredibilmente efficace e romanzesco: presenta un incipit, un climax e una conclusione e prevede una comprensibilissima e immaginabilissima storia alle spalle.
Da allora molti altri si sono cimentati, anche lettori amatariali, è possibile ancora farlo in qualsiasi forum o blog lo proponga e parli di scrittura e letteratura. I più belli sono stati raccolti in un libro (Not quite what I was expecting, Non proprio ciò che mi aspettavo, il titolo è uno di questi romanzi) e questi sono alcuni:
Lapidario e succinto. Spesso e volentieri questi due aggettivi non sono aupicati da scrittori o presunti tali, amanti del virtuosismo arzigogolato e del prolisso descrizionismo.
Se ne faceva, invece, allegramente beffe un tizio con la fissa per le parole e la scrittura: romanziere instancabile; narratore di racconti brevi; giornalista d'inchiesta; vincitore del premio Pulitzer nel 1953 e del premio Nobel per la letteratura nel 1954; amico intimo di tali William Faulkner e Francis Scott Fitzgerald, nonchè icona della letteratura novecentesca. E scusate se è poco.
Tale Ernest Miller Hemingway un bel giorno (pare per scommessa) se ne esce tutto tronfio e, non senza una certa dose di presunzione, si arroga il diritto di scrivere un romanzo in sei parole. Diciamoci la verità, se chiunque altro individuo sulla faccia della terra (con l'esclusione di pochi eletti, la maggior parte dei quali già all'epoca sotto terra) avesse sbandierato tale proposito, si sarebbe dovuto sorbire una buona dose di sberleffi. Poi magari ci sarebbe riuscito ma intanto sarebbe stato sbefeggiato.
Se, invece, hai la fortuna di essere sua graziosissima maestà "ho 50.000 scritti all'attivo", altrimenti detto "Il vecchio e il mare" e quando capita anche "Hemingway", tutti tacciono rispettosi...magari non tanto rispettosi...e magari anche un tantino scettici, ma tacciono. E durante il loro tacere, lui impugna la penna come Aragorn Anduril o Jerle Shannara la Spada della Verità o Artù Excalibur o Eddard Stark Alba...insomma aveta capito, sfodera la sua penna preferita e tira fuori un romanzo in più.
Ricettività: totale; livello di pathos: altissimo; memorabilità: assoluta; grado di apprezzamento: massimale; numero parole:6. Ecco il romanzo:
"For sale: baby shoes, never worn". In italiano: "In vendita: scarpette neonato, mai usate".
Semplice, diretto, incredibilmente efficace e romanzesco: presenta un incipit, un climax e una conclusione e prevede una comprensibilissima e immaginabilissima storia alle spalle.
Da allora molti altri si sono cimentati, anche lettori amatariali, è possibile ancora farlo in qualsiasi forum o blog lo proponga e parli di scrittura e letteratura. I più belli sono stati raccolti in un libro (Not quite what I was expecting, Non proprio ciò che mi aspettavo, il titolo è uno di questi romanzi) e questi sono alcuni:
Trovato amore vero, sposato un altro
Volevo scrivere, avevo paura di fallire
Faccio ancora il caffé per due
Vendetta è vivere bene, senza di te
Non ho fatto tutto questo sproloquio inutilmente. Anche io sto pensando ad un mio romanzo di 6 righe e quando lo avrò scritto lo esibirò su queste pagine. Nessuno lo leggerà perchè a nessuno frega? Embè! Quisquilie.
Quindi sfodero la mia penna come un Urukai il suo fetido pugnale...
Volevo scrivere, avevo paura di fallire
Faccio ancora il caffé per due
Vendetta è vivere bene, senza di te
Non ho fatto tutto questo sproloquio inutilmente. Anche io sto pensando ad un mio romanzo di 6 righe e quando lo avrò scritto lo esibirò su queste pagine. Nessuno lo leggerà perchè a nessuno frega? Embè! Quisquilie.
Quindi sfodero la mia penna come un Urukai il suo fetido pugnale...
