Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
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sabato 11 agosto 2012
venerdì 19 novembre 2010
Battaglie a suon di belate
Vediamo se riusciamo a tirarci un po’ su di morale, non dovrebbe essere poi così ardua la cosa. Basta bighellonare un po’ su internet e qualcosa si trova. Basta poi affacciarsi alla finestra e osservare le blande esistenze degli esseri che popolano il mio quartiere e…be’ direi che in quel caso il gioco è più che fatto.
Ma vista l’ora e il buio, mi concentrerò sulla finestra virtuale per oggi, quella che affaccia sul cyberspazio, tanto promettente, quanto ultimamente, palloso.
La necessità di rimpolpare il mio ego secco e scarno mi spinge ad avventurarmi in zone intellettivamente fiacche. Potrei cercare un riscontro più stimolante certo, ma è tardi, gli occhi cominciano a pulsare, la connessione è lenta, il caffè americano che ho sorseggiato stamane, ha liquidato i suoi benefici effetti oramai da mezza giornata. Quello americano, lungo diluito che poco sa di caffè, è l’unico che riesco a bere e che mi piace sorseggiare, corposo nero vellutato da assumere in boccate calde e aromatizzate, lasciarlo poi scivolare sulla lingua in getti robusti, come una carezza decisa e scendere in gola con miasmi nocciolati che aleggiano, permanendo fieri, nel setto nasale, in un bouquet esotico che inneggia a una realtà da telefilm americano, tutta vita e socialità stuzzicanti, che mi rilassa e stende in un bieco sorriso le mie labbra di Italia calabra.
Insomma ondeggio molle e deliziosamente seccata smuovendo il mouse alla ricerca di quei forum di patetucoli adepti a saghe letterarie e cinematografiche di dubbio gusto, sapete quei fanatici convinti che Twilight sia l’opera somma e che Federico Moccia sia Dante reincarnato.
La cosa più esilarante non è che loro credono che la suddetta sia alta letteratura, oh no. Questo non fa mica scompisciare, sapete? No, no. Direi che è preoccupante, se non addirittura periglioso. Preoccupante perché coloro che inneggiano lodi sulle capacità letterarie di Meyer e Moccia, (escludiamo pure le ragazzine in calore per Pattinson e Scamarcio, diamo loro il beneficio del dubbio visto il rimestio di ormoni a cui sono soggette, certo questo non giustifica la stupidità e l’ignoranza, ma sognano povere bimbe, e visto la penuria di uomini degni di questo nome, lasciamole sognare), lo fanno perché voglio credere non abbiano molti termini di paragone. Sono, ergo, ignoranti. E il fatto che a vendere sia questa letteratura che a chiamarla letteratura effettivamente ce ne vuole, questa patetica mascherata carnevalesca di libri, spinge gli editori a promuovere questo livello. Quindi sempre meno libri buoni e meno autori con l “A” maiuscola verranno prediletti, abbassando ancora di più, se è possibile il livello della letteratura e dell’ignoranza italiana.
Causa di tutto questo la scuola che impone come letture e studi mattoni noiosi e accorati relegando il piacere di leggere nello scantinato delle buone intenzioni che in quanto buone e in quanto intenzioni resteranno, appunto, nello scantinato.
Ma non funziona… non è che mi tiri su più di tanto leggere di ragazzine e ragazzini (o anche meno –ini e –ine, temo) che sono così tardi da non capire che il fatto che un vampiro non succhia sangue e se ne va a spasso sotto il sole come se niente fosse non è che rende il genere alternativo, lo esclude proprio il genere perché che cazzo di vampiro sei se non bevi sangue? Mi vengono meno tutte le basi del vampirismo qui. Che una storia d’amore in cui una scemetta con la personalità di una papaya (anzi la papaya ne ha eccome di personalità…una rapa ecco Bella Swan ha la personalità di una rapa) s’innamora di un belloccio senza che insieme abbiano mai condiviso nulla o sostenuto anche un solo briciolo di conversazione degna di nota o che siano stati a contatto senza ansimare per …boooo, chi lo sa perché diamine ansimano?! Insomma che questa non è una storia d’amore! Ma la cosa più sconvolgente è che sia così facile capire cosa desiderano queste ragazze, cosa è per loro una storia d’amore e come loro sognano di viverla: il massimo che riescono a concepire, il più alto grado d’amore per loro è solo quello di essere contese e litigate dai due bellocci più muscolati e contesi del circondario, che sia quello scolastico o quello boschivo. E che importa se non c’è la base per una storia d’amore perché non esiste un vero rapporto? Che importa se le conversazioni della Belloccia coi bellocci sono peggio di una lobotomia al cervello, che il suo amore nonostante tutto non riesca neanche ad essere così puro da concentrarsi solo su uno dei due tipi e che i due accettino la sua indecisione perché sono stracosttissimi di lei!!!! Ma questa non è solo fantascienza, è una merdata senza precedenti! Non si può neanche concepire. Qualcuno ha dispregiativamente paragonato il libro a un Harmony, ma per quanto scadente gli Harmony hanno una base morale a cui si rifanno, qui manca qualsiasi cosa e tutto è votato alla beatificazione della Bella-gnocca-per-creature-mitologiche.
