Blog senza censure. Metto a nudo me stessa come se un Grande fratello tenesse puntate le sue telecamere nella mia anima ribelle, punk e borderline. Scriverò ogni dettaglio, più o meno sordido che sia, della mia vita che odora di libri, salsedine, peonie e torta al cioccolato, dove caos e autodistruzione lottano contro la morale dei benpensanti e dove fioriscono universi alternativi sotto un cielo di lamponi. Mi svendo raccontandolo, che interessi a qualcuno o no. And fuck everything else.
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sabato 11 agosto 2012
martedì 16 agosto 2011
La casa degli spiriti
Solo quando è scorsa via l’ultima riga dell’ultima pagina di questo libro, ho ricordato perché in altre epoche della mia vita, le storie di Isabelle Allende mi avevano tanto affascinata. Per capirlo ho dovuto vincere quella maledizione che da gennaio 2011, si è avvinghiata come un polpo testardo a me togliendomi l’unico sollievo, l’unica certezza della mia vita. Quella capacità di perdersi in un libro, smarrirsi come vittima di incantesimo abbandonando le spoglie reali in qualsiasi circostanza, e immergendomi nel piacere di un libro. Con un atteggiamento critico particolarmente appuntito, dall’inizio dell’anno ho affrontato qualsiasi lettura, trovandone irritante lo stile, banale la trama, volgare l’intreccio. Tutte cose che mi hanno spinto ad abbandonare il libro suddetto, certa che fosse un’emerita schifezza.
Non sembrava diverso anche in questo caso, le prime pagine erano un continuo soffermarsi ad analizzare scelte letterarie tanto scontate, trite e saccenti da rendermi impossibile continuare la lettura, ignorandone l’indignazione seccata che comportava la chiusura immediata e irreparabile del tomo.
Mi sono dovuta costringere ad andare avanti ed è stato un bene, perché non ho solo recuperato la voglia di leggere, ma ho anche capito che anche le scrittrici più amate possono non essere infallibili, che si cambia, che si cresce, soprattutto da lettore, che quello che a 13 anni poteva lasciare senza fiato dall’adorazione, a 28 è sottoposto a critica ferrea e consente di ammettere, in tutta onestà che “La casa degli spiriti” di Isabelle Allende non è un capolavoro, non è un brutto libro, non si trova neanche a metà tra un capolavoro e un brutto libro.
La prima metà è incredibilmente difficile da leggere. Il punto di vista del narratore continua a cambiare, passa da un paragrafo all’altro dalla prima alla terza persona e nonostante con lo scorrere del racconto ci si abitui o si viene assorbiti dalla trama e se ne faccia poco caso, continua a mantenersi una scelta cattiva e straniante per il lettore perché lo costringendo a tornare continuamente indietro per capire cosa è successo. Cosa è cambiato e ha interrotto il percorso che faticosamente seguiva. Faticosamente perché la storia è piena di salti, anticipazioni di eventi, rivelazioni sulla sorte dei personaggi che sono dannatamente irritanti e non danno all’intreccio una ragione d’essere.
Altro aspetto odioso, le iperbole, i virtuosismi stilistici fini a se stessi e le scenette tutte fronzoli e sentimentalismo stantio, melassa pura fatta per infiocchettare i momenti amorosi (soprattutto) e renderli il più perfetti possibile. Risultato: sembrano scene tratte da un teleromanzo di quart’ordine, stracariche di clichè che inficiano l’umanità di scena e personaggi.
Tutto il libro è un racconto tratto dai quaderni di una delle protagoniste, è quindi chiaro che alcuni eventi, a cui la protagonista in questione o coloro che narrano non erano direttamente presenti, non siano sviluppati nei dettagli, ma spesso i destini di qualche personaggio o un avvenimento viene lasciato penzolare in mezzo al nulla, mentre si ripetono fino alla noia descrizioni o elementi di contorno, o anche stati d’animo già abbondantemente abbozzati.
I personaggi sono spesso l’uno la caricatura dell’altro a parte Esteban Trueba che mantiene quantomeno una sorta di identità circoscritta, gli altri si ripetono come fotocopie nel corso delle generazioni. Il che credo sia in parte voluto visto che una delle conclusioni della storia è che i personaggi che si danno il cambio nelle grandi dimore in cui la scena per lo più risiede, sono parte di uno stesso destino, legati da filo che li incatena tutti gli uni agli altri, affinchè niente resti inspiegato e anche le cattive azioni e le tragedie, trovino un senso, quel significato spirituale ed esoterico che la tradizione sudamericana sostiene. D’altro canto è abbastanza noioso soprattutto nel caso delle donne che sembrano essere l’una la copia dell’altra con lo stesso carattere ribelle e lo stesso destino amoroso. In definitiva, sono l’estensione della vita o della propensione caratteriale della scrittrice che in questo non ci ha messo molta fantasia.