Galeotta fu la scarpetta
Scritto il 15 maggio 2008
Allora, il succo della storia è da sempre questo: tu te ne stai bella tranquilla a farti ben sfruttare da matrigna e sorellastre perfide, senza un monito o una lagnanza di sorta, finchè non ti si materializza dal nulla una sedicente fatina che pare sia stata nominata tua madrina da amorevoli scomparsi genitori, ti fornisce di zucca e abito da fiaba e ti spedisce ad una festa di aristocratici con la puzza (letteralmente visto che le condizioni di igiene delle corti non siano rinomate per lindore) sotto al naso. Quando te ne esci sgambettando da lì, apperentemente per i rintocchi spezza magia, realmente perchè probabilmente il fetore sta uccidendo quei pochi neuroni che ti restano (gli altri li hai persi parlando con i topi in soffitta),il Fato si materializza sotto forma di scarpetta di cristallo (e provateci voi a correre col cristallo ai piedi, poi ne parliamo...), ti libera di matrigna e prolastra e ti scaraventa nel cortame dal quale tanta fatica hai impiegato per fuggire. Almeno eri certa che le sorellastre indossavano roba pulita visto che lavavi te ora invece...
Ma cosa volete che sia sopportare un po di maleodore di fronte alla prospettiva di governare su un regno, imporre decime e tributi, comandare, ordinare, debellare, farsi carico dei problemi altrui e passare il resto della propria vita accanto ad un uomo col quale hai ballato una sera e basta?
Assolutamente nulla!
Pensate quante belle parole rivolgerà ogni notte Cenerentola verso quella scarpetta sgusciante e verso le zucche e le madrine rompiballe, si fosse fatta i fatti suoi, li mortacci sua e di su' madre, la fata madrona...
E questa era la storia di Cenerentola. Suppergiù.
La storia che sto per raccontare, invece, non è una storia e con Cenerentola non c'entra una mazza. C'entra solo ...una scarpetta! (Spirito da cani...ok...touchè). Perchè se per Cenny galeotta fu la scarpetta sotto forma di Fato-Madrina, per certo Franco Pellizotti, galeotta fu la scarpetta sotto forma di ...mio fratello.
Praticamente la stessa cosa. Scarpette legate da uno simil destino seppur separate dalle barriere dello spazio-tempo-realismo-favola?

Be se le si guarda di traverso si nota una certa somiglianza mistica del tipo "l'una è l'immagine specularmente fantastica dell'altra" e via discorrendo.
La nostra scarpetta, una SIDI hi-tech con suola in carbonio (!!!) e mille altri accorgimenti tecnico-sportivi usata dai ciclisti professionisti e dal costo stimato di circa 600 euro, fa la sua comparsa sulla scene in una bella giornata burrascosa di metà maggio (ovvero ieri, 14 maggio), quando il 91°Giro d'Italia con carovana giornalistica, pubblicitaria e prettamente ciclistica a seguito, approda a Catanzaro Lido per la felicità mia e di mio fratello.
Frementi di attese e pronti a godere della più piccola emozione l'evento possa fornire, ci catapultiamo all'arrivo seppur in separati luoghi: io mi godo gara e faccio incetta di gadget che gli sponsor sperperano ad ogni tappa (se qualcuno avesse bisogno di cappellini della Skoda ne offro a decine) e torno a casa soddisfatta dalla gara e ubriaca di quel senso patriottico e cameratistico che il giro puntulamente risveglia, dopo aver impugnato lo sterzo della bici che fu di Fausto Coppi e con la quale vinse Giro e Tour de France (!!!!!!!!!!!!) e nausata da tutto quel rosa che mi balugina negli occhi (insieme all'immagine di Cassani che mi si avvicina tenendo in bilico due piatti di riso e sogghignando che anche i ciclisti/giornalisti/opinionisti mangiano!).
Ma torniamo alla scarpetta diavoletta. Proprio mentre mi appropinquavo a tornare a casa (e mentre la fedele Tramontana mi insalsedinava la capigliatura) quella giocava le sue carte col destino sgusciando fuori dalla sacca del rosatissimo Pellizotti troppo preso a riempire la sua vescica per l'antidoping per accorgersene. E chi fortunosamente si aggirava come un puma famelico nei pressi del Quartiere tappa insieme ai compagni, se non il mio fratello sperduto? Che ovviamente raccoglie furtivamente la scarpa e se la porta dietro come trofeo insieme alla borraccia di Cavendish (P.S.:no, non è una puntata speciale de "I predatori di tombe nel XXI secolo"...).
Tutto tranquillo e archiviato se non fosse che mentre stavo beatamente stravaccata a leggere e ascoltare la cronaca della 5° tappa questo pomeriggio (15 maggio ndr), vengo distratta da Davide Cassani che racconta di come ieri è stata rubata a Franco Pellizotti una delle sue scarpette da corsa e di quanto questo sia deleterio per un ciclista che impiega tempo ad abituarsi alla rigidità di una scarpetta da bici nuova (tempo che serve anche alla scarpa per prendere la forma adeguata al piede) e quindi riabituarsi a scarpette nuove è un tormento adesso per il povero Pellizotti...