Stesso dicasi per il Moccioso e le sue di creature, più borghesi queste: anche meno sottile, visto l’ambientazione realistica (realistica solo per il mondo tutto gnegnegnè di Moccia, chiaro), il parallelismo tra il desiderio di essere venerate da minchioni palestrati e invidiate dalle coetanee, e i soldi da sborsare per comprare i suoi libri. Un tutt’uno proprio. Che poi la Meyer sarà patologica e noiosa ma quantomeno si riesce a leggere un periodo nei suoi libri senza stracciarsi i capelli. Con Moccia i capelli li stracci tutti. Non è che sappia scrivere granché chiaramente, ma il fatto che ti faccia raggiungere livelli di irritabilità inumani ha del portentoso bisogna dargliene atto. Eviterei se non ci trovassi un certo beato godimento, di citare anche il fatto che i suoi adoni (come quelli di twilight identici in questo il che mi permette di constatare che altro ingrediente per il successo editoriale accertato è la bellezza inumana dei protagonisti maschili, vita grama per i bruttoni anche tra le pagine dei libri….), sono sempre molto belli, ma non è che lo capiamo da descrizioni o altro. No no, potemmo fraintendere e non vederli come belli belli belli, ma solo insipidamente bellini. Non sia mai! Si presuppone crollino le vendite perché chi leggerebbe mai un libro con protagonisti solo bellini che corteggiano lobotomizzate indecise? Ci dobbiamo fidare del gusto della Meyer e, ancora più inquietante, di Moccia che ci assicurano che i loro beniamini sono “bellibellibellibellidafarpaura”( oltre che pedofili, aggiungerei. Moccia a parte, Vampir-Cullen ha 100 anni di vita e trova interessante-attraente una ragazzina di 17 anni?! Alla faccia dell’intelligenza e della maturità! Ma non importa perché lui è bellissimo e fighissimo e invidiatissimo, lei scema ma la vogliono tutti tutti ma proprio tutti, umani, vampiri, licantropi, no cioè non la vogliono i centauri ma solo perché non trovano collocazione nella saga sennò vuoi mettere un bello stallone scalpitante e muscoloso! Vincerebbe in pieno mi sa, zoccoli a parte…).
Ma nonostante ciò ad agire meglio sul mio morale giù e affranto e a tirarmi su come solo una crocchiante tavoletta di cioccolato al caramello e alle nocciole può fare, non sono questi ignorantoni stupidini. Che possono farci poveri figli, che vivano nella loro ignoranza e non mi scassino! Serotonina perfetta nel mio sangue sono invece le voci opposte, quella marmaglia di anti-twilight e anti-Moccia che infestano a sciami il web e il non web. La maggior parte sono lettori accaniti (il che magari è pure vero chi lo mette in dubbio?!) o presunti tali, pseudo intelligentoni, insomma vari ego-enfiati che ronzano e forano timpani e coglioni con le loro frasettine fatte e quelle che, immagino, gli sembrino conclusioni brillanti, da oscar. Le raggiungessero e tenessero per loro queste brillanti conclusioni, nulla da dire a riguardo avrei. Pare che invece tendano a sentirsi obbligati, per dovere nei confronti dell’umanità credo, a mettere al corrente il mondo intero del fatto che loro odiano questi fenomeni, che loro sono seri interpreti della letteratura mica bau-bau micio-micio. Che le loro conclusioni sono originalissime, non fosse che sono originalissime solo secondo il loro appannato parere, ahinoi! Appannato perché mica si rendono conto che tutti ripetono le stesse, identiche cose! E’ impressionante la caparbietà con cui non vogliono sentire ragioni a riguardo: “Io penso che Moccia e Meyer fanno schifo, ergo sono un genio a confronto del gregge belante”. E tante grazie al ciuccio, fanno schifo, avete fatto la scoperta dell’acqua calda! Non si accorgono poverini, troppo impegnati a far vedere di non belare in un gregge, che finiscono col belare invece, magari non nel gregge di Twilight, ma in quello dei controtwilight.