A sua discolpa è chiaro ed evidente il carattere autobiografico del romanzo. Credo d’altronde che tutta la storia della famiglia Trueba sia stata una scusante, un corollario di quello che voleva essere il racconto degli sconvolgimenti politici che hanno dissestato il Cile nel secolo scorso. Soprattutto del golpe di Pinochet del’73, che ha vissuto in prima persona l’autrice Il che si sente dannatamente nelle ultime 60 pagine.
Vale la pena leggere quel libro solo per queste righe finali. Non solo per la ricostruzione storica addolcita dal romanzato, ma per la potenza delle argomentazione, la vivacità concreta degli animi, dei pensieri, dello stato globale del paese e delle paure più intime di coloro che hanno vissuto la dittatura o che sono state vittime di questa. E poi il bisogno totalmente umano di ribellarsi, la rivoluzione come unica arma, la giustizia, la libertà. Questi temi e il modo in cui la Allende te li sbatte in faccia come fossero scontati. E il sostrato onirico con cui la vita viene interpretata, come fosse un libro da scrivere/già scritto in cui tutto ha un valore, tutti hanno valore anche chi apparentemente è inutile, anche le porte che si muovono da sole, perché dietro c’è uno spirito che le fa dondolare.
E la solitudine che non esiste, e la morte che è solo un passaggio e il tempo che è solo una parola. Questa dimensione che riesce a costruire la Allende è eredità della cultura che l’ha cresciuta e di autori che hanno forgiato quel realismo magico che mi ispira di brutto.
E che continuerà a farmi amare questi libri, nonostante le loro pecche stilistiche, nonostante non abbia più tredici anni, nonostante le stelline su anobii non saranno più di tre.
Nonostante da troppo tempo, io, abbia perso la capacità di vivere in una casa degli spiriti.
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Vi diranno:
"E' il capolavoro della letteratura chicana!"
"E' uno straordinario intreccio di storie e favole e genti e altre storie dai profumi messicani!!"
"E' l'America che si tinge di Messico per tornare a essere America ma disamericanizzata!!!"
....e così via, con un incremento del numero dei punti esclamativi proporzionato alla grandeur della cazzata di turno.
Non che siano cazzate del tutto campate in aria. Hanno una loro raison d’etre, perché fanno effettivamente parte degli intenti della scrittrice, pur restando cazzate. C’è infatti la spiacevole sensazione che il romanzo sia solo una serie di intenti letterari e che questi restino spiacevolmente scissi dalla trama o al contrario, che vi siano forzati dentro regalando una sonnolenta sensazione di pacchianeria.
L'intento base della Cisneros è quello del romanzo di formazione, in cui le vite dei numerosi personaggi della famiglia Reyes s'intrecciano ineluttabilmente, come la trama di un rebozo messicano, lo scialle intrecciato color caramello che dà il nome al suggestivo titolo.¹
Il problema è che più che numerosi personaggi ci sono numerosi nomi, la cui storia di ognuno risulta vaga, ripetuta, inutile, abbozzata e meno male perché tanto non succede niente che non sia già successo al personaggio principale o che sia degno di essere narrato. Più che una costellazione di storie, Caramelo è uno sbrodolamento di parole ripetute e imbellettate, al punto che l’intreccio di “pure storie” (puro cuento) pare sia lì solo per dare un senso a qualche bella frase o bella filosofia del tipo:
“Può il pianto aiutare a far passare il dolore? Un pochino, ma non sempre”;
“La moglie non capiva niente di arte, di come creando qualcosa ci si salva dalla morte”;
“Come in tutte le guerre a prosperare non sono le persone migliori, ma quelle più furbe e dure di cuore”.
L’intento secondario è nella falsariga del genere letterario sudamericano²: grande storia di una grande famiglia che si dirama nei secoli, tratteggiata dagli sconvolgimenti storico-politici, arricchita dalla costellazione delle metastorie dei numerosi parentes che si susseguono negli anni, intrisa di quel realismo magico – emblema della tradizione sudamericana- che ammanta le esistenze di magia e i destini di misticismo.