Ed eccola lì fiera e tronfia la scarpa del destino, proprio accanto a me. Il ghigno cucitovi permanentemente davanti si allarga mentre il suo vecchio proprietario, inquadrato, suda e soffre sui pedali: "Addio - sembra urlare tra gli echi della folla - ho smesso di lavorare su salite, fango e acqua". E, mentre la scarpa imfame saluta il suo passato, il suo salvatore ignominiosamente veicolato dal fervore della passione sportiva, si sbellica dalle risate colpevoli e dalla fama inattesa.
Cerco di rimediare al danno scrivendo a Auro Bulbarelli e raispost per chiarire il fraintendimento e proporre un'eventuale riinvio del maltolto alla Liquigas, ma temo sia tardi.
E fu così che la scarpetta del destino conquistò come la sua cristallina ava la libertà. Cosa le prospetta il futuro? Perchè abbandonò la carovana rosa, coacervo di emozioni e successi, imprese eroiche e gloria per risiedere statica su uno scranno onorario, riverita da un solo adepto? Che la storia abbia inizio....
Allora, il succo della storia è da sempre questo: tu te ne stai bella tranquilla a farti ben sfruttare da matrigna e sorellastre perfide, senza un monito o una lagnanza di sorta, finchè non ti si materializza dal nulla una sedicente fatina che pare sia stata nominata tua madrina da amorevoli scomparsi genitori, ti fornisce di zucca e abito da fiaba e ti spedisce ad una festa di aristocratici con la puzza (letteralmente visto che le condizioni di igiene delle corti non siano rinomate per lindore) sotto al naso. Quando te ne esci sgambettando da lì, apperentemente per i rintocchi spezza magia, realmente perchè probabilmente il fetore sta uccidendo quei pochi neuroni che ti restano (gli altri li hai persi parlando con i topi in soffitta),il Fato si materializza sotto forma di scarpetta di cristallo (e provateci voi a correre col cristallo ai piedi, poi ne parliamo...), ti libera di matrigna e prolastra e ti scaraventa nel cortame dal quale tanta fatica hai impiegato per fuggire. Almeno eri certa che le sorellastre indossavano roba pulita visto che lavavi te ora invece...
Ma cosa volete che sia sopportare un po di maleodore di fronte alla prospettiva di governare su un regno, imporre decime e tributi, comandare, ordinare, debellare, farsi carico dei problemi altrui e passare il resto della propria vita accanto ad un uomo col quale hai ballato una sera e basta?
Assolutamente nulla!
Pensate quante belle parole rivolgerà ogni notte Cenerentola verso quella scarpetta sgusciante e verso le zucche e le madrine rompiballe, si fosse fatta i fatti suoi, li mortacci sua e di su' madre, la fata madrona...
E questa era la storia di Cenerentola. Suppergiù.
La storia che sto per raccontare, invece, non è una storia e con Cenerentola non c'entra una mazza. C'entra solo ...una scarpetta! (Spirito da cani...ok...touchè). Perchè se per Cenny galeotta fu la scarpetta sotto forma di Fato-Madrina, per certo Franco Pellizotti, galeotta fu la scarpetta sotto forma di ...mio fratello.
Praticamente la stessa cosa. Scarpette legate da uno simil destino seppur separate dalle barriere dello spazio-tempo-realismo-favola?
Be se le si guarda di traverso si nota una certa somiglianza mistica del tipo "l'una è l'immagine specularmente fantastica dell'altra" e via discorrendo.
La nostra scarpetta, una SIDI hi-tech con suola in carbonio (!!!) e mille altri accorgimenti tecnico-sportivi usata dai ciclisti professionisti e dal costo stimato di circa 600 euro, fa la sua comparsa sulla scene in una bella giornata burrascosa di metà maggio (ovvero ieri, 14 maggio), quando il 91°Giro d'Italia con carovana giornalistica, pubblicitaria e prettamente ciclistica a seguito, approda a Catanzaro Lido per la felicità mia e di mio fratello.