Diverso gregge, belata affine.
Non avrei niente contro di loro se le loro fossero critiche circostanziate dai fatti, e non fondate su pregiudizi. Invece il fatto di dichiarare orgogliosamente di non avere mai letto né visto i film in questione e nonostante ciò di aprire e sostenere campagne contro questi, non mi lascia più oramai perplessa, ma basita: non sono poi tanto diversi dagli smidollati che giurano di odiare, lo stesso macabro presupposto li muove: il desiderio di essere invidiati e considerati superiori, chi tramite il sogno di un amore conteso, chi tramite un parterre di competenze letterarie e cinematografiche che possa innalzarlo al di sopra dei mortali. Che sia così o meno non importa, l’importante è farlo sapere, dirlo, che gli altri lo credano.
Sì questo funziona, rifocilla un po’ il mio umore traballante e gli permetterà di camminare più dritto per qualche giorno, spero. Non ho bisogno di questi atteggiamenti da gran Dei per sentirmi superiore, per autoconvincermi di esserlo, non ho bisogno di lanciar strali senza che siano più che supportati dai fatti come fanno queste persone che tante volte, in tante occasioni mi sono ritrovata a rispettare e anche a invidiare per la loro sicurezza e la loro vita e i loro traguardi e la loro intelligenza. Ma se agiscono e pensano così non sono poi tanto intelligenti come credevo, o io non sono poi così stupida. Io, che al contrario loro, mi limito a leggere e solo dopo a giudicare quello che leggo, senza pregiudizi, in lettura come in tutte le altre cose. Pare sia una rarità, e sentirmi una rarità…sì…funziona.
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Vi diranno:
"E' il capolavoro della letteratura chicana!"
"E' uno straordinario intreccio di storie e favole e genti e altre storie dai profumi messicani!!"
"E' l'America che si tinge di Messico per tornare a essere America ma disamericanizzata!!!"
....e così via, con un incremento del numero dei punti esclamativi proporzionato alla grandeur della cazzata di turno.
Non che siano cazzate del tutto campate in aria. Hanno una loro raison d’etre, perché fanno effettivamente parte degli intenti della scrittrice, pur restando cazzate. C’è infatti la spiacevole sensazione che il romanzo sia solo una serie di intenti letterari e che questi restino spiacevolmente scissi dalla trama o al contrario, che vi siano forzati dentro regalando una sonnolenta sensazione di pacchianeria.
L'intento base della Cisneros è quello del romanzo di formazione, in cui le vite dei numerosi personaggi della famiglia Reyes s'intrecciano ineluttabilmente, come la trama di un rebozo messicano, lo scialle intrecciato color caramello che dà il nome al suggestivo titolo.¹
Il problema è che più che numerosi personaggi ci sono numerosi nomi, la cui storia di ognuno risulta vaga, ripetuta, inutile, abbozzata e meno male perché tanto non succede niente che non sia già successo al personaggio principale o che sia degno di essere narrato. Più che una costellazione di storie, Caramelo è uno sbrodolamento di parole ripetute e imbellettate, al punto che l’intreccio di “pure storie” (puro cuento) pare sia lì solo per dare un senso a qualche bella frase o bella filosofia del tipo:
“Può il pianto aiutare a far passare il dolore? Un pochino, ma non sempre”;
“La moglie non capiva niente di arte, di come creando qualcosa ci si salva dalla morte”;
“Come in tutte le guerre a prosperare non sono le persone migliori, ma quelle più furbe e dure di cuore”.
L’intento secondario è nella falsariga del genere letterario sudamericano²: grande storia di una grande famiglia che si dirama nei secoli, tratteggiata dagli sconvolgimenti storico-politici, arricchita dalla costellazione delle metastorie dei numerosi parentes che si susseguono negli anni, intrisa di quel realismo magico – emblema della tradizione sudamericana- che ammanta le esistenze di magia e i destini di misticismo.