Alla Marquez-sbarra-Isabelle Allende, per intenderci. Scrittori a cui la Cisneros è stata gratuitamente (è il caso di dirlo) paragonata, ma con i quali, secondo il mio modesto parere e almeno per quanto riguarda questo portentoso romanzo, ci azzecca come i Beatles con i Modà. Se non per intenti, ripeto: il realismo magico non ammanta la storia, è richiamato all’attenzione ogni tanto in modo tremendamente forzato e sciatto, per la serie “ehi non dimenticatevi di me, ci sono anche io!”. Per non parlare del registro di narrazione che improvvisamente cambia in un discorso diretto con un fantasma e fai una fatica boia a capire che succede e di chi sia quella voce. In altri casi cambia il punto di vista e solo il grassetto te lo rivela, perché l’apporto di questa new entry alla storia, è assolutamente inscindibile dal resto. Il che è sempre sinonimo di sciatteria letteraria e scrittura autoreferenziale.
Terzo intento la mica tanto celata ambizione a roman à clef, (romanzo a chiave) e anche in questo caso non si vede mica il tentativo di emulare Marquez e la Allende, eh!
Ma mentre nel loro caso ("Cent’anni di solitudine" e "La casa degli spiriti") la scelta si risolve nei fini sensati di denuncia al sistema politico, propaganda alla resistenza comunista, rivelazione degli orrori dei regimi totalitari o delle vicissitudini di un personaggio realmente esistito, in Caramelo è solo la biografia dell’autrice stessa a essere celata dalla trama. Anche in questo caso è l’intento che viene prima ma non si risolve. Non sarebbe il primo romanzo in cui la protagonista è l’alter ego dell’autrice. La spiacevole sensazione è che l’autrice, dal suo bello sgabello americano, abbia cercato di romanzare la sua vita sparando una serie di clichè sui messicani, pur restando ben piantata sul suolo americano, lavorando, mangiando e vivendo in America. Dei messicani ne esce nient’altro che una serie di macchiette smaccate e schizofreniche, cha sbraitano e si infilzano le spalle a vicenda tra un momentaneo festaggiamento e l’altro.
Ah e mangiano.
Perché non appena può, il romanzo diventa un elenco di dolci e varie specialità gastronomiche messicane. Decine e decine di succulenti frutti, caramelle, pietanze a base di cacao e altri ingredienti a me completamente sconosciuti posti in serie, uno dopo l’altro. E visto che annoia da cima a fondo, c’è di buono che almeno ti fa venire fame. L’unica cosa che ricordo volentieri è l’immagine mentale di questi dolci a me sconosciuti e del loro probabile gusto.
Se poi proprio volete trovare una nota positiva, cercatela nella scrittura, perché nonostante in 460 pagine non ci sia scritto niente degno di essere letto, almeno è scritto dignitosamente, in maniera fluida. Lo stile non è portentoso e metafore e alambicchi li trovi in ogni pagina. Ma considerato che non dice niente, lo dice in maniera straordinariamente scorrevole.
L'intreccio di storie tanto millantato è un susseguirsi di parole che non trasmette altro se non il senso a se stente di queste. E' un intreccio che non si realizza neanche sulla carta e tu prendi atto di queste parole, ma non ti lasciano altro. Finito il libro non puoi fare altro che star lì a pensarci un po' - che magari sei tu il problema e qualcosa ti è sfuggito -, ma la conclusione alla quale giungerai sarà una soltanto:
"Sì.
E quindi?".
¹ Suggestivo titolo che in realtà sta lì solo in quanto, appunto, suggestivo, perchè c'entra nella storia come i cavoli a merenda. Se escludete il colore del rebozo alla cui trama di fili colorati viene paragonato l'intreccio dei personaggi, non trova più spazio sulla ribalta della scena. Ma anche in questo caso è ambiguo.
² Che poi a essere onesti il Messico è parte dell'America centrale e non Latina e solo una parte di esso appartiene al territorio americano. E' letteratura chicana quella della Ciseneros, che molti l'annoverino tra quella sudamericana, è solo per i loro presunti punti stilistici comuni. E per l'analogia storica e culturale nonchè la vicinanza delle regioni. Questo solo per doveroso chiarimento geo-culturale: visto che mi sono impegnata tanto a scrivere una recensione che nessuno leggerà, esageriamo!