Frementi di attese e pronti a godere della più piccola emozione l'evento possa fornire, ci catapultiamo all'arrivo seppur in separati luoghi: io mi godo gara e faccio incetta di gadget che gli sponsor sperperano ad ogni tappa (se qualcuno avesse bisogno di cappellini della Skoda ne offro a decine) e torno a casa soddisfatta dalla gara e ubriaca di quel senso patriottico e cameratistico che il giro puntulamente risveglia, dopo aver impugnato lo sterzo della bici che fu di Fausto Coppi e con la quale vinse Giro e Tour de France (!!!!!!!!!!!!) e nausata da tutto quel rosa che mi balugina negli occhi (insieme all'immagine di Cassani che mi si avvicina tenendo in bilico due piatti di riso e sogghignando che anche i ciclisti/giornalisti/opinionisti mangiano!).
Ma torniamo alla scarpetta diavoletta. Proprio mentre mi appropinquavo a tornare a casa (e mentre la fedele Tramontana mi insalsedinava la capigliatura) quella giocava le sue carte col destino sgusciando fuori dalla sacca del rosatissimo Pellizotti troppo preso a riempire la sua vescica per l'antidoping per accorgersene. E chi fortunosamente si aggirava come un puma famelico nei pressi del Quartiere tappa insieme ai compagni, se non il mio fratello sperduto? Che ovviamente raccoglie furtivamente la scarpa e se la porta dietro come trofeo insieme alla borraccia di Cavendish (P.S.:no, non è una puntata speciale de "I predatori di tombe nel XXI secolo"...).
Tutto tranquillo e archiviato se non fosse che mentre stavo beatamente stravaccata a leggere e ascoltare la cronaca della 5° tappa questo pomeriggio (15 maggio ndr), vengo distratta da Davide Cassani che racconta di come ieri è stata rubata a Franco Pellizotti una delle sue scarpette da corsa e di quanto questo sia deleterio per un ciclista che impiega tempo ad abituarsi alla rigidità di una scarpetta da bici nuova (tempo che serve anche alla scarpa per prendere la forma adeguata al piede) e quindi riabituarsi a scarpette nuove è un tormento adesso per il povero Pellizotti...
Ed eccola lì fiera e tronfia la scarpa del destino, proprio accanto a me. Il ghigno cucitovi permanentemente davanti si allarga mentre il suo vecchio proprietario, inquadrato, suda e soffre sui pedali: "Addio - sembra urlare tra gli echi della folla - ho smesso di lavorare su salite, fango e acqua". E, mentre la scarpa imfame saluta il suo passato, il suo salvatore ignominiosamente veicolato dal fervore della passione sportiva, si sbellica dalle risate colpevoli e dalla fama inattesa.
Cerco di rimediare al danno scrivendo a Auro Bulbarelli e raispost per chiarire il fraintendimento e proporre un'eventuale riinvio del maltolto alla Liquigas, ma temo sia tardi.
E fu così che la scarpetta del destino conquistò come la sua cristallina ava la libertà. Cosa le prospetta il futuro? Perchè abbandonò la carovana rosa, coacervo di emozioni e successi, imprese eroiche e gloria per risiedere statica su uno scranno onorario, riverita da un solo adepto? Che la storia abbia inizio....
Il lato oscuro del bel paese
Scritto il 17 maggio 2008
Siamo rovinati. Celate il tricolore, preparate nascondigli sotterranei (magari antiatomici, non si sa mai), comprate più libri che potete, fate incetta di tutto ciò possa essere ritenuto pericoloso da un governo antiliberale e dittatoriale e preparatevi ad affrontare il Grande Inverno. Sembra il prologo di un film di guerra...
Ma i film di guerra sono solitamente rifacimenti storici spesso e volentieri ( o anche malvolentieri) ammantati di uno sfondo moralistico, messaggieri di un monito o un insegnamento. Dopotutto che "la storia insegna" ce lo hanno ripetuto tante di quelle volte a scuola, che la frase ha perso sostanza per rimanere mera forma, o meglio, mera formalità. Il punto è che la locuzione "la storia insegna" è vera quanto "le galline volano".
Perchè nonostante la grande cultura globale e globalizzata sbandierata ai 7 venti, nonostante le grandi università che si arrabbattano le une con le altre per sottrarsi la palma del migliore, nonostante tutti questi grandi filosofi e demagoghi che ritengono di essere intelligenti, competenti e (attenzione al vocabolo, è tutto un programma) superiori, nonostante tutto questo e molto altro, la stragrande maggioranza degli uomini sulla Terra è estremamente e irrimediabilmente, stupida. E arrogante. E debole: E approfittatrice. E cattiva. E velenosa. Egocentrica, egoista, animalesca. In pratica, umana, ma nell'accezione più mefitica che può essere data al termine.