Alla Marquez-sbarra-Isabelle Allende, per intenderci. Scrittori a cui la Cisneros è stata gratuitamente (è il caso di dirlo) paragonata, ma con i quali, secondo il mio modesto parere e almeno per quanto riguarda questo portentoso romanzo, ci azzecca come i Beatles con i Modà. Se non per intenti, ripeto: il realismo magico non ammanta la storia, è richiamato all’attenzione ogni tanto in modo tremendamente forzato e sciatto, per la serie “ehi non dimenticatevi di me, ci sono anche io!”. Per non parlare del registro di narrazione che improvvisamente cambia in un discorso diretto con un fantasma e fai una fatica boia a capire che succede e di chi sia quella voce. In altri casi cambia il punto di vista e solo il grassetto te lo rivela, perché l’apporto di questa new entry alla storia, è assolutamente inscindibile dal resto. Il che è sempre sinonimo di sciatteria letteraria e scrittura autoreferenziale.
Terzo intento la mica tanto celata ambizione a roman à clef, (romanzo a chiave) e anche in questo caso non si vede mica il tentativo di emulare Marquez e la Allende, eh!
Ma mentre nel loro caso ("Cent’anni di solitudine" e "La casa degli spiriti") la scelta si risolve nei fini sensati di denuncia al sistema politico, propaganda alla resistenza comunista, rivelazione degli orrori dei regimi totalitari o delle vicissitudini di un personaggio realmente esistito, in Caramelo è solo la biografia dell’autrice stessa a essere celata dalla trama. Anche in questo caso è l’intento che viene prima ma non si risolve. Non sarebbe il primo romanzo in cui la protagonista è l’alter ego dell’autrice. La spiacevole sensazione è che l’autrice, dal suo bello sgabello americano, abbia cercato di romanzare la sua vita sparando una serie di clichè sui messicani, pur restando ben piantata sul suolo americano, lavorando, mangiando e vivendo in America. Dei messicani ne esce nient’altro che una serie di macchiette smaccate e schizofreniche, cha sbraitano e si infilzano le spalle a vicenda tra un momentaneo festaggiamento e l’altro.
Ah e mangiano.
Perché non appena può, il romanzo diventa un elenco di dolci e varie specialità gastronomiche messicane. Decine e decine di succulenti frutti, caramelle, pietanze a base di cacao e altri ingredienti a me completamente sconosciuti posti in serie, uno dopo l’altro. E visto che annoia da cima a fondo, c’è di buono che almeno ti fa venire fame. L’unica cosa che ricordo volentieri è l’immagine mentale di questi dolci a me sconosciuti e del loro probabile gusto.
Se poi proprio volete trovare una nota positiva, cercatela nella scrittura, perché nonostante in 460 pagine non ci sia scritto niente degno di essere letto, almeno è scritto dignitosamente, in maniera fluida. Lo stile non è portentoso e metafore e alambicchi li trovi in ogni pagina. Ma considerato che non dice niente, lo dice in maniera straordinariamente scorrevole.
L'intreccio di storie tanto millantato è un susseguirsi di parole che non trasmette altro se non il senso a se stente di queste. E' un intreccio che non si realizza neanche sulla carta e tu prendi atto di queste parole, ma non ti lasciano altro. Finito il libro non puoi fare altro che star lì a pensarci un po' - che magari sei tu il problema e qualcosa ti è sfuggito -, ma la conclusione alla quale giungerai sarà una soltanto:
"Sì.
E quindi?".
¹ Suggestivo titolo che in realtà sta lì solo in quanto, appunto, suggestivo, perchè c'entra nella storia come i cavoli a merenda. Se escludete il colore del rebozo alla cui trama di fili colorati viene paragonato l'intreccio dei personaggi, non trova più spazio sulla ribalta della scena. Ma anche in questo caso è ambiguo.
² Che poi a essere onesti il Messico è parte dell'America centrale e non Latina e solo una parte di esso appartiene al territorio americano. E' letteratura chicana quella della Ciseneros, che molti l'annoverino tra quella sudamericana, è solo per i loro presunti punti stilistici comuni. E per l'analogia storica e culturale nonchè la vicinanza delle regioni. Questo solo per doveroso chiarimento geo-culturale: visto che mi sono impegnata tanto a scrivere una recensione che nessuno leggerà, esageriamo!