Un bel gruzzolo di queste persone è da sempre annidiato negli antri più oscuri dell'Italia. Il guaio è che ultimamante il morbo si allarga e diffonde come cenere al vento contagiando un numero di persone in drastica crescita. Spaventevole è rendersi conto di quanto siamo manipolbili, di quanto facilmente la volontà di qualche folle coglione con un po di potere possa infiltrarsi nelle notre testoline e mallearne le struttura delle sinapsi mentali a propria discrezione e vantaggio. Anzi intrufolarsi nella testa di ogni italiano è fatica inutile per i poltronai del nostro nuovissimo e lustrosissimo governo. E perchè dovrebbero farlo? Sono riusciti ad utilizzare nella maniera meno democratica possibile l'informazione e la televisione, cosicchè saranno immagini e parole in loro vece, a provvedere al resettamento del raziocinio italiano, a loro basterà dare la stoccata finale.
E la stanno dando.
Intonati e coordinati come un'orchestra sinfonica. Prima l' informazione anilaterale e sbeffa-realtà, immediatamente seguita dalla privilegiazione di certe fette di società a scapito di altre. Il tutto perennamente ricamento da un modo di vivere standardizzato e quindi facilemente controllabile nel quale gli isolotti di turpitudine umana, possono facilmente essere passati da padre a figlio, vicino di casa a vicino di letto, amico a conoscente ( non sia mai a qualcuno sfugga la verità socialmente riconosciuta che gli uomini guidano meglio delle donne e sono più intelligenti, si rischierebbe di doverci pensare, magari guardandosi in giro e qui la mente del tizio potrebbe confondersi e rischiare aprirsi!!!
Terribile, terribile prospettiva!?).
Segue poi il movimento di sensibilizzazione al pensiero razzista, anti-democratico, omofobo e di legittimazione di forme di violenza e annientamento dei diritti fondamentali. Abbiamo politici chiamati al governo che scendono in campo inneggiando di fatto ad un ritorno al fascismo e di fatto istituzionalizzando, sfruttando la paura della gente, il diritto insacrosanto quanto mafioso del farsi giustizia da soli. E da qui il raddoppiamento di fenomeni di guerriglia urbana contro campi ROM, il fiorire di comunità nazi-fasciste che uccidono come e quando vogliono persone "diverse" da loro e dalle loro idee ( dove per diverse, si intende con un codino e che guardano un concerto reggae, o più in generale persone non malate di mente coem loro). E il tutto grazie ai nostri politici incompetenti quanto balordi che vogliono mandare via gli immigrati così poi la gente può avere liberamente paura solo di loro e del loro potere regimico e può concentrarsi su forme di razzismo più intestine e meno svilenti. Come quelle delle acculturatissime e preparatissime persone del nord che per sentirsi più "fichi" ovvero superiori, hanno bisogno di demonizzare la gente del sud.
E fu così che il bel paese è costantemente sotto sentenza e processo europeo per falsi in bilancio, truffe economiche, lodi e leggi anticostituzionali. Ma d'altronde nel nostro parlamento trovano posto solo malvitosi di vario livello e staffa, quello di essere sotto processo (nazionale o internazionale che sia) è una costante della loro vita politica e non, alla quale è arduo disabituarsi. Così, tanto per non perdere il ritmo, mantengono alto il loro nome di delinquenti e barbari e idioti per far sì che gli italiani vengano derisi come paese antidemocratico e patetico dalle altre vere democrazie, tacciati di xenofobia, medievalismo e incopetenza.
Ma questo è solo l'inizio, il nuovo governo è appena entrato in auge e già inneggia un giornalismo imbavagliato e un popolo ottenebrato.
E mò, so' cazzi nostri.
Siamo rovinati. Celate il tricolore, preparate nascondigli sotterranei (magari antiatomici, non si sa mai), comprate più libri che potete, fate incetta di tutto ciò possa essere ritenuto pericoloso da un governo antiliberale e dittatoriale e preparatevi ad affrontare il Grande Inverno. Sembra il prologo di un film di guerra...
Ma i film di guerra sono solitamente rifacimenti storici spesso e volentieri ( o anche malvolentieri) ammantati di uno sfondo moralistico, messaggieri di un monito o un insegnamento. Dopotutto che "la storia insegna" ce lo hanno ripetuto tante di quelle volte a scuola, che la frase ha perso sostanza per rimanere mera forma, o meglio, mera formalità. Il punto è che la locuzione "la storia insegna" è vera quanto "le galline volano".
Perchè nonostante la grande cultura globale e globalizzata sbandierata ai 7 venti, nonostante le grandi università che si arrabbattano le une con le altre per sottrarsi la palma del migliore, nonostante tutti questi grandi filosofi e demagoghi che ritengono di essere intelligenti, competenti e (attenzione al vocabolo, è tutto un programma) superiori, nonostante tutto questo e molto altro, la stragrande maggioranza degli uomini sulla Terra è estremamente e irrimediabilmente, stupida. E arrogante. E debole: E approfittatrice. E cattiva. E velenosa. Egocentrica, egoista, animalesca. In pratica, umana, ma nell'accezione più mefitica che può essere data al termine.
Un bel gruzzolo di queste persone è da sempre annidiato negli antri più oscuri dell'Italia. Il guaio è che ultimamante il morbo si allarga e diffonde come cenere al vento contagiando un numero di persone in drastica crescita. Spaventevole è rendersi conto di quanto siamo manipolbili, di quanto facilmente la volontà di qualche folle coglione con un po di potere possa infiltrarsi nelle notre testoline e mallearne le struttura delle sinapsi mentali a propria discrezione e vantaggio. Anzi intrufolarsi nella testa di ogni italiano è fatica inutile per i poltronai del nostro nuovissimo e lustrosissimo governo. E perchè dovrebbero farlo? Sono riusciti ad utilizzare nella maniera meno democratica possibile l'informazione e la televisione, cosicchè saranno immagini e parole in loro vece, a provvedere al resettamento del raziocinio italiano, a loro basterà dare la stoccata finale.
E la stanno dando.
Intonati e coordinati come un'orchestra sinfonica. Prima l' informazione anilaterale e sbeffa-realtà, immediatamente seguita dalla privilegiazione di certe fette di società a scapito di altre. Il tutto perennamente ricamento da un modo di vivere standardizzato e quindi facilemente controllabile nel quale gli isolotti di turpitudine umana, possono facilmente essere passati da padre a figlio, vicino di casa a vicino di letto, amico a conoscente ( non sia mai a qualcuno sfugga la verità socialmente riconosciuta che gli uomini guidano meglio delle donne e sono più intelligenti, si rischierebbe di doverci pensare, magari guardandosi in giro e qui la mente del tizio potrebbe confondersi e rischiare aprirsi!!!
Segue poi il movimento di sensibilizzazione al pensiero razzista, anti-democratico, omofobo e di legittimazione di forme di violenza e annientamento dei diritti fondamentali. Abbiamo politici chiamati al governo che scendono in campo inneggiando di fatto ad un ritorno al fascismo e di fatto istituzionalizzando, sfruttando la paura della gente, il diritto insacrosanto quanto mafioso del farsi giustizia da soli. E da qui il raddoppiamento di fenomeni di guerriglia urbana contro campi ROM, il fiorire di comunità nazi-fasciste che uccidono come e quando vogliono persone "diverse" da loro e dalle loro idee ( dove per diverse, si intende con un codino e che guardano un concerto reggae, o più in generale persone non malate di mente coem loro). E il tutto grazie ai nostri politici incompetenti quanto balordi che vogliono mandare via gli immigrati così poi la gente può avere liberamente paura solo di loro e del loro potere regimico e può concentrarsi su forme di razzismo più intestine e meno svilenti. Come quelle delle acculturatissime e preparatissime persone del nord che per sentirsi più "fichi" ovvero superiori, hanno bisogno di demonizzare la gente del sud.
E fu così che il bel paese è costantemente sotto sentenza e processo europeo per falsi in bilancio, truffe economiche, lodi e leggi anticostituzionali. Ma d'altronde nel nostro parlamento trovano posto solo malvitosi di vario livello e staffa, quello di essere sotto processo (nazionale o internazionale che sia) è una costante della loro vita politica e non, alla quale è arduo disabituarsi. Così, tanto per non perdere il ritmo, mantengono alto il loro nome di delinquenti e barbari e idioti per far sì che gli italiani vengano derisi come paese antidemocratico e patetico dalle altre vere democrazie, tacciati di xenofobia, medievalismo e incopetenza.
Ma questo è solo l'inizio, il nuovo governo è appena entrato in auge e già inneggia un giornalismo imbavagliato e un popolo ottenebrato.
E mò, so' cazzi nostri.